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PAOLA LIOTTA

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Paola Liotta, conseguita la maturità classica con il massimo dei voti e – con lode – la laurea in Lettere, ha iniziato nel 1993 la sua carriera di docente. Insegna materie letterarie e latino nei Licei. Ha curato e coordinato numerose attività progettuali, soprattutto di giornalismo scolastico, e continua a impegnarsi in laboratori extracurricolari inerenti la letteratura e il teatro. Un primo volume di poesie, risalenti al 2008, dal titolo “Del vento, e di dolci parole leggere”, è stato pubblicato nel maggio del 2009. Risiede ad Avola, dove coltiva il suo amore per la professione di educatrice e di formatrice unitamente alle sue passioni letterarie.

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DA
SABATO 7 MAGGIO 2011
Paola Liotta

Di Aretusa e altri versi
2011, 8°, pp. 88, Euro 10,00
acquista
ARABA FENICE, n. 39

ISBN 978-88-96071-40-3

(...)Non si tratta di poesie ermetiche, bensì di poesie colte nell’euritmia del verso così come nella scelta del lessico, ben armonizzato con l’interiorità del sentimento espresso, sia esso amore o sentimento del tempo, ricordo come memoria del passato o percezione del presente. La poetessa, infine, si dichiara come in una sorta di epitaffio epigrammatico nella sua veste umana e spirituale nelle liriche “L’amicizia. Che cosa è, veramente?” e “Come sono veramente”, il cui epilogo riporta le note già evidenziate: … vorrei/sempre essere quel tipo di persona/sanamente disposta al rischio/di perdersi per le proprie idee...

Grazia Maria Schirina'


Intervista della TV Canale8 a Paola Liotta
autrice del libro "Di Aretusa e altri versi"
e al giornalista Roberto Rubino la stessa sera della presentazione del libro
nell'ex Refettorio dei Domenicani di Via Mazzini ad Avola

locandina

copertinaPaola Liotta
Del vento, e di dolci parole leggere...
2009, cm 16 x 22
Collana OPERA PRIMA n. 16
ISBN 978-88-96071-13-7
momentaneamente non disponibile

Per l'ennesimo appuntamento mensile di Libr'Avola
con le opere e gli autori della Libreria Editrice Urso,
in questa occasione (sabato 24 ottobre 2009) abbiamo presentato l'opera prima poetica
di Paola Liotta dal titolo Del vento, e di dolci parole leggere.
Ottimi interventi di Nerina Bono, Elio Di Stefano,
Salvatore Salemi e Benito Marziano.
Nel corso della serata acrostico creato e dedicato a Paola Liotta
da Corrado Bono, autore del libro Frammenti
con la nostra casa editrice e anche di queste splendide foto
LiliananuovoAscolta la canzone L'incanto cantata da Liliana Calabrese
nel corso di Libr'Avola del 24 ottobre 2009


invito

copertina

Del vento, e di dolci parole leggere è il verso di una delle prime liriche di questa silloge, composta nel 2008, dopo una pausa poetica di oltre quindici anni.
L'autrice, che non si è mai curata di pubblicare i suoi scritti, ammette di avere nel frattempo rivolto la propria attenzione alla prosa, considerando la poesia come un angolo "tutto personale" cioè strettamente privato, e privilegiato, da cui meditare sul proprio vissuto.
In alcuni mesi dello scorso anno, invece, tali versi sono sgorgati con semplicità, nella estemporanea auscultazione di quanto, delle sue energie spirituali e affettive, si era sedimentato, forse nell'attesa di quel momento di grazia in cui arrendersi alle imprescindibili istanze poetiche della propria scrittura.
E queste pagine dunque esprimono l'assorto abbandono alla pienezza dei sentimenti colti negli istanti felici di vacanza dello spirito, in un barlume d'alba, nel soliloquio gradito ovunque risuoni la voce amata, nella serena rivelazione di pensieri e aspettative che colmano l'esistenza di ognuno, rendendola perciò preziosa e umanamente degna d'essere vissuta.

Paola Liotta
Del vento, e di dolci parole leggere...
2009, cm 16 x 22

Collana OPERA PRIMA n. 16
ISBN 978-88-96071-13-7
momentaneamente non disponibile

Del vento, e di dolci parole leggere, di Paola Liotta
intervento di Benito Marziano alla presentazione del libro di Paola Liotta (Libr'Avola 24 ottobre 2009)

Credo che tutti conosciamo quella sorta di gioco nel quale viene chiesto ai vari interlocutori di elencare i dieci libri che, in caso di catastrofe, si vorrebbero salvare, o avere con sé nel caso si dovesse finire su un’isola deserta; scelta veramente ardua a mio parere, che, personalmente, difficilmente riuscirei a operare, ritenendo degni di essere salvati molti, ma molti più di dieci libri. Mi è tornato alla mente, questo gioco, quando ho terminato la lettura delle poesie di questa silloge, opera prima di Paola Liotta, pensando che, se mi si fosse chiesto  di operare una scelta simile e salvare le dieci migliori di queste poesie, mi sarei ritrovato in analoga difficoltà, e avrei finito col tentare di salvarle tutte, perché tutte le ritengo meritevoli di non andare perdute.

Le ho lette più volte, e ogni volta mi è capitato di scoprire ora un verso, ora  un’espressione, ora una sonorità, ora un concetto, un qualcosa, insomma, che, precedentemente, magari, mi erano sfuggiti o non avevo sufficientemente apprezzato o non ne avevo avvertito, a volte, il senso più recondito; e ne traevo, ogni volta, nuove sensazioni, immagini, emozioni che ingeneravano ulteriori pensieri, nuove riflessioni.

E, a un tempo, veniva rinsaldata una mia antica convinzione, quella che i poeti, da quegli egocentrici che sono, parlano sempre e soltanto di se stessi e della loro vita. Ma (ed è questo che fa arte, che fa poesia), parlando di se stessi e della loro vita, parlano della vita di tutti.

E, forse, è per questo che piace la poesia, perché credendo di leggere della vita dei poeti, di venire a conoscenza della loro vita, conosciamo un po’ della nostra vita, e, in definitiva, di noi stessi.

La poesia nasce, ritengo, sempre come manifestazione intimistica, e ce lo ricorda anche Paola Liotta, quando scrive nel risvolto di copertina di questa sua opera, che considera “la poesia come un angolo ‘tutto personale’ cioè strettamente privato, e privilegiato, da cui meditare sul proprio vissuto”.

E ciò è certamente vero, ma quando i sentimenti, i tormenti, le gioie e le angustie, le ansie e le delusioni, gli affetti e gli amori, in una parola: il “vissuto”, come lo definisce Paola, viene esternato ed espresso in forme tali da elevarsi ai livelli dell’arte, smette di essere il vissuto del poeta e diviene il vissuto di ogni essere umano, il vissuto di tutti.

Questa universalizzazione del vissuto è ciò che opera il poeta, e avviene in poesia, forse, più che in qualsiasi altra arte. E accade, per il tramite di versi pregevoli, nel caso della poesia di Paola Liotta.

Volendo, ora, entrare nello specifico della silloge, pur senza voler affrontare una particolareggiata analisi delle singole liriche, ritengo necessario anticipare che non mi è stato facile scriverne, di queste poesie, e la prima difficoltà mi  derivava dal dover racchiudere in quello che ritenevo dover essere un breve intervento (e sarà breve), il tanto che si potrebbe e ci sarebbe da dire. Perché in esse viene indagato dalla poetessa ora uno, ora un altro aspetto, o sfaccettatura, se si vuole, dell’animo umano, con una profonda analisi introspettiva, puntando l’obiettivo sulla propria interiorità, scandagliandola sin nei più profondi recessi, mettendo in luce sia i lati, gli aspetti dell’animo umano più ostensibili, diciamo, giusto per intenderci, sia quelli che solitamente tendiamo a celare, a volte, persino a noi stessi.

Senza, quindi, per niente dilungarmi, cercherò di fare un po’ una veloce carrellata, senza soffermarmi in un esame approfondito e accurato di tutti i temi e i contenuti delle liriche, ma, sempre per brevi tratti, cercherò di dare un’idea di quello che a me pare di trovare nella poesia della Nostra, secondo una mia personale lettura, che non so se interpreterà poco o molto quanto lei ha inteso comunicarci con i suoi versi. Ciò, anche, tenendo conto di una difficoltà di lettura, intrinseca ai versi, almeno relativamente a quelli nei quali appare una, forse, ricercata intenzione di ‘criptarne’ il senso, come persistesse in lei un indugio a voler svelare del tutto il suo personale “vissuto”. Versi che, fra l’altro, ritengo si possano ascrivere alla migliore poesia dell’Ermetismo.

Credo, anche, che chi conosce questa nostra amica non può non giudicarla persona di squisita gentilezza, di notevole cortesia, di carattere affabile pur se riservato, attributi che smentiscono quel comune modo di dire che vorrebbe che il carattere fosse lo specchio dell’anima. Perché queste sue personali caratteristiche non ne rispecchiano per niente l’animo, che alberga, sì, a volte, sentimenti sereni e magari gioiosi, ma più spesso è abitato da malessere esistenziale, da tormenti, da incertezze, da dubbi, da amare considerazioni sulla natura umana, da profonde delusioni originate dall’aver accordato fiducia e stima a chi non le avrebbe meritate.

A voler seguire, invece, le suggestioni che ispira il titolo dell’intera silloge, che è poi il verso di una lirica in essa compresa, come ci viene ricordato nel risvolto di copertina, si rimane un po’ sviati, ché di qualcosa di incorporeo come il vento e di levità di dolci parole, in realtà, c’è ben poco, in queste poesie, già sin da quella dalla quale il verso è tratto, e dove leggiamo: La mia pace tutt’ora s’intriga / di niente, del vento, e di dolci parole / leggere – comprendi?-, ed è la pace / di chi si esalta al refrigerio beato / di quattro conoscenze sentite, poche / e tirate come litanie d’autunno- / le dispieghi per le lunghe, se desideri / patire… (Dolcemente).

Questi versi ci danno già un saggio della complessa concezione della vita  che emerge dalla poesia della Nostra, di quanto sia pensoso e agitato quel suo “vissuto”, del quale, pur con indugi e incertezze, così ci lascia intuire, ha voluto, tuttavia, metterci a parte. Superando una riservatezza che, personalmente, spero superi ancora e presto per darci la possibilità di leggere quella produzione che certamente continua ancora a nasconderci, almeno così pare a leggere il risvolto di copertina, ove ancora scrive di “una pausa poetica di quindici anni”. Deve tenere, quindi, in serbo una produzione precedente questi quindici anni. 

Questa Dolcemente, che suona come un ossimoro voluto, tra titolo e blank, ci riporta subito sui giusti binari, se, cadendo in quella suggestione del “vento e delle dolci parole leggere”, ci fossimo attese poesie che ci dicessero di vita amena, felice, idillica; di contenuti, insomma, che avessero l’immaterialità del vento e la leggerezza di parole dolci, magari affettate e leziose; poesia di manieristica superficialità, per intenderci; ciò che non è affatto vero, neanche quando i versi sono ispirati dai sentimenti più teneri e dolci e dagli affetti più cari, come nel caso delle liriche dedicate al padre e alla madre; lo è ancor meno, quando indaga i problemi, i tormenti che agitano il suo animo, che poi sono i problemi e i tormenti che agitano tutti, uomini e donne, tranne, forse, alcuni animi ingenui, chiamiamoli così.

Ma, già sostenevo, il lettore non legge nelle poesie  di Paola le vicende della sua personale vita (vale ciò per qualsiasi poeta leggiamo), perché quelle sue vicende sono il paradigma della vita di ciascuno di noi, ché nella vita di tutti ci sono giorni, eventi fausti e ce ne sono tanti di infausti; la vita è fatta di gioie ma anche di dispiaceri; di serenità e di ansie; di speranze, più o meno grandi, e di altrettanto più o meno grandi spiacevoli realtà; di illusioni (e utopie, anche) e di delusioni. 

E nella poesia di Paola ci sono tutti questi ingredienti, lasciatemi passare la parola. La silloge, anche se le liriche sono tutte scritte “in alcuni mesi dello scorso anno”, ci precisa lei stessa, racchiude un po’ l’intero percorso, ancora tutt’altro che lungo, della sua vita, con un procedimento cronologico, scandito da alcuni titoli che vanno segnando le tappe della crescita fisica, ma soprattutto della parallela evoluzione psicologica e della maturazione intellettuale.

Questi i titoli e le liriche che hanno riferimenti temporali: Prima, che apre la raccolta: qui la poetessa si abbandona alla dolcezza dei ricordi d’infanzia e del padre, …resiste / ancora in me un’eco / di ricordi singolari / d’infanzia legati ad arte /  nello scrigno del tempo /… depredati di Te…,  scrive; ricordi che in Ora e prima, tornano ancora a  un tempo lontano, ma l’età è quella che segue l’infanzia, quando ci accompagnano i sogni: Fitte diaspore / di insetti, /sulla costa, su, / per l’erta di Avola / Antica: guizzanti / nellanima in fiore,/ e un po’ oltre: … le schiere / dei miei sogni / miti e di quelli / estivi più agguerriti, / e accanto ai sogni la gioia di vivere:  dei sospiri / emessi, di quanto / risi. In Presente, la troviamo in piena età giovanile, quando l’amore si affaccia nella sua vita, come in quella di tutti, con le apparenze di una meravigliosa favola che ci entusiasma, ci esalta, ci disarma, ci appaga, ci avvince, ci possiede quasi interamente: l’amore di chi amo / la gioia di abbracciarti / e di amare in quel che sono, scrive. E l’essenza della vita è, appunto, il ‘presente’, e poco importa il futuro, e poco il passato, aggiunge con  versi che comunicano, intanto, una straordinaria ebbrezza di vivere, e che desidero ricordare: Il meglio è unicamente /questo, l’ora in cui viviamo, / non la conquista di un domani / che sarà, e allora? / né un passato che oramai / non ci appartiene,… / …  mais oui… /, e chiude il verso e la lirica con i puntini di sospensione, quasi a volerci ricordare che la vita continua, comunque, come le va di continuare. Quale eco di epicureo vivere o del “chi  vuol esser  lieto, sia” di lorenziana memoria sembra giungerci da questo “mais oui”! Ma sì! sembra suggerire anche a noi la poetessa, prendiamo dalla vita ciò che nell’attimo è possibile strapparle e non pensiamo ad altro.

Ma non sempre è bello, purtroppo, il presente, l’attimo, e quand’anche lo fosse, il passato, che lo si voglia o non lo si voglia, è anch’esso la nostra vita, e ci appartiene, e ci appartengono coloro che sono stati nel nostro passato; e ci appartiene pure il futuro, anche quando non ci saremo più, perché ci saranno, in ogni caso, molti di coloro che ora ci sono accanto o accanto ci saranno stati, e del futuro di costoro non sappiamo e non possiamo disinteressarci. Non siamo monadi!  

E la nostra amica lo sa, e ne dà atto, in alcune liriche, di quanto il passato e il futuro facciano parte del suo presente: il ritorno sovente, ad esempio, al ricordo del padre, o ai ricordi dell’infanzia. Sono il suo passato! E allora? Non vivere del passato! Come si fa?

E in Futuro prossimo, quando scrive: E il mio giorno di festa, / lo attendo,… non è l’attendere, sempre, un’attesa di futuro? Per bene o male che ci tratti la vita, non ci attendiamo un po’ tutti il nostro “giorno di festa”? O i nostri giorni di festa?

Certamente, fra i due momenti: del vivere giorno per giorno, senza attendere nient’altro dalla vita e questo puntare sul domani, qualcosa è dovuto intervenire a mutare il suo stato d’animo: si è accesa o riaccesa qualche speranza, l’attesa di qualche evento, ora, la allieta.

E sappiamo tutti che nei momenti in cui la vita ci gratifica di un po’ di generosità, si ha la sensazione che di nient’altro ci importi, e si desidererebbe vivere quei momenti in eterno.

In questa scansione temporale, ricordata dai titoli, segue Finale. L’amore, dopo un incontro inebriante ci dice: impietrita come l’ultima volta che ti vidi, / ebbra di vita, tra le pieghe del sole estivo; / si ridurrà alla debole speranza di un altro assai incerto incontro, e, poi, smaltita l’ebbrezza, nel rendiconto del dare e avere, chi più aveva dato, ora, più soffre:  dopo aver tanto dato, da oscurare / il paesaggio e i volti di chi mi è accanto: / tale lascito raro ebbi da te in dono, / né ricambio di sentimenti schietti.

Segue Infine, che chiude la silloge. Siamo all’oggi, ormai, e alla maturità, perché le liriche sono state composte nel 2008. Della vita e dalla vita ha appreso molto: ormai saviamente / disillusa, leggiamo, e l’enjambement, procedimento metrico che non è il solo, ma è molto usato da Paola, e che a me sembra, generalmente, di particolare efficacia, qui viene a sottolineare, pare, come una pausa di riflessione, quasi avesse voluto concedersela, affinché la sua disillusione non derivasse da affrettate conclusioni, ma fosse veramente, come lei dice, “saviamente” ponderata. E chiude la lirica e quindi l’intera silloge, con versi che sono un inno stupendo a quella vita, che l’ha delusa e che, tuttavia, non ha inaridito i suoi sentimenti: e, come vedi, non ho / mai avuto bisogno / che d’amare”.

Tra Prima e Infine è racchiuso l’intero arco della vita di Paola Liotta, dall’infanzia al 2008, quel “meditare sul proprio vissuto”, per dirla con parole sue, affrontando i temi perenni della vita: l’amore tout court, e ne abbiamo parlato, ma anche l’amore per il padre, con il quale si sentiva un tutt’uno: Fusione immaginaria / di cieli e terra, / … eravamo, scrive in A mio padre, al quale con versi toccanti rivolge sentimenti profondi di forte affetto e di immensa gratitudine per averle dato un amore che la accompagnerà per sempre e costituirà un po’ l’analgesico al dolore della sua assenza. Questi i versi che mi piace ricordare: Non è l’ora, questa, / di dolersi né nutro / illusioni sempiterne / o un bel niente:/ ci sono, e il mio / ‘per sempre’ sarà / il tuo amore per me.  Non cerca metafisici rifugi. Qui  viviamo e scontiamo tutto quanto è possibile vivere e scontare, e qui vanno vissuti i sentimenti e gli affetti.

Ma l’affetto per il padre è tema anche di Prima, lirica già ricordata, dove nei ricordi d’infanzia, la figura del padre appare già un po’ incerta, quasi, …a predire d’’altre’ / lontananze, due versi, due emistichi, più propriamente, ancora un enjambement, che a me sembrano una meravigliosa e delicata metafora della morte.

Eguale intensità d’affetto nutre per la madre, al cui amore ha affidato se stessa; madre e figlia vivono, nei suoi versi, in amorevole simbiosi, l’una per l’altra: che sia io, in te, / Tu, in me. Lei alla madre ha affidato la sua vita, aggiunge in versi  dolci e tristi: eppure il dolore / corrode la tua mite / pazienza d’una  volta /e il mio tempo / scivola ora / fra le tue mani / vigili d’amore / lievemente,/.  E sono un’unica persona nell’affrontare il: … greve passo / per l’’ignoto’ / che è la Vita…? scrive in  Madre.

Non desidero aggiungere altro, per non abusare ancora della vostra pazienza, pur ritenendo che parlare delle poesie di Paola Liotta non credo possa spazientire l’ascoltatore, tranne che ad annoiare non fosse chi ne parla, e non vorrei essere io questo caso. Soltanto poche parole ancora, riguardo a un altro aspetto della visione della vita che emerge dalla poesia di Paola: è una vita che in gran parte si sostanzia di affetti, di elevati sentimenti, di apertura dell’animo all’altro, di fiducia nell’uomo e si scontra, invece, con la vanità, la futilità, la finzione, la delusione.

E stupisce, già dicevo, un’interiorità tanto dibattuta e tormentata più consona, a mio giudizio, a un’età più avanzata e a una più vissuta vita.

Ma la maturità non sempre procede di pari passo con l’età cronologica.  

Un’ultima cosa desidero dire, leggo ancora dal risvolto di copertina, di penna della Nostra: “tali versi sono sgorgati con semplicità, nella temporanea auscultazione di quanto, delle sue (di sé, intende), energie spirituali e affettive, si era sedimentato,…”. Ebbene, leggendo queste parole mi tornava il ricordo di quanto Sartre, nella “Nausea”, mette in bocca ad Antoine Roquentin, protagonista di quel romanzo: “Bisogna scrivere tutto come viene alla penna, senza cercare le parole”. Io credo che questo valga molto per la vera poesia, e apprezzo moltissimo la poesia di Paola, anche perché i suoi versi a me danno l’impressione che scaturiscano da una grande spontaneità, come se le ‘parole’ fluissero dal pensiero alla penna; e, tuttavia, appaiono, come gemme in un castone, tutte perfettamente al loro posto, quindi come fossero ‘cercate’, e i versi lungamente meditati. Specificità, ritengo, anche queste della buona autentica poesia.

Benito MarzianoBenito Marziano

ascoltaAscolta l'intervento di Benito Marziano alla presentazione del libro di Paola Liotta (Libr'Avola 24 ottobre 2009)

copertinaPaola Liotta
Del vento, e di dolci parole leggere...
2009, cm 16 x 22

Collana OPERA PRIMA n. 16
ISBN 978-88-96071-13-7
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Locandina per Paola Liotta
copertinaCollana OPERA PRIMAacquista
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  6. Enrico Alia, Poesii pi passatempu, 2005, 8°, pp. 80 – Esauritoacquista
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