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La letteratura giovanile,
fra scelte e imposizioni

Anche nella scuola dell’autonomia è consuetudine consigliare e/o deliberare testi letterari, a larga maggioranza di autori italiani, considerati dai docenti adatti agli studenti, sia come propedeutici al percorso formativo, sia per abituarli ai sentieri intricati dei boschi narrativi. Se alcuni di questi libri manifestano una dichiarata intenzionalità pedagogica, vedi il classico -Cuore- deamicisiano, altri in origine ne erano del tutto privi: "Il visconte dimezzato, "Il barone rampante", "Il cavaliere inesistente" di Italo Calvino, non sono creazioni pensate per la scuola o comunque ad essa destinate. Ma qualunque sia la procedura messa in atto, tali libri sembrano accomunati dal medesimo destino: scatenare nei giovanissimi e nei giovani una probabile crisi di rigetto dovendo sottostare a -progetti- di lettura calati dall’alto. L’esempio tipico è quello dei -Promessi Sposi-, sopportati di malavoglia da milioni di alunni. Bisogna scandalizzarsi chiamando in causa possibili limiti didattici? Non più di tanto. Il rifiuto dei libri imposti dagli adulti è una sorta di barriera che i giovani innalzano per rivendicare la propria indipendenza, la libertà di scelta. Ci si chiede allora se esista una letteratura giovanile, un corpus di opere consigliabile per il medio/lungo termine che faccia coesistere testi ormai consolidati dalla tradizione con quelli più gettonati dagli adolescenti, anche prescindendo dalla produzione italiana.

In altre parole, si possono ipotizzare percorsi di lettura dove s’intersecano il romanzo di formazione, la letteratura di libertà, che non considera o considera marginalmente la variabile -formazione- e il testo linguistico giovanile vero e proprio?

Ma esiste poi una letteratura giovanile? Definirla non è una questione semplice o scontata perché comprende significati diversi. Si va dalla letteratura educativa a quella elettiva, che indica i libri adottati dai giovani spontaneamente perché vi rintracciano convincenti modelli comportamentali o risposte alle supreme domande di senso, a quella giovanile per antonomasia, le opere pensate dallo scrittore per il mondo dei coetanei, spesso attanagliati dai -complessi di colpa- cercando di scippare la sufficienza nei compiti, come scrive Enrico Brizzi. Accettata la sfaccettatura della definizione, si possono tracciare sentieri narrativi spendibili in un articolato progetto di lettura.

Il primo si segnala per la presenza di due opere che affrontano da ottiche divergenti l’eterna questione della formazione dei ragazzi, inseribili all’interno del Bildungroman: il "Pinocchio" di Collodi e il "Cuore" di De Amicis. Com’è noto, in Pinocchio si alternano le cadute e le rinascite. Il bambino e il burattino si escludono a vicenda: non ci può essere rapporto fra le avventure esuberanti e romanzesche del burattino e le situazioni che determinano il suo trasformarsi in bambino con il prevalere dell’educativo. Molto diverse le motivazioni che sostengono l’opera di De Amicis. Il diario di Enrico Bottini riflette una chiara pedagogia e scandisce una tassonomia valoriale indiscutibile, che i giovani devono apprendere dagli adulti. Alberto Arbasino e Umberto Eco hanno fatto notare l’aspetto sadico del libro. Chi sbaglia deve subirne le conseguenze. Non c’è alibi che tenga. Chi non ricorda Franti, il topos del deviato impossibile da redimere. -Cuore- è stato definito un libro dalla tesi precostituita, fondato, sul coraggio, l’etica del dovere, che santifica i buoni ed emargina i cattivi, caratterizzandone i limiti e nello stesso tempo spiegandone il successo.

Il secondo sentiero è tracciato dai cicli romanzeschi di Emilio Salgari, dove primeggiano I pirati della Malesia e il Corsaro Nero. Il loro avventuroso eroismo, contraddistinto dai continui colpi di scena, è sempre sorretto dall’onore, dalla lealtà, dall’amicizia.

Il terzo sentiero è illuminato da "Siddharta", il romanzo del 1921 di Hermann Hesse, rivendicato dai giovani come un loro testo. Forse perché nel giovane Brahmino vi leggono l’incarnazione di colui che cerca, che vuole scavare nel profondo "di ogni aspetto della vita". Quel cercare che si conclude nella consapevolezza del mondo "perfetto in ogni istante", dove tutto ciò che esiste è buono, "la vita come la morte, l’intelligenza come la stoltezza", dove non esiste una morale assoluta.

Il quarto sentiero rimanda l’eco dell’immediata e distaccata contestazione del "Giovane Holden", del suo linguaggio duro ironico demistificante. Il romanzo di J.D. Salinger è stato interpretato come un’opera che si contrappone alla contemporaneità, ai suoi valori privi di valore, ai tic linguistici, incarnandosi nella costante rivolta del giovane Holden Canfield cacciato dall’ultimo collegio frequentato nell’imminenza delle vacanze di Natale. Prima di andarsene va a salutare il suo vecchio professore di storia che gli ricorda come la vita sia una partita da giocare secondo le regole."Si", risponde Holden "lo so". Ma la vera risposta se la tiene dentro: "Partita un accidente. E’ una partita se stai dalla parte dove ci sono i grossi calibri, e chi lo nega. Ma se stai dall’altra parte, dove di grossi calibri non ce n’è nemmeno mezzo, allora che accidenti di partita è? Niente. Non si gioca". Uno scetticismo crudele, senza speranza. Ma a quanto pare sono moltissimi i giovani che lo condividono. Sono tutti da condannare?

FAUSTO POLITINO

 

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