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BENITO MARZIANO (bema36@yahoo.it) ,
iscritto alla Mailing List,
ci trasmette queste considerazioni sul libro "Patrie smarrite" di Corrado Stajano,
già precedentemente recensito nella nostra Mailing da Paolo Di Stefano
(
intervento Di Stefano)
Buona lettura!

Considerazioni su Patrie smarrite

di Corrado Stajano

Ed. Garzanti

Comincio a leggere con grande curiosità Patrie smarrite di Corrado Stajano. So che il libro parla di Noto, so che l’autore è figlio di un notinese. Quanto basta per accendere una buona curiosità in un notinese. Sono ancora alle primissime pagine laddove, attingendo al diario di Domenico Russo, bibliotecario del tempo a Noto, relativamente agli avvenimenti bellici del gennaio del ’43 in città, ricorda che dopo il bombardamento del 20 della città e della stazione e gli allarmi divenuti ormai quotidiani, la paura fra la popolazione aumenta e "i più impauriti sono gli abitanti delle case vicine alla Villa." Così leggo e la curiosità diventa altro, si fa ‘interesse’ nel senso più strettamente etimologico, nel senso, cioè, di ‘essere in mezzo’, in mezzo agli avvenimenti, perché io sono là, bambino, in una di quelle case "vicine alla Villa", tanto vicina da esserci quasi dentro, e ricordo ancora quella paura e quel terrore, perché la guerra, scrive più oltre Stajano, "non si dimentica, anche se vissuta da bambini, soprattutto se vissuta da bambini."

E io non sono ancora riuscito a dimenticarla quella guerra e ancora ricordo quella paura e quel terrore. Paura e terrore che sempre torno a rivivere per ‘simpatia’, direi, ogni volta che sento di bombe che cadono su popolazioni civili e su bambini innocenti.

Più leggo e più rimango impaniato nella lettura, senza più riuscire a chiudere il libro prima di arrivare alla conclusione della prima parte, quella appunto dedicata agli eventi bellici a Noto e in Sicilia e poi agli anni del dopoguerra, quando l’autore veniva a trascorrere le sue vacanze a Noto che lui considera come la sua patria "smarrita", una delle sue due patrie, l’altra è Cremona, nella quale è nato, "smarrita" anche questa, e alla quale è dedicata nel libro la seconda parte, che leggo egualmente d’un fiato nel pomeriggio dello stesso giorno.

"Smarrite" perché la Noto e la Cremona di oggi, nelle quali ancora torna (e proprio da questi recenti ritorni nascono i ricordi e il conseguente racconto), e non vuole più tornare, sembrerebbe di capire, gli appaiono cambiate, e non in meglio.

Il viale Confalonieri di Noto gli "sembra una strada di Cinisello Balsamo, un quartiere di Malaga…" A Noto "i giovani non si distinguono dai loro coetanei di altre città piccole e grandi." A Cremona gli sembra di riconoscere i padri di alcuni suoi amici, sono invece proprio quegli amici. Non ritrova tanti luoghi della sua giovinezza e della sua infanzia, ai quali sono legati tanti piacevoli ricordi, né a Noto né a Cremona. O, almeno, non le ritrova come sono nel suo ricordo.

Non le sente più sue, queste patrie, eppure ad entrambe dedica queste pagine che sono un sofferto canto d’amore, sofferto perché l’amore non gli impedisce di scorgere i loro difetti che poi sono un po’ i difetti di questo nostro tempo, delle nostre città saccheggiate dalla speculazione, omologate da un malinteso senso di modernismo. In gran parte vero. Anche se io non credo, in fondo, che il nostro tempo, le nostre "patrie" siano tanto peggiori dei tempi passati e di quelle "patrie". Credo, piuttosto, che forse siamo un po’ annebbiati nel giudicare quei tempi migliori di quelli attuali, ché ci fa velo il rimpianto di quell’età che avevamo allora e che non può più tornare. Anche a Stajano accade, a me pare, di confondere i tempi con la sua giovinezza e la sua infanzia.

Non mi trovo d’accordo con certo risentimento che il libro ha suscitato in alcuni notinesi che, a sentire delle voci, trovano offensivo quanto vi si dice a proposito di alcune peculiarità del nostro carattere di siciliani: del nostro disinteresse per la cosa pubblica, per esempio, controbilanciato da un soverchio interesse per la privata; e simili affermazioni che non sto qui a riportare, ma che credo per buona parte condivisibili.

Libere tutte le opinioni! Ma veramente riteniamo di essere immuni da tante di quelle pecche che oggi Stajano ci rimprovera, ieri tanti altri, e anche siciliani, ci hanno rimproverato? Io credo che, a non essere affetti da una sorta di scotoma mentale, ci dovremmo rendere conto che se troviamo tanto da lamentarci per come vanno le cose in questa nostra terra, ci deve essere una qualche responsabilità di qualcuno, ma ci deve pur essere, almeno, una nostra corresponsabilità. O fanno tutto gli altri e la fatalità? Non è possibile che se prestassimo un po’ d’attenzione a come gli altri ci vedono, potremmo conoscerci meglio? Non è conoscendosi meglio che ci si può migliorare?

Mi è capitato anche di leggere su un giornale locale, in questi giorni, una breve nota sul libro in questione, che sostanzialmente si riduce all’accusa di anticlericalismo a Stajano per avere scritto: "La Chiesa e le famiglie nobiliari sono dalla metà del Settecento le padrone della città."

Ma si dimentica che l’operato della Chiesa in quel tempo, e non soltanto a Noto, è già consegnato alla Storia e Stajano non ci mette niente di suo, ce lo ricorda semplicemente.

D’altra parte se la Chiesa non sentisse un qualche disagio per il suo operato nel passato, non ci accadrebbe di sentire il Papa chiedere continuamente scusa a destra e a manca.

Più realista del papa?

E come si potrebbe non condividere pienamente quanto scrive ancora Stajano: "Si tenta di riabilitare, falsificandolo, un lugubre passato, si mettono sullo stesso piano di giudizio i carnefici e le vittime, i morti per la libertà e la giustizia e coloro che hanno agito per soffocarle."

È opera meritoria di quanti, come lui, sostengono ancora il dovere di ricordare, specialmente oggi che tante sirene si fanno avanti (chissà poi quanto disinteressatamente!), per tentare di convincerci a dimenticare, a ‘confondere ogni erba’, per cui può accadere di sentire (appena pochi giorni or sono perfino dalla più alta carica dello Stato), frequenti sollecitazioni a tener conto, nel giudizio storico anche della ‘buona fede dei ragazzi di Salò’?

Un’inesattezza desidero segnalare (all’autore, se mai dovesse capitargli di leggere queste brevi considerazioni), senza peraltro niente voler togliere a questa sua pregevole fatica, in merito alle vicende relative al tentato sacco di Vendicari. Si ascrive, a questo proposito, a merito dei Verdi aver salvato Vendicari. Non mi pare che siano andati esattamente così, i fatti. Intanto, se la memoria non mi inganna, i Verdi sono apparsi sulla scena politica più tardi di quando si verificarono gli avvenimenti. Almeno i primi, quelli relativi alla vicenda ISAB. Inoltre perché chi si batté per salvare la prima volta, appunto, Vendicari, dal tentativo di insediarvi la raffineria ISAB, fu la sezione locale del PCI, rimasta sola e isolata in quella battaglia. Chi scrive ricorda le accuse che ci venivano rivolte (ero militante comunista), le più benevoli di essere ‘ipocriti che dicevamo di lottare per il lavoro e quando il lavoro veniva offerto, spingevamo la gente a rifiutarlo’.

Personalmente fui quasi aggredito, trovandomi per acquisti in un negozio, da altri acquirenti, perché difendevo le ragioni dei comunisti contro l’insediamento dell’ISAB, a salvaguardia dell’ambiente. Rimanemmo isolati nell’astiosa e minacciosa avversione generale; salvo il rinsavimento di molti e il riconoscimento di tanti qualche tempo dopo, quando i cittadini di Marina di Melilli dovettero abbandonare le loro case per l’inquinamento della zona dovuto a quella stessa raffineria che da quelle parti aveva trovato di gettare le ancore.

La seconda volta l’assalto a Vendicari venne tentato da un gruppo di imprenditori che volevano impiantarvi un grande albergo e, mi pare, anche un villaggio vacanze. E anche questa volta, questi altri più che spregiudicati speculatori trovarono orecchie pronte a Noto. E ancora, anche questi si trovarono di fronte a contrastare le loro mire la sezione del PCI, non più da sola ora, pronta a difendere quel territorio che ora costituisce la riserva di Vendicari.

Questo per precisione e amor del vero. E senza niente togliere al valore di un libro che, a mio giudizio va letto come un grande atto d’amore di Stajano per le sue "patrie", e che mi auguro abbia la diffusione che merita.

Benito Marziano

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