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L'ACCADEMIA DEI PASTORI IBLEI DI AVOLA

di Paolo Randazzo

"Accademia dei Pastori iblei - Avola: da Ibla, antico nome di Avola, preser nome nel sec. XVIII questi accademici, di cui non ci riuscì d'aver altra notizia": solo questa breve nota, null'altro, è quanto il Maylander, nella più completa opera sulle accademie italiane(l), riporta intorno all'accademia letteraria che fiorì nell'Avola ricostruita negli ultimi decenni del '700. Eppure qualcos'altro si potrebbe dire (non molto per la verità, ché ancora uno studio completo ed organico in tal senso non è stato compiuto) intorno a questa Accademia, di cui si hanno notizie concrete e qualche documento solo a partire dal 1775.

Proviamo qui, tuttavia, a fornire quelle che possono essere le coordinate cronologiche di questa Accademia e quelle che potrebbero esserne state le linee fondamentali della fisionomia culturale. Tre anzitutto sono i luoghi da cui attingere le notizie che riguardano i Pastori Iblei e da cui potrebbe essere avviato uno studio più approfondito: gli archivi ecclesiastici (riguardanti la curia vicariale)(2), il fondo Gubernale della Biblioteca Comunale di Siracusa(3) ed infine la biblioteca privata di Giuseppe Bianca.

Dalle notizie che ci sono pervenute possiamo riferire che l'Accademia dei Pastori Iblei venne fondata dal sacerdote Carmelo Fiore, "dotto poeta e accademico degli Aretusei e dei Febei di Siracusa"(4), prima del 1775 e le sue adunanze è probabile che si tenessero tre volte l'anno nella chiesa di S.Venera. Del resto già in quell'anno l'Accademia avolese aveva ricevuto il consenso del Vescovo di Siracusa, Giovan Battista Alagona, che anzi s'era dichiarato onorato di veder sorgere nella sua Diocesi siffatte accademie(5).

Del 1778 è poi un elenco di diciassette accademici, che è riportato dal Gubernale: in esso sono indicati oltre al nome e al casato di ogni singolo aderente, anche, per così dire, la condizione civile (dieci religiosi, cinque nobili, un "civile", un medico) il nome accademico, di chiara ascendenza arcadica, (ad esempio Aminta Florillidio, Tirsi Lenonio, Egisto Montano) e il titolo accademico (principe, segretario, pastore)(6). Sempre il Gubernale, nei suoi Annali avolesi, ci riporta la notizia che il 20 aprile di quello stesso anno si tenne un'importante seduta straordinaria dell'Accademia in onore di Padre Pasquale Carpano d'Avola, allora eletto ministro provinciale dell'Ordine dei frati minori osservanti.

Ma quale fu la fisionomia culturale di questa Accademia? Anzitutto essa non doveva avere alle spalle una grande tradizione culturale cittadina in cui innestare la propria attività (come, ad esempio, la ben più antica e gloriosa Accademia dei Trasformati della vicina Noto) e, forse, cosciente di ciò, dovette cercare di ricollegarsi più che al povero passato di Avola al suo fervido presente di cui doveva consapevolmente rappresentare la più alta espressione culturale. Ed è in quest'ottica che va vista la veste pastorale che essa si volle dare (senza pur mai associarsi, come diverse altre accademie siciliane contemporanee, all'Arcadia romana e al suo movimento letterario nazionale). In tal senso i monti Iblei, cantati dai poeti antichi per le loro api e per il loro miele, dovettero apparire ai Pastori iblei uno scenario simbolico perfetto: la loro irrinunciabile "Impresa". Scenario simbolico che si rivela con esattezza ad un esame, anche superficiale, del diploma che l'accademia rilasciava ad ogni suo membro: inalto, in posizione centrale, appare l'effige della dea Ibla, abbigliata e coronata di fiori, che porge il celebre timo, di cui sono ricchi i nostri monti, ad un sciame di api che vi suggono il miele della scienza. Sopra la dea vi è l'epigrafe latina probata libant; sullo sfondo appare lo scenario dei monti Iblei e precisamente i tre speroni rocciosi sui quali sorgeva l'antica Avola; ed ancora, sul basamento di una colonna, è riportato un verso delle metamorfosi ovidiane "Melle nova gravidas mitis videt Hybla catervas". Sotto tale effige v'è infine la formula, in latino, con la quale i "melliflui" Pastori della florida Ibla Maggiore accoglievano ogni nuovo membro che doveva scegliersi uno pseudonimo pastorale secondo la tradizione accademica(7). Una cultura di stampo arcadico ma nient'affatto povera e chiusa in se stessa: in un libretto stampato per la suddetta occasione, alla corona di sonetti celebrativi vien premessa un'orazione di Pasquale Modica, dei Baroni di S.Giovanni, il quale, nell'elogiare il Padre Pasquale Carpano, ne ricorda infatti la sicura conoscenza di autori e filosofi moderni quali Cartesio, Gassendi, Wolf, Newton.
Fino al 1778, dunque, i documenti che ci informano sulla attività dell'Accademia. E' probabile, data l'assenza di documenti che ne attestano l'attività (ma è un'ipotesi che va meglio provata) che gli ultimi decenni del '700 abbiano visto per l'istituzione culturale un momento di stasi (non si dimentichi del resto quali rivolgimenti politici e culturali stavano investendo l'Europa di quegli anni). A conferma di ciò può essere indicato un sonetto composto da Giuseppe Bianca (pure lui membro dell'Accademia) nel 1819 e intitolato "Per la ristaurazione dell'Accademia dei Pastori iblei", quasi ad indicare un tentativo di rivitalizzazione dell'istituzione. Ma la storia e la cultura si muovevano ormai per ben altri percorsi e negli intellettuali avolesi si facevano strada le nuove idee risorgimentali: anche Avola ebbe infatti la sua carboneria e partecipò ai moti del '48. Anche per Avola si apriva, insomma, un nuovo capitolo di storia.

1) M. Maylander, Storia delle accademie d'ltalia, 5 voll., Cappelli, Bologna 1926-30, vol 4°(Litana-Rinnovati) p. 238.

2) Cfr. lo studio di A. Caldarella, S.Venera, Libreria Editrice Urso, Avola 1982.

3) Soprattutto sono interessanti e ricchi di notizie in tal senso i tre volumi (VII/VIII/IX) degli inediti Annali avolesi, che registrano le vicende della cittadina iblea nel periodo che va dal 1650 al 1800

4) Ibidem., vol IX, (anno 1778) p. 470. 5) Cfr. A. Caldarella, op. cit., p. 74.

6) G. Gubernale, op. cit, (anno 1778) p. 471. Questi i nomi riportati: Fiore Carmelo (sacerdote), Bellomia Giuseppe (sacerdote), Battaglia Anzalone,il nome è illeggibile, (sacerdote), Bongiorno Corrado (sacerdote), Bongiorno Rosario (nobile), Carpano Pasquale (provinciale degli Osservanti), Celestri Corrado (dottore in medicina), Caruso Franco (sacerdote), Di Giorgio Corrado (sacerdote), Fardella Antonino (abate), Gagliola Domenico (nobile), Gagliola Pietro (sacerdote), Giuseppe Guarino d'Avola (cappuccino), Greco Corrado (nobile), Modica Pasquale (nobile), Piccione Rosario (civile).

7) Vedi il diploma accademico rilasciato nell'aprile del 1819 a Giuseppe Bianca, che assunse lo pseudonimo di Meronte Lariseo.

Paolo Randazzo


[...]Avola seguiva e rispettava un certo suo tradizionale principio araldico. Nessuno aveva un titolo di barone o marchese. Raschiando nella tradizione come si fa coi muri nel tentativo di rintracciarvi vestigia di affreschi, qualcuno si qualificava nobile per avere scoperto fra le cose vecchie di famiglia qualche ritratto ad olio di un suo antenato vestito in una certa foggia in uso presso i gentiluomini titolati del tempo.Municipio Avola
Codeste pallide ingenue nostalgie nobiliari dise gnavano sul sereno volto di Avola un dolce impercettibile sorriso. Ella era la sola, la vera nobile, ed il suo stemma superava in gentilezza, cavalleria, umanità tutti gli stessi dell'intiera nobiltà di Sicilia. Non aquile, non leoni, non leopardi, non armi, non corazze, non cimieri. Il suo blasone annunciava la serenità del vivere che non ha tempo, che non ha epoca, la vita di sempre: uno scudo leggermente convesso sul quale campeggia ben visibile la Croce, e due coroncopie ricurve legate alla base da un nastro sorreggono lo scudo e lo presentano quasi offerte da due morbide braccia muliebri, tre capi simmetricamente in volo verso l'alto, il tutto sormontato da una possente corona marchionale. A parlarne parrebbe una cosa complicata. Ma, alla vista, lo stemma si rivela armonioso, semplice, spontaneo. La spontaneità ` era come l'immediata rivelazione del carattere di Avola, parsimoniosa e prodiga, sensibile alla belIezza elargita dalla sua marina e dalla sua campagna.

Teocrito Di Giorgio,
Un pugno di case, Trevi, Roma 1973, pag. 83

 

Avola
Liliane Dufour
Henri Raymond
Dalla città ideale alla città reale
La ricostruzione di Avola
1693 -1695

1993, 8°, pp. 156, ill.
Euro 23,00

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La ricostruzione di Avola nel contesto globale del Val di Noto in un cantiere urbano dell'epoca barocca e nella contabilità del duca di Terranova, proprietario del luogo. Consenso della popolazione nel cambiamento del sito dopo il terremoto del 1693 e impegno dell'Amministrazione feudale permettono di realizzare in tempi eccezionali il nucleo originario della città.
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Cos'è successo in questa vasta, solare piazza d'Avola?

Si muove tra i fitti filari di mandorli, fra l'oro delle foglie, dei malIi sparsi a terra. Si muove sulla strada dove avvenne in un dicembre ormai lontano l'eccidio dei braccianti.

Su quella statale centoquindici, su quel terreno della Chiusa di Carlo, all'improvviso sparò e sparò la polizia contro i lavoratori scioperanti per il rispetto dei contratti, contro l'ingaggio di mano d'opera in piazza, la prepotenza di padroni e caporali. Saltarono i muretti, corsero per la campagna dell'inverno, sotto i rami spogli, caddero morti a terra Scibìlia e Sigona, caddero i feriti.

Avola del terreno arso, del mandorlo, dell'ulivo, del carrubo, della guerra con il sole, con la pietra, la città nuova di geometrica armonia, di vie diritte, d'ariose piazze, d'architettura di luce e fantasia, Avola dei liberi braccianti era adusa alle proteste, alla lotta per la difesa dei diritti: nel Venti i soci di cooperative e leghe occuparono il feudo Stradicò della marchesa di Cassibile, nel Ventidue si scontrarono coi fascisti, nel Ventiquattro distrussero gli uffici daziari...

La vasta piazza quadrata, il centro del quadrato inscritto nell'esagono, lo spazio in cui sfociano le strade del mare, dei monti, di Siracusa, di Pachino, fu sempre il teatro d'ogni incontro, convegno, assemblea, dibattito civile, la scena dove si proclamò il progetto, si liberò il lamento, l'invettiva. È fuori dagli agglomerati secolari, dagli intricati labirinti, dalle viuzze scoscese e serpeggianti, dalle fabbriche ammassate, dalle piazze anguste, dai muri gonfi d'umidore, crepati per vecchiezza, dalle eredità paralizzanti, dalle ipoteche umilianti, è dentro gli spazi piani e razionali, nelle misure d'Archimede e di Cartesio, è nella chiarità solare, è nella luce di ragione i l tempio di democrazia? Un tempio umile, paesano, di tufo luminoso, simile nell'idea, nella sostanza a quello nobile dello Sposalizio di Raffaello, della Prospettiva attribuita a Piero, è stato forse al centro di questa rara Avola in Sicilia, di quest'Apicola soave e laboriosa, di questo nuovo paese ricostruito al piano dopo il terremoto, di questa vittoriniana città del mondo che dalla bellezza trae giustizia e armonia.

"Per ordine del Sig. Principe di Santa Flavia e Sig. Consultore fu inviato a quella città il fratello Angelo Italia della Compagnia di Gesù, Maestro Architetto per osservare il sito più opportuno e l'aria più salubre per la reedificazione della nuova città. Si conferì sopra loco il suddetto frate Angelo et osservando con ogni esattezza tutto il territorio di Avola, non trovò luogo e sito migliore che il fegho dell'Università di Avola detto Mutube nel quale si tirò la nuova città nella forma che fu trasmessa a V.E. lontano dal mare da un miglio e mezzo circa in una bellissima amena e larga pianora... Nel mezzo della città passa l'acqua della fontana detta Miranda..." (Relatione di quanto si è operato nella nuova città d'Avola dal giorno del terremoto 11 gennaio 1693 a questa parte).

Entra nel vasto spazio nell'ora della luce umana' della calura che si smorza, nel meriggio tardo ch'era in passato del brulichìo, del brusìo sulla piazza dei gruppi fitti degli agricoltori, dei braccianti, degli artigiani, dei possidenti, dei professionisti, dei borghesi avanti ai circoli dei giornali fissati all'asta col lucchetto, ai bar delle granite, delle orzate, sotto il cielo fitto dei voli obliqui, degli stridi, dei rintocchi di San Nicola, di Santa Venera, Dell'Annunziata, che ora è vuota, deserta, sfollata come per epidemia o guerra, rotta nel silenzio dal rombare delle motociclette che l'attraversano nel centro per le sue strade ortogonali, occupata ai margini, sui gradini della chiesa, nell'ombra dei portali, da mucchi di giovani con l'orecchino al lobo, i lunghi capelli legati sulla nuca, che fumano, muti e vacui fissano la vacuità della piazza come in attesa di qualcuno, di qualcosa che li scuota, che li salvi. O li uccida. Cos'è successo in questa vasta, solare piazza d'Avola? Cos'è successo nella piazza di Nicosia, di Scicli, Ispica, Modica, Noto, Palazzolo, Ferla, Floridia, Ibla? Cos'è successo in tutte le belle piazze di Sicilia, nelle piazze di quest'Italia d'assenza, ansia, di nuovo metafisiche, invase dalla notte, dalle nebbie, dai lucori elettronici dei video della morte?

Vincenzo Consolo
L'olivo e l'olivastro, Mondadori, Milano 1994


 

PIAZZA CENTRALE

Fa quadrato
attorno
ad un potere inesistente.
Né re, né repubblica
si imposero mai
nell'alternanza dei nomi,
in questa piazza Centrale.
C'era una volta
la voglia d'incontro:
amicizie, rancori e progetti di fama straniera.
Coacervo di sentire privato
e di rivendicazioni sociali.
E su tutto, l'umore lasciato
da una chiacchiera al bar.

Franco Caruso
in ...e il tuo profumo inonda il domani
Libreria Editrice Urso, Avola 1987 pag.47

 


D'accordo le luci sulla piazza...

[...]La strada porta dritta al mare. Da qui, oltre il fondo impercettibile della strada, si vede l'azzurro del mare che si apre sopra le due file rettilinee di case basse, libero fino all'orizzonte. Due chilometri, dalla stazione alla spiaggia: la strada è una lastra d'asfalto lucida e scivolosa. Sui marciapiedi riposano ad asciugare le mandorle, i pomodori tagliati a metà, le salse dentro grandi piatti colorati, il loro odore caldo. Verso sera le donne sistemeranno tutto sulle terrazze. Dalle terrazze getteranno uno sguardo verso il mare. Raramente lo guardano da vicino.

D'accordo il mare. D'accordo le case basse, le donne che passano, le facciate barocche. D'accordo le luci sulla piazza, i gelati alla mandorla. All'inizio, ho tutto amato. Poi il tanfo acre dell'immondizia sulle strade, il piscio dei cani, i lunghi scarafaggi marroni, il ghigno sdentato dei vecchi fermi sotto i lampioni o seduti sulle panchine della villa a gettare malizia sulle caviglie delle poche turiste.

Ho preferito i pini stanchi di neve, il verdone posato sulla balaustra, le chiazze scure sulle montagne, la leggerezza dello scoiattolo, la luce tagliata dai rami. Meglio i ghiaccioli pendenti dalle tettoie, il beccare nervoso della cinciallegra, i passi scricchiolanti nel silenzio. Perciò ora non dirmi che è meglio il tuo paese di voci lunghe e di strilli e di clacson e di merda a ogni angolo, di tanfi, di vomito sulle piazze, di case cadenti e cadute, di balconi storti, di tetti sfondati, di pozzi neri che affiorano ovunque, di sputi scivolosi, di topi grossi come cani, di cani bavosi, di donne nere e di ladri, di venditori ambulanti che gridano e puzzano come pecore, di schiume grigie lungo i marciapiedi, di scialli neri, di odore acido delle tonnare e di baci umidi e falsi. I tuoi vicoli di uomini curvi e di peperoni indigesti. E di donne grasse sedute che un giorno ho finito di amare. Anche il latte di mandorla è diventato aspro. Tu hai continuato a berne bicchieri e bicchieri.
Paolo Di Stefano,
Baci da non ripetere,Feltrinelli, Milano 1994


 

PIAZZA TRE LEONI
Non ruggite leoni;
leoni della fontana;
il vostro silenzio, da solo,
Ci annienta.
Inutile olocausto, è il vostro,
morti dell'obelisco,
se spadroneggiano ancora
oggi i tiranni di ieri.
E verrà, infine,
questa agognata, rivoluzione.
E andrà, ancora, la Madre,
nel venerdì santo, a cercare
il suo figlio smarrito?
E quell'incontro sarà, poi,
tregua
all'angoscia dell'uomo?

Franco Caruso
in Metti in valigia un'emozione
Libreria Editrice Urso, Avola 1986, pag.46


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29/12/2003 Foto ricordo incontro Avolesi.it
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Fax 0039 0931 834911
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ora del popolo
Giuseppe Gaetano Alia
L'ora del popolo
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"L'Ora del Popolo" iniziò la sua propaganda politica in occasione delle prime elezioni amministrative del 10 marzo 1946, ripetendosi in occasione delle successive campagne elettorali. Socialisti, comunisti, repubblicani e Partito d'Azione vi parteciparono con una lista di sinistra sotto il simbolo della falce e martello. Principale ispiratore, il maestro Giuseppe Gaetano Alia, candidato al Consiglio Comunale. Le trasmissioni sostituivano brillantemente i comizi elettorali del tempo, anche per le prolusioni politiche sostenute con passione e con accanimento dal professore Sebastiano Rizza.
Giuseppe Denaro

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