Giorgio Morale |
Per continuare una discussione È bello, arrivando ad Avola per una brevissima visita natalizia, essere accolti con l’invito a una discussione in libreria da Ciccio Urso, la sera del 29 dicembre 2007, a discutere su Perché si legge perché si scrive. E mentre intorno impazza la festa, far festa in mezzo ai libri e rivedere alcuni e conoscere altri: Ciccio, Michele, Liliana, Paolo, Corrado, Leonardo, Enzo, Salvatore, Benito, Nino e altri che in questo momento mi sfuggono. E siccome alle cose belle si vorrebbe dare un proseguimento, e da amanti dei libri le stesse domande ce le faremo sempre, ecco che faccio seguito a quel paio d’ore di discussione con alcune domande e con una mia personale testimonianza sulla lettura.
Per Nino: tu dici che la scrittura è, in accordo con una visione freudiana, pulsione. D’accordo, però: è solo questo? Nient’altro? La psicanalisi ha superato i 100 anni, allora perché non chiamare in causa anche altri fondamenti come l’inconscio collettivo di Jung o la volontà di potenza di Adler o il trauma della nascita di Ferenczi o le nuove ricerche di Hillman? O quello che, al di fuori dell’ambito psicanalitico, hanno detto filosofi, scrittori e poeti? Per Enzo e Leonardo: per voi la scrittura è terapia, d’accordo, e salva la vita. Il problema che pongo è: salva la vita anche una medicina, la vicinanza di una pianta o di un animale, una carezza, la benevolenza dell’ambiente… ma la scrittura ha un suo specifico oppure no? E se ne ha uno, qual è? Per Benito e Salvatore: si scrive per se stessi, voi dite, e chi scrive è il primo lettore di se stesso. Ma qual è il motivo per cui io come lettore non leggo in continuazione solo me stesso ma mi nutro della scrittura di un altro e ne faccio sangue del mio sangue? Perché, oltre l’individuo, c’è l’opera che avanza? A quali condizioni questo si realizza e perché? Io e la lettura: la libertà è un libro aperto Il mio angolo, la lampada, il libro. Disteso in perfetta immobilità, il corpo raccoglie la leggera brezza, inavvertita in posizione eretta. La radio rimane sullo sfondo, in attesa che qualcosa desti un picco d’attenzione e la riporti in primo piano. Presto la musica diventa d’intralcio alla lettura. Parole e note si contendono l’attenzione. Le parole, come la musica, vanno prese goccia a goccia, nota per nota. Tutta la stanza, le pareti, i mobili sono raccolti e concentrano il loro essere nel favorire la mia lettura. Da certi libri mi sento scoperto. Il libro parla – a me; sa – di me – cose ch’io ignoro. Avverto come un ronzio: la mia voce e un’altra. Come l’arte, non cerco la lettura, la lascio accadere. È come respirare, mangiare, bere, dormire, defecare, orinare: così è per me leggere. Mangiare ha i suoi orari, defecare i suoi luoghi, ma di respirare non smettiamo mai. Ugualmente io di leggere. Non perché legga in continuazione, ma perché la lettura agisce in continuazione. Il contenuto di ciò che leggo si integra con la vita quotidiana e diventa un elemento del vivere: aria, nutrimento, anima. Leggo sul divano, a letto, in coda al supermercato e alla posta, sul tram e in treno. E soffro l’astinenza come un digiuno forzato. Poi mi ricordo di Sbarbaro: Non avverto nessuna parentela con chi in treno, invece d’aver l’occhio al paesaggio, non importa se visto le mille volte, lo tiene su un libro, sia pure la Commedia. Ho grande stima di Sbarbaro, allora chiudo il libro – e guardo: il mondo, le persone. Alberi, erbe, qualche cosa. Arpino diceva che scriveva in piedi. Bello. Bello anche leggere in piedi. Anche i libri, come i pensieri, hanno bisogno d’aria. Alcuni libri li leggo così: sfoglio e leggo qualche frase. Ad esempio: * * *
Ho letto per la prima volta l’Odissea sul terrazzo di casa. Il mare, in lontananza. Il mare visto e il Il mio amico Orazio riuscì a suscitare in me un altro interesse: la filosofia. Ogni giorno, nell’ora stabilita per le mie uscite, appena varcata la soglia di casa di Orazio, per me il mondo si faceva meno opprimente, la solitudine svaniva, noia e malinconia perdevano ogni connotazione negativa, anzi esaltavano progetti: di opere e azioni, fughe e rivoluzioni. Ricordo la Germania dell’emigrazione, la monotonia dei pasti consumati in silenzio, l’eternità dei faccia a faccia che contano i bocconi. Poi guardavo fuori. Dai vetri orlati di vapore, sempre lo stesso tratto di città. La libertà era un libro aperto. Ricordo quelle sere d’estate in cui il mondo è in attesa di qualcosa che non arriva e s’invoca la cessazione di tutto. Mi affacciavo alla finestra e guardavo. Tante luci accese, tante ferite nel buio. Era come essere in un sommergibile o in una tenda a ossigeno. Né vivi né morti, sospesi fra due regni, come gli eroi greci morti senza sepoltura. Come dice Paula Fox, la libertà era una biblioteca pubblica. Ricordo i primi tempi a Milano. Leggevo al buio, sul tram, per strada. Leggevo male, perdevo il segno, ricominciavo daccapo. Famelico. * * * Ripenso a tanti libri letti di corsa, pensando: Ci sarà una seconda volta. Eppure, quando? Leggo da quando avevo cinque anni, ma ci sono tantissime cose che non ho letto e tante cose che ho dimenticato. A volte mi sembra che dovrei ricominciare a leggere tutto daccapo. Come ricominciare la storia del mondo, a partire proprio da Assiri e Babilonesi. Mi vedo leggere a un tavolo, mentre cade la pioggia. L’imposta del balcone è aperta. Posso guardare fuori: un pezzo di cielo e la casa di fronte. Leggo leggo e quando mi fermo avverto brividi di freddo. Mi aggiusto sulla sedia e muovendomi faccio traballare il tavolo. Godo di questa posizione abituale e mi compiaccio di prolungarla. Il letto è sfatto, ma non in disordine, si affonda quanto basta per indicare il mio passaggio. Davanti a me stanno pile di libri. Leggo leggo e di frase in frase aspetto una rivelazione. |
Un poeta canta meglio
quando è calpestato Arriva la primavera, la natura si risveglia, il sangue circola più veloce nelle vene e il poeta canta l’“antica festa crudele”. “Molto
mi piace la lieta stagione di primavera… A cantare così è il poeta-feudatario Bertran de Born. Tu Fu, il poeta-saggio, canta diversamente. “Non comprendiamo
perché mai l’imperatore, Oppure: “Laggiù,
ho sentito, si è abbattuta la catastrofe E altrove: “Nessun
suono di battaglia nei campi incolti sotto un
cielo terso * * * Il desiderio di Tu Fu è un altro: “Di nuovo mi tormenta senza
tregua La natura, sempre potente, in lui appare spesso impastata di fango e sangue. “Monti coperti di neve, fiumi
gelati, campi spazzati dal vento Anche la bella stagione, quando arriva, non porta con sé l’attesa gioia di vivere: “Racconta storie non vere il
canto gioioso degli uccelli… Il Poeta dà voce alle domande della gente comune: “I funzionari del distretto
rapidi esigono le imposte “E se anche tu, signore, volessi
interrogarci “Signore, hai visto sopra il
Lago Verde “Da quando ho inviato l’ultima
lettera a casa “Di quante vite si è compiuto
il destino? Questa è la domanda della nuova sposa: “Di sera le nozze, all’alba
l’addio Questa è quella della bella donna: “I miei fratelli andarono al
massacro E questa quella del padre che ricorda il figlio bambino: “E’strano come in tua
assenza le stagioni si affrettino Quando parla d’altri, Tu Fu parla di sé; e sa parlare di sé come se parlasse d’altri. * * * L’interrogazione è il gesto linguistico più ricorrente in Tu Fu ed esprime la meraviglia infinita di quest’uomo che tanto ha vissuto di fronte a quanto tra gli uomini possa succedere. Ci parla di un’età di disordine e incostanza. Ma quale epoca non è di disordine e incostanza? “Disordine e incostanza in che conto metterli?”. “E alzandoci in volo senza accettare regole a che cosa miriamo?”. “Chi vuole in tempi così densi
di pericoli “Nel fluire della vita che
score inarrestabile “Sono triste, perché sono triste?”. “Come posso per un giorno intero tener dietro ai miei mesti pensieri?”. “Chi dopo tanto disordine vorrà tornare indietro?”. Sono domande che, senza essere retoriche, non esigono risposta. Il silenzio le accoglie e le amplifica. Benché sia fedele all’ordine costituito e abbia vissuto anche vicino al potere, Tu Fu sa, con Confucio, che, se c’è disordine e incostanza, il potere ne è il primo responsabile. Quando nell’uomo di potere prevale l’interesse personale, si crea una divaricazione insanabile tra il potere e la gente, l’esecuzione formale di un dovere e il rispetto della natura umana, il palazzo e l’umile dimora, la ragion di Stato e la sfera dell’individuo e della famiglia, la volontà di potenza e le regole del vivere civile, la guerra e la pace. Alla fine a essere questionata è la natura umana. I suoi limiti invalicabili. La guerra appare una legge della storia. “La morte non m’ha voluto “C’è da chiedersi
dove mai si possa “Io triste penso nella dolce
notte “Quando domina il principio
maschile,
* * *
Tu fu si contende con Li Po il titolo del più grande poeta cinese. Delle sue poesie, circa 1500, non esiste una edizione italiana. 34 poesie sono inserite nell’antologia Poesie di pace cinesi pubblicata da Guanda nel 1975, 38 nel volume collettivo Li Po, Tu Fu, Po Chu’i, Coppe di giada, edito dalla Utet nel 1985. Nessuno dei due libri è più in commercio. Così Due antichi poeti cinesi: Tao Yuan-Ming e Tu Fu di Sheiwiller, del 1988, che contiene 18 poesie. Parecchie delle poesie presenti nelle tre raccolte sono le stesse. Ciò vuol dire che in Italia possiamo leggere al massimo circa 50 sue poesie, a cercarne qualche raro esemplare nelle biblioteche.
“Per due anni ospite della
capitale dell’Est Ha sofferto problemi economici, spostamenti da una città a un’altra, disordini politici e rivolte, persino prigionia. Pare che notizie sulla vita di tutti i giorni come quelle che sono presenti nelle sue opere siano abbastanza rare nelle storie ufficiali del tempo. Leggo che in Cina è chiamato “il poeta santo” o “il poeta saggio”; che è stato uno sperimentatore di temi, metri e registri e che ciò lo ha reso un maestro in Cina e in Giappone.
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COMPITO:
racconta la tua estate Appunti di viaggio: in Grecia di Giorgio Morale
(Milano 10 settembre 2006) |
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