Paolo
Di Stefano |
Paolo
Di Stefano è nato
ad Avola nel 1956,
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| NON-LUOGHI di Paolo Di Stefano Viviamo nella surmodernità, e la surmodernità produce non-luoghi. E questa lopinione dellantropologo francese Marc Augé. Secondo lui, i non-luoghi sono gli spazi anonimi della contemporaneità in cui si annullano le coordinate di spazio e di tempo. Non-luoghi sono le autostrade, gli autogrill, i villaggi turistici, i parchi-gioco, gli aeroporti, le catene alberghiere, quegli spazi che non riescono a incidere sulla nostra identità né sul nostro rapporto con gli altri. Si sa che cambiando la cultura, cambiano anche i luoghi topici della letteratura: se a Dante può capitare di intravedere il profilo di Beatrice in chiesa, oggi sarebbe pressoché impensabile per uno scrittore situare lincontro tra due giovani in Santa Maria Novella o in Santa Croce. Così, sarebbe improbabile pensare al salotto quale luogo di avances amorose, come fu per Zeno Cosini. La letteratura italiana più recente ha metabolizzato i non-luoghi del nostro tempo, integrandoli spesso come scenari di romanzi e racconti. E dunque un peccato che un volume appena apparso, Luoghi della letteratura italiana (a cura di Gian Mario Anselmi e Gino Ruozzi, editore Bruno Mondadori, pagg. 397, euro 24), ne tenga conto solo parzialmente, anche se è vero che i curatori hanno laccortezza di escludere subito lambizione di essere completi. Qualcosa dei non-luoghi, pur tuttavia, cè. Come alla voce Autostrada, dove giustamente si segnala la Tangenziale dellOvest presente in una poesia di Alda Merini, lAutosole di Lucarelli con le macchine in coda eterna, il Grande Raccordo di Lodoli, dove un camion vale laltro e la fuga autostradale raccontata da Gabriele Romagnoli nel romanzo In tempo per il cielo. Si sarebbe potuto aggiungere almeno un altro Lucarelli, scelto tra Un giorno dopo laltro (con un killer in viaggio lungo unautostrada nera) e Falange armata (che anticipò le vicende della Uno Bianca). Ci sarebbe solo limbarazzo della scelta. Il non-luogo autostrada connette spesso altri non-luoghi. Permette di raggiungere un aeroporto (sempre in Lucarelli) o una discoteca, non-luogo per eccellenza della gioventù. Nel suo ultimo romanzo, Eccetera, Emilio Tadini ha raccontato tanti di quei non-luoghi che cè quasi da perdere la testa. E in realtà la perdono, la testa, molti suoi personaggi. Il primo non-luogo di Eccetera è la macchina (un disastro a motore) su cui viaggiano quattro giovani per una notte intera. Cè la Light Night, la discoteca che vorrebbero raggiungere. Cè la strada buia percorsa da Toro Seduto e dalla sua scalcinata banda di amici. Cè anche un non-luogo delletere che è Radionotte notte, dove ogni dialogo tra il dj e il suo pubblico è assenza e vuoto. Per la verità, Tadini è un esperto di non-luoghi: si pensi alla periferia milanese raccontata ne La tempesta, erede ormai annichilita della marginalità sociale ma umanissima narrata da Testori. E poi ci sono altre discoteche, nella narrativa italiana recente, che andrebbero prese in seria considerazione: per esempio quelle di Giuseppe Caliceti in Fonderia Italghisa, ex capannoni industriali sulla via Emilia. E un vero peccato che il volume non contempli la voce Discoteca. Ma più che un peccato è un errore che la voce Strada si fermi a Pasolini. Sì, perché a pensarci bene la strada non è più solo quella dei celebri ragazzi di borgata. Ancora Lodoli (in Crampi) e, più di recente, Mauro Covacich (in A perdifiato) lhanno narrata come tapis roulant su cui si sfoga la smania, tipicamente postmoderna, del correre: il non-luogo del footing e delle maratone. Mentre Margaret Mazzantini apre il suo Non ti muovere con un tragico incidente stradale in motorino (e non bisogna dimenticare che nello stesso romanzo compare, più in là, anche lautostrada come scenario di morte). In aeroporto, si sa, ma anche in aeroplano, si muovono molte delle creature di Daniele Del Giudice (da Atlante occidentale a Staccando lombra da terra). E Roberto Alajmo racconta il tragico volo del DC9 che nel 78 si schiantò a poche centinaia di metri da Punta Raisi. Che i non-luoghi abbiano detronizzato i luoghi letterari della tradizione? Non è escluso. Se è giusto che in un ideale atlante vengano ricordate le industrie di Volponi e Ottieri e le varie banche come luogo dellannullamento della persona in una funzione meccanica e frustrante (da Verga a Rugarli, da Svevo a Pontiggia), perché tralasciare il supermercato, diventato spazio letterario almeno da quando Ian McEwan, nel suo celebre Bambini nel tempo, ambientò proprio in un supermercato di periferia la misteriosa sparizione della piccola Kate mentre suo padre Stephen era intento a svuotare il carrello alla cassa (una vicenda analoga viene narrata da Emmanuel Carrère ne La settimana bianca, in cui la colonia per bambini è interessante esempio di non-luogo da turismo di massa) . Ecco dunque i pulp. Ecco Aldo Nove, che in Puerto Plata Market mette in scena un protagonista incantato dalle Merci e perennemente attratto dallidea di andare a fare la spesa allIkea di Cinisello Balsamo. Ecco un altro quarantenne, Andrea Canobbio, che affolla Padri di padri di autogrill e centri commerciali. Ecco Dario Voltolini, ecco Tiziano Scarpa. Anche qui, cè limbarazzo della scelta. E cambiata la geografia metropolitana. La periferia ha vinto. Il sottosuolo anche, ma non è certo quello dostoevskiano. Sempre a proposito di non-luoghi: Giuseppe Culicchia in Ambarabà passa in rassegna ventuno passeggeri in attesa di un metrò non troppo immaginario di una città qualunque, solida, liquida, gassosa come tante, anonima di luce al neon. Anche la geografia domestica, come si diceva, è un po cambiata. Il salotto è quasi scomparso come centro di discussione familiare. Resta, eventualmente, come sede del televisore. Il bagno cè, eccome: dal cesso entrano ed escono diversi personaggi splatter di Ammaniti, Scarpa, Nove, Luttazzi. La buca è il titolo di un racconto memorabile di Antonio Moresco e ne La discarica il protagonista di Paolo Teobaldi finisce per rigenerare la propria identità. E cè anche la camera. Più che la camera da letto, la cameretta da eterni adolescenti in cui si trova sempre acceso un video (Cara, ti vedo verde, sarà il terminale, scrive Voltolini). Video, o meglio prateria disincarnata del cyberspazio, che è, a sua volta (ma senza necessariamente andare nella fantascienza), un non-luogo di storie (o non-storie) per antonomasia: chi non ricorda il racconto Evil Live di Del Giudice, dove si immagina che una novella lanciata in Rete diventi sperimentazione estrema della lotta tra Bene e Male? Succedono cose strane: se alle origini della nostra letteratura le storie damore più angelicate e metafisiche nascevano in luoghi reali (strade, giardini, chiese, palazzi) diventati metafore, oggi le storie damore più carnali possono nascere nello spazio più astratto possibile che diventa corpo: per esempio via blog (lo sa bene Francesca Mazzuccato, che nel suo Diario di una blogger racconta una storia di desiderio e di passione in fondo poco virtuale), ultimo luogo-non-luogo ammesso in letteratura. Per il momento. La
Globalizzazione un luogo non-luogo Gemellaggio
fra il nostro sito e Cerchio
azzurro |
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Ma si tratta anche di un romanzo di ri-formazione: una Bildung, uneducazione sentimentale che comincia dopo la maturità anagrafica. Il passato - potrei dire con Nino Motta il protagonista - è necessario patirlo per liberarsene, e per ricominciare. Paolo Di Stefano |
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a
cura della redazione di www.feltrinelli.it
Ho cominciato a scrivere Tutti contenti, perché volevo
raccontare le storie incrociate dei ragazzi che nel dopoguerra
hanno vissuto in un collegio di Messina per bambini poveri e orfani
e le cui vite, tutte più o meno segnate dall’abbandono,
a distanza di anni si sono risolte o non risolte in modi diversi.
A cose fatte potrei dire che ho scritto un romanzo sulla memoria
e sull’abbandono. Ma si tratta anche di un romanzo di ri-formazione: una Bildung, un’educazione
sentimentale che comincia dopo la maturità anagrafica.
Il passato - potrei dire con Nino Motta il protagonista - è
necessario patirlo per liberarsene, e per ricominciare.
Di che passato si tratta? Nino Motta, soffre, per un trauma infantile che verrà via
via messo a fuoco, di una grave forma di amnesia. In realtà,
non è mai riuscito a vivere una vita serena, la famiglia
lo affligge, i figli gli sono estranei. Fugge e torna a Messina
per capire. All’inizio il tentativo di colmare le sue lacune
è quasi un gioco, poi lentamente si accorge che dentro
i "buchi neri" del suo cervello i vecchi compagni, che
incontra in incognito, rovesciano palate di memoria, come se cogliessero
quell’occasione per vuotare il sacco. Nel romanzo ha una
parte decisiva anche la Sicilia, Una Sicilia ritrovata che torna
anch’essa da un sentimento lontano e incerto. E’ una
Sicilia morsa dalla luce che riverbera sul mare e sui bianchissimi
muretti a secco, una Sicilia arcaica, violenta, sensuale. La distanza
fra il presente e l’esperienza infantile del protagonista
evoca un’immagine dell’isola apparentemente tradizionale
colmandola di una verità nuova, lancinante, che vorrei
fosse quella, per l’appunto, di una identità ritrovata
e lasciata scivolar via come sabbia che cade dal palmo di una
mano
Che ruolo svolgono gli interlocutori di Nino Motta, i suoi compagni
di un tempo che non lo riconoscono o addirittura fingono di non
riconoscerlo? Ognuno parla quasi per sé, parla solo di sé. Nino
si accorge di essere vittima dell’autismo emotivo dei suoi
interlocutori, della coazione a ricordare anche i particolari
più insignificanti. E finisce per sentirsi estraneo anche
al suo mondo passato, anche quando ritrova lampi di memoria non
lo riconosce, perché tra lui e gli altri raramente si stabilisce
una vera comunicazione. Da un troppo vuoto precipita nel troppo
pieno, che è altrettanto angoscioso. E così, si
accorge che la memoria, quando c’è, bisogna saperla
elaborare per non finirne prigionieri.
Ci può fare un esempio? Uno degli ultimi incontri di Nino è quello con Piccione,
il suo amico preferito di un tempo, in collegio. Piccione da giovane
è stato vittima di un clamoroso errore giudiziario. E dopo
cinquant’anni ne parla con la stessa rabbia di allora. Quando
Nino si presenta a lui, Piccione non riesce a provare nessuna
emozione, riesce solo a buttar fuori tutto il risentimento antico,
come se da quei fatti non fosse passato mezzo secolo, è
un profluvio di parole inarrestabile e ripetitivo. Non ha elaborato
niente. Piccione è un personaggio realmente vissuto, io
gli ho cambiato solo il nome, ma esiste davvero e ha vissuto davvero
quella tragedia, è rimasto ingiustamente in carcere per
due anni e suo padre per sette, accusato di avere ucciso il fratello.
Io sono andato a trovarlo e ho riscontrato quanto sia impossibile
dialogare con lui, far breccia nella sua rabbia e nelle sue ossessioni.
Che rapporto c’è tra l’invenzione e la vicenda
storica sul collegio e sui suoi ospiti? Molte delle storie che racconto sono vere, a volte tragicamente
vere, altre volte comicamente vere. Alcune sono state raccolte
direttamente dal racconto orale dei protagonisti, altre le ho
ricostruite sulla base dei documenti d’archivio e dei vecchi
ritagli. L’intreccio è del tutto romanzato. Nino
a poco a poco riesce a liberarsi dell’ansia di conoscere
il proprio passato grazie a un incontro "salvifico"
con una ragazza. E’ a quel punto che si accorge che il passato
è passato, e che all’alba dei sessant’anni
finalmente vale la pena di cominciare a vivere.
Quando ha cominciato a scrivere Tutti contenti? Nel ’96 mi è arrivata all’orecchio la storia
di un collegio di Messina per ragazzi poveri e orfani fondato
nel ’49 da un prete di quartiere. Ho saputo che un paio
di quegli ex ragazzi vivevano a Milano e ho cominciato a pensare
che quella materia potesse essere un buon argomento per un reportage
giornalistico. Dopo un anno circa mi sono messo a scrivere, senza
sapere bene che cosa, ma mi accorgevo che più mi accostavo
a quella documentazione e più desideravo allontanarmene.
Così, provando e riprovando costruivo a poco a poco una
storia d’invenzione.
E come è arrivato alla forma definitiva di Tutti contenti? Ci sono arrivato quando ho deciso di passare qualche settimana
a Messina, per avere più chiara la topografia del collegio
e magari riuscire a raggiungere altri ex ragazzi per confrontare
le loro testimonianze con quelle che già possedevo. Ho
anche lavorato molto in archivio per farmi un’idea più
precisa dell’ambiente e della vita della città nel
dopoguerra. Ma soprattutto mi sono messo nei panni di un
ex ragazzo del collegio che torna da Milano in fuga dalla famiglia
per rivedere i suoi luoghi e ricostruire il suo passato. Una notizia
del settembre 1956 trovata in un numero del bollettino interno
del collegio ha fatto il resto.
Il suo lavoro di giornalista l’ha aiutata nel raccogliere
le testimonianze e nell’elaborarle narrativamente? Ho sempre pensato che tra il me giornalista e il me narratore non
ci fossero, anzi non ci dovessero essere, coincidenze né
sovrapposizioni. Niente di più sbagliato. L’esperienza
del reportage (da cui è venuto fuori il libro La famiglia
in bilico, nato da un’inchiesta
per " il Corriere della sera") è stata molto
importante. Mi ha insegnato ad ascoltare la grana delle voci,
le pause, le incertezze, le epifanie magari involontarie dell’oralità.
Si tratta di un libro molto diverso dai suoi precedenti. E’ un romanzo meno claustrofobico. Qui c’è un
proliferare di storie che si intrecciano e una varietà
di voci narranti e di dialoghi. I luoghi chiusi si sono aperti,
le voci si sono moltiplicate anche se rimangono motivi che a posteriori
riconosco come ossessioni mie, forse anche dovute alla mia biografia:
lo spaesamento, il non sentirsi a casa propria in nessun luogo,
la nostalgia per luoghi e tempi irrecuperabili. Per Nino, poi,
questa nostalgia è dovuta a fattori anagrafici fondamentali:
il fatto di non aver mai conosciuto suo padre, che quando lui
nacque era ottantenne; e di avere solo "intravisto"
la madre, che invece era giovanissima. Del padre ricorda solo
il cappello appeso in entrata e della madre gli torna sempre in
mente il cappottino troppo stretto che indossava le poche volte
che è andata a trovarlo in collegio.
Da questo punto di vista, Tutti contenti può essere
letto come un romanzo di investigazione? C’è un abuso di romanzi investigativi, oggi in Italia.
Il marchio "romanzo giallo" è diventato un marchio
di garanzia un po’ facile. Diciamo che in Tutti contenti si chiarisce anche
il mistero dei genitori di Nino scomparsi nel nulla: specialmente
quello del padre che viveva in America celandosi sotto diversi
nomi e svolgendo le professioni più varie. C’è
poi un’altra mia costante tematica di cui mi accorgo sempre
a posteriori. Passano gli anni e mi rendo conto che anche qui,
come dieci anni fa in Baci da non ripetere e poi in Azzurro
troppo azzurro, torna più volte il tema della morte precoce, in tenera
età. Evidentemente, a differenza di Nino, io non riesco
a liberarmi delle mie ossessioni. Lui è stato sicuramente
più bravo di me, ma mi consola il fatto che per esserlo
ha dovuto arrivare ad avere quasi sessant’anni. Dunque,
tutto sommato ho ancora qualche speranza… |
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Chi è uno scrittore? Soprattutto un buon lettore A colloquio con l'avolese Paolo Di Stefano affermato giornalista del Corriere della Sera |
Scorrendo le pagine di un libro, generalmente si cerca subito di capire quale sia quella molla, quella scintilla che dà vita alla scarica di emozioni che un insieme di semplici fogli di carta bianchi tinti d'inchiostro nero riesce a darci. È questa la domanda semplice da formulare, ma per la quale non è poi altrettanto facile trovare risposte adeguate, che ci viene in mente ogni volta che ci troviamo davanti a un'opera narrativa che riesce a stupirci: "qual è l'inizio di tutto?", o meglio "da cosa si parte e di cosa ci si serve per arrivare all'opera completa?". Se vogliamo finalmente avere una buona risposta a tutto ciò, perché non parlarne con qualcuno che scrive di professione? A me è venuta in mente una persona che poi si è rivelata veramente gentile e affabile: Paolo Di Stefano. Nato ad Avola, cresciuto nel Canton Ticino, lavora oggi a Milano per il Corriere della Sera come giornalista culturale e inviato. Ha pubblicato due romanzi, Baci da non ripetere, nel '94, e Azzurro, troppo azzurro, nel '96, oltre a una raccolta di poesie, Minuti Contati, nel '90; il più recente reportage giornalistico La famiglia in bilico, nel 2001; nello stesso anno ha curato una lunga intervista con Giulio Einaudi dal titolo Tutti i nostri mercoledì.
Quando e perché ha iniziato a scrivere?
All'origine
di tutto c'è stata la voglia di fare ordine in un groviglio di
ricordi e di emozioni che non riuscivo a dipanare in altro modo se non,
appunto, scrivendo. Prima (diciamo, fino ai 18 anni) pensavo di riuscire
a esprimere al meglio queste emozioni nel disegno e nella pittura. Disegnavo
e dipingevo con piacere, soprattutto riproducendo a mio modo immagini
dal vero. Poi (con lo studio e con la lettura) la poesia ha vinto e quando
le emozioni sono diventate più urgenti (la nascita del mio primo
figlio e la morte, quasi contemporanea, del mio miglior amico), la scrittura
è diventata un'esigenza per decifrare la gioia e il dolore. Ne
è nata, nel 1990, una raccolta poetica, "Minuti contati",
dove cercavo di mette insieme inizio e fine, come invita a fare Goethe
in un celebre verso che ho posto a epigrafe del libretto. Con quelle poesie
mi si sono chiarite un po' di cose. Ho capito che quel che mi interessava
davvero prima di tutto era di parlare del dolore e della nascita: in particolare
di un mio fratello morto piccolino di leucemia quando io avevo dieci anni.
E così ho ripreso alcuni appunti che avevo già scritto sull'argomento
e ho pensato a un racconto diciamo tra l'autobiografico e il surreale.
Ho scritto e riscritto quel libro: prima al modo di Dostoevskij (La mite),
poi al modo di Faulkner (Mentre morivo), poi al modo di Saramago (L'anno
della morte di Ricardo Reis), poi a mio modo e ne è venuto fuori
"Baci da non ripetere", dove si racconta anche il dolore della
distanza e dello sradicamento. Intanto le poesie andavano avanti, ma mi
convincevo che non riuscivo ad essere poeta e narratore insieme, perché
sono due punti di vista sul mondo molto diversi, quasi in opposizione,
almeno nel mio caso. Quindi via via quella prima spinta è stata
convogliata nella narrativa, pur senza dimenticare le origini poetiche,
tant'è vero che alcuni lettori ritengono che le mie pagine migliori
siano quelle liriche.
Se poi devo rispondere al "perché scrivi" con una formula più a effetto, ma ugualmente valida, potrei anche dire: scrivo, come tanti, per l'incapacità o per la paura di vivere, per il rifiuto di accettare la realtà così com'è.
Prima di essere un bravo scrittore si deve essere un buon lettore o si può "nascere" scrittori?
Penso
che la lettura sia indispensabile per chiunque voglia scrivere. Anzi,
qualche volta mi è capitato di cominciare a scrivere sull'onda
di una lettura, quasi per liberarmi del piacere che ho vissuto nel leggere
cose altrui, specialmente versi. Pur tuttavia, non ho mai creduto allo
scrittore mosso soltanto dalla propria ispirazione né al genio
che crea nella sua torre d'avorio. O meglio: ci vuole sicuramente una
forte spinta emozionale, un desiderio irrefrenabile di dire, di raccontare,
di comunicare, ci vuole una passione morale, civile, un sentimento di
indignazione, di rabbia, di gioia, di angoscia, di ribellione, di protesta,
eccetera: ma tutto questo può bastare a scrivere diari non a scrivere
libri (romanzi, racconti, eccetera). La lettura ti aiuta a essere consapevole
delle forme, delle strutture, dei generi, degli stili, della lingua, della
storia letteraria in cui vuoi (o vorresti o ambisci a) inserire la tua
opera eccetera. Per scrivere ci vuole una forte dose di testardaggine
e di artigianato, un lavoro di pazienza un po' massacrante fisicamente,
un lavoro a fondo perduto, che uno deve fare senza secondi fini. Mi rendo
conto che tutto questo modo di pensare, così poco "romantico",
deriva forse dalla mia formazione filologico-illuministica. Ma il confronto
con gli altri autori, del passato e del presente, è indispensabile
per molte ragioni: da un lato ti spinge a una sana emulazione (bisogna
porsi dei modelli anche molto alti), d'altro canto ti impone una continua
autocritica e aiuta a relativizzare quel che fai. Solo da questa tensione
tra presunzione e modestia, tra megalomania, cocciutaggine e depressione,
da questo continuo tira-e-molla tra te e gli altri (e cioè tra
la scrittura e la lettura) può nascere qualcosa di buono. Così
come può nascere qualcosa di buono solo dal delicatissimo equilibrio
tra impulso vitale della scrittura e rigore delle sue forme, tra abbandono
e severissima disciplina.
Non pensa che leggere i libri degli altri influenzi il proprio modo di scrivere?
Può succedere. Anzi, direi che deve succedere. Noi siamo il risultato di ciò che viene prima di noi. Abbiamo perso, purtroppo, una qualità che i nostri padri e i nostri nonni avevano in quantità magari eccessiva: era la virtù dell'ammirazione. Ammirare dei modelli aiuta a creare la propria identità e credo che l'esercizio dell'emulazione di questi modelli non possa che essere utile sia sul piano morale sia sul piano letterario. Purché, ovviamente, l'emulazione non esaurisca tutto. Voglio dire che i modelli a un certo punto, dopo averli ammirati, si possono anche mettere da parte. Se Gadda non avesse letto e ammirato Manzoni, non avremmo oggi un capolavoro come "La cognizione del dolore". Se Petrarca non avesse letto e ammirato Dante, oggi non avremmo il Canzoniere. Se Leopardi non avesse letto Petrarca oggi con avremmo i Canti. Se Montale non avesse letto Shakespeare... Se Calvino non avesse letto Ariosto... Se Tabucchi non avesse letto Pessoa... e così via. Siamo nani sulle spalle di giganti, diceva quel tale. Certo, poi stando sulle spalle dei giganti bisogna saper guardare più lontano di loro.
Quale autore l'ha influenzata più degli altri?
Tanti. Dicevo prima che "Baci da non ripetere"è stato scritto sotto l'influsso di letture per me capitali: Dostoevskij e Faulkner, aggiungerei il Gadda della Cognizione. Ma soprattutto penso ai siciliani: Verga e Pirandello. Verga, che ho letto al liceo come tanti, mi ha trasmesso l'importanza della musica profonda della lingua in letteratura. Ho letto i Malavoglia quando vivevo in Svizzera con i miei genitori, sentivo il dialetto in casa ma non lo parlavo, sapevo che era una lingua familiare ma insieme estranea e leggere la lingua di Verga è stata un'emozione fortissima. Direi, una rivelazione. La lettura di quelle pagine in un paese straniero mi ha fatto sentire orgoglioso di essere siciliano, di avere familiarità con quella lingua straordinaria che era il dialetto siciliano. A volte, se stando lontano dalla Sicilia mi sembra di aver perso quella tensione, per ritrovare quell'antico orgoglio, mi basta aprire a caso una pagina del Verga e respirare o ascoltare la sua lingua. Pirandello mi ha subito impressionato sul piano della visione: se Verga mi ha insegnato la verità della letteratura, il fu Mattia Pascal che se ne va e vive un'altra vita sotto mentite spoglie mi ha fatto capire che la letteratura è finzione. E tra questi due poli, verità e finzione, si gioca tutto.
Cosa ha provato la prima volta che ha pubblicato qualcosa di suo?
Ansia, molta ansia. L'impressione di essere inadeguato, sia come giornalista sia come scrittore. Aspettare sempre la risposta degli altri, degli amici, delle persone che stimi... Poi, il giornalismo è diventato un mestiere e l'ansia per fortuna è sparita. Rimane ogni tanto l'impressione di aver fatto qualcosa di utile sul piano civile, di aver mosso dei pensieri, di aver aperto degli sguardi. Per la pubblicazione di libri l'ansia non sparisce mai, credo: ma si aggiunge una curiosità che ripaga di tutto. Ti dici: chissà come reagiranno i lettori... E' una sfida che ogni volta preoccupa ed esalta.
Quale libro fra quelli che ha scritto sente più suo?
Lo so che è banale dirlo, ma non riuscirei a scegliere. Sarebbe come chiedere: quale figlio sente più suo? Come si fa a rispondere: questo, quello... Sento più mio "Minuti contati" perché è il primo e c'era già tutta la mia "poetica" futura. Ma anche "Baci da non ripetere", perché è il più autobiografico: ci sono io, c'è mio fratello, mio padre, mia madre, eccetera. Ma poi mi dico che è meglio "Azzurro", per la ragione opposta, perché finalmente non c'è autobiografia diretta, diciamo più Pirandello che Verga. Parla con maggiore distanza dell'uomo sradicato d'oggi, eccetera. Poi mi accorgo che l'ultimo, "La famiglia in bilico", in fondo si presenta come un reportage ma ci sono le mie tematiche ma in presa diretta. Quest'ultimo libro mi ha aiutato a capire che il giornalismo non necessariamente è un genere minore, anzi fornisce materiali straordinari. E poi: non è vero che il mestiere di giornalista debba essere tenuto rigorosamente separato dalla letteratura. Non è vero. Basta saper osservare, basta saper ascoltare le voci. Mi sono detto: ma che bisogno c'è di inventare storie se le storie esistono già in natura senza che nessuno le conosca? Allora concludo confessando a me stesso che il libro più mio è quello che sto concludendo, dove tutti i miei precedenti libri (e perciò tutti i miei precedenti "ii") finiscono per confluire.
Nelle sue opere è sempre presente qualcosa di autobiografico?
Sempre,
in maniera più o meno celata o diretta. Ci sono persone che ho
incontrato, sguardi che ho visto, voci che ho sentito, fatti che ho vissuto.
La scrittura è influenzata dal gusto del pubblico?
Non credo che debba esserlo sempre, ma spesso, per molti autori, lo è. C'è un tipo di letteratura che si pone come compito quello di assecondare le richieste del pubblico: è la letteratura di genere (giallo, rosa, thriller, eccetera) che si pone volontariamente nel solco di una tradizione e di un codice. Le singole opere possono svolgere più o meno bene questa funzione, che è per lo più una funzione di intrattenimento. Ci sono fior di scrittori americani che perseguono benissimo questo scopo e giustamente ottengono un gran successo. Altre opere, magari qualche volta utilizzando gli involucri dei generi tradizionali, non si preoccupano di assecondare i gusti del pubblico e vanno in direzioni diverse, spesso opposte rispetto a quelle richieste dal lettore. Questi libri finiscono a volte per passare inosservati sia al lettore sia alla critica. La critica dovrebbe appunto occuparsi di distinguere tra le opere di livello medio-basso (quelle cioè che non aspirano a innovare la letteratura ma a intrattenere) e quelle di alto livello. Ormai però la critica cosiddetta militante è ridotta al lumicino e ha perso la vecchia funzione di discernere, orientare i gusti, consigliare. Cogliere, nella marea di pubblicazioni, quelle che più che subire il gusto del pubblico riescono a sconvolgerlo, a rinnovarlo, a guardare oltre le mode. Insomma, la critica dovrebbe riuscire a dirci quali sono le opere capaci di sopravvivere al tempo.
Rispetto a "Baci da non ripetere", "Azzurro troppo azzurro",
secondo me, perde quel "patto narrativo" che nel primo coinvolgeva
autore e lettore. Ha notato pure lei un calo di intensità emotiva
e passionale?
Ovviamente se avessi notato il calo di cui lei parla, avrei rinunciato a pubblicare "Azzurro". Viceversa, io ritengo che "Azzurro" rappresenti per tanti aspetti un progresso rispetto a "Baci". Ciò non toglie che il lettore possa rimanerne meno coinvolto sul piano emotivo e che io possa capire benissimo le ragioni di questo "calo". Personalmente, giudico "Azzurro" un romanzo più "difficile" per il lettore, sia sul piano strutturale sia sul piano delle emozioni: in "Baci" si tratta di identificarsi in un padre che ha perso il figlio, qui invece si tratta di seguire, avanti e indietro, il delirio di un serial killer.
Papuzzi ha affermato di avere sempre percepito «il senso dell’effimero» del lavoro giornalistico: è per questo che anche lei ha sperimentato la narrativa, per diventare "immortale"?
Non esagererei: il giornalismo non è sempre il regno dell'effimero. Ricordo che alcune tra le migliori opere del secondo Novecento sono nate sui giornali, specie in Italia. Inoltre: diventare immortale non è una mia preoccupazione. Scrivo per i giornali per necessità e per divertimento: mi rendo conto che è un privilegio di pochi far coincidere il mestiere con una passione, e non mi vergogno di ammettere che ho la fortuna di appartenere a questa categoria di privilegiati. Dunque, non sto certo a lamentarmi del fatto di dover impiegare nel giornalismo la gran parte del mio tempo. Anzi, mi accorgo sempre più che facendo l'inviato riesco a raccogliere materiali di vita vissuta che poi potranno servirmi per la narrativa, e se prima pensavo che tra il me giornalista e il me scrittore non dovessero esserci contatti, oggi questa convinzione è venuta meno del tutto. Per tutti questi motivi, lavoro molto volentieri come giornalista, anche se a volte l'impegno (specie in passato) ha rischiato di travolgermi. Scrivo di narrativa, invece, per tante ragioni diverse, che vanno dalla tristezza all'euforia, dal desiderio di custodire memoria di un'esperienza o di più esperienze, mie o di altri, a un vero e proprio istinto di sopravvivenza. In tutto questo, l'immortalità c'entra ben poco. Forse c'entra quella sorta di rapporto stretto, di intimità e di paura, che sento con la morte. Mi accorgo che nei miei libri continuo a girare ossessivamente intorno agli stessi temi.
Alessando
Zagarella
autorevoli:
«La lettura fa l'uomo completo» (Bacone), «La lettura
di tutti i buoni libri è come una conversazione con gli uomini migliori
dei secoli andati» (Cartesio), «Non leggete, come fanno i bambini,
per divertirvi, o, come fanno gli ambiziosi per istruirvi. No, leggete per
vivere» (Flaubert), «... non avendo mai io avuto un dolore che
un'ora di lettura non abbia dissipato» (Maupassant), «Il mondo
è fatto per finire in un bel libro» (Mallarmé), «Il
tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere»
(Pennac). E si potrebbe continuare. Deve essere proprio vero che leggere
è una buona cosa, se tanti cervelli, nella storia, hanno speso tante
parole per dirlo. Ma non c'è da stupirsi che Cartesio non venga molto
ascoltato e che piuttosto che «conversare con gli uomini migliori
dei secoli andati», si preferisca ridere a crepapelle con Christian
De Sica. Né c'è da stupirsi se come testimonial per la promozione
di un prodotto funziona più Boldi che Flaubert. Il fatto è
che il libro non è un oggetto come gli altri e per venderlo non bastano
i migliori persuasori occulti o gli slogan più fantasiosi. Pensate:
«Boccaccio, più lo mandi giù più ti tira su»,
« La cognizione del dolore , il romanzo dell'uomo forte», «Pratolini,
contro il logorio della vita moderna», «Silone, cosa vuoi di
più dalla vita!», « La grande sera , il romanzo che crea
un'atmosfera», « Uno, nessuno e centomila ? Ah, il signore sì
che se ne intende», «Eco, e sai cosa leggi», eccetera.
Niente da fare. Meglio affidarsi ad altro che alle iperboli e alle metonimie
della pubblicità.
P.
Di Stefano, S. Burgaretta e Sarah Zappulla Muscarà in Libreria Urso,
ad Avola
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