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Benvenuti sul sito della Libreria Editrice Urso, dal 1975 un angolo di cultura ad Avola. Novità del mese Offerte del mese Acquista per informazioni Di StefanoPaolo Di Stefano

Paolo Di Stefano è nato ad Avola nel 1956,
è giornalista culturale al "Corriere della Sera".
Oltre a studi di argomento filologico e letterario,
ha pubblicato nel 1990, con Scheiwiller,
la raccolta di poesie Minuti contati,
nel 1994 il suo primo romanzo
Baci da non ripetere (Premio Comisso)
e, successivamente, Azzurro, troppo azzurro (1996),
entrambi con la casa editrice Feltrinelli,
e, poi, Tutti i nostri mercoledì,
una lunga intervista a Giulio Einaudi
con la casa editrice Casagrande.
Nel 2001 ha pubblicato con Feltrinelli
La famiglia in bilico. Un reportage italiano, e in dicembre del 2003 Tutti contenti.
I suoi libri sono sempre presenti nella nostra libreria. (compra )

recensionePaolo Di StefanoSe un adolescente dice: Aiutami tu
Pietro, tredici anni, scrive a Marianna, la chiama con mille nomi diversi oppure contrae il nome di Maria in una M puntata. Marianna è una presenza sfuggente, ma è anche il suo unico interlocutore...
(recensione pubblicata su Centonove del 23 settembre 2005)

Paolo Di Stefano Aiutami tu, Feltrinelli, Collana: I Narratori
Pagine: 208, Prezzo: Euro 15,00 acquistaAcquista

A due anni dal precedente romanzo è uscito proprio in questi giorni ed ancora per i tipi Feltrinelli il nuovo romanzo di Paolo Di Stefano, scrittore milanese ma di robuste e non recise radici siciliane e autorevole inviato del Corsera. Il romanzo, che – occorre dirlo subito - ci è sembrato ottimo, s’intitola Aiutami tu ed è solo apparentemente un romanzo epistolare. In realtà è molto altro: è un giallo senza soluzione, è un meta-racconto che sfrutta con misura le possibilità prospettiche di questa impostazione ed è soprattutto un romanzo profondamente e dolorosamente intriso della nostra contemporanea cultura urbana. Si tratta d’una raccolta di lettere che l’autore immagina scritte da Pietro, il tredicenne protagonista, a Marianna, una giovane donna più grande di lui ma alla quale egli si rivolge prima appassionatamente come ad un’amante segreta, sensuale e consapevole, e poi più semplicemente come all’unica persona adulta che può, che potrebbe, che deve aiutarlo. Aiutarlo a capire ad esempio perché lui e sua sorella più piccola (Federica, la mocciosa di dieci anni) sono sempre soli, perché i loro papà e mamma si odiano tanto e si sono separati, perché loro due devono, sempre più spesso e poi definitivamente, vivere, mangiare, dormire, stare insomma dai Nespola, coppia di vecchi e assai sgradevoli vicini di casa, cui la loro mamma sembra legata da motivi tanto profondi quanto incomprensibili e che sembrano a loro volta oscuramente protagonisti di un inquietante giro di usura. Ed ancora capire perché non possono essere normali loro due, normali come tutti i bambini della loro età; perché il mondo deve essere pieno di terroristi e perché lui deve in fondo un po’ vergognarsi di essere così bravo a scuola; perché la mamma è sempre così isterica e perché loro padre ad un certo punto scompare del tutto. Ma questo continuo chiedersi perché, pure così consueto nei bambini e negli adolescenti, comincia a poco a poco a diventare ossessivo e a tingersi di toni ed accenti drammatici, comincia a trovare risposte minacciose e sinistre che presagiscono sviluppi tragici. La narrazione non perde mai la sua leggerezza, non perde ritmo ma impercettibilmente comincia a caricarsi di un’angoscia che cresce fino a raggiungere il culmine nella tragedia finale. Tragedia che ovviamente lasciamo al piacere del lettore, mentre è proprio questo climax costante e necessario la qualità migliore del romanzo. Una qualità che trova la sua radice più generosa proprio nella lettura sempre progressivamente più lucida e pessimistica della realtà contemporanea e della disumana follia che troppo spesso sembra animarla. Gli adulti possono assuefarsi a tale follia fino a non vederla più ed invece i piccoli possono ancora vederla, sentirsene giustamente minacciati e, proprio con la loro paura, darcene esatta misura.
Un’ altra notazione riguarda il linguaggio che Di Stefano usa in questo romanzo: abbiamo scritto altre volte che la grande inchiesta sulla realtà della famiglia italiana realizzata qualche anno fa era stata assai salutare per questo autore. Lo avevamo scritto sia riguardo all’immaginario dei suoi romanzi sia, e soprattutto, in relazione alla lingua, e più in generale alla cifra stilistica, che questo autore andava costruendosi. E’ un giudizio che va confermato: la lingua di Aiutami tu certo è mimetica del mondo dei nostri bambini ma fortunatamente senza nessuna banalizzazione, ed è ancor più una lingua che nella sua asciutta durezza sembra contenere una riflessione continua sulla follia che attraversa la realtà. La follia ossessiva dei mille oggetti della nostra quotidianità, la follia del turpiloquio continuo, la follia della sessualità banalizzata e disumanata, la follia della violenza, la follia blasfema della religione del denaro, la follia acida del silenzio e del suo peso opprimente, la follia dell’impossibilità di amare, dell’incapacità di comunicare, di ascoltarsi. In qualche modo si tratta dello stesso meccanismo euristico e creativo che solo qualche decennio fa ha utilizzato la pop art nel campo delle arti figurative e che, se rivisitato e utilizzato con intelligenza, può dare ancora frutti importanti come appunto questo romanzo
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randazzoPAOLO RANDAZZO
copertina di ''Una famiglia in bilico''CHE SENSO HA LA VITA?
Un epistolario con le risposte degli scrittori all’eterna domanda


Due ragazzi sottoposero il quesito a venti autori tedeschi Era il 1962, le repliche sono state ritrovate in un solaio
Che senso ha la vita? Non c'è tema più universale. Quella domanda, apparentemente innocente, contiene tante e tante questioni su cui i filosofi si sono arrovellati per secoli: la morte, il destino, il caso, Dio, l'aldilà, l'anima, il corpo, l'amore, l'odio eccetera. Eppure, probabilmente più per ingenuità che per semplice gusto della provocazione, quella domanda diventò nel 1962 l'argomento di una lettera che due ragazzi tedeschi, il ventiquattrenne Dietmar Gottschall e la diciassettenne Silke Siegel, ebbero l'ardire di inviare a venti scrittori del loro Paese: la vita ha un senso? Ora, le risposte sono state trovate in una cartella rimasta sepolta per quarant'anni nel solaio di casa Gottschall e vengono pubblicate, in parte, dal settimanale tedesco Die Zeit . Con le risposte, tutte rivolte alla ragazzina Silke rigorosamente in forma epistolare, affiora anche la curiosa e disinvolta letterina che doveva stimolare i pensieri dei grandi maestri cui fu spedita: «Lei incontra una persona per la strada e legge nei suoi occhi una grande e tormentosa domanda. Si fermerebbe per darle una risposta, pur avendo poco tempo? Credo fermamente di sì, dal momento che Lei è una persona in grado di comunicare i suoi pensieri agli altri. Io sono quella persona che lei incontra per la strada, sono giovane e la mia domanda vive in ciascuno dei miei gesti. Lei pensa che la vita abbia un senso? E se sì, quale senso? So che Lei non mancherà di rispondermi. La verità mi appare ancora inarrivabile, ma è un bene e quindi io la cercherò. Vuole aiutarmi un po'? Forse pretendo troppo da Lei e sono troppo esigente nel pregarLa di darmi una breve risposta, ma sarò molto triste se Lei mi dimenticherà». Indubbiamente si sente, dietro l'enormità della domanda e la discrezione della proposta, la voce un po' irriverente dell’adolescente che vuole sfidare la sensibilità e insieme toccare l'orgoglio degli scrittori. Con successo, viste le risposte che possiamo leggere oggi. Neppure il burbero Max Frisch riesce a sottrarsi alla vivace cordialità della ragazzina Silke; ed ecco che lo scrittore zurighese, allora cinquantenne (proprio in quel '62 sarebbe uscita Andorra , una satira in forma teatrale contro il conformismo che favorisce la tirannia), mette in moto tutta la sua intelligenza per sdrammatizzare il quesito e insieme per conferirgli il giusto valore morale: «Si tratta di una domanda che tutti ci poniamo almeno una volta nella vita (...). Faccia conto che la vita abbia un senso e poi lo cerchi mentre la sta vivendo, oppure osservi le vite delle altre persone e vedrà che molte di esse valgono la pena di essere vissute (...). Se ne faccia una ragione: nella Sua vita continuerà a fare esperienze in cui la domanda si riproporrà, e in cui la vita in se stessa sarà sufficiente e non avrà uno scopo».
Ci sono altri che preferiscono non usare mezzi termini. Come il settantaseienne Raoul Haussmann, pittore e scultore oltre che scrittore avanguardista, al quale la lunga vita vissuta non è bastata a elaborare una risposta ottimistica. Anzi. «Secondo quanto ho potuto constatare finora, la vita non ha NESSUN senso. Sarà strano e triste, ma bisogna accontentarsi (...)». C'è chi non si accontenta, come l'antifascista militante e cattolica fervente Luise Rinser, che in una lunga e intensa lettera tira in ballo l'eternità, l'Ordine superiore e Dio. Ciò che non riesce ad animare Uwe Johnson, il ventottenne autore di Congetture su Jacob , un capolavoro che era già apparso tre anni prima: «La vita sulla terra in merito al suo esistere non ha bisogno di giustificazioni né di pretesti, ma comprende tutto quanto e molto più di quanto possano apprendere su di essa coloro i quali la vivono». Un po' contorto. Molto più semplice e diretto è un pensiero oraziano che tende a escludere un possibile aldilà: «Alla fine non abbiamo bisogno di altro senso se non quello della morte. E fino a quel momento il tempo è a disposizione di ogni persona». Senza neppure immaginare che la morte lo avrebbe colto appena cinquantenne, Johnson fa poi notare alla sua giovanissima interlocutrice come solo nell’imminenza della fine, in una condizione di malattia o di grave disagio, una domanda tale possa trovare risposte adeguate. Se la cava con molto meno Martin Walser, che non se la sente di rispondere «a stretto giro di posta» a un quesito tanto importante: dunque si limita ironicamente a chiedere una proroga. Qualora «questo ricercato senso» affiori nella sua mente, si rifarà vivo. Promessa.
Ci voleva l'austriaco Gregor von Rezzori per prendere molto più sul serio la domanda di Silke: «Se lo sapessi, figliola mia, - ma non è così - l'avrei già detto (...). Ma dal momento che non lo so, mi tornano alla mente tutte le risposte che ho tentato di dare a me stesso al tempo in cui avevo l'età che ha Lei adesso. E una di queste risposte dice qualcosa di diverso dalla disposizione in cui si è posta Lei. Voglio proporgliela perché deriva da uno stato d'animo più fiducioso: la vita non ha alcun altro senso (e non ha nemmeno bisogno di averne) se non quello di vivere». Da quattro anni era uscito il suo capolavoro, Un ermellino a Cernopol , e nel ’62 von Rezzori non era ancora cinquantenne. Eppure già si percepisce nelle sue parole una saggezza antica: «Non mi chieda un commento: o la risposta Le arriva come una verità semplice e ovvia - e allora Lei si trova nello stato d'animo giusto per accogliere il mondo per quello che è, ma in tal caso avrebbe trovato questa semplice verità anche da sola -, oppure la fa molto tormentare - e ciò porterebbe a una rassegnazione che non lascia alcuna speranza». Speranza è una parola che piace, laicamente, al vecchio (ma ancora giovane) von Rezzori: in fondo, aggiunge, forse «il senso della vita sta nell'interrogarsi sul senso della vita stessa».

ESERCIZI DI LETTURA DI EZIO RAIMONDI
Da Dante a Calvino, da Machiavelli a Tasso, da Manzoni a Kafka. E poi ancora Rilke, Faulkner, Borges, Canetti, Céline, Gadda, fino agli ultimi romanzi di Don DeLillo. Gli ottant’anni di Ezio Raimondi, che compirà il 22 marzo, sono ricchi di esercizi di lettura. Con sconfinamenti oltre la letteratura grazie a una “curiositas” che da un’infanzia povera lo porta ad essere tra i “ragazzi del Mulino” dopo essere riuscito a fuggire dal campo di Detmold, in Westfalia, dove venne deportato. Formatosi a Bologna alla scuola erudita di Carlo Calcaterra e venuto ben presto in contatto con Longhi e Contini, oggi Raimondi è tra i maggiori maestri della critica italiana, il cui percorso non è iscrivibile entro categorie predefinite. Parola affabile e generosa, priva di sbavature e apparentemente in contrasto con l’aspetto austero del professore.
Professore, che riflessioni le ispira l’imminenza dei suoi ottant’anni?
<La prima osservazione è: ci sarebbero molte cose ancora da fare, occorrerebbe tempo, lucidità e entusiasmo... Ma la sensazione più forte è un’altra: ognuno di noi ha un’immagine fissa di sé. Passano i decenni e si pensa sempre a quell’immagine avendo poco riguardo per ciò che si appare agli altri. Arrivati a una certa età, il tempo d’improvviso si precipita su di noi, perché il tempo è una forza insidiosa che arriva da tutte le parti con un assedio tanto più pericoloso quanto più è morbido. Allora la saggezza consiste nell’accettare finalmente la nuova immagine, così come ci viene restituita dagli altri. Prima, le congetture e le ipotesi avevano davanti un tempo illimitato. La saggezza a questo punto dice che il tempo è limitato, che bisogna metterlo a frutto rapidamente con l’idea che il lavoro ci permetterà comunque di entrare in rapporto con altri, di parlare con altri e di ascoltare altri, perché questo alla fine è la vita>.
La prospettiva europea e la globalizzazione hanno mutato anche la letteratura?
<Globalizzazione significa anche, secondo Carlos Fuentes, che le periferie sono diventate altrettanti centri: non esiste più un asse unico, ma ne esistono tanti che si intersecano tra loro e tutti sono interessati alla condizione umana nella sua pluralità di situazioni, storie, geografie, condizioni materiali e spirituali. Questo fenomeno interessa ovviamente anche la letteratura: una storia è una polifonia, un concerto di voci e di tradizioni, una sorta di totalità aperta in cui si giocano equilibri sempre diversi e oggi sarebbe impossibile pensare a una storia letteraria italiana non integrata nel più ampio contesto europeo e non solo europeo>.
Il concetto di polifonia letteraria si può applicare alla globalizzazione?
<Il critico-antropologo Michail Bachtin quando parlava di polifonia stabiliva che quel che conta da parte del lettore è il riconoscimento della varietà dei contesti dentro un sistema tanto ampio. Mi viene a mente una formula utilizzata da un sociologo per intendere il nostro presente: universalismo contestuale. C’è qualcosa di comune che poi si definisce volta a volta nelle singole situazioni: è un modo direi ragionevole per collocare insieme globale e locale senza tensione ma in un rapporto dinamico>.
A proposito del ruolo dello scrittore, lei ricorda una formula di Elias Canetti: “custode della metamorfosi”. Che cosa intendeva?
<Sembra un paradosso, ma potrebbe essere che la letteratura sia una delle forme attraverso cui educarsi a questo nuovo rapporto tra particolare e generale. La letteratura da un lato si radica nella propria lingua, dall’altro si muove verso l’esterno, è sempre un’esortazione a tenere un occhio aperto e umano. Con quella formula Canetti riusciva a compendiare il senso della letteratura come luogo della memoria e del nuovo, di qualcosa che ci proietta verso il futuro e ci pone al di là della memoria stessa. Lo scrittore è testimone di ciò che si trasforma e continua a parlare nel tempo>.
Non le sembra che oggi la memoria rischi di diventare una prigione o un alibi per non guardare avanti?
<La memoria dovrebbe essere non solo conservazione ma anche interrogazione del possibile. La memoria ricorda e interroga: non è una forma di acquietamento ma un’altra forma dell’inquietudine e del dibattito. Certo, vale sempre il monito di Nietzsche: la storia è un modo per sottrarci al presente, per essere piatti e non vigorosi. Ma se la memoria è una sorta di lascito, allora è un momento della nostra responsabilità. Ricordo, ma a quel punto mi chiedo: e allora? Dopo quell’”allora” ci sono io nel presente che debbo decidere, capire e orientarmi nella complessità del mondo>.
A proposito di complessità: lei individua in Gadda lo scrittore italiano più sensibile alla complessità novecentesca. Perché Gadda?
<Gadda è l’unico scrittore che si è formato fuori del mondo crociano, la sua cultura scientifica gli permette di percepire certi processi molto per tempo: Gadda chiedeva alla parola di avere un mandato provvisorio, non di essere un’affermazione assoluta ma contestuale, che definisce in anticipo il proprio limite. La sua prosa non è solo invenzione verbale, ma prosa di conoscenza, e la sua è sempre una visione prospettica. Gadda aveva bisogno di categorie speculative diverse da quelle ufficiali per esprimere l’ansia, la tensione, la sofferenza, la pietas>.
Nelle sue “considerazioni su un secolo”, Calvino viene citato solo come autore delle “Lezioni americane”. Come mai?
<Calvino ha assunto tutta una serie di ragioni scientifiche all’interno del suo mondo inventivo: ma Gadda lo aveva fatto prima di lui senza programmi, al di fuori delle mode e delle formule. Certo, esaminando gli strumenti narrativi e facendoli diventare nuova dimensione del racconto, spostandosi dal narratore al lettore in una sorta di gioco continuo delle parti, Calvino finisce per corrispondere a ciò che nel senso più positivo del termine chiamiamo il postmoderno. Bisogna aggiungere però che il postmoderno a me sembra l’ultimo capitolo della modernità, la sua fase critica, che riprende antiche tradizioni facendole per così dire esplodere. Calvino è dunque anche uno scrittore postmoderno, ma sarebbe interessante valutare meglio il suo rapporto con il mondo francese anni ‘50 e ‘60>.
La complessità di Gadda, il postmoderno di Calvino… Altre esperienze centrali nel nostro Novecento?
<Nel passaggio dalla prima alla seconda metà del secolo c’è Fenoglio e il nodo della guerra civile. Dalla letteratura nasce anche un giudizio storico, anche se la letteratura in sé salta le contrapposizioni irrigidite>.
Che cosa direbbe a uno studente di liceo per fargli capire il Novecento?
<Il Novecento letterario ci ha portati per un verso dentro il quotidiano come non era mai accaduto. L’uomo comune diventa, attraverso la luce della letteratura, un uomo straordinario. Con grandi punte più nella prima parte del secolo, la letteratura ha tentato di mostrare quella che Montaigne chiamava la condizione umana in ciò che ha di ampio e qualche volta anche di terribile. Abbiamo letto libri che hanno anticipato la storia del secolo: una sorta di accompagnamento con una funzione non dirò profetica ma esplorativa, una congettura affidata alla forza della parola e del dialogo>.
Qualche nome?
<Mandel’stam mi ha sempre colpito nella capacità di leggere il secolo che precipita nella ferocia. I poeti hanno guardato nel mistero carnale dell’uomo con un occhio intrepido e straordinario, molti pagando. La letteratura del nostro secolo è fatta di tante solitudini, esilî, sofferenze: e tutto questo ha tentato di rappresentarlo anche attraverso il magico, attraverso un realismo semplice o un realismo sempre più complesso che a volte diventa trasfigurazione o allucinazione”.
Céline?
<Sì, potrei citare certe pagine di Céline che, liberate dalle vecchie gabbie ideologiche, danno più di tutte il senso del secolo: nelle sue pagine, se penso agli anni della guerra, ai bombardamenti, quando l’aria si scuoteva e il terremoto era di tutti, nella sua fantasmagoria straordinaria e miserevole ritrovo la realtà sconvolta dell’Europa, così come in certe pagine di Faulkner sentivo cose simili riguardo alla prima guerra. La letteratura diventa una delle forme necessarie per comporre il grande insieme delle voci, delle avventure e dei fallimenti del secolo>.
Il secolo secondo lei si apre simbolicamente con Conrad: che cosa rappresenta Cuore di tenebra?
<Mi hanno sempre sorpreso in Cuore di tenebra le ultime battute, che giocano tra i due termini di orrore e bellezza. Questo romanzo che per così dire apre il Novecento intuisse qualcosa che poi altri (penso a Rilke, a Celan, a Kraus e a Kafka) hanno poi saputo coniugare in nuove forme: il potere della letteratura e della bellezza che le è propria, di rendere leggibile e trasfigurare un destino, risulta inseparabile dall’orrore. L’uno rimanda all’altro in una sorta di sfida reciproca>.
Paolo Di Stefano“Novecento e dopo. Considerazioni su un secolo di letteratura” è il titolo del nuovo saggio di Ezio Raimondi, uscito da Carocci (pagg. 166, euro 16.90). Con Gabriella Fenocchio, Raimondi ha curato una “Storia della letteratura italiana del Novecento” (dalla Scapigliatura al Postmoderno), che uscirà in maggio per la Bruno Mondadori. Coordinata da Raimondi e scritta da un gruppo di suoi allievi, una storia e antologia scolastica per il triennio intitolata “Tempi e immagini della letteratura” (Edizioni Scolastiche Bruno Mondadori): l’ultimo volume, sul ‘900, esce in questi giorni.

Paolo Di Stefano

NON-LUOGHI
di Paolo Di Stefano
Viviamo nella “surmodernità”, e la “surmodernità” produce non-luoghi. E’ questa l’opinione dell’antropologo francese Marc Augé. Secondo lui, i “non-luoghi” sono gli spazi anonimi della contemporaneità in cui si annullano le coordinate di spazio e di tempo. Non-luoghi sono le autostrade, gli autogrill, i villaggi turistici, i parchi-gioco, gli aeroporti, le catene alberghiere, quegli spazi che non riescono a incidere sulla nostra identità né sul nostro rapporto con gli altri. Si sa che cambiando la cultura, cambiano anche i luoghi topici della letteratura: se a Dante può capitare di intravedere il profilo di Beatrice in chiesa, oggi sarebbe pressoché impensabile per uno scrittore situare l’incontro tra due giovani in Santa Maria Novella o in Santa Croce. Così, sarebbe improbabile pensare al salotto quale luogo di avances amorose, come fu per Zeno Cosini. La letteratura italiana più recente ha metabolizzato i non-luoghi del nostro tempo, integrandoli spesso come scenari di romanzi e racconti. E’ dunque un peccato che un volume appena apparso, “Luoghi della letteratura italiana” (a cura di Gian Mario Anselmi e Gino Ruozzi, editore Bruno Mondadori, pagg. 397, euro 24), ne tenga conto solo parzialmente, anche se è vero che i curatori hanno l’accortezza di escludere subito l’ambizione di essere completi. Qualcosa dei non-luoghi, pur tuttavia, c’è. Come alla voce “Autostrada”, dove giustamente si segnala la “Tangenziale dell’Ovest” presente in una poesia di Alda Merini, l’”Autosole” di Lucarelli con le macchine in coda eterna, il “Grande Raccordo” di Lodoli, dove “un camion vale l’altro” e la fuga autostradale raccontata da Gabriele Romagnoli nel romanzo “In tempo per il cielo”. Si sarebbe potuto aggiungere almeno un altro Lucarelli, scelto tra “Un giorno dopo l’altro” (con un killer in viaggio lungo un’”autostrada nera”) e “Falange armata” (che anticipò le vicende della Uno Bianca). Ci sarebbe solo l’imbarazzo della scelta.
Il non-luogo “autostrada” connette spesso altri non-luoghi. Permette di raggiungere un aeroporto (sempre in Lucarelli) o una discoteca, non-luogo per eccellenza della gioventù. Nel suo ultimo romanzo, “Eccetera”, Emilio Tadini ha raccontato tanti di quei non-luoghi che c’è quasi da perdere la testa. E in realtà la perdono, la testa, molti suoi personaggi. Il primo non-luogo di “Eccetera” è la macchina (“un disastro a motore”) su cui viaggiano quattro giovani per una notte intera. C’è la “Light Night”, la discoteca che vorrebbero raggiungere. C’è la strada buia percorsa da Toro Seduto e dalla sua scalcinata banda di amici. C’è anche un non-luogo dell’etere che è “Radionotte notte”, dove ogni dialogo tra il dj e il suo pubblico è assenza e vuoto. Per la verità, Tadini è un esperto di non-luoghi: si pensi alla periferia milanese raccontata ne “La tempesta”, erede ormai annichilita della marginalità sociale ma umanissima narrata da Testori. E poi ci sono altre discoteche, nella narrativa italiana recente, che andrebbero prese in seria considerazione: per esempio quelle di Giuseppe Caliceti in “Fonderia Italghisa”, ex capannoni industriali sulla via Emilia. E’ un vero peccato che il volume non contempli la voce “Discoteca”. Ma più che un peccato è un errore che la voce “Strada” si fermi a Pasolini. Sì, perché a pensarci bene la strada non è più solo quella dei celebri “ragazzi” di borgata. Ancora Lodoli (in “Crampi”) e, più di recente, Mauro Covacich (in “A perdifiato”) l’hanno narrata come tapis roulant su cui si sfoga la smania, tipicamente postmoderna, del correre: il non-luogo del footing e delle maratone. Mentre Margaret Mazzantini apre il suo “Non ti muovere” con un tragico incidente stradale in motorino (e non bisogna dimenticare che nello stesso romanzo compare, più in là, anche l’autostrada come scenario di morte). In aeroporto, si sa, ma anche in aeroplano, si muovono molte delle creature di Daniele Del Giudice (da “Atlante occidentale” a “Staccando l’ombra da terra”). E Roberto Alajmo racconta il tragico volo del DC9 che nel ’78 si schiantò a poche centinaia di metri da Punta Raisi. Che i non-luoghi abbiano detronizzato i luoghi letterari della tradizione? Non è escluso.
Se è giusto che in un ideale “atlante” vengano ricordate le industrie di Volponi e Ottieri e le varie banche come “luogo dell’annullamento della persona in una funzione meccanica e frustrante” (da Verga a Rugarli, da Svevo a Pontiggia), perché tralasciare il supermercato, diventato spazio letterario almeno da quando Ian McEwan, nel suo celebre “Bambini nel tempo”, ambientò proprio in un supermercato di periferia la misteriosa sparizione della piccola Kate mentre suo padre Stephen era intento a svuotare il carrello alla cassa (una vicenda analoga viene narrata da Emmanuel Carrère ne “La settimana bianca”, in cui la colonia per bambini è interessante esempio di non-luogo da turismo di massa) . Ecco dunque i pulp. Ecco Aldo Nove, che in “Puerto Plata Market” mette in scena un protagonista incantato dalle Merci e perennemente attratto dall’idea di andare a fare la spesa all’Ikea di Cinisello Balsamo. Ecco un altro quarantenne, Andrea Canobbio, che affolla “Padri di padri” di autogrill e centri commerciali. Ecco Dario Voltolini, ecco Tiziano Scarpa. Anche qui, c’è l’imbarazzo della scelta. E’ cambiata la geografia metropolitana. La periferia ha vinto. Il sottosuolo anche, ma non è certo quello dostoevskiano. Sempre a proposito di non-luoghi: Giuseppe Culicchia in “Ambarabà” passa in rassegna ventuno passeggeri in attesa di un metrò non troppo immaginario di una città qualunque, “solida, liquida, gassosa” come tante, anonima di luce al neon.
Anche la geografia domestica, come si diceva, è un po’ cambiata. Il salotto è quasi scomparso come centro di discussione familiare. Resta, eventualmente, come sede del televisore. Il bagno c’è, eccome: dal cesso entrano ed escono diversi personaggi “splatter” di Ammaniti, Scarpa, Nove, Luttazzi. “La buca” è il titolo di un racconto memorabile di Antonio Moresco e ne “La discarica” il protagonista di Paolo Teobaldi finisce per rigenerare la propria identità. E c’è anche la camera. Più che la camera da letto, la cameretta da eterni adolescenti in cui si trova sempre acceso un video (“Cara, ti vedo verde, sarà il terminale”, scrive Voltolini). Video, o meglio prateria disincarnata del cyberspazio, che è, a sua volta (ma senza necessariamente andare nella fantascienza), un non-luogo di storie (o non-storie) per antonomasia: chi non ricorda il racconto “Evil Live” di Del Giudice, dove si immagina che una novella lanciata in Rete diventi sperimentazione estrema della lotta tra Bene e Male? Succedono cose strane: se alle origini della nostra letteratura le storie d’amore più angelicate e metafisiche nascevano in luoghi reali (strade, giardini, chiese, palazzi) diventati metafore, oggi le storie d’amore più carnali possono nascere nello spazio più astratto possibile che diventa corpo: per esempio via blog (lo sa bene Francesca Mazzuccato, che nel suo “Diario di una blogger” racconta una storia di desiderio e di passione in fondo poco virtuale), ultimo luogo-non-luogo ammesso in letteratura. Per il momento.

La Globalizzazione un luogo non-luogo
L’articolo di Paolo Di Stefano è molto interessante (si intuisce subito che proviene da una mente intellettuale) perché apre a discussioni di alto valore e, al tempo stesso, di difficile spiegazione.
Personalmente, leggendo l’articolo, mi è venuta un’idea: lanciare un dibattito in Rete, un dibattito “globale”, proprio per dare il senso di ciò che mi appresto a dire. Lancio il mio sasso: non deve meravigliare più di tanto se l’attuale letteratura sia diventata una trattazione di non-luoghi “metabolizzati”. Oggigiorno dobbiamo necessariamente fare i conti con i non-luoghi intesi soprattutto come perdita di identità nell’ottica di un mondo così globalizzato.
La letteratura, nell’avvertire ciò, si è dovuta suo malgrado adeguare a produrre opere allineate ad un contesto sociale basato sull’uguaglianza, intesa non certamente nella sua accezione nobile, quanto nell’assoluta necessità di uniformarsi, se non di conformarsi, nell’ambito della imperante società globalizzata.
Se siamo tutti uguali, se tutti noi dobbiamo necessariamente “somigliarci”, pena l’emarginazione, cosa resta della nostra identità?
La letteratura moderna, forse, vuole dirci proprio questo.
Leonardo Miucci
Leon67@tin.it

Gemellaggio fra il nostro sito e Cerchio azzurro
[...]Vi scrivo dopo aver letto con particolare interesse l'intervento di Paolo Di Stefano sui non-luoghi, argomento che recentemente abbiamo toccato anche noi nel nostro sito del Cerchio Azzurro con una mia intervista ad Eleonora Fiorani, nota epistemologa e studiosa di tematiche antropologiche. Dato che si è verificata questa coincidenza tematica, mi piacerebbe molto proseguire sull'argomento, caricando l'intervento del vostro ospite sul nostro sito.
Potrebbe anche essere l'occasione per l'avvio di un gemellaggio fra le nostre iniziative, come si era detto quest'estate. Anche voi potreste magari pescare dal nostro lavoro qualcosa che vi interessi. Intanto, il vostro indirizzo verrà inserito a giorni fra i nostri Link, sperando con ciò di farvi cosa gradita.
Laura Montingelli - Milano

acquista Di Stefano Paolo, Tutti contenti, 2003, 8°, pp. 384, Euro 16,00

Di Stefano[...]Ho cominciato a scrivere Tutti contenti, perché volevo raccontare le storie incrociate dei ragazzi che nel dopoguerra hanno vissuto in un collegio di Messina per bambini poveri e orfani e le cui vite, tutte più o meno segnate dall’abbandono, a distanza di anni si sono risolte o non risolte in modi diversi. A cose fatte potrei dire che ho scritto un romanzo sulla memoria e sull’abbandono.
Ma si tratta anche di un romanzo di ri-formazione: una Bildung, un’educazione sentimentale che comincia dopo la maturità anagrafica. Il passato - potrei dire con Nino Motta il protagonista - è necessario patirlo per liberarsene, e per ricominciare.
Paolo Di Stefano

  Paolo Di Stefano. Intervista su Tutti contenti

a cura della redazione di www.feltrinelli.it

  Come definirebbe Tutti contenti?

Ho cominciato a scrivere Tutti contenti, perché volevo raccontare le storie incrociate dei ragazzi che nel dopoguerra hanno vissuto in un collegio di Messina per bambini poveri e orfani e le cui vite, tutte più o meno segnate dall’abbandono, a distanza di anni si sono risolte o non risolte in modi diversi. A cose fatte potrei dire che ho scritto un romanzo sulla memoria e sull’abbandono.

Ma si tratta anche di un romanzo di ri-formazione: una Bildung, un’educazione sentimentale che comincia dopo la maturità anagrafica. Il passato - potrei dire con Nino Motta il protagonista - è necessario patirlo per liberarsene, e per ricominciare.

 

Di che passato si tratta?

Nino Motta, soffre, per un trauma infantile che verrà via via messo a fuoco, di una grave forma di amnesia. In realtà, non è mai riuscito a vivere una vita serena, la famiglia lo affligge, i figli gli sono estranei. Fugge e torna a Messina per capire. All’inizio il tentativo di colmare le sue lacune è quasi un gioco, poi lentamente si accorge che dentro i "buchi neri" del suo cervello i vecchi compagni, che incontra in incognito, rovesciano palate di memoria, come se cogliessero quell’occasione per vuotare il sacco. Nel romanzo ha una parte decisiva anche la Sicilia, Una Sicilia ritrovata che torna anch’essa da un sentimento lontano e incerto. E’ una Sicilia morsa dalla luce che riverbera sul mare e sui bianchissimi muretti a secco, una Sicilia arcaica, violenta, sensuale. La distanza fra il presente e l’esperienza infantile del protagonista evoca un’immagine dell’isola apparentemente tradizionale colmandola di una verità nuova, lancinante, che vorrei fosse quella, per l’appunto, di una identità ritrovata e lasciata scivolar via come sabbia che cade dal palmo di una mano

 

Che ruolo svolgono gli interlocutori di Nino Motta, i suoi compagni di un tempo che non lo riconoscono o addirittura fingono di non riconoscerlo?

Ognuno parla quasi per sé, parla solo di sé. Nino si accorge di essere vittima dell’autismo emotivo dei suoi interlocutori, della coazione a ricordare anche i particolari più insignificanti. E finisce per sentirsi estraneo anche al suo mondo passato, anche quando ritrova lampi di memoria non lo riconosce, perché tra lui e gli altri raramente si stabilisce una vera comunicazione. Da un troppo vuoto precipita nel troppo pieno, che è altrettanto angoscioso. E così, si accorge che la memoria, quando c’è, bisogna saperla elaborare per non finirne prigionieri.

 

Ci può fare un esempio?

Uno degli ultimi incontri di Nino è quello con Piccione, il suo amico preferito di un tempo, in collegio. Piccione da giovane è stato vittima di un clamoroso errore giudiziario. E dopo cinquant’anni ne parla con la stessa rabbia di allora. Quando Nino si presenta a lui, Piccione non riesce a provare nessuna emozione, riesce solo a buttar fuori tutto il risentimento antico, come se da quei fatti non fosse passato mezzo secolo, è un profluvio di parole inarrestabile e ripetitivo. Non ha elaborato niente. Piccione è un personaggio realmente vissuto, io gli ho cambiato solo il nome, ma esiste davvero e ha vissuto davvero quella tragedia, è rimasto ingiustamente in carcere per due anni e suo padre per sette, accusato di avere ucciso il fratello. Io sono andato a trovarlo e ho riscontrato quanto sia impossibile dialogare con lui, far breccia nella sua rabbia e nelle sue ossessioni.

 

Che rapporto c’è tra l’invenzione e la vicenda storica sul collegio e sui suoi ospiti?

Molte delle storie che racconto sono vere, a volte tragicamente vere, altre volte comicamente vere. Alcune sono state raccolte direttamente dal racconto orale dei protagonisti, altre le ho ricostruite sulla base dei documenti d’archivio e dei vecchi ritagli. L’intreccio è del tutto romanzato. Nino a poco a poco riesce a liberarsi dell’ansia di conoscere il proprio passato grazie a un incontro "salvifico" con una ragazza. E’ a quel punto che si accorge che il passato è passato, e che all’alba dei sessant’anni finalmente vale la pena di cominciare a vivere.

 

Quando ha cominciato a scrivere Tutti contenti?

Nel ’96 mi è arrivata all’orecchio la storia di un collegio di Messina per ragazzi poveri e orfani fondato nel ’49 da un prete di quartiere. Ho saputo che un paio di quegli ex ragazzi vivevano a Milano e ho cominciato a pensare che quella materia potesse essere un buon argomento per un reportage giornalistico. Dopo un anno circa mi sono messo a scrivere, senza sapere bene che cosa, ma mi accorgevo che più mi accostavo a quella documentazione e più desideravo allontanarmene. Così, provando e riprovando costruivo a poco a poco una storia d’invenzione.

 

E come è arrivato alla forma definitiva di Tutti contenti?

Ci sono arrivato quando ho deciso di passare qualche settimana a Messina, per avere più chiara la topografia del collegio e magari riuscire a raggiungere altri ex ragazzi per confrontare le loro testimonianze con quelle che già possedevo. Ho anche lavorato molto in archivio per farmi un’idea più precisa dell’ambiente e della vita della città nel dopoguerra. Ma soprattutto mi sono messo nei panni di un ex ragazzo del collegio che torna da Milano in fuga dalla famiglia per rivedere i suoi luoghi e ricostruire il suo passato. Una notizia del settembre 1956 trovata in un numero del bollettino interno del collegio ha fatto il resto.

 

Il suo lavoro di giornalista l’ha aiutata nel raccogliere le testimonianze e nell’elaborarle narrativamente?

Ho sempre pensato che tra il me giornalista e il me narratore non ci fossero, anzi non ci dovessero essere, coincidenze né sovrapposizioni. Niente di più sbagliato. L’esperienza del reportage (da cui è venuto fuori il libro La famiglia in bilico, nato da un’inchiesta per " il Corriere della sera") è stata molto importante. Mi ha insegnato ad ascoltare la grana delle voci, le pause, le incertezze, le epifanie magari involontarie dell’oralità.

 

Si tratta di un libro molto diverso dai suoi precedenti.

E’ un romanzo meno claustrofobico. Qui c’è un proliferare di storie che si intrecciano e una varietà di voci narranti e di dialoghi. I luoghi chiusi si sono aperti, le voci si sono moltiplicate anche se rimangono motivi che a posteriori riconosco come ossessioni mie, forse anche dovute alla mia biografia: lo spaesamento, il non sentirsi a casa propria in nessun luogo, la nostalgia per luoghi e tempi irrecuperabili. Per Nino, poi, questa nostalgia è dovuta a fattori anagrafici fondamentali: il fatto di non aver mai conosciuto suo padre, che quando lui nacque era ottantenne; e di avere solo "intravisto" la madre, che invece era giovanissima. Del padre ricorda solo il cappello appeso in entrata e della madre gli torna sempre in mente il cappottino troppo stretto che indossava le poche volte che è andata a trovarlo in collegio.

 

Da questo punto di vista, Tutti contenti può essere letto come un romanzo di investigazione?

C’è un abuso di romanzi investigativi, oggi in Italia. Il marchio "romanzo giallo" è diventato un marchio di garanzia un po’ facile. Diciamo che in Tutti contenti si chiarisce anche il mistero dei genitori di Nino scomparsi nel nulla: specialmente quello del padre che viveva in America celandosi sotto diversi nomi e svolgendo le professioni più varie. C’è poi un’altra mia costante tematica di cui mi accorgo sempre a posteriori. Passano gli anni e mi rendo conto che anche qui, come dieci anni fa in Baci da non ripetere e poi in Azzurro troppo azzurro, torna più volte il tema della morte precoce, in tenera età. Evidentemente, a differenza di Nino, io non riesco a liberarmi delle mie ossessioni. Lui è stato sicuramente più bravo di me, ma mi consola il fatto che per esserlo ha dovuto arrivare ad avere quasi sessant’anni. Dunque, tutto sommato ho ancora qualche speranza…

Chi è uno scrittore? Soprattutto un buon lettore

A colloquio con l'avolese Paolo Di Stefano affermato giornalista del Corriere della Sera

Scorrendo le pagine di un libro, generalmente si cerca subito di capire quale sia quella molla, quella scintilla che dà vita alla scarica di emozioni che un insieme di semplici fogli di carta bianchi tinti d'inchiostro nero riesce a darci. È questa la domanda semplice da formulare, ma per la quale non è poi altrettanto facile trovare risposte adeguate, che ci viene in mente ogni volta che ci troviamo davanti a un'opera narrativa che riesce a stupirci: "qual è l'inizio di tutto?", o meglio "da cosa si parte e di cosa ci si serve per arrivare all'opera completa?". Se vogliamo finalmente avere una buona risposta a tutto ciò, perché non parlarne con qualcuno che scrive di professione? A me è venuta in mente una persona che poi si è rivelata veramente gentile e affabile: Paolo Di Stefano. Nato ad Avola, cresciuto nel Canton Ticino, lavora oggi a Milano per il Corriere della Sera come giornalista culturale e inviato. Ha pubblicato due romanzi, Baci da non ripetere, nel '94, e Azzurro, troppo azzurro, nel '96, oltre a una raccolta di poesie, Minuti Contati, nel '90; il più recente reportage giornalistico La famiglia in bilico, nel 2001; nello stesso anno ha curato una lunga intervista con Giulio Einaudi dal titolo Tutti i nostri mercoledì.

Quando e perché ha iniziato a scrivere?

in libreriaAll'origine di tutto c'è stata la voglia di fare ordine in un groviglio di ricordi e di emozioni che non riuscivo a dipanare in altro modo se non, appunto, scrivendo. Prima (diciamo, fino ai 18 anni) pensavo di riuscire a esprimere al meglio queste emozioni nel disegno e nella pittura. Disegnavo e dipingevo con piacere, soprattutto riproducendo a mio modo immagini dal vero. Poi (con lo studio e con la lettura) la poesia ha vinto e quando le emozioni sono diventate più urgenti (la nascita del mio primo figlio e la morte, quasi contemporanea, del mio miglior amico), la scrittura è diventata un'esigenza per decifrare la gioia e il dolore. Ne è nata, nel 1990, una raccolta poetica, "Minuti contati", dove cercavo di mette insieme inizio e fine, come invita a fare Goethe in un celebre verso che ho posto a epigrafe del libretto. Con quelle poesie mi si sono chiarite un po' di cose. Ho capito che quel che mi interessava davvero prima di tutto era di parlare del dolore e della nascita: in particolare di un mio fratello morto piccolino di leucemia quando io avevo dieci anni. E così ho ripreso alcuni appunti che avevo già scritto sull'argomento e ho pensato a un racconto diciamo tra l'autobiografico e il surreale. Ho scritto e riscritto quel libro: prima al modo di Dostoevskij (La mite), poi al modo di Faulkner (Mentre morivo), poi al modo di Saramago (L'anno della morte di Ricardo Reis), poi a mio modo e ne è venuto fuori "Baci da non ripetere", dove si racconta anche il dolore della distanza e dello sradicamento. Intanto le poesie andavano avanti, ma mi convincevo che non riuscivo ad essere poeta e narratore insieme, perché sono due punti di vista sul mondo molto diversi, quasi in opposizione, almeno nel mio caso. Quindi via via quella prima spinta è stata convogliata nella narrativa, pur senza dimenticare le origini poetiche, tant'è vero che alcuni lettori ritengono che le mie pagine migliori siano quelle liriche.

Se poi devo rispondere al "perché scrivi" con una formula più a effetto, ma ugualmente valida, potrei anche dire: scrivo, come tanti, per l'incapacità o per la paura di vivere, per il rifiuto di accettare la realtà così com'è.

 

Prima di essere un bravo scrittore si deve essere un buon lettore o si può "nascere" scrittori?

con Salvatore AmatoPenso che la lettura sia indispensabile per chiunque voglia scrivere. Anzi, qualche volta mi è capitato di cominciare a scrivere sull'onda di una lettura, quasi per liberarmi del piacere che ho vissuto nel leggere cose altrui, specialmente versi. Pur tuttavia, non ho mai creduto allo scrittore mosso soltanto dalla propria ispirazione né al genio che crea nella sua torre d'avorio. O meglio: ci vuole sicuramente una forte spinta emozionale, un desiderio irrefrenabile di dire, di raccontare, di comunicare, ci vuole una passione morale, civile, un sentimento di indignazione, di rabbia, di gioia, di angoscia, di ribellione, di protesta, eccetera: ma tutto questo può bastare a scrivere diari non a scrivere libri (romanzi, racconti, eccetera). La lettura ti aiuta a essere consapevole delle forme, delle strutture, dei generi, degli stili, della lingua, della storia letteraria in cui vuoi (o vorresti o ambisci a) inserire la tua opera eccetera. Per scrivere ci vuole una forte dose di testardaggine e di artigianato, un lavoro di pazienza un po' massacrante fisicamente, un lavoro a fondo perduto, che uno deve fare senza secondi fini. Mi rendo conto che tutto questo modo di pensare, così poco "romantico", deriva forse dalla mia formazione filologico-illuministica. Ma il confronto con gli altri autori, del passato e del presente, è indispensabile per molte ragioni: da un lato ti spinge a una sana emulazione (bisogna porsi dei modelli anche molto alti), d'altro canto ti impone una continua autocritica e aiuta a relativizzare quel che fai. Solo da questa tensione tra presunzione e modestia, tra megalomania, cocciutaggine e depressione, da questo continuo tira-e-molla tra te e gli altri (e cioè tra la scrittura e la lettura) può nascere qualcosa di buono. Così come può nascere qualcosa di buono solo dal delicatissimo equilibrio tra impulso vitale della scrittura e rigore delle sue forme, tra abbandono e severissima disciplina.

 

Non pensa che leggere i libri degli altri influenzi il proprio modo di scrivere?

Può succedere. Anzi, direi che deve succedere. Noi siamo il risultato di ciò che viene prima di noi. Abbiamo perso, purtroppo, una qualità che i nostri padri e i nostri nonni avevano in quantità magari eccessiva: era la virtù dell'ammirazione. Ammirare dei modelli aiuta a creare la propria identità e credo che l'esercizio dell'emulazione di questi modelli non possa che essere utile sia sul piano morale sia sul piano letterario. Purché, ovviamente, l'emulazione non esaurisca tutto. Voglio dire che i modelli a un certo punto, dopo averli ammirati, si possono anche mettere da parte. Se Gadda non avesse letto e ammirato Manzoni, non avremmo oggi un capolavoro come "La cognizione del dolore". Se Petrarca non avesse letto e ammirato Dante, oggi non avremmo il Canzoniere. Se Leopardi non avesse letto Petrarca oggi con avremmo i Canti. Se Montale non avesse letto Shakespeare... Se Calvino non avesse letto Ariosto... Se Tabucchi non avesse letto Pessoa... e così via. Siamo nani sulle spalle di giganti, diceva quel tale. Certo, poi stando sulle spalle dei giganti bisogna saper guardare più lontano di loro.

 

Quale autore l'ha influenzata più degli altri?

Tanti. Dicevo prima che "Baci da non ripetere"è stato scritto sotto l'influsso di letture per me capitali: Dostoevskij e Faulkner, aggiungerei il Gadda della Cognizione. Ma soprattutto penso ai siciliani: Verga e Pirandello. Verga, che ho letto al liceo come tanti, mi ha trasmesso l'importanza della musica profonda della lingua in letteratura. Ho letto i Malavoglia quando vivevo in Svizzera con i miei genitori, sentivo il dialetto in casa ma non lo parlavo, sapevo che era una lingua familiare ma insieme estranea e leggere la lingua di Verga è stata un'emozione fortissima. Direi, una rivelazione. La lettura di quelle pagine in un paese straniero mi ha fatto sentire orgoglioso di essere siciliano, di avere familiarità con quella lingua straordinaria che era il dialetto siciliano. A volte, se stando lontano dalla Sicilia mi sembra di aver perso quella tensione, per ritrovare quell'antico orgoglio, mi basta aprire a caso una pagina del Verga e respirare o ascoltare la sua lingua. Pirandello mi ha subito impressionato sul piano della visione: se Verga mi ha insegnato la verità della letteratura, il fu Mattia Pascal che se ne va e vive un'altra vita sotto mentite spoglie mi ha fatto capire che la letteratura è finzione. E tra questi due poli, verità e finzione, si gioca tutto.

 

Cosa ha provato la prima volta che ha pubblicato qualcosa di suo?

Ansia, molta ansia. L'impressione di essere inadeguato, sia come giornalista sia come scrittore. Aspettare sempre la risposta degli altri, degli amici, delle persone che stimi... Poi, il giornalismo è diventato un mestiere e l'ansia per fortuna è sparita. Rimane ogni tanto l'impressione di aver fatto qualcosa di utile sul piano civile, di aver mosso dei pensieri, di aver aperto degli sguardi. Per la pubblicazione di libri l'ansia non sparisce mai, credo: ma si aggiunge una curiosità che ripaga di tutto. Ti dici: chissà come reagiranno i lettori... E' una sfida che ogni volta preoccupa ed esalta.

 

Quale libro fra quelli che ha scritto sente più suo?

Lo so che è banale dirlo, ma non riuscirei a scegliere. Sarebbe come chiedere: quale figlio sente più suo? Come si fa a rispondere: questo, quello... Sento più mio "Minuti contati" perché è il primo e c'era già tutta la mia "poetica" futura. Ma anche "Baci da non ripetere", perché è il più autobiografico: ci sono io, c'è mio fratello, mio padre, mia madre, eccetera. Ma poi mi dico che è meglio "Azzurro", per la ragione opposta, perché finalmente non c'è autobiografia diretta, diciamo più Pirandello che Verga. Parla con maggiore distanza dell'uomo sradicato d'oggi, eccetera. Poi mi accorgo che l'ultimo, "La famiglia in bilico", in fondo si presenta come un reportage ma ci sono le mie tematiche ma in presa diretta. Quest'ultimo libro mi ha aiutato a capire che il giornalismo non necessariamente è un genere minore, anzi fornisce materiali straordinari. E poi: non è vero che il mestiere di giornalista debba essere tenuto rigorosamente separato dalla letteratura. Non è vero. Basta saper osservare, basta saper ascoltare le voci. Mi sono detto: ma che bisogno c'è di inventare storie se le storie esistono già in natura senza che nessuno le conosca? Allora concludo confessando a me stesso che il libro più mio è quello che sto concludendo, dove tutti i miei precedenti libri (e perciò tutti i miei precedenti "ii") finiscono per confluire.

 

Nelle sue opere è sempre presente qualcosa di autobiografico?

Sempre, in maniera più o meno celata o diretta. Ci sono persone che ho incontrato, sguardi che ho visto, voci che ho sentito, fatti che ho vissuto.

La scrittura è influenzata dal gusto del pubblico?

Non credo che debba esserlo sempre, ma spesso, per molti autori, lo è. C'è un tipo di letteratura che si pone come compito quello di assecondare le richieste del pubblico: è la letteratura di genere (giallo, rosa, thriller, eccetera) che si pone volontariamente nel solco di una tradizione e di un codice. Le singole opere possono svolgere più o meno bene questa funzione, che è per lo più una funzione di intrattenimento. Ci sono fior di scrittori americani che perseguono benissimo questo scopo e giustamente ottengono un gran successo. Altre opere, magari qualche volta utilizzando gli involucri dei generi tradizionali, non si preoccupano di assecondare i gusti del pubblico e vanno in direzioni diverse, spesso opposte rispetto a quelle richieste dal lettore. Questi libri finiscono a volte per passare inosservati sia al lettore sia alla critica. La critica dovrebbe appunto occuparsi di distinguere tra le opere di livello medio-basso (quelle cioè che non aspirano a innovare la letteratura ma a intrattenere) e quelle di alto livello. Ormai però la critica cosiddetta militante è ridotta al lumicino e ha perso la vecchia funzione di discernere, orientare i gusti, consigliare. Cogliere, nella marea di pubblicazioni, quelle che più che subire il gusto del pubblico riescono a sconvolgerlo, a rinnovarlo, a guardare oltre le mode. Insomma, la critica dovrebbe riuscire a dirci quali sono le opere capaci di sopravvivere al tempo.


Rispetto a "Baci da non ripetere", "Azzurro troppo azzurro", secondo me, perde quel "patto narrativo" che nel primo coinvolgeva autore e lettore. Ha notato pure lei un calo di intensità emotiva e passionale?

Ovviamente se avessi notato il calo di cui lei parla, avrei rinunciato a pubblicare "Azzurro". Viceversa, io ritengo che "Azzurro" rappresenti per tanti aspetti un progresso rispetto a "Baci". Ciò non toglie che il lettore possa rimanerne meno coinvolto sul piano emotivo e che io possa capire benissimo le ragioni di questo "calo". Personalmente, giudico "Azzurro" un romanzo più "difficile" per il lettore, sia sul piano strutturale sia sul piano delle emozioni: in "Baci" si tratta di identificarsi in un padre che ha perso il figlio, qui invece si tratta di seguire, avanti e indietro, il delirio di un serial killer.

 

Papuzzi ha affermato di avere sempre percepito «il senso dell’effimero» del lavoro giornalistico: è per questo che anche lei ha sperimentato la narrativa, per diventare "immortale"?

Non esagererei: il giornalismo non è sempre il regno dell'effimero. Ricordo che alcune tra le migliori opere del secondo Novecento sono nate sui giornali, specie in Italia. Inoltre: diventare immortale non è una mia preoccupazione. Scrivo per i giornali per necessità e per divertimento: mi rendo conto che è un privilegio di pochi far coincidere il mestiere con una passione, e non mi vergogno di ammettere che ho la fortuna di appartenere a questa categoria di privilegiati. Dunque, non sto certo a lamentarmi del fatto di dover impiegare nel giornalismo la gran parte del mio tempo. Anzi, mi accorgo sempre più che facendo l'inviato riesco a raccogliere materiali di vita vissuta che poi potranno servirmi per la narrativa, e se prima pensavo che tra il me giornalista e il me scrittore non dovessero esserci contatti, oggi questa convinzione è venuta meno del tutto. Per tutti questi motivi, lavoro molto volentieri come giornalista, anche se a volte l'impegno (specie in passato) ha rischiato di travolgermi. Scrivo di narrativa, invece, per tante ragioni diverse, che vanno dalla tristezza all'euforia, dal desiderio di custodire memoria di un'esperienza o di più esperienze, mie o di altri, a un vero e proprio istinto di sopravvivenza. In tutto questo, l'immortalità c'entra ben poco. Forse c'entra quella sorta di rapporto stretto, di intimità e di paura, che sento con la morte. Mi accorgo che nei miei libri continuo a girare ossessivamente intorno agli stessi temi.

A.ZagarellaAlessando Zagarella


IL PIACERE DI LEGGERE
Un romanzo per sognare
(e vivere un po’ meglio)
di PAOLO DI STEFANO
da "Il Corriere della Sera" del 7/1/2003

P. Di Stefano in Libreria Urso, ad Avola
Quanti slogan sono stati utilizzati dagli editori per convincere il pubblico che vale la pena leggere. E quanti se ne potrebbero usare. Frasi celebri e Paolo Di Stefano ad Avolaautorevoli: «La lettura fa l'uomo completo» (Bacone), «La lettura di tutti i buoni libri è come una conversazione con gli uomini migliori dei secoli andati» (Cartesio), «Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi, o, come fanno gli ambiziosi per istruirvi. No, leggete per vivere» (Flaubert), «... non avendo mai io avuto un dolore che un'ora di lettura non abbia dissipato» (Maupassant), «Il mondo è fatto per finire in un bel libro» (Mallarmé), «Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere» (Pennac). E si potrebbe continuare. Deve essere proprio vero che leggere è una buona cosa, se tanti cervelli, nella storia, hanno speso tante parole per dirlo. Ma non c'è da stupirsi che Cartesio non venga molto ascoltato e che piuttosto che «conversare con gli uomini migliori dei secoli andati», si preferisca ridere a crepapelle con Christian De Sica. Né c'è da stupirsi se come testimonial per la promozione di un prodotto funziona più Boldi che Flaubert. Il fatto è che il libro non è un oggetto come gli altri e per venderlo non bastano i migliori persuasori occulti o gli slogan più fantasiosi. Pensate: «Boccaccio, più lo mandi giù più ti tira su», « La cognizione del dolore , il romanzo dell'uomo forte», «Pratolini, contro il logorio della vita moderna», «Silone, cosa vuoi di più dalla vita!», « La grande sera , il romanzo che crea un'atmosfera», « Uno, nessuno e centomila ? Ah, il signore sì che se ne intende», «Eco, e sai cosa leggi», eccetera. Niente da fare. Meglio affidarsi ad altro che alle iperboli e alle metonimie della pubblicità.
Per dire a tuo figlio perché vale la pena leggere un buon libro, potresti partire da certe parole di Calvino, senza dirgli che sono di Calvino per non spaventarlo. Forse potresti cercare di buttargli là una frase tipo: un buon romanzo è come un antico talismano che ti apre la porta verso mondi straordinari. Potresti dirgli: un buon romanzo aiuta a definirti rispetto al mondo e rispetto a te stesso, e in ogni caso getta una luce nuova sul tempo in cui vivi. No, niente da fare, sai benissimo che non funziona: troppo complicato, artificioso, astratto, intellettuale.
Allora forse potresti raccontargli semplicemente una storia. Per esempio, la strana storia di un commesso viaggiatore che si sveglia una mattina e si accorge di essere diventato un enorme scarafaggio. Oppure la storia di una moglie insoddisfatta di un alto funzionario russo, che da Pietroburgo fugge in Italia con l'amante di cui è rimasta incinta... Oppure la storia di un barone che riuscì a riemergere da una palude tirandosi per i capelli... Oppure la storia di un colonnello, padre di 17 figli illegittimi, fautore di ben 32 guerre civili che regolarmente ha perso... Oppure la storia di un tale che legge sul giornale di essere morto suicida... Oppure la storia di uno che vende la sua ombra al diavolo ottenendo in cambio una borsa miracolosa... Oppure la storia di un ragazzo che per sfuggire alla severità dei suoi educatori decide di salire su un albero e di non discenderne più... Oppure la storia di uno che può impossessarsi di una cospicua eredità solo a patto che sposi una donna che non conosce... Oppure la storia di un capitano di vascello che per gelosia viene arrestato proprio nel giorno delle sue nozze... Oppure la storia di un cavaliere che assalta dei mulini a vento scambiandoli per giganti... Tante storie lasciate sadicamente in sospeso, che costringano tuo figlio a chiederti ogni volta: ma come va a finire?
Paolo Di Stefano ad AvolaP. Di Stefano, S. Burgaretta e Sarah Zappulla Muscarà in Libreria Urso, ad Avola
No, no. Non è possibile, tutti sappiamo bene che un romanzo non è semplicemente la sua trama. Altrimenti chi ce lo farebbe fare a leggere mille pagine dei Miserabili , quando potremmo benissimo liquidare la faccenda in poche righe per sapere che Cosetta sposerà Marius. Il fatto è che senza sapere niente sulla conversione dell’ex galeotto Jean Valjean, senza conoscere Fantine, e senza avere nessuna idea sulle ragioni per cui il commissario Javert si intestardisce tanto a cercare Valjean, senza sentire gli odori e i sapori di quella Parigi, insomma, senza leggere I Miserabili , cioè senza penetrare nel loro mondo, nella testa e nel cuore dei suoi personaggi, del destino di Cosetta non ce ne importa niente. Perché mai dovremmo preoccuparci di qualcuno che non conosciamo? Accontentarsi delle trame, sarebbe come per un tifoso rassegnarsi a guardare le sintesi con i gol delle grandi partite, senza viverle per intero in diretta.
Altra cosa è, come diceva Calvino, entrare in quell'universo straordinario che è un romanzo, perdersi e ritrovarsi, perdersi per ritrovarsi nei suoi labirinti. A pensarci bene, in fondo forse potresti ricordare a tuo figlio che chi ne ha un'esperienza intensa, paragona la lettura a tutte le cose piacevoli o esaltanti della vita: mangiare, viaggiare, amare, sognare a occhi aperti. E se alla fine proprio non ti crede, pazienza: siediti e dimentica tuo figlio per qualche ora (qualcuno ha scritto che la lettura non sopporta l’imperativo), rilassati e goditi il tuo romanzo in santa pace. Disponiti, come scrisse il poeta portoghese Fernando Pessoa, a «vivere la vita che altri sognarono». Che rimane pur sempre un’ottima possibilità.
Paolo Di Stefano

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