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IL CAMMINO ARAGONESE
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I libri in lingua italiana per il Cammino di Santiago
LIBRO ITALIANO
DEI PELLEGRINI DI SANTIAGO DE COMPOSTELA
Le tappe del Cammino francese

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DEDICATA AL PELLEGRINO
© Francesco Urso

 

LIBRI SUI CAMMINI EUROPEI DEL PELLEGRINO
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Prologo
Te lo avevano chiesto in tanti.
Ma non ci sei già stato a fare il cammino di Santiago de Compostela?
Forse si ricordavano dei trentacinque giorni trascorsi lontano da casa, delle trentuno tappe che si erano rese necessarie per coprire gli ottocento chilometri che separano Saint Jean Pied de Port (Pirenei francesi) da Santiago de Compostela, città galiziana nel Nord Ovest della Spagna, dove è sepolto San Giacomo il Maggiore, uno dei dodici apostoli e meta finale, insieme a Roma e a Gerusalemme, di uno dei tre pellegrinaggi cristiani.
Sì, c’eri stato davvero, ma questo ti aveva lasciato, insieme a un grande senso di soddisfazione per aver compiuto il percorso, anche una gran voglia sotterranea di tornarci.
E poi c’era il “cammino aragonese” da fare, centosettanta chilometri diversi e non battuti nell’altra occasione, con il punto di partenza dal Col de Somport (Summus Portus per i Romani) fino al ricongiungimento a Puente de la Reina, dove il cammino diventa uno solo.
Alla fine avevi partorito il progetto di tornare sul cammino in Spagna, cogliendo l’occasione che nel settembre avresti compiuto sessant’anni. Puzzava un po’ di pretesto, però il mese di settembre non era affatto casuale; volevi vedere le strade, i boschi, i campi, la vegetazione in un’altra stagione che non fosse quella primaverile.
Volevi vedere le distese dei campi di grano così verdeggianti in aprile, diventate giallastre di stoppie. Oppure i vigneti, semplici legni in primavera, diventati frondosi  con i grappoli d’uva gonfi come mammelle scure, pronti per la vendemmia e a diventare “vino tinto”.
Insomma volevi tornarci, su questo non c’erano dubbi di sorta e questo desiderio era stato covato per molti mesi.

Sabato 15 settembre
Da Lecco a….Paris, via Saragozza e Jaca
Alla fine era arrivato il compleanno ed era arrivata la data di partenza.
A differenza di due anni fa, quando la partenza da Lecco era avvenuta in una piovosa e scura serata di fine marzo, questa volta lo scenario è una calda e soleggiata mattinata di settembre. Maria ed Elena ti accompagnano al treno fermo al binario tronco della stazione. Ti condurrà a Bergamo e da lì raggiungerai l’aeroporto.
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Nonostante la grande attenzione nel prepararlo, lo zaino, con i suoi undici chili, ti appare pesante. Più volte ti sei chiesto cosa eliminare, ma tutto ti era sembrato necessario o, addirittura, indispensabile.
Ti domandi: ma se era pesante nello stesso modo anche l’altra volta, come mai adesso ti pare così gravoso? E mancano l’acqua e il cibo. Ti chiedi se ce la farai a portarlo, questa specie di parassita che gira il mondo sulle spalle di qualcuno.
Poi, in un lampo di raziocinio, ti sei chiesto se, a parità di peso, non siano i due anni e mezzo in più di età che ti ritrovi a rendere la cosa più complicata. Come dice Marco Olmo, il corridore di ultramaratone, un anno che passa non è uguale per tutti, ma dipende dall’età della persona. Un anno che passa ad  un trentenne pesa molto meno che ad un sessantenne; forse è questa la semplice e cruda verità.
Dalla stazione di Bergamo salti sul bus per Orio e non ti fai sviare dalla fermata che, per lavori in corso, non è al solito posto. Quando chiedi l’informazione hai l’impressione che si chiedano: “Ma dove va ‘sto vecchio con lo zaino in spalla?”. Forse è solo un’impressione.
Arrivato allo scalo imbarchi subito lo zaino che, dopo esser stato fascettato, va portato ad un punto speciale (SKIPOINT) dove sparisce in una specie di botola.
Sei rimasto con uno zainetto nero di Twilight che ti ha dato Laura, la figlia più piccola e che funge da bagaglio a mano. C’è tutto il tempo per mangiarti uno dei due panini con la bresaola preparati di mattina dal Filet. L’altro è meglio conservarlo: verrà buono per la serata a Jaca.
Mentre gironzoli per l’aeroporto, vestito da pellegrino/escursionista ti senti avvicinare da una giovane coppia che, con spiccato accento siciliano, ti augura “Buen camino”. Sono in partenza per Lourdes e vogliono fare il camino frances per intero. Fai a tempo a dir loro che sei in partenza per Saragozza  per fare quello aragonese e li saluti velocemente. Non ti va di far la parte del vecchio navigato che li annoia con la storia del suo cammino percorso nel 2010. Faranno in tempo a vivere le loro esperienze, senza sentire quelle di un anziano pellegrino. Meglio congedarsi, contraccambiando l’augurio. Quando c’è una coppia di mezzo, l’aria della donna è, quasi sempre, sul perplesso, ma magari ti sbagli.
L’attesa al gate 18 è un po’ lunga e fai in tempo a sorprenderti con quanti pochi soldi oggi si possa girare il mondo. Il biglietto costa 43 euro e l’aereo, una volta mezzo di trasporto per signori, è diventato alla portata di tutti. Per girare e conoscere il mondo occorre avere buona salute, tempo e voglia, mentre i soldi sono passati in secondo piano.
Quando si apre il portellone dell’aereo della RYANAIR  vieni accolto da una folata di aria estiva. A Saragozza fa caldo.
Al nastro dei bagagli ti accorgi di non essere il solo pellegrino. Due veronesi andranno in bus a Pamplona per partire da Saint Jean, mentre l’altro lo perdo di vista.
Uno dei veronesi è un veterano e ha fatto il cammino diverse volte, anche in mesi invernali; ha percorso la Via de la Plata e non me ne parla in termini entusiastici.
Il bus della Agresa ti porta dall’aeroporto alla Stacion Intermodal della città aragonese. Vi convivono la stazione dei bus e quella ferroviaria della RENFE.
Il bus della ALOSA per Jaca parte alle sette e ci sono un paio di ore di attesa, in una saletta dove l’aria condizionata funziona a palla.
Un “cafè solo” rende l’attesa più leggera, trascorsa a vedere la gente che passa per la stazione e ad acquistare confidenza con l’idioma iberico.
La “darsena” 26 accoglie il bus per Jaca, dove sali dopo aver stivato lo zaino nel portabagagli. La partenza è un’occasione per rivedere da lontano il fiume Ebro e il complesso della basilica della Nuestra Señora del Pilar.
Lasciata la città il paesaggio diventa bruscamente arido e brullo, quasi grigiastro. La strada appare poco battuta e il bus si alleggerisce parecchio alla fermata di Huesca, raggiunta dopo un’oretta abbondante di viaggio.
Arrivi a Jaca che sono le nove e mezzo di sera, con il buio fitto. Dal diario di Maria, una pellegrina, sai che l’Hostal Paris che, in via precauzionale hai prenotato con internet, è poco distante. Nella piazza principale un complesso di ragazzi si dà da fare con pezzi di rombante heavy metal. In breve raggiungi Plaza San Pedro e l’Hostal Paris il cui “sello” si fregia di una Tour Eiffel. Per 28 euro trovi una stanza a tre letti con i servizi in comune. Nella piazza di sotto c’è la movida del sabato sera, con la gente seduta al bar a consumare tapas, vino o cerveza, intenta a chiacchierare nell’attesa della domenica.
Fai fuori il secondo panino, fai un giro per Jaca, ma alla fine la stanchezza per il viaggio ti consiglia di andare sotto le coperte.
Per domani hai deciso di prenderla “easy”: viaggerai con il tuo zaino e spezzerai in due il “tappone” di 32 km che riconduce dal Somport a Jaca. Raggiungerai il punto di partenza con comodo e il pernotto lo farai a Villanua, dopo 16 km circa. D’altro canto alla reception dell’Hostal Paris ci hanno tenuto a precisare che per la colazione (desayuno) non se ne parla prima delle otto e mezza. E poi domani è domenica.
Siamo in Spagna, ragazzi.

Domenica 16 settembre
La mia solitudine sei tu…
            Alla fine vai a consultare gli orari del bus per il Somport presso l’Oficina del Turismo, dato che vi è incertezza sul secondo della giornata (11,30 o 12,00?) e il cambio dell’orario decorre proprio da metà settembre.
            Dopo la colazione ci sarebbe il tempo per visitare la Ciudadela di Jaca, ma gli orari di apertura sono iberici: dalle 11,00 alle 14,00 e dalle 17,00 alle 20,00: sarà per un’altra volta.
            Nella piazza principale c’è movimento: arrivano famiglie e molti bambini in bicicletta. C’è una manifestazione ciclistica per le strade cittadine e la domenica mattina si presta bene a questo tipo di iniziative. La giornata è bella e soleggiata; attendi, in compagnia dello zaino, la partenza del bus  che avverrà alle dodici in punto dalla vicina Estacion.
In tre quarti d’ora sei arrivato a destinazione. Una coppia di inglesi ti fa la foto di rito vicino al cartello del passo e ai suoi 1640 metri sul livello del mare e altrettanto di rito è l’apposizione del “sello” del rifugio AYSA sulla tua credencial . Dopo un “cafè solo” inizi la discesa; si sono fatte le tredici.
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Beh, te l’aspettavi meno dura e poi la solitudine è totale; la segnaletica è buona, ma tu hai il ricordo delle onnipresenti flechas amarillas che qui, invece non sono così frequenti. Tant’è che, nei pressi di una zona militare, ti accorgi che la strada inizia a salire (?) Ma tu devi solo scendere. Torni indietro e ti dai del rimbambito perché ti accorgi che hai saltato un’indicazione. Cominciamo bene!
            Nella discesa ti rendi conto che l’unghia dell’alluce destro sfrega un po’ sullo scarpone. Forse la dovevi tagliare meglio.
            Intorno alle 18,00 sei a Villanua e ti accorgi subito del bivio indicato nella guida delle Terre di Mezzo; prendi a sinistra e vai in direzione dell’Albergue Triton, dove hai indirizzato una mail per prenotare un posto per la notte. Ma lo trovi chiuso e la signora che abita di fronte te lo conferma: “Cerrado por vacaciones”.  Vabbe’, ma dove si può andare a dormire altrove? Ti viene indicata una “casa rural” che raggiungi tornando indietro e scopri che è completa, non hanno posto.
            La cosa si complica e chiedi un’altra soluzione. Ti viene indicato il Bar Josè che già avevi notato, con alcune persone sedute fuori a gustare la cerveza del tardo pomeriggio. Alla ragazza che sta al bancone chiedi notizie su un posto letto; lei si rivolge alla proprietaria che sta in cucina e, senza uscirne, senti che scandisce ruvidamente un “venticinco euros”. E che vorresti fare? La prendi al volo e la ragazza ti accompagna al piano di sopra dove si trovano 3/4 stanze doppie e te ne affida una. E’ pulita e ha il bagno in camera.
                                                         

fotoIl fiume Aragon
           
Sei solo e, quando affronti l’inaffidabile base della vasca da bagno per farti la doccia, ti chiedi chi potrebbe mai darti un mano se scivoli e sbatti la testa. Meglio stare attenti.
            Adesso che sei lavato tu e il ricambio di biancheria, si pone il problema dove mangiare. Al Bar Josè non sono attrezzati e ti invitano ad andare nella parte nuova del paese dove ci sono dei locali. Un po’ malvolentieri prendi, attraversando un centro sportivo, la strada che porta al di là della carretera e dove ci sono un paio di locali. Entri nel primo che espone la sciarpa della squadra di calcio della Jacetania e numerosi berretti da baseball con svariati loghi e ti dicono che per la cena aprono alle nove di sera. Ma come, anche per un pellegrino affamato? Se vuoi mangiare subito ti fa segno nella vetrinetta delle tapas. Ti fai preparare un piatto di patate alla brava e uno di pulpo, accompagnato dalla birra di ordinanza e con undici euro hai cenato.
            Torni sui tuoi passi e raggiungi la habitacion del Bar Josè.
            Alla fontana del paese trovi una signora con un cane e chiedi a lei lumi sulla possibilità di proseguire per Jaca con la via che costeggia la strada principale oppure quella che si inoltra nel bosco. Lei ti parla della seconda come non difficile e più selvatica, ma più bella. Alla fine decidi: domani andrai per questa strada, peraltro non segnalata.
Un po’ di televisione dove c’è una specie di gara fra cantanti tradizionali vestiti come pastori sardi e quando la spegni il silenzio e la solitudine ti riavvolgono. Fai a tempo a far fuori un enorme ragno che è entrato dalla finestra del bagno (se ci fosse tua figlia Laura….) e te ne vai a letto. La notte è agitata con alcuni risvegli causati da pensieri che si affastellano e che traggono origine dal fatto che sei solo. E si ti fai male? E se stai male?
Risolvi tutto dicendoti: “E se ti facessi una bella dormita?”

 

Lunedì 17 settembre
La vendetta del cordero

            Fa luce tardi in Spagna e ti avvii seguendo la via distante dalla strada asfaltata.
            Non è difficile e cammini in perfetta solitudine. Anche oggi è una bella giornata.
            Il sentiero poi gira sulla destra e, attraversando, un ponte ti trovi a Castiello de Jaca, come risulta ben chiaro dalla scritta formata utilizzando delle siepi. Ti sembra una cosa buona, anche perché potrebbe essere un posto dove fare l’agognata colazione del mattino.
            L’insediamento è sicuramente recente, le case nuove e ben tenute ma…..non c’è anima viva, men che meno un bar. Disarcioni lo zaino e lo piazzi su una panchina. C’è solo un’automobile e un gran silenzio. Sulle case brulicano i cartelli “SE VENDE”.
Ti viene in mente il caustico commento scritto con la vernice e letto ieri a Villanua. Sul cartellone fatto apporre dalla banca spagnola (Financiado por BBVA) un’arguta mano ha aggiunto: HIPOTECA PERPETUA.
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            Ecco cosa si voleva intendere quando si parlava dei pericoli della bolla dell’edilizia: si fanno case nuove, si concedono finanziamenti ipotecari alle persone; queste perdono il posto di lavoro e non ce la fanno a pagare il mutuo e abbandonano le case che, nel frattempo, si sono svalutate. In genere, quando si parla di un villaggio fantasma, si sottende che si tratti di vecchi paesi, con case decrepite e fatiscenti. Qui vedo un moderno villaggio fantasma, con le case nuove, ma vuote lo stesso.
            Prosegui per la via, seguendo una strada che al pellegrino non piace; capita quando ti fanno deviare da una via in linea retta per farti salire ad un paesino, fatto salvo poi farti discendere e ricollegarti alla via principale. Ma almeno ci fosse stato il bar nel paesino!
            Invece lo trovi più in basso. Entri e ci sono tre pellegrini. Sono tutt’e tre spagnoli. Due giovani, Cisco e Marianne di Maiorca e Luis di Lerida. Stanno facendo una colazione all’inglese con uova, bacon, pomodori ecc. Ordini il tuo cafè con leche e tostados con marmelada e mantequilla e loro ti chiedono se vuoi unirti al loro tavolo.
            La giovane coppia intende percorrere il cammino per una settimana e poi andare nelle Asturie per un’altra; sono in vacanza e, come al solito, si capisce che il cammino è un’idea di lui. Luis, sui 45 anni, è da solo e vorrebbe fare la variante per andare al Monastero di San Juan de la Peña, magari in compagnia di Cisco e Marianne.
            Finita la colazione li lasci e prosegui verso Jaca.
            Costeggiando l’Aragon scopri una roccia piatta e liscia che sembra fatta apposta per bagnare i piedi nell’acqua gelida del fiume. Considerato il fastidio all’unghia potrebbe essere una buona idea e poi, scaramanticamente, ricordi di quando hai bagnato due anni e mezzo fa i piedi nella Nive, nella prima tappa del camino frances.
Ma sì, levati pure scarponi e calze e immergi i piedi nell’acqua fredda e tonificante!
Un pescatore, da lontano, osserva la scena.
            Arrivi a Jaca alle dodici e trenta e scopri che l’albergue apre solo alle tre del pomeriggio. D’accordo, ma oggi era programmabile solo una tappa breve di 16 km, dato che l’ostello successivo, quello di Santa Cilia de Jaca, è ad altri 15 chilometri.
Va a finire che torni in piazza e ci ritrovi gli spagnoli che attendono, anche loro, l’apertura dell’albergue. Luis continua il suo pressing nel cercare di convincere i giovani compagni di viaggio ad unirsi a lui nella deviazione per il Monastero, ma Cisco e Marianne non ti sembrano entusiasti del suo progetto.
            Chiacchierate di fronte ad una cerveza  e lì vicino un signore, dallo zaino leggero e dallo sguardo acuto, vi osserva. Lo invitate ad unirsi a voi. E’ un americano di 63 anni e il suo cognome, Cirincione, tradisce le evidenti radici italiane, anche se non ricorda il nome del paese siciliano che ha dato i natali al padre. Ha lasciato moglie e figlia a Lourdes e vuole fare un pezzo di cammino aragonese per poi trasferirsi in bus a Sarria e fare gli ultimi 120 chilometri per Santiago de Compostela. Da lì raggiungerebbe la famiglia nel frattempo trasferitasi a Parigi. Consuma un’insalata da cui toglie le olive, dopo aver detto alcune preghiere di ringraziamento per il cibo. Gli dici che ti chiami Santoro e gli chiedi che cosa ne pensi del candidato alle presidenziali USA, Ricky Santorum. Dice che gli piaceva molto e che non gli piace Obama per le sue posizioni sull’aborto. Beh, insomma un bel conservatore repubblicano, magari pronto a bombardare l’Iran, se dovesse servire.
            E qui commetti un errore: dato che sono quasi le due del pomeriggio, vieni tentato dalla lavagna del plato del dia che declama: “cous cous di verdure con agnello (cordero)”. Lo ordini e lo mangi con gusto che si accresce quando scopri che il buon Cirincione, nel saldare il conto, lo fa per tutta la compagnia.
Ma non sai che il cordero sta iniziando a covare la sua vendetta!
Alle tre sei nuovamente all’ostello, dove ci trovi un gruppetto di olandesi. Sbrigate le formalità d’accesso in un albergue moderno e con i letti non a castello e divisi due a due. Ti lavi e ti stendi le tue cose e ti fai il riposino di rito.
fotoQuando esci nuovamente per fare il giro nella città che ormai conosci, ti accorgi che qualcosa non va: senso di pesantezza e di nausea, acidità. Rinunci alla visita guidata della Cattedrale romanica e ti prendi un tè caldo al limone (chissà perché in Spagna, rispetto all’Italia, le infusioni costano poco, mentre è più caro il caffè). In farmacia prendi un antiacido e vai alla Chiesa di Santiago, dove alle otto di sera viene celebrata la Messa del pellegrino. Dopo la lettura del Vangelo senti venire sudori freddi e, nel timore di vomitare o collassare in chiesa, la abbandoni, proprio mentre il prete sta iniziando la sua predica. Pensi che, magari potrebbe aversene a male.
Prendi la direzione dell’ostello e, dopo aver governato alcuni conati di vomito che ti colgono in strada, cerchi di sollecitarli in bagno, ma le dita cacciate in gola non funzionano. Funziona quasi meglio sentire l’odore delle pietanze che si stanno preparando nella sottostante cucina e che ti sembrano nauseanti. Che fare? Ti raggomitoli nel sacco a pelo nel tuo letto e stai a vedere che succede. Luis, tuo vicino di letto ti chiede se hai bisogno di qualcosa, ma è meglio stare digiuni e attendere che il cordero sia clemente nella sua vendetta. Gli olandesi non lo sono, dato che ci danno dentro di brutto a russare.

Martedì 18 settembre
Mateu, un uomo di poche parole
            La notte di sonno ti ha fatto bene e la mattina ti svegli riposato, i disturbi di ieri sono solo un ricordo.
            Alle sette esci dall’ostello e attraversi una Jaca addormentata in un’oscurità quasi notturna. Di trovare un bar aperto… non se ne parla e ti avvii in direzione dell’uscita dalla città, operazione quasi sempre laboriosa e nella quale riesci chiedendo notizie a un ragazzo in bici.
            La tappa l’hai dedicata a Maria, tua moglie da più di trentatre anni e intendi farla bene.
            Armato di lampadina tascabile prosegui e, dopo un po’, raggiungi Cisco e Marianne coi quali fai un pezzo di strada insieme.
Il ginocchio sinistro fa male solo in discesa, la caviglia destra sta lì e non ti dà fastidio più di tanto, mentre le gambe sono indolenzite e le spalle cercano di adattarsi allo zaino: tutto sotto controllo.
Nei boschi che attraversi alcuni scoiattoli giocano a rincorrersi, sfrecciando sugli alberi.
Più o meno a metà strada della tappa di oggi trovi l’Hotel Aragon ed è il caso di fare colazione. Entri e lo trovi affollato di gente che mangia (da un paio di anni anche in Spagna c’è il divieto di fumare ed è sicuramente una cosa buona). Ci sono anche Luis, Cisco e Marianne impegnati nell’elaborata ordinazione di un breakfast composto di uova fritte, pancetta, pomodori e chissà che altro. Stanno definendo la deviazione per San Juan de la Peña e comprendi che sarà il solo Luis ad intraprenderla.
Confortato dal caffelatte, pane tostato, burro e marmellata prosegui fino a Puente de la Reina de Jaca da non confondere con Puente de la Reina de Navarra, dove finisce il cammino aragonese. Giunti qui puoi optare per sostare a Puente de la Reina che puoi raggiungere attraversano un ponte; oppure proseguire (ma il prossimo ostello è a 18 chilometri), oppure dormire ad Arrès. Decidi che 25 chilometri per oggi possono bastare e opti per l’ultima soluzione. Jean Claude, un francese più o meno della tua età è indeciso sul da farsi e, guardando il tuo zaino, ti chiede se non sia troppo pesante. Poi decide di andare avanti.
Tu, invece, giri sulla sinistra e inizi ad affrontare i tre chilometri e mezzo di salita e i 100 metri di dislivello necessari per raggiungere Arrès, i suoi sessanta abitanti, i suoi 700 metri di altitudine e la fine della tappa di giornata.
fotoDopo un po’ di ascesa lo vedi bene: un minuscolo villaggio dove, grazie al contributo di pellegrini americani, una casa fatiscente è stata trasformata in un ostello gestito da volontari che, per periodi di due settimane si alternano nel ruolo di hospitaleros. Fanno parte dellostesso gruppo che gestisce l’albergue di Grañon e di turno è una coppia di castigliani, Silvestre e Marta che ti danno il benvenuto con un bicchiere di acqua fresca e limone e aiutandoti a toglierti dalla soma lo zaino.
L’ostello non prevede tariffe fisse e tutto viene risolto con un donativo (offerta) in cambio di un letto dove dormire, una cena calda, una colazione al mattino.
Ti tocca un letto superiore dei quattro a letti a castello che ci sono nella stanza. Sei insieme a Enrique, un argentino, Sylvia, un’uruguagia, un anziano francese e quattro spagnole.
Inizi a sentire uno spagnolo che parla a getto continuo, argomentando su tutto e offrendo consigli, cerotti, medicamenti e notizie di ogni genere. E’ Mateu, un sessantino spagnolo di Menorca. Non ci vuol molto a capire che, forse, solo nel sonno riesce a tacere, ma non è detto.
Mentre ti rechi all’unico bar del villaggio hai modo di incontrare un distinto francese  che, seduto sulla soglia di casa, legge un libro. Ha voglia di chiacchierare e mi racconta che abita lì diversi mesi l’anno, lontano dalla frenesia urbana e che questa casa, ben tenuta, è diventato il suo “buen retiro” dove, ogni tanto lo raggiunge un nipote. La casa vicina, invece, è abitata da una coppia inglese.
fotoPrima di cena andiamo al mirador (belvedere) per seguire il tramonto e poi andiamo a visitare la piccola chiesa di Arrès che contiene delle opere davvero pregevoli. Spicca fra tutte un tabernacolo dove vi è un cormorano che si ferisce il petto per far colare il suo sangue a nutrimento dei piccoli della nidiata. Un richiamo al sacrificio del figlio di Dio che non avevo mai visto prima.
Per cena Silvestre prepara i tavoli all’aperto (siamo una quindicina), ma una fastidiosa pioggerellina, oltre a farci entrare tutta la roba messa fuori ad asciugare, obbliga tutti a mangiare all’interno dell’ostello.
Marta ha preparato un’ottima minestra, cosce di pollo con peperoni, dessert. La conversazione, scaldata dal vino tinto, fluisce scorrevole (sono l’unico italiano fra francesi e spagnoli e sudamericani) e, manco a dirlo, Mateu la fa da padrone.
Le ragazze spagnole ridono di gusto quando proponi il menorchino come coordinatore di una manifestazione denominata “La settimana del silenzio”. Asun (sta per Asuncion) una quarantina spagnola ti chiede notizie sull’Italia, dimostrando preoccupazione e sconforto per quella del suo Paese dove il risanamento cammina solo a colpi di tagli e riduzioni del welfare, in particolare quelli al settore sanitario sembrano angustiarla maggiormente.
Alla fine vai a letto  e la notte scorre tranquilla.
Mateu dorme in un’altra stanza e, quindi, non saprai mai se riesce a parlare anche nel sonno.

 

Mercoledì 19 settembre
Un percorso di purificazione
            Ad Arrès la sveglia è alle sei e mezza, con brani di musica classica. La colazione è comunitaria e Marta e Silvestre ti fanno trovare latte, caffè, thè, pane tostato, burro, marmellata, biscotti. Una buona colazione prima di mettersi in marcia. Che bello!
            Un’ora dopo sei in strada per la nuova tappa che hai dedicato ad Elena, la tua figlia maggiore, che oggi sostiene il test d’ingresso per iscriversi alla laurea magistrale; non hai dubbi che lo supererà.
            La giornata è stupenda e l’ombra che proietti sul sentiero sembra quella di un uomo sui trampoli, tanto sono lunghe le sue gambe. Come si cammina bene quando si è riposati e con una buona colazione nello stomaco.
            Alla prima pausa per un breve riposo ti scappa la pipì e ti sembra che il getto di urina sia scuro, ma non ne sei sicuro, anche se la cosa ti mette in guardia. Intorno alle undici rifai pipì e, sì, è proprio scura di un marrone intenso. In realtà non hai bruciori, fastidi o febbre e pensi a cosa hai bevuto oppure all’intervento chirurgico che, però, risale a nove mesi fa.
            La cosa migliore è fare una tappa breve oggi, riposare mezza giornata e la notte, bere acqua e vedere come evolve il tutto. Sei abbastanza tranquillo perché non ci sono tracce di sangue vivo.
foto            Mezzogiorno ti coglie ad Artieda con la sua sessantina di abitanti. L’ostello, si trova in via Luis Buñuel, accanto alla Chiesa di San Martin che è chiusa. Stanno ultimando le pulizie e ti piazzi in un tavolo nel giardino antistante. Non passa molto e giunge la brigata capitanata dal loquace Mateu che fa pausa qui per proseguire dopo. Viaggiano leggeri, dato che hanno mandato avanti gli zaini. Ti guardi l’unghia dell’alluce destro e, non appena la tocchi, emette un liquido biancastro. Dal kit di Mateu e Cisco spuntano disinfettante e un cerotto. Ma tu, in questo momento, sei più attento ai problemi urinari e la visita nel candore del bagno (sanitari ROCA tanto per cambiare) ti conferma che la pipì è proprio scura. Ci bevi sopra una birra, dalle note proprietà diuretiche, accompagnata da acqua e, alla successiva visita in bagno, vedi che torna chiara. Ti fai l’opinione che il riposo e il sonno ti rimetteranno in squadra. A questo punto maturi la convinzione che, camminando a questi ritmi e con questi pesi, il tutto abbia provocato la rimozione di qualche crosta o scoria residua dell’intervento subito.
            Il cammino, oltre a purificare l’anima, purifica anche le vie urinarie!
            Artieda è piena di scritte e di cartelli che recitano: “YESA NO”,ma non capisci cosa voglia dire. Fermi un uomo barbuto e gli chiedi notizie. Ti spiega che si tratta di un progetto che prevede l’allargamento dell’Embalse de Yesa (il bacino di Yesa), un bacino artificiale ottenuto con l’acqua dell’Aragon che comporta altresì un’imponente  serie di lavori stradali, iniziati da anni e che adesso non procedono per mancanza di fondi. La comunità locale non vuole queste opere e da qui lo slogan “YESA NO”. Alla tabierna trovi molti giovani; sembrano tutti figli di Manu Chao e nel locale spicca una bandiera dell’Aragona indipendente (strisce giallorosse in orizzontale con una stella rossa al centro). Queste spinte indipendentistiche ti lasciano perplesso, ma pensi che, in ogni caso, abbiano il diritto di libera espressione. C’è il WI-FI (che qui chiamano UI FI), ma non funziona e continua il black-out informatico che dura da qualche giorno.
            Sono con te Helsa, l’olandese e Stuart, un sudafricano di 65 anni, che faceva l’insegnante di giardinaggio e adesso è in pensione. E’ dotato di un ventre prominente e per questo fa il cammino a piedi e, a tratti, in bus. In passato ha avuto problemi di apartheid nel suo paese perché aveva sposato un’indiana. Ha una tosse insistente, strascico di una polmonite contratta nel corso di una precedente visita a Manchester, sua città natale, ma dove ha vissuto solo poche settimane prima che la famiglia si trasferisse in Sudafrica. Ti racconta che gli hanno proposto di fare da guida ad un gruppo di anziani americani che vogliono fare il cammino con tappe brevissime a piedi, senza zaini e il grosso con taxi o bus. Pare che lo paghino pure e lui ha accettato. Gli chiedi di verificare che fra i suoi ruoli non ci sia anche quello di portare a spalla qualche anziana che non ce la fa.
            La cena è sempre presso l’ostello e siete in sei: Stuart, Helsa, una spagnola e una giovane coppia di ciclisti spagnoli appena sopraggiunta. Si può scegliere fra la crema di verdura e spaghetti al tonno e pomodoro; salsiccia, tortilla, o pechuga a la milanes , che sarebbe petto di pollo a cotoletta. Immancabile il postre finale, dove scopri la cuajada, uno yogurt fatto con il latte di pecora.
La notte fai mille pensieri, ma le due volte che vai in bagno la pipì rimane chiara.

Giovedì 20 settembre
Sintomi di stress metropolitano
            Il trattamento dell’albergue di Artieda comprende anche la colazione mattutina e si parte bene. Per dormire, cena e colazione hai speso in tutto 22,50 euro.
            La giornata è ancora una volta bella e il sole basso che sorge ti scalda le spalle.
 La tappa, questa volta, è dedicata a Laura, la tua seconda figlia e la informi mediante un sms, in un orario che sai la coglierà a colazione, prima di andare a scuola. Il sentiero non è difficile e, anche questa volta, mentre cammini ti si affianca la solitudine.
A Ruesta prendi un caffè e dopo inizia il salitone su sterrato della Sierra de Peña Musera. Sono 350 metri di dislivello, neanche tanti per i criteri del CAI, ma c’è lo zaino a farti compagnia e la salita è lunga sette chilometri, anche se, ad ogni tornante ti illude di essere finita. Ma non è così. Ermanno se la ricorda bene, quando l’ha fatta in bici.
Ma sai bene che anch’essa deve finire e la pipì che si mantiene chiara, ti rinfranca non poco e ti dà sicurezza. In cima alla salita ti prendi una pausa, con il vento che si fa vivo.
            Adesso prosegui in discesa, su di un sentiero un po’ più impegnativo e il sole del primo  pomeriggio picchia forte. In fondo al vallone vedi Undués de Lerda, metropoli di 40 abitanti. All’arrivo l’unico bar ti dà modo di gustare la birra fresca di rito; gestisce anche l’ostello, ricavato dal recupero di una vicina casa nobiliare. La ragazza del bar ti accompagna. E’ tutto nuovo, ma anche freddo e poco attento ai dettagli: mancano specchi, ganci e l’enorme cucina/refettorio è dotata solo di forno a microonde.. Ogni stanza ha quattro posti letto con due letti a castello e i bagni sono nuovi. Mancano i locali dove lavare la biancheria e per stenderla, dopo averla lavata in bagno, copi l’idea del pellegrino tedesco che utilizza un bastoncino telescopico, dove “infilza” la roba da asciugare e lo posiziona in orizzontale nel vano della finestra.
            Il pomeriggio è assolato e giri per il borgo, pressocchè deserto. Una ragazza, seduta ad una panchina all’ombra, traffica con un PC sulle ginocchia, mentre un padre sotto un albero legge un libro e sorveglia tre bambini che, armati di biciclettina e pattini a rotelle, scorazzano su quella che sarebbe la strada principale, del tutto priva di traffico.
La cena è alle sette di sera e siete in quattro (Helsa l’olandese, Ruth una svizzera e un tedesco anonimo dall’inglese poco comprensibile , ma dotato di una mimica buffa). Per primo c’è da scegliere fra la zuppa di ceci e asparagi bianchi con jamon , per secondo trucha (trota) oppure costine di maiale con patatine fritte. Al postre schivi il “tiramisù” ( e ci indovino) per dirottare sulla cuajada della quale ti sei incapricciato. Se ci aggiungi acqua e vino fa un totale di 10 euro a cranio.
Si va a dormire. Helsa, la tua compagna di camera si conferma casinara e le fai trovare in corridoio gli scarponi. Mi sa che domani la perderai, perché ha deciso di fare una micro tappa di 11 km e fermarsi a Sangüesa. D’altra parte nel suo anno sabbatico ha deciso di dedicare due mesi al cammino di Santiago.
Venerdì 21 settembre
L’unica cosa a cui non so resistere sono le tentazioni

            Alle sette e mezza sei per strada, utilizzando un’uscita secondaria nel retro dell’albergue che conduce nella piazza della chiesa dove è ancora allestito un palco che sarà servito per qualche manifestazione o spettacolo, magari non affollato, considerati i numeri di Undués de Lerda. Fa già caldo e ti metti in maglietta e smanicato, quest’ultimo più per frapporre spessore fra la pelle e gli spallacci dello zaino.
            Fai presto a coprire gli undici chilometri che ti separano da Sangüesa e ti sembra di vivere un tuffo nella civiltà: innanzi tutto tappa nella farmacia dove compri il disinfettante e il cerotto per il tuo alluce. La giovane commessa ti consiglia di acquistarli di “marca blanca”, in pratica non di marca, ma lo stesso validi. Poi giunge il momento della colazione in uno splendido Bar Pilar con dei bagni faraonici ed extra-lusso. Segue il prelievo al bancomat e l’invio di alcune cartoline.
            E’ giorno di mercato e scopri uno strano marchingegno adottato per arrostire i pimientos (peperoni): si tratta di un tubo rotante con una manovella azionata da un ragazzo dove i peperoni passano attraverso una griglia infuocata e alimentata da una bombola del gas per poi cadere in un canestro alle fine del tubo. Mai visto prima!
            Quando ti lasci alla spalle Sangüesa sai che devi scegliere come proseguire. I puristi dicono di seguire le indicazioni, univoche e perentorie per Rocaforte, deviando a sinistra non molto dopo l’uscita della cittadina. Altri, compreso tuo fratello Ermanno, caldeggiano una seconda opzione; ti consigliano di proseguire per Liédena e così poter attraversare le gole del Foz de Lumbier. Opti per questa via, anche se i cinque chilometri che devi fare su asfalto e attraversando una zona industriale, con il sole a picco e le macchine che ti sfrecciano accanto, ti mettono qualche dubbio sulla bontà della scelta.
            Alla fine Liédena è raggiunta, e ci trovi un giardino pubblico dotato di fontana e di panchine dove far respirare i piedi e cambiare la medicazione al ditone.
            Riprendi a camminare e le indicazioni continuano a latitare, Superata una grossa fabbrica di imbottigliamento di vino ti insospettisci e ti salva un ragazzo che sta portando a passeggio il suo cane. Alle tue richieste di indicazioni ti risponde: “Ah, los tuneles!” e, per fortuna, devi tornare sui tuoi passi solo per qualche centinaio di metri e imbrocchi la via giusta. Vi è una grossa strada asfaltata di recente costruzione e realizzi che questa non è una bella cosa perché, per proseguire, devi compiere una bella variante che ti faccia passare sotto un cavalcavia e ti accorgi di fare almeno un chilometro in più di quanto avresti fatto se avessi potuto tagliare dritto. Ma c’è ben poco da fare. In un’assolata area di riposo (ci sono almeno 35 gradi) fai fuori il bocadillo al jamon acquistato a Sangüesa nel bar dove alla televisione stavano trasmettendo, con commento in basco, una partita di pelota, quella dove due giocatori vestiti di bianco e armati di una sorta di cestino allungato e fissato ad un braccio si sfidano nel lanciare una pallina contro una parete dipinta di verde. Una sorta di squash e uno sport assai diffuso e seguito nei Paesi baschi. Ti ricordi che a Milano, quando hai vissuto in zona Brera, in via Palermo, vi era una palestra dove si disputavano partite di pelota basca e si facevano scommesse. Non era infrequente lo scoppio di qualche rissa o di giocatori messi sotto accusa per essersi venduta la partita.
            Ma alla fine arriva lo sterrato e, soprattutto, la palina biancoverde che ti conferma “Foz de Lumbier”.
            Beh in effetti il paesaggio è particolare: una gola fra rocce rossastre dove scorre un corso d’acqua, il fiume Irati. La prima impressione è un incrocio fra la Val d’Anapo e la Cavagrande del Cassibile, nella Sicilia sud-orientale che tu ben conosci. In un certo punto ti accorgi che le rocce formano una specie di galleria e poi attraversi due tunnel dove passava una vecchia ferrovia. L’oscurità dura un po’, ma ti è di conforto la lampadina frontale che ti sei portato dietro. Passi anche in un punto dove intuisci che c’era un ponte (il Puente del Diablo) che la guida delle Terre di Mezzo dice che sia stato distrutto durante la guerra civile spagnola; Ramon, il barista di Lumbier, buon conoscitore della storia italiana, più tardi sosterrà, invece, che sarebbero state le truppe napoleoniche a distruggerlo. Ma quello che colpisce maggiormente, oltre al silenzio spettrale, sono i rapaci che nidificano in questa zona protetta a colpirti: avvoltoi e aquile volano senza muovere le ali sopra di te e il cielo azzurro è punteggiato da queste creature. Un’atmosfera magica.
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All’uscita della riserva naturalistica vi è un ampio parcheggio, ma le auto in sosta sono appena tre e, percorrendo un sentiero fra i campi, arrivi al paese di Lumbier, che, con i suoi 1400 abitanti, è già bello grande. L’Hotel IRU BIDE, con il suo bar è un magnete invincibile e la birra fresca che sorseggi in un angolo riparato dal vento costituisce un giusto premio per i 22 km percorsi. A proposito di chilometri ti metti a fare quattro conti e scopri che per arrivare a Izco, dove c’è il più vicino ostello, ce ne vogliono altri dodici. Prima vi è il nulla sotto vuoto spinto. Un tarlo si insinua nella tua psiche: “E se mi fermassi all’ IRU BIDE?”. E’ un albergo (e non un albergue), sì ma quanto costa? L’uomo della reception, anche se sono le quattro del pomeriggio, è ancora impegnato con la sala da pranzo (orari spagnoli) e mi dice che una singola, con bagno in camera e aria condizionata costa 30 euro. Massì, crepi l’avarizia, stasera il pellegrino italiano dorme e cena come Dio comanda! Grande doccia, lavaggio ropa che appendo ad asciugare nel box doccia (benedetti tessuti tecnici!) e riposino.
            Il sopralluogo per capire dove proseguire il cammino l’indomani al buio e il giretto in paese dove non trovo un internet point (anche l’hotel ha il wi fi, ma non un PC per il cliente) è seguito da una cena che non è un menu del dia : una raffinata insalata, seguita da un bonito (tonno) cucinato in salsa di peperoni davvero ragguardevole. Postre, acqua e vino per 18 euro. Si può fare! E poi, vuoi mettere una notte senza il roncador di turno?

Sabato 22 settembre
I los blancos di Monréal e la cena di espiazione
            Oggi è una settimana che sei partito ed è stata vissuta intensamente e bene. Alle sette e un quarto non c’è bisogno che tu apra la porta dell’albergo e depositi la chiave nel vaso da fiori, come concordato con l’addetto alla reception: il bar è già aperto e saluti i due avventori e il barista partendo nella semi oscurità. Per arrivare a Izco il percorso è tutto stradale e in salita (meno male che ti sei fermato a Lumbier).
 Ti passano accanto ciclisti con bici da corsa, favoriti dall’asfalto che ti tocca calpestare per undici chilometri. L’albergue di Izco è vicino ad una parete attrezzata per il gioco della pelota e offre una colazione minimale; scambi quattro chiacchiere con l’hospitalera che fuma tranquillamente all’interno del locale. Ti dice che ieri hanno ospitato dodici pellegrini e pare soddisfatta. Poi il paesaggio diventa bello, con distese di campi di grano e di cereali, un cielo azzurro e privo di nuvole, il sole è caldo. Un gran silenzio ti avvolge.
            Quando arrivi a Salinas de Ibargoiti scopri un minuscolo borgo con della casette tenute divinamente e un lindo giardino pubblico con la sua bella fontana. Non manca la bella chiesa con l’avviso dei jubilados (pensionati) del posto che organizzano per un certo giorno una gita in un posto che non ricordi dove. E’ un piacere farvi sosta.
            I tre chilometri che ti separano da Monréal sono gradevoli: un sentiero che passa in mezzo ad un tunnel di alberi, fresco e profumato. Ci scopri gente che fa jogging, famiglie a passeggio (è sabato). Si raggiunge il top con un gruppo di gitanti francesi che un pullman ha sbarcato qualche chilometro dietro e che, bellamente, si fanno un picnic sul prato. Passi di lì, saluti, ma almeno uno che ti offrisse un bicchiere d’acqua fresca! Eppure sudato e accaldato con uno zaino di dodici chili sul groppone dovresti ispirare un po’ di compassione!
 L’arrivo nel paese è preceduto dal campo di calcio, giallo stoppia. La foto per inviarla a tuo fratello Alessandro che colleziona foto di stadi è d’obbligo: dove si trova una stele con la concha gialla su fondo blu che delimita un campo di football?
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All’ingresso di Monréal c’è un supermercato che fa anche da bar. Grande libidine la birra fresca accompagnata dalla tortilla e poi raggiungi l’albergue  che è attaccato alla chiesa. In un altro locale, al primo piano del centro paroquial,  scopri preparativi di pranzo con una tavolata per almeno cinquanta persone. La signora ti dice che è l’hospitalera e ti invita ad avviarti all’ostello; poi passerà qualcuno per gli adempimenti di rito (sello, pagamento). Apro io la porta, mi scelgo il posto nello stanzone totalmente deserto:  piccoli lussi da pellegrino.
Dopo un po’ arriva gente: due olandesi, un francese, una coppia e i 21 posti di capienza dell’ostello vanno riempiendosi, ma non più di tanto.
Dopo il riposino inizi a gironzolare per il paese, in cerca di un internet point che non c’è. Meno male che i tuoi contatti con Maria, Elena e Laura sono stati sempre garantiti dal cellulare, perché trovare una postazione di computer risulta veramente difficile sull’aragonese.
Seduto all’unico bar/supermercato che dall’insegna è definito sia Bar Cipri che  Comercio a mano Monréal senti in lontananza delle grida e un vociare indistinto. Sembrano provenire dal campo di calcio che ti ha accolto all’ingresso di Monréal. Ciabattando con i Birkenstock da riposo torni sui tuoi passi e scopri che è in corso una partita di calcio. La squadra locale veste tutta di bianco, come le più famose merengues del Real Madrid e gioca contro una squadra con maglia verde e gialla. Il campo, con un’erba che vira sul giallo e che forse non ha mai conosciuto il verde, è circondato da una ringhiera un po’ arrugginita alta un metro abbondante; gli spogliatoi sono due containers.
Eppure i ragazzi non si risparmiano, neanche quando tocca loro di andare a recuperare il pallone in mezzo ai cespugli, oppure nel fiumiciattolo che scorre in orizzontale, accanto al rettangolo di gioco. Ti piace vedere il gioco del calcio tornare alla sua essenza, alle sue autentiche origini quali fare una bella giocata, senza compenso alcuno o solo per catturare il sorriso compiaciuto della fidanzata che ti sta osservando. Il gioco è vero e maschio, ma non ci sono sceneggiate e l’arbitro vestito con un’improbabile divisa costituita da maglietta verde, calzoncini bianchi e calzettoni rossi sembra voler essere un omaggio alla bandiera italiana (o messicana?).
Chiedi alle persone accanto e ti dicono che si tratta di un match fra il Monréal e i Los Latinos, una squadra formata da sudamericani che vivono nel territorio. Ne hai conferma quando catturi qualche spezzone di conversazione fra i giocatori, dove emerge la cadenza brasiliana oppure dai tratti indio che ti fanno subito pensare a qualche argentino o cileno.
 3 a 1 per i los blancos di Monréal il risultato finale.
Alle otto di sera è ora di andare a Messa che, essendo di sabato sera, è abbastanza frequentata. Scopri che, a differenza del solito foglietto, qui, per seguire la celebrazione, viene usato un proiettore di diapositive che su uno schermo proietta le letture, le preghiere, le parole dei canti. Cerimonia multimediale come è spesso confermato dalla presenza di schermi di televisori nelle chiese spagnole.
E’ sempre piacevole seguire la Messa in spagnolo, lingua che ti consente di partecipare in modo agevole e con questa lingua musicale che esce dalla bocca di un giovane e sorridente prete.
A cena, per espiare quella elegante di Lumbier, mangi nella cocina dell’ostello con un bonito del Norte (tonno in scatola), pane e un vasetto di yogurt.
Poi sali al piano di sopra che ospita il dormitorio, mentre da sotto Alfonso, un loquace spagnolo, sembra che tampini in inglese Rachel, una giovane svizzera che prenderà posto in un letto non lontano dal mio.
Dai quattro conti che fai realizzi di aver percorso 140 chilometri circa e che fra una trentina avrai completato il tratto aragonese.

Domenica 23 settembre
Eunate e i suoi arcobaleni
            Partenza al solito orario, ma il bar del Centro Paroquial che in bacheca prometteva la colazione di prima mattina, in realtà (forse perché è domenica?),  ti bidona e ti fa partire a stomaco vuoto.
            Il sentiero è bello, ma procede a zig zag e su e giù. Un pezzo di strada lo fai con Jean, un pellegrino francese sulla settantina che ti dice che oggi è il suo ultimo giorno; si è fatto 500 chilometri circa partendo da casa sua, ma, soprattutto, esprime un certo disprezzo per la “folla” che popola il tratto frances. “Troppa gente e troppe frecce gialle per i miei gusti. Si vede che la vernice gialla è quella che costa meno in Spagna” è il suo commento sferzante.
            Poco prima della salita che conduce a Tiebas la guida mi segnala che, in lontananza, si può scorgere l’Alto del Perdon che sovrasta Pamplona, a conferma che i due cammini si stanno per unire a Puente de la Reina.
            Tira un forte vento, tanto che aprire la porta del bello e grande bar di Tiebas non è così facile. Dentro c’è molta gente e ritrovi Cisco e Marianne, insieme ad Alessandro di Padova che è il pellegrino italiano scorto al ritiro bagagli all’aeroporto di Saragozza. La ragazza ha un ginocchio gonfio e zoppica ed esprime una certa soddisfazione nel dirti che hanno ultimato la settimana di cammino e che, per la seconda settimana di vacanze, andranno nelle Asturie, nel Nord del Paese. Insieme ad Alessandro, che ha un piede dolorante, sono stati al Pronto Soccorso di Pamplona, dove, dopo qualche ora di attesa, si sono sentiti dire che devono prendere un antinfiammatorio, mettere del ghiaccio e riposare. E’ stato anche rimproverato perché non era in possesso della tessera sanitaria europea e mi dice che gli dovrebbe arrivare a casa una fattura di 150 euro circa per la visita. Ma il nome che è stato raccolto è sbagliato e pensi che sarà difficile che l’ospedale spagnolo incassi questa cifra.
            Ti dicono che l’ostello di Tiebas, che hai intravisto all’ingresso del paese, dove c’è un hospitalero molto gentile è dotato di una postazione internet. Lasci lo zaino al bar e torni indietro. Nella piccola hall dell’ostello un barbuto hospitalero ti offre un portatile e puoi andare sul sito della RYANAIR. Con l’amorevole assistenza di Marianne scopri che per il 2 ottobre c’è un volo Saragozza-Bergamo che, partendo da 9,99 euro a persona alla fine te la fa cavare con 32, 49 euro. Lo blocchi subito perché ti va a genio il prezzo, la data (avevi previsto un’assenza da casa di quindici giorni) e perché ti consente di andare qualche giorno avanti sul camino frances.
            Quando hai chiuso la prenotazione realizzi che puoi fare un’altra settimana di cammino e poi da dove ti troverai, in treno o bus, potrai raggiungere Saragozza e il suo aeroporto per far ritorno a casa. Va bene così e sarà un’occasione per ripercorrere le strade calpestate due anni e mezzo fa e sei curioso di verificare quali saranno le sensazioni di rivedere posti conosciuti, dato che, fino ad oggi, l’aragonese era tutto una scoperta.
            Ti lasci Tiebas alle spalle e marci rimuginando su queste cose. Sei stato un po’ superficiale e non hai letto con attenzione le indicazioni della guida sulla tappa di oggi, tant’è che, arrivato ad una grande rotatoria i segnali latitano, non c’è anima viva in giro e decidi di tirare dritto, su di uno sterrato che costeggia l’autostrada A15. C’è vento forte che ti ostacola il passo e la strada è in salita, ma vai avanti come un mulo che sarà un bell’animale testardo e tenace, ma che non ha mai brillato per perspicacia. Fino a quando l’assenza di “frecce gialle” e qualche cartello stradale non ti impongono di leggere la guida.
            Scopri che alla rotatoria dovevi prendere a destra e passare sotto il cavalcavia della A15 e non andare dritto! Darsi dell’imbecille è scontato: hai camminato per almeno 45 minuti nella direzione sbagliata e ce ne vogliono altrettanti per imboccare la direzione giusta e per scoprire che i segnali, seppure non molto visibili, c’erano. Come dice Jean “Dieci metri sono dieci metri per un pellegrino” e fare strada inutile è davvero molto fastidioso.
            Oggi è domenica e per un po’ cammini con una coppia spagnola nei paraggi; ha deciso di investire sul cammino un po’ del suo tempo libero. Lei parla solo spagnolo e lui un inglese rudimentale. Sono rimasti senz’acqua e lui, dandosi da fare, si è procurato un bicchier d’acqua da una… ”samaritana” del luogo.
            Continua il vento e fa caldo. Raggiungi Eneriz e vedi che il bar sulla Plaza Mayor è chiuso, ma un passante si fa sotto e ti indica un po’ più in là che ce n’è uno aperto.
            Sono le tre del pomeriggio e, secondo i canoni iberici, è ora di pranzo. Dentro, seduta davanti ad un tavolo apparecchiato e ad un pranzo non frugale, ci ritrovi la coppia spagnola. A te è venuta una gran voglia di aranciata, bella fresca, magari della KAS. Te la gusti fuori all’ombra, con i piedi liberi da calze e scarponi. Si avvicina una spagnola sui cinquanta che va a vedere il suo cagnolino che ha lasciato in auto. Ti chiede le solite cose e ti chiede se hai nipoti, ma non li ha neanche lei. La figlia lavora all’UCI che scopri essere il reparto di rianimazione dell’ospedale. Il marito, insieme ad un amico, ha voluto farsi la tappa Pamplona – Puente de la Reina, mentre le donne, dopo un giro in macchina sono approdate al locale di Eneriz e adesso le senti ragionare sul dessert da scegliere.
            Riprendi il cammino, su di uno stradone bianco e ti tocca una piccola doccia, dato che gli impianti di irrigazione a pioggia spruzzano acqua che il vento governa a suo piacimento. Ma con il caldo che fa non è una gran tragedia.
            Intravvedi il monastero di Eunate, un luogo che è stato definito enigmatico. Pare sia stato costruito dai Templari, su una pianta ottagonale a somiglianza del Tempio di Gerusalemme. E’ circondato da un chiostro, anch’esso ottagonale. E’ essenziale, scarno, privo di affreschi o decorazioni, lo diresti austero e incute rispetto. La Madonna di Eunate, con il bambino in grembo e il braccio destro alzato, le finestre di una pietra traslucida che fa passare la luce, il tetto a piramide diviso in otto facce sono tutti elementi che poco hanno a che fare con i rutilanti retablo delle chiese spagnole.
            A fianco vi è una costruzione che ospita l’ostello. E’ gestito da Gérard e Marie, una coppia francese che vive lì da tre anni. Ci trovi altri tre pellegrini: Jennifer, la sudafricana, Alessandro di Padova e una ragazza un po’ misteriosa che nell’ordine scopri essere americana, svizzera e poi siciliana. Scrive furiosamente su di un quaderno e, a questo punto, fai cricca con l’italiano e non ti spiace più di tanto parlare fitto e infarcire il discorso con quel poco di veneto che conosci.
            Alessandro ha 41 anni e, dopo una separazione cruenta con la moglie, ha venduto la macchina, si è licenziato ed è venuto sul cammino. Ha due figli piccoli e la separazione è sempre straziante sui bambini. Ti racconta alcune sue cose e comprendi che qui spera di trovare un nuovo equilibrio, una nuova base di partenza per la sua vita. Lo ascolti e ti permetti solo di invitarlo a stare vicino ai bambini che hanno bisogno della figura paterna, non delegabile. Poi i figli crescono in fretta e sarebbe un peccato rimpiangere dei momenti irripetibili.
            In direzione di Pamplona il cielo si è fatto scuro e le nuvole sono nere e gonfie. Domani scoprirai che in altre zone della Spagna (Andalusia ed Estremadura) il tempo ha fatto seri disastri e causato dieci vittime. Ad Eunate, invece, vi regala uno spettacolo davvero unico: dapprima una coda di arcobaleno che punta il suo fascio di luce iridea su una montagna dove ci sono delle pale eoliche. Ma poi prosegue e si definisce ancora meglio: sono due arcobaleni che, dalla parte opposta vogliono sovrastare il Monastero di Eunate. Uno spettacolo affascinante e misterioso, come solo la natura sa offrire. Un dono che essa vuole farvi, lasciandovi senza parole di fronte alla bellezza pura.
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            La cena è tranquilla e calma, siamo solo in sei. Marie ha preparato un’ottima e abbondante cena: zuppa di legumi e pollo con verdure. Seguiti da una torta fatta in casa. La conversazione è piacevole e sciolta. Il tutto in cambio di un donativo, di una libera offerta da mettere nella cassetta che sta all’ingresso. Si vede che sono due hospitaleri speciali. Ci raccontano di soldi pervenuti in busta da pellegrini che si erano dimenticati di fare l’offerta e delle difficoltà di gestire un albergue con questo criterio. Magie del cammino, ma non credo che esistano altri posti dove uno può essere ospitato, sfamato la sera e al mattino e potersene andare anche senza offrire un centesimo! Aiutiamo a lavare e ad asciugare i piatti, parlando di calcio con il buon Gérard e ce andiamo a nanna, sui materassi disposti al piano superiore.
            E’ stata una buona giornata.

 

 

Lunedì 24 settembre
La Casa Màgica

            Parti condividendo la strada con Alessandro e sai che Puente de la Reina, la fine del cammino aragonese, è lì a pochi chilometri. All’ingresso della cittadina scopri subito il Refugio dei Padri Reparadores che ti ospitò insieme a Giovanni nel 2010 e dove il tuo fraterno amico fu protagonista di un leggendario capitombolo dal letto superiore. Tutto ti ritorna familiare e ti stupisci di come tu possa avere memoria di tutto. Dopo le foto al Ponte che la Regina Munia volle far costruire per far attraversare  agevolmente il fiume Arga ai pellegrini, è ora di inviare qualche cartolina. Al negozio capita che una persona anziana cada malamente a terra e si ferisca al capo in modo vistoso. Purtroppo non è la prima volta che gli accade e dai una mano a soccorrerlo, in attesa che giunga la figlia che è stata chiamata.
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            Si prosegue e, come capita spesso sul cammino, perdi di vista Alessandro. Lo ritrovi a Lorca, lo strano paese dove due ostelli concorrenti sono uno di fronte all’altro nella stessa via. Lì faranno tappa tre italiane che, sullo stravolto andante, hai trovato sulla via. Sono partite da Saint Jean e hai già avuto modo di constatare che il flusso dei pellegrini ha registrato una decisa impennata. Forse rimpiangi la solitudine del tratto aragonese? Non avrà mica ragione Jean, il francese?
            A Lorca vi è una postazione internet, ma se ne è impadronita e non la molla più Jennifer che scrive mail a raffica.  Ti raggiunge Alessandro che, oltre al percorso fatto, ti racconta anche con particolari gli incontri che ha avuto, chissà perché con una maggior predilezione per il versante femminile. Ma si sa: è separato e ha quarantun anni.
            Hai subito deciso che spezzerai il rosario delle tappe, evitando di ripetere quelle fatte nel 2010. Per questo decidi di fermarti a Villatuerta , quattro chilometri appena prima della classica Estella. Dall’elenco degli ostelli scopri che ce n’è uno solo, dallo strano nome della Casa Màgica. Lo trovi con un po’ di difficoltà, dato che l’insegna è minuscola, ma comprendi subito che hai fatto una buona scelta. L’hospitalera ti parla spagnolo, ma con uno strascicato e suadente accento portoghese. Ti spiega che puoi dormire con 10 euro, con 12 euro ci sarà una cena vegetariana e con 4 euro domattina puoi fare colazione. Sono prezzi medio-alti per il cammino, ma avrai modo di scoprire che sono strameritati. I servizi ci sono tutti: lavanderia, cucina, internet point e tutti ben tenuti. In camera siete solo in quattro: Alessandro, nel frattempo sopraggiunto, e due inglesi che stanno dormendo.
            Villatuerta fa mille abitanti e il numero è stato raggiunto grazie alla parte nuova di edilizia residenziale, al di là del fiume, che risale ad anni precedenti allo scoppio della bolla.
            La cena è semplicemente ottima. Siamo in quattro, con Alessandro, Steve e Jerry, due londinesi di Twickenham, sobborgo di nome a te familiare, in quanto ospita degli studi di registrazione utilizzati dai Beatles nella fase di lavorazione dell’album “Let it Be”. L’hospitalero ci prepara le pietanze su di un tavolino e poi discretamente si defila. Si parte con un’eccellente paella vegetariana della quale ci si può servire di due belle porzioni; segue una fresca e ricca insalatona con vino rosso delle Bodegas Irache (sì, proprio quelle della Fuente del Vin). Seguono dessert e liquori. Dimmi tu se è caro pagare 12 euro a testa!
            La conversazione, sciolta dal vino tinto procede bene e scopri che Jerry è un insegnante delle primary school (le nostre elementari) e anche nel Regno Unito si deve operare in un regime di crescente taglio dei costi; dai libri si è passati alle fotocopie e adesso c’è il tetto anche per queste, dice sconsolato il docente inglese che lavora con un gran numero di scolari immigrati.
            Steve, invece, è un manager d’azienda che è stato pre-pensionato. Scopri che il tuo attuale status esiste anche in Gran Bretagna! Ha chiuso un accordo a livello individuale con la sua company e sull’argomento mantiene un certo riserbo che è una condizione dell’accordo stesso. E’ sempre interessante scoprire che certe problematiche che vivi nel tuo Paese, in realtà sono vissute anche da altre persone in altre nazioni. Ti fa  sentire meno solo il fatto che la tua situazione sia condivisa altrove.
            A fine cena spunta l’hospitalero con un vitello travestito da cane: è Thor, un alano nero che pesa settanta chili. Ha uno sguardo dolce e tenero e, superata la prima fase di sconcerto, gli accarezzi il testone enorme. E pensare che ci sono dei cagnetti di piccola taglia così aggressivi.
            La conversazione è talmente gradevole che ti dimentichi della consueta telefonata serale a casa. Con un tardivo sms cerchi di scusarti con Maria, Elena e Laura.

Martedì 25 settembre
Paesaggi umani
            Quando scendi in sala la colazione è già pronta ed è a dir poco variata e abbondante e saluti con piacere e gratitudine la coppia che gestisce “La Casa Màgica” e che segue con cura e attenzione i suoi ospiti.
            Fai presto a raggiungere Estella, a soli quattro chilometri, e vi scattate reciprocamente alcune foto con una ragazza ungherese, ma francofona, a partire dalla bandiera transalpina attaccata allo zaino.
            Anche la Fuente del Vin è raggiunta in breve e, nonostante l’ora, non puoi fare a meno di bere un sorso di vino tinto, gentilmente offerto dalle cantine del posto. La strada è su comodi sterrati in leggera salita che culmina a Villamayor.
            Davanti alla tienda del paese dove fai una sosta scopri che siete otto italiani: le tre donne viste a Lorca che sembrano sempre sul punto di stramazzare al suolo e per le quali il cammino deve essere un mezzo calvario e due coppie piemontesi che discettano fra di loro sulle qualità delle macine del Mulino Bianco. Ti rendi conto, a volte, della fortuna di viaggiare da solo.
            Uno dei due uomini è barbuto e ha una pipa in bocca ed è armato di Iphone: ti pare un verboso e concettuale uomo di sinistra moderata, attento lettore degli editoriali di Eugenio Scalfari. L’altro è un po’ più ruspante e sembra al traino della preponderante personalità del primo, forgiata da buone e selezionate letture. Le donne fanno reparto a sé e, quando le reincroci per strada, ti sembra che utilizzino più fiato a chiacchierare che a marciare. Mi pare gente che non si sogni neanche lontanamente di dormire o di fare una doccia in un ostello. Ma questo verrà sapientemente omesso quando, nel corso dell’ultima riunione dei Lyons, avranno modo di raccontare la loro “avventura” sul cammino di Santiago de Compostela.
            In effetti adesso i sentieri sono più frequentati e ci scopri ragazze dallo zaino leggero (quello grosso è andato avanti con la transportacion che costa 7 euro al giorno) e dalle calzature alquanto discutibili, come la biondina che incroci ad Azqueta.
            Credi che Los Arcos sia più vicina, ma quando verifichi i chilometri scopri che erano dodici e non i sei che avevi pensato, ma alla fine arrivi. Scegli di andare all’Albergue Casa d’Austria che scopri invaso da un gruppo di sette australiani, fra i quali spiccano due nonni con Jack, il nipote quindicenne. Il nonno, con una certa ansia, tira giù dalla branda sopra la mia uno del gruppo, dicendogli che devono assolutamente provare. Subito dopo capisco cosa intende perché nella vicina terrazza inizia una lunga sessione di prove fra i due: il nonno armato di zufolo in canna e l’altro di chitarra. Il problema è che il nonno è proprio scarso o sta imparando solo adesso il pezzo e, nonostante gli applausi che dopo un po’ provengono dal cortile sottostante, non la smette proprio!
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            La chiesa della Madonna de los Arcos è molto bella, con un retablo fastoso e un adiacente chiostro a conferma dell’importanza dell’insediamento. La piazza principale è animata da numerosi pellegrini che occupano i tavoli dei locali. Invio un paio di cartoline e mi preparo per la cena che faccio in un locale un po’ fuori dal centro. Il tentativo di farmi fare un riso in bianco fallisce e, a fine pasto, opto per una camomilla. Un tavolo non lontano viene occupato dalle due coppie italiane con l’intellettuale che spiega come vuole il riso alla cameriera traducendosi le frasi con l’Iphone. A me sembra che questa faccia finta di dargli retta.
            Siamo in sedici nella camerata e occorre tirar fuori i tappi per le orecchie.

Mercoledì 26 settembre
Piani alti a Viana
            La sveglia alle sei del mattino la danno gli “aussie”, con il quindicenne Jack che non vuole saperne di alzarsi dal letto. Il nonno ci riesce dopo ripetuti tentativi alla fine condivisi dall’intera camerata, ormai sveglia. Scopri gente giovane che vorrebbe dormire un po’ di più e tira tardi, ma credo che alle otto gli hospitaleros provvederanno a sollecitarli. Dopo la colazione insieme a tre tedesche si parte e alle sette mezza sei per strada. Tira un forte vento e il tratto a saliscendi (definito spacca gambe) ti conduce a  Torres del Rio e alla chiesa molto somigliante a quella di Eunate, con la sua pianta ottagonale. Raggiungi Viana, con la sua tipica struttura di città medievale, cintata da mura e di portoni che si potrebbero chiudere di notte. Il corso principale è animato di gente e in fondo al paese, vicino alle rovine della Chiesa di san Pietro, c’è l’albergue municipal Andrea Muñoz dove scopri i letti a castello… a tre piani. Ti va bene che te ne tocca uno di mezzo. La chiesa di Santa Maria con la lapide dedicata a Cesare Borgia che venne a qui a finire i suoi giorni terreni vale la pena di una visita.
            E’ tempo di stampare il boarding pass (tarjeta de imbarco) per il volo di ritorno, operazione che, quando sei per strada, è sempre un problema, dato che non è semplice reperire una stampante. L’asciutta hospitalera mi indirizza nella biblioteca civica di Viana, non distante dall’ostello. Vi trovo una gentilissima signora e, con qualche difficoltà perché è tutto scritto in spagnolo, stampo il pezzo di carta che mi fa risparmiare 60 euro. Sono soddisfatto della piccola impresa e vado a festeggiare con una birra fresca in un bar dove l’onnipresente schermo televisivo trasmette “Mujeres y Hombres”; da non credere è il format “Uomini e donne” in Italia gestito da Maria De Filippi. In quanto a becerume è una bella lotta con il programma nostrano.
            Incontro Steve e Jerry che hanno optato per un hostal (12 euro a testa) e, considerate le condizioni della mia sistemazione, pensi che abbiano fatto bene. Ma ormai farai una giornata da pellegrino autentico: attendi che i negozi aprano (alle 17,30) e ti compri pane, una scatola di bonito del norte con due vasetti di cuajada che saranno la tua cena.
            Alle otto di sera c’è la Messa con una toccante benedizione finale dei pellegrini presenti. Un placido prete ci fa mettere a semicerchio, ci chiede da dove veniamo, ci augura buen camino e ci benedice abbracciandoci uno per uno: Venezuela, Corea, New England, Australia, Sudafrica, Stati Uniti, Brasile, Gran Bretagna, Francia, Germania, Olanda, Italia, senti risuonare i nomi di paesi di tutto il mondo e persone di tutto il mondo vengono a percorrere queste strade, con lo zaino sulle spalle, con le loro speranze, i loro grazie, le loro angosce, tutte accomunate dall’essere uomini o donne e, per chi vuole, Figli di Dio. Il fascino assoluto del cammino di Santiago de Compostela che, con un brivido che ti percorre il corpo, ti fa avvertire il valore di essere lì.
            La notte non è una delle migliori, con la camerata affollata, rumoreggiante e la livornese che ti sta sopra al terzo piano che va due volte in bagno. Mentre sono in dormiveglia penso al mio caro amico Giovanni che precipitò dal secondo piano del letto a castello  a Puente de la Reina. Se accadesse una cosa simile a Viana, dal terzo, non avrebbe scampo.

Giovedì 27 settembre
Globalizzazione imperante

            Alle sei del mattino già in piedi (a Viana c’è un solo bagno per gli uomini e uno per le donne) e, dopo un caffè alla macchinetta, con il buio e armato di lampadina parti per la via.
            A quattro chilometri da Logroño ti affianca una trentenne dal passo veloce. E’ Stefania ed è di Lomagna, un paese non distante da Lecco e fa il cammino da sola. Da otto anni vive a Dublino e, dopo aver attraversato il ponte sull’Ebro, raggiungiamo insieme l’importante città de la Rioja (prima hai superato il cartello verde che sancisce la fine della Navarra e l’ingresso nella nuova Provincia). Le chiacchiere continuano in un bel bar dove una gran colazione ci attende. I negozi aprono alle dieci e mezza e stai iniziando a ragionare sui regali che vuoi portare alle tue tre donne, mentre Stefania ha bisogno di comprare un giacchino antivento, dato che il suo l’ha dimenticato a Viana, all’Albergue Parroquial dove ha dormito.
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 Inizi la lunga uscita da Logroño, attraverso un grande parco pubblico frequentato da gente che cammina e corre, da mamme con carrozzine. E’ il momento, dopo il freddo della prima parte della giornata, di mettersi in maniche corte. Alcuni scoiattoli saltellano e si arrampicano veloci sui tronchi di pini marittimi. Stefania ti raggiunge e la lasci andare col suo passo corto e veloce che le ha consentito, fino a quel momento, di fare una quarantina di chilometri al giorno. Ha anche metà della tua età!
            La giornata è calda e arrivi a Navarrete insieme a Steve e Jerry. Decidete di cercare l’albergue El Cantaro che è in fondo al paese. E’ un ostello privato, nuovo e ben tenuto. Oltre alle stanze del primo piano, dietro al basculante del box scopri che la signora ha ricavato un’altra stanza con altri letti. Steve e Jerry vanno in una casa vicina dove ci sono le stanze a due letti. A Navarrete, come in molti altri luoghi. il cammino svolge sicuramente anche un ruolo economico/commerciale. Con dieci euro si dorme in una camerata non grande, dotata di comodini e ci ritrovi Jennifer, la sudafricana. C’è anche una coppia americana di Boston formata dal padre (Joe) e dalla figlia. La doccia è in un bagno impeccabile e l’hospitalero per tre euro mi lava e mi stende ad asciugare la roba. Mi devo solo limitare a riempire una cesta e lasciarla dietro al locale lavanderia. Ci pensa a tutto lui. Ne approfitti per un bucato di ampie dimensioni!
            La chiesa di Navarrete ha un sontuoso retablo e una Madonna con bambino davvero particolari: tutt’e due grassocci e lei dotata di un doppio mento importante; lo sguardo non è quello classico. Nella semioscurità della chiesa all’improvviso senti uno zufolo: è l’australiano che suona alcune melodie che rimbombano nelle navate del luogo di culto spagnolo. Un’atmosfera davvero particolare e irripetibile. Si vede che è partito da casa sua con questo progetto in testa: suonare il suo strumento nel silenzio delle chiese spagnole che raggiunge a piedi nel corso del suo cammino. E che vorresti dirgli?
            Si va a cena con Jerry, Steve e Jennifer. Scopri ben presto che l’oste è di origini torinesi. Non ha voglia di servire il solito menu del dia e ci propone una zuppa di ceci e spinaci e dei peperoni ripieni di pesce con riso e sugo nero di seppia, innaffiati da vino rosso de La Rioja. Per finire un dessert. Tutto su ottimi livelli e il tutto per dodici euro. Complimenti!
            All’altro tavolo norvegesi e tedeschi e la cameriera è rumena. Globalizzazione imperante.
            A El Cantaro si dorme alla grande!
Venerdì 28 settembre
Camera doppia con rumore

            Anche qui l’hospitalero bidona tutti e alla mattina preferisce dormire. Per fare colazione ti sa che dovresti aspettare dopo le otto e mezza.
Parti lento; c’è un po’ di pioggia e il vento, per fortuna soffia alle spalle. Tiri fuori la giacca antivento, fino a quel momento inutilizzata, ed è necessario il coprizaino giallo per evitare che si bagni. Fai un pezzo di strada con la sudafricana Jennifer che ti racconta la sua vita. Di come, una volta rimasta incinta, il compagno si sia volatilizzato e abbia tirato su da sola una figlia che adesso ha trent’anni e lavora nel settore del design per abbigliamento. Il padre se ne era andato a lavorare in Australia e si è fatto vivo solo a distanza di anni, quando la figlia era già adulta e ha gestito bene la cosa. L’ex-compagno le ha pure rivolto i complimenti per come ha cresciuto la figlia che le ha regalato due nipotini. Anche in Sudafrica esistono uomini inaffidabili! C’è da dire che l’uomo in questione non si è mai sposato e,quanto meno, ha dimostrato una coerenza, seppure poco virtuosa.
Arrivi a Nàjera e, come a Logroño, noti una concentrazione di persone di colore che bivaccano nelle strade. Sono braccianti che vengono utilizzati per la vendemmia, un lavoro tipicamente stagionale. Non ci vuol molto a capire che si tratta di gente che sarà sottopagata e in balia di persone senza molti scrupoli. Vai in cerca della Oficina del Turismo e una gentile signora mi fornisce informazioni sui treni della RENFE che mi potrebbero servire da Burgos per raggiungere Saragozza e il suo aeroporto. In una gioielleria trovo una pulsera (braccialetto) per Maria; sono delle pietre naturali che sono chiamate ojos de tigre.
Ma è tempo di riprendere la via; pensi di far tappa ad Azofra,con i suoi 328 abitanti e il suo albergue municipal . E’ situato verso la fine del paese, tagliato in due dalla classica Calle Mayor e, dopo un bel cortile antistante l’ingresso, scopri che qui le stanze sono a due letti. Il compagno che ti è toccato è Ralf, un tedesco di Colonia, sui trentacinque anni, che sta fuori in cortile a fumare e… a stappare bottiglie di vino tinto insieme ad alcuni connazionali, uomini e donne.
Passi una parte del pomeriggio a seguire una partita di paddle (padel per gli spagnoli). Un ibrido fra tennis, squash e pelota che si gioca in un campo un po’ più piccolo di quello da tennis, con una rete che divide le due coppie in gioco e le pareti a ridosso del campo. Il punteggio è come il tennis e si può far rimbalzare la pallina sulle pareti; i giocatori sono armati di racchettoni tipo “beach tennis”. Mai visto in Italia. Gli scambi sono combattuti e non manca l’agonismo in campo, con urla belluine e meno male che c’è la rete a dividere i giocatori!
A cena vai in uno dei due locali di Azofra e ti fa compagnia Joe, l’americano che è rimasto da solo, dato che la figlia è dovuta andare a Madrid e rientrare negli USA. Avrà 65 anni circa e non spiccica una parola di spagnolo. Prima avevi dato una mano a Jacques, un francese piccolino di 70 anni che ha problemi con il suo cellulare nuovo; l’ha dovuto comprare perché il vecchio si è rotto, ma ci sono problemi di abilitazione, dato che con il tuo riuscite a parlare con la moglie, ma con il suo…. neanche a parlarne. Qualche anno fa è partito a piedi da casa sua, Poitiers, e in 50 giorni e 1400 chilometri ha raggiunto Santiago. Adesso marcia un po’ più lento perché l’anno scorso è stato operato al cuore e il cardiologo gli ha detto che può camminare “mais doucement” . Hai conosciuto diversi francesi grandi camminatori e, d’altro canto, il tuo amico Marc Maduraud, in questi giorni impegnato nella via de la Plata, ne è un fulgido esempio.
Jacques conclude il suo ragionamento dicendoti: “Une chose est certaine pour tous: qu’on doit mourir”; non fa una grinza!
Quando vai a letto ti raggiunge Ralf che ti racconta di essere in giro da una cinquantina di giorni e di aver macinato 1400 chilometri circa. Il suo obiettivo è raggiungere Santiago e, se ci arriva, ne avrà messi insieme più di duemila. Chissà quanto fa con un litro..di vino?!!
L’hospitalera ha il suo da fare con tutti i pellegrini e le loro richieste. Siccome pioviggina la roba che hai steso te la mette gratuitamente nella secadora (asciugatrice).
Jennifer la trovi al bar con altre quattro donne a sbevazzare e a mangiare alle sei di sera. Mi dice che in Sudafrica è l’orario normale per la cena. Si vede che pasticcia con qualcosa perché di notte senti una donna dare di stomaco come una disperata e l’indomani scopri che era lei.
Il tuo entusiasmo per la sistemazione a due letti cessa quando Ralf si rivela un terrificante roncador  e i tappi in cera per le orecchie attutiscono, ma non risolvono il problema. Alla fine riesci ad incucchiare quattro ore di sonno. Nella notte senti che piove a dirotto.

Sabato 29 settembre
Mi son svegliato e…..
            Al mattino continua a piovere in modo insistente. Occorre aspettare che faccia chiaro. E’ la giornata della mantellina rossa della ALTUS che, per tanti giorni, è rimasta nel fondo dello zaino. Che fare? Ti bardi e parti. La strada, inzuppata della pioggia notturna, è fangosa e scivolosa. Si formano delle pozzanghere che ti costringono a girarci intorno per proseguire. Dopo un po’ ti raggiungono Joe e Jacques che hanno spedito a Santo Domingo de la Calzada i loro zaini. Sotto un cavalcavia fate il punto della situazione e, carta alla mano, suggerisci di abbandonare il cammino e dirottare sulla N120, un’arteria stradale che scorre accanto e che conduce alla meta. Non è giornata di sterrati o sentieri.
Marciate in fila indiana sul ciglio sinistro della carretera e, per aumentare la vostra visibilità, oltre a fare affidamento sul rosso acceso della tua mantellina, tieni nella mano destra la lampada frontale che lasci oscillare. La strada è battuta da auto e veicoli pesanti che vi sfrecciano non molto distanti; i secondi provocano schizzi e spostamenti d’aria poco piacevoli. Dopo un paio d’ore rifate il punto della situazione sotto la pensilina di un distributore di benzina abbandonato. Siete a poco più  di metà strada fra Azofra e Santo Domingo e continua a piovere, o meglio non ha mai smesso. Ci trovate un camionista fermo che si offre per un passaggio. Decidete di far salire Jacques, il più anziano che resiste un po’ ma poi accetta. Joe decide fare l’autostop e tu, confortato da uno sterrato che procede in parallelo alla N120, prosegui a piedi. Il camionista ti conferma che mancano 8/9 chilometri per la città. Dopo un po’ ti tocca tornare sul ciglio sinistro della carretera, ma poi trovi una strada asfaltata chiusa al traffico che costeggia la strada nazionale. La direzione è quella giusta e qualche svincolo stradale non riesce più a metterti in difficoltà perché si inizia a intravvedere il campanile della cattedrale romanica di Santo Domingo de la Calzada. Con i suoi quasi settemila abitanti ha già una certa dimensione, la città dedicata a San Domenico che nel secolo XII fece molto per il cammino e per i pellegrini.
A un chilometro circa dall’ingresso in città trovi un bar a fianco di un distributore e ti viene in mente che devi fare ancora colazione. E’ affollato di uomini (c’è solo una ragazza) e vi è un vociare come se ci fosse un mercato o un’assemblea. Ti fai aiutare da un signore barbuto a levarti la mantellina e disarcioni lo zaino che è rimasto asciutto. Lo stesso non si può dire di scarponi e calze, letteralmente imbevuti. Un cafè con leche bello caldo e un pincho con la tortilla ti fanno vedere il mondo in un’altra ottica.
L’albergue municipal di Santo Domingo è nuovo, grande e ben attrezzato e accetta solo donativi. Le camerate recano i nomi delle cittadine de La Rioja e, all’apertura, tu sei il secondo ad essere registrato e ti tocca un letto di sotto, Ma vicino alla porta d’ingresso della stanza che ospita ventiquattro posti letto. Ai pellegrini vengono forniti fogli di giornale da appallottolare e inserire negli scarponi per farli asciugare. Il personale è gentile e disponibile.
Joe e Jaques si sono fermati al refuge presso la Abadia Cistercense all’ingresso del paese; tu l’hai scartato perché hai visto un palazzo antico e, presumibilmente, freddo. La tua ipotesi è azzeccata, perché nel primo pomeriggio viene all’ostello municipale l’americano Joe, in cerca di calore e per sfuggire all’umidità. Dopo un breve riposo visito con attenzione la Cattedrale che è molto bella. L’attrazione è la coppia di candidi  polli (un gallo e una gallina) che stanno in una sorta di cripta sopra elevata, per tramandare la nota leggenda sul giudice che aveva ingiustamente condannato il giovane pellegrino tedesco il quale, nonostante l’impiccagione, grazie all’intervento di San Giacomo, riesce a salvarsi. Ma vi è anche un magnifico retablo letteralmente zeppo di storie ed episodi biblici, tant’è che vi è un monitor con il quale, pezzo per pezzo, si riesce a zoomare l’opera e a comprenderne i particolari. Fuori della cattedrale vi è una mostra dedicata a Madre Teresa di Calcutta, fatta in modo suggestivo e attento.
Buona la cena con asparagi bianchi, petto di pollo e patatine fritte, flan al caffè. Alla fine ti concedi una calda tazza di manzanilla (camomilla). L’immancabile schermo televisivo trasmette una partita di calcio della Liga spagnola; nei promo trasmessi scopri che su di un altro canale seguono in diretta Juventus – Roma, ma fai bene a non seguire il match, dato che finirà 4 a 1 per i bianconeri.
Ti è di conforto sentire Maria al telefono e, armato di tappi per le orecchie, affronti una nottata di sonno, interrotta solo dal via vai di pellegrini che devono passare dalla porta situata accanto al tuo letto. Ha smesso di piovere.
Ti addormenti facendo il punto della situazione dal quale ricavi: domani sarà l’ultima tappa del tuo cammino e raggiungerai Belorado.  Da lì lunedì mattina andrai a Burgos in bus e martedì da lì raggiungerei Saragozza e il suo aeroporto. Lo farai in bus perché hai scoperto che costa meno della ferrovia e ci mette lo stesso tempo. Un velo di tristezza ti pervade, ma avevi preventivato questo periodo e il sapere che a casa ti attendono Maria, Elena e Laura ti dà un’iniezione di sollievo.
Domenica 30 settembre
Belorado: fine corsa

            Il bar aperto di prima mattina vicino all’ostello ti fa iniziare bene la tappa. E’ un tempo ideale per marciare, dato che fa fresco e non piove. Dopo sei chilometri e mezzo raggiungi Grañon che neanche te ne sei accorto, forse perché la musica dell’MP3 aiuta a distrarsi. Poi c’è una sequela di villaggi come Redecilla del Camino, Castildelgado, Viloria de Rioja, Villamayor del Rio che precedono l’arrivo a Belorado. Niente a che vedere con gli sterminati spazi del cammino aragonese e le distanze fra un abitato e l’altro.
            A Belorado deve esserci un’accanita concorrenza fra i quattro ostelli presenti, dato che tutti offrono un letto a cinque euro. Alla fine torni al “Cuatro Cantones” di due anni fa. Rispetto a quel periodo, al piano di sopra hanno ricavato un ristorante e ti sembra di capire che ci lavorino due gruppi familiari. Ci ritrovi Jean Claude, il pellegrino francese che avevi incrociato sulla strada ad Artieda, E’ fermo lì per un problema al tendine di Achille che lo sta facendo soffrire. Poiché è domenica, il Centro de Salud è chiuso, ma ci vuol poco a dargli la tua pomata al dicoflenac, a consigliargli di riposare e di bere molta acqua. E pensare che quando ci eravamo visti l’ultima volta si era preoccupato se il tuo zaino non fosse troppo pesante; in verità tu marciavi un po’ fiacco solo perché era il giorno della pipì scura e non sapevi bene come sarebbe girata l’intera faccenda. E  adesso è lui ad essere azzoppato.
            Nel giorno di festa il paese non è molto popolato. La Plaza Mayor è circondata da alberi frondosi che in aprile, invece, erano una fitta rete di rami incrociati l’uno con l’altro. Un edificio comunale ospita una mostra sul cammino stranamente aperta e, soprattutto, ben fatta con immagini e un percorso interno interessante.
            Memorizzo dove si trova la fermata del bus per Burgos che dovrò prendere domani e un signore di passaggio, a cui chiedo informazioni, mi consiglia di essere lì con un certo anticipo dato che, a volte, passa il bus di un’altra compagnia e, se vede gente in attesa, li carica a bordo.
            I nidi di cicogna sono sul tetto della chiesa di Santa Maria, ma sono vuoti. Fa fresco e gli ottocento metri di altitudine si fanno sentire.
            Per cena vai a finire nel bar che dà sulla piazza, affollato di gente che gioca a carte, beve o guarda el partido della Liga in televisione, mentre al primo piano c’è il ristorante. E’ orario da pellegrini e, in effetti, ci sono solo loro. Ad un tavolo un tipo sui sessanta chiude un altro bicchiere di vino e scrive frenetico riempiendo fogli di carta. Ad un altro una coppia nordica consuma una paella che ti pare improbabile. Tu opti per una zuppa di fagioli bianchi e chorizo  e due uova fritte con contorno di patate e peperoni. Immancabile la birra fresca e il flan per finire.
            Fa freddino e all’ostello trovi che va il riscaldamento, sollecitato da una spagnola che viaggia da sola. Il marito ha già fatto il cammino e lei, in modo tipicamente spagnolo, lo sta facendo a pezzi in periodi diversi.
Arriva una coppia di italiani e lei mi dice che il marito ha fatto i cammini del Norte, il Primitivo, ma a vedergli la stazza e la pancia non lo crederesti.
Alla fine, con nel letto di sopra una ragazza orientale che marcia da sola e non spiccica una sillaba, ti addormenti. Il tepore del sacco a pelo stanotte è particolarmente gradevole e Ralf, il tedesco di Colonia, insieme alla sua glottide ululante, staziona qualche letto più in là.

 

Lunedì 1 ottobre
Burgos
Sì, il tuo cammino è terminato qui, a Belorado. Da oggi non sei più un camminante.
La colazione dei “Cuatro cantones” si conferma su livelli modesti e si vede che non è la specialità della casa.
            Con Jean Claude vai al “Centro de Salud” che apre alle nove. Per ingannare l’attesa andate in un bar e si fanno quattro chiacchiere. Jean Claude abita a Marsiglia e possiede una casa nei pressi di Tolosa. Ti parla dei cammini che ci sono in Francia: Arles, Le Puy en Velay, Vezelay e Tours). A lui piace molto camminare, anche se la moglie non condivide questa passione. E’ molto dispiaciuto dell’inconveniente al tendine che gli è occorso e che gli impedisce di proseguire nel cammino. Spera di risolverlo in breve, anche se la mail che riceverai nei prossimi giorni, in realtà, ti comunicherà che ha dovuto gettare la spugna e tornare a Marsiglia. Cose che capitano sul cammino.
Di lunedì Belorado è decisamente più animata e attiva. Al Centro un sacco di gente è in attesa per visite, esami clinici, prelievi ed è talmente vociante da indurre l’impiegata a chiedere un po’ di silenzio. Il pellegrino francese, con la sua tessera sanitaria europea in mano, attende il suo turno per avere una consulta . Tu, memore del consiglio che ti ha dato ieri il tipo alla fermata del bus, vai via un po’ prima dell’orario previsto. Infatti va a finire che il bus della Jimenez accosta alla fermata, carica il gruppo di persone e parte per Burgos con dieci minuti di anticipo.
La giornata è fredda e tersa. La strada asfaltata in diversi tratti incrocia e costeggia il cammino dove scorgi gente con zaini sulle spalle e che procede a piedi verso ovest. Cosa li spinge? Perché lo fanno? Ti rendi conto che ognuno di loro porta con sé un’esigenza, una richiesta e che ognuna di esse è unica, irripetibile perché ogni persona è diversa dall’altra. Tutti legati alla stessa appartenenza al genere umano, a volte dalla stessa fede religiosa, ma ognuno un’isola di uno sterminato arcipelago. Li guardi e non provi alcun senso di colpa o di rammarico: il tuo cammino è finito a Belorado.
In bus scopri come sia facile percorrere 45 chilometri e raggiungere Burgos; lo stesso tragitto a piedi e con lo zaino in spalla ti avrebbe impegnato per due giorni. Dopo un’oretta il bus fa il suo ingresso nella centrale Estacion.
fotoTi senti un personaggio dei film americani quando, utilizzando una moneta di due euro, ti liberi dello zaino e lo cacci in una specie di nicchia, portandoti via la chiave.
Burgos, l’antica capitale del Regno di Castiglia, è stupenda in questa giornata luminosa e dal cielo azzurro che fa risaltare ancora di più il biancore e i ricami delle guglie della splendida cattedrale oppure la maestosa figura a cavallo di El Cid Campeador che, con la spada sguainata, capeggia la lotta contro gli infedeli.

E’ un piacere girare per la città e ti attende un compito non da poco: trovare i regali per le tre donne che troverai a casa al tuo ritorno. Devono piacere, non essere ingombranti e non devono costare un occhio della testa. La Calle Santander è la via dei negozi e, con impegno e tenacia, batti boutiques, empori ed affini.
La Plaza Mayor è inondata dal sole e l’escursione termica con le zone d’ombra è notevole. Ti siedi al tavolino di un bar e pranzi, con la conferma che i posti turistici non sono il massimo (il filetto di ternera è scarso assai).
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Quando vai a recuperare lo zaino incroci Jean Claude, venuto in città anche lui in bus. Il medico non gli ha detto nulla di nuovo: riposo, ghiaccio e voltaren per almeno un paio di giorni.
All’ostello ti assegnano un letto al terzo piano, il numero 332 e l’ascensore parlante è sempre una goduria. Il refuge di Burgos è bello, con i posti letto dotati di luce e di prese elettriche, un armadietto dove ricoverare le tue cose, lo zaino. Il tutto per soli cinque euro.
Ci trovi Luca di Vicenza e Michele di Osnago che sono partiti da Saint Jean. La cena la fai nella Calle San Lorenzo che pullula di locali ma, per puro caso, vai a finire in quello di due anni fa  e hai la conferma che i pellegrini non sono accolti a braccia aperte: si accontentano del menu del dia e spendono poco. Mentre sei lì da solo al tavolo, si autoinvita e si accomoda uno sui trentacinque anni che scopri essere austriaco di Kitzbuhel: si chiama Raymond ed è un pellegrino in bici, oltre che, manco a dirlo, un provetto sciatore. Si parla un po’ di tutto, ivi compreso del Giro di Lombardia che, per la seconda volta, ha il suo arrivo a Lecco; dal suo Iphone apprendi che l’edizione 2012 è stata dominata dagli spagnoli.
            Arrivano pure Luca e Michele, insieme a un gruppo di ragazze orientali e comprendi il motivo per il quale il tuo tentativo di aggregarti a loro per la cena era stato accolto tiepidamente.
Mentre raggiungi l’albergue ti godi la bellezza della cattedrale nell’oscurità della sera. Sopra il tuo letto numero 332 ci trovi un ragazzo olandese, stravolto dalla fatica e dai quaranta chilometri che si è fatto. Nonostante i vent’anni i chilometri rimangono tanti!

Martedì 2 ottobre
I wanna go home
            Fa fresco di mattina e i quasi 900 metri di altitudine si fanno sentire. Esci dall’ostello quando molti dormono ancora e ti avvii verso la Estacion dei bus. In quattro ore sarai a Saragozza, dove avrai il tempo per fare una visita alla città che già conosci. Il piano prevede di raggiungere l’aeroporto dalla Estacion Intermodal, lasciare lo zaino e tornare in città. Con una certa fatica trovi la fermata del bus per l’aeroporto e hai la sgradita sorpresa di apprendere che non vi è un deposito bagagli. Poiché nel giro di un’oretta parte un aereo RYANAIR per Parigi provi a vedere se riesci ad imbarcare lo zaino con questo volo, in modo da tornare a Saragozza leggero. Ma il tentativo va a vuoto. La responsabile, fra l’altro italiana, ti dice che l’imbarco dei bagagli è previsto solo due ore prima del volo, e non otto ore prima.
Con lo zaino in spalla decidi di tornare a Saragozza e vuol dire che la visita sarà con la zavorra! La Nuestra Señora del Pilar è sempre molto bella, come la piazza, dove si sta preparando il palco in occasione della festa della Virgen del Pilar, patrona della città e che cade il 12 ottobre. Ti siedi a un bar ed è uno spettacolo osservare la gente che passa, il tavolino accanto con una coppia di americani di cui uno cicciottello in perenne conversazione e l’altro in perenne ascolto. Una perfetta integrazione, non c’è che dire.
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            Si fa l’ora di tornare e riprendere il bus che in tre quarti d’ora riporterà te e lo zaino all’aeroporto. Quello per Bergamo è l’ultimo volo della giornata e chiacchierando con l’italiana hai conferma che lo scalo ha ricevuto un notevole sostegno in occasione dell’Expo 2008, ospitato nella città aragonese, ma che adesso vive un certo declino. Chissà per quanto rimarrà ancora aperto? Nella sala d’attesa ci ritrovi la coppia di mezza età che avevi incrociato a Jaca; sono di Alba e lui non sta tanto bene; deve essergli andato qualcosa di traverso e si sdraia sulle sedie di ferro. La moglie gli procura dell’acqua (fredda?). Hanno fatto l’aragonese anche loro e, poiché non ce la facevano a marciare con gli zaini, hanno scoperto che in questo tratto non c’è la transportacion e si sono dovuti rivolgere a un tassista che li ha “pelati”. Lui stesso ammette: “D’altro canto non ce la faccio più con lo zaino sulle spalle!”.
            Si parte puntuali e la parte iniziale del volo è meravigliosa, perché nella notte limpida vedere Saragozza illuminata che ti passa sotto è uno spettacolo. La RYANAIR ti stupisce ancora perché atterriamo con ben 45 minuti di anticipo, tant’è che devi avvisare tua figlia Elena che, con Gabriele, verranno a prenderti allo scalo di Orio al Serio. Sono le undici di sera e raggiungere casa è piuttosto semplice, nonostante una piccola deviazione a seguito di un incidente stradale.
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            Sei a casa e abbracci senza pericolo Maria e Laura (i bagni dello scalo di Saragozza sono serviti ad un’energica lavata e a un cambio di biancheria che hanno eliminato l’olezzo da pellegrino così tanto biasimato). E’ tardi ed è ora di andare a dormire nel tuo letto con biancheria pulita e profumata con al fianco la tua donna, senza pericolo di roncadores . E’ bello essere a casa.
            Sai già che ci vorrà qualche tempo per rientrare nella “vita normale”, quella di tutti i giorni, per riprenderne i ritmi. Sai anche che il “tatuaggio dell’anima” di chi fa il cammino rimane indelebile. Ma la cosa non ti preoccupa, anzi la consideri un qualcosa in più, un regalo della vita.

 

 

Claudio Santoro
Ottobre 2012

 

Appendice per gli appassionati di numeri.
TAPPE

  1. 16 Settembre – Col de Somport – Villanua                         17km
  2. 17 settembre – Villanua – Jaca                                          16 km
  3. 18 settembre – Jaca – Arrès                                              25 km
  4. 19 settembre - Arrès – Artieda                                          19 km
  5. 20 settembre - Artieda – Unduès de Lerda                         22 km
  6. 21 settembre - Unduès de Lerda – Lumbier                                    22 km
  7. 22 settembre - Lumbier – Monréal                                     20 km
  8. 23 settembre - Monréal – Eunate                                       29 km
  9. 24 settembre – Eunate – Villatuerta                                               22km
  10. 25 settembre – Villatuerta – Los Arcos                              25 km
  11. 26 settembre - Los Arcos – Viana                                      18 km
  12. 27 settembre – Viana – Navarrete                                     23 km
  13. 28 settembre – Navarrete – Azofra                                                22 km
  14. 29 settembre – Azofra – S.to Domingo de la Calzada          15 km
  15. 30 settembre – S.to Domingo de la Calzada – Belorado       23 km


Il pellegrinaggio di M. Antonietta Nichele ed Emilio Costa a Santiago de Compostela dal 21 maggio al 25 giugno del 2007
Belle tutte le immagini che testimoniano un cammino di fede attraverso gli incontri con altri pellegrini e nell'esaltazione dei monumenti e della natura.
Un ottimo video da vedere con calma, per capire la sostanza del cammino, e per ritrovare, per chi l'ha già fatto, elementi comuni e elementi differenti di esperienza.
Grazie ad Antonietta, grazie ad Emilio!

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