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Nello Lupo
Sebastiano
(Nello) Lupo è nato a Pachino il tre gennaio 1951.
Diplomato
geometra allIstituto tecnico "Matteo Carnilivari" di Noto,
è
docente di Educazione Tecnica presso il Primo Istituto Comprensivo "Barbara
La Ciura" a Portopalo di Capo Passero.
Esperto
di docimologia, ha acquisito una vasta esperienza nel campo delle tecnologie didattiche
e della valutazione scolastica assistita dal computer.
E
autore di un programma informatico per la redazione delle valutazioni quadrimestrali
e finali degli alunni nella scuola media "Giudizi 96"
E
laureando in Scienze dellEducazione presso la Facoltà di Scienze
della Formazione dellUniversità di Messina.
Con
la nostra Libreria Editrice ha pubblicato il
N.14 della collana Mneme
![]()
col titolo: Don Lorenzo Milani prete e maestro
(e
con prefazione di Padre Paolo Solimano)
A oltre trentanni
dalla sua morte don Lorenzo Milani fa ancora discutere e rimane al centro di accese
dispute.La destra lo considera ancora un nemico per avere sfidato la tradizione,
la sinistra spesso lo osanna nel tentativo di chiamarlo dalla sua parte, come
fece nel biennio rosso, la Chiesa lo riscopre profeta, ma tarda a "riabilitarlo"
ufficialmente.Il saggio tenta di presentare un Milani diverso da quello fatto
conoscere dai media nel periodo e nel clima incandescente della fine degli anni
60, a ridosso della contestazione studentesca e dellautunno caldo.
Né disfattista né rivoluzionario, ma solo e semplicemente prete
e maestro. Prete originale, che sa usare la ragione per coniugare pastorale ed
ambiente sociale. Maestro attento ai bisogni dei suoi allievi, che su questi bisogni
costruisce, giorno dopo, il decondizionamento e il pieno sviluppo della persona
umana. Pedagogista insigne che sa indicare allo sclerotizzato ambiente scolastico
italiano le vie del rinnovamento educativo e didattico.g
Questa che segue è la Premessa
di Nello
Lupo,al libro pubblicato da noi sulla figura e l'opera di don Milani (luglio
2001, 8°, pagine 208,
ill., Euro14,46
)
Era lottobre del 1976, anno particolare, di quelli che lasciano il
segno. Coronavo un bel sogno, raggiungevo lagognato posto di lavoro. Un
posto ambito: fare linsegnante, per me che venivo dallassociazionismo
cattolico scautistico, diveniva realtà.Presi servizio con incarico a tempo
indeterminato quale docente di Applicazioni tecniche alla scuola media statale
"Marconi" di Torino. Quartiere della Torino-bene, come si diceva un tempo. Ma
scoprii, ben presto, di essere stato destinato non al plesso centrale, bello,
accogliente, organizzato, con grandi spazi per loperatività, ma alla
sua succursale, che si trovava nella vicina collina di Sassi, proprio sotto Superga,
la tomba collettiva del grande e mitico Torino di Valentino Mazzola.La scuola
era statale, allocata in un collegio di preti, si chiamava "Città dei Ragazzi".
Ospitava, a convitto, fanciulli che provenivano dalle esperienze più amare
che la vita potesse riservare a un essere umano.Michele era un ragazzo di 15 anni,
alto e robusto, divenuto completamente calvo in seguito al trauma per la morte
violenta del padre, due anni di ripetenza. Giuseppe, figlio di separati, minuto,
gracile, frequentava la seconda media. Irrequieto, continuamente in movimento,
era affetto, come si direbbe oggi, da sindrome da iperattività.Felice,
prima media, silenzioso e taciturno, viveva appartato, ricurvo su sé stesso,
era sostanzialmente incapace di relazionarsi agli altri.Tre bambini, tre diversi
mondi, tre diversi "prodotti" di quella medesima causa sociale che fu lemarginazione
economica, civile e culturale susseguente al boom economico degli anni 60:
sradicamento violento dalla propria terra di origine, deprivazione culturale dei
quartieri dormitorio della periferia torinese. Limpatto con quella realtà
fu duro e difficile. Non mi restò che chiedere aiuto. Un giovane aspirante
insegnante, alle prime armi, cosa poteva fare se non sottomettersi allautorità
indiscussa e indiscutibile di una collega di lettere?Anziana, alla fine della
sua carriera scolastica, discusse con me amorevolmente per ore intere. Non sciolse
i miei dubbi, accrebbe, in me, la consapevolezza delle responsabilità che
ci si assume quando si sceglie di fare leducatore. Mi consigliò un
libro, Lettera a una professoressa della scuola di Barbiana, mi strinse la mano
e mi augurò "buona fortuna".Fu così che "conobbi" Don Lorenzo.Avevo
dimestichezza con preti e suore. Ero cresciuto tranquillamente in mezzo a loro,
in un paesino di cultura contadina, nella quiete di una vita serena, lo scorrere
lento del tempo, la gioia dei rapporti autentici e veri, lontano dai rumori e
dalle tensioni della violenza verbale e materiale dello scontro sociale nella
Torino degli anni 70.Ero abituato al contatto fisico, faccia a faccia, con
i miei altri significativi: mio padre, mia madre, mia sorella, il parroco e lamorevole
suora della mia felice infanzia, modelli di socialità e di educazione religiosa.
Ora il quadro cambiava. Non modelli reali in carne
ed ossa, ma un libro. Da leggere, da interpretare, da calare nella realtà
della quotidianità e rutinarietà di un insegnamento, che fin dal
principio tendevo a interpretare come strumento, mezzo per dare risposte, non
demagogiche ma reali, a quellinfanzia "reietta e abbandonata" che il Signore
mi aveva messo davanti, quasi a ricordarmi che il periodo delle "castagne" era
finito, che cominciava quello ben più importante delle responsabilità.Lessi
e rilessi, due, tre volte quel libro. Non vi trovai le regolette pratiche che
a quel tempo, erroneamente, cercavo. Vi scoprii cose ben più importanti,
le ragioni del mio impegno professionale: servire gli ultimi, gli emarginati,
gli "ignoranti", quelli che la scuola rifiutava, bocciava, allontanava, escludeva.Fu
così che il priore entrò prepotentemente nella mia vita, non solo
professionale. A ventiquattro anni da quellincontro, don Lorenzo rimane,
ancora oggi, in una società e in una cultura così diverse da quelle
in cui operò, la stella polare, il maestro che guida e orienta, che alimenta,
che rinnova lamore per la scuola, il difensore dei diritti inalienabili
di ogni bambino.Ci ha insegnato che la scuola è, e deve essere, strumento
di "mediazione collettiva dellamore", che il suo fine non è preparare
le classi dirigenti del paese ma colmare il divario tra le sue finalità
formali che sono, lo ricordiamo, dare cittadinanza e dignità a tutti, nessuno
escluso, elevandone istruzione e cultura e le sue finalità reali.Don Milani
ci ha trasmesso che alla base di ogni azione che pretenda di essere educativa
cè lamore per il bambino, il rispetto della sua dignità
di persona, cè il coinvolgimento e la "scelta". Ci ha insegnato la
libertà, ci ha dato la consapevolezza che la vera cultura non è
quella che si trasmette ma quella che la coscienza produce. Don Lorenzo mirava
a costruirla questa coscienza, come prodotto finale di uneducazione che
deve mirare allacquisizione degli strumenti logico-concettuali che rinforzano
abilità che egli riteneva essenziali come il pensiero critico, ciò
che egli chiamava "ragionare con la propria testa", perché senza queste
ogni assenso di fede è mito, superstizione, formalismo, abitudine.Ma ragionare
con la propria testa non era per il priore un vuoto tecnicismo, puro esercizio
metodologico. E invece, linsieme di conoscenze, ragione e valori morali,
i soli presupposti su cui può fondarsi una risposta libera e cosciente
alla chiamata di fede.Oggi nasce questo libro. E nasce dal bisogno di esternare
un amore filiale per il maestro che esercitò "la sua paternità sacerdotale",
come felicemente la chiama Liana Fiorani, certamente sui suoi allievi di ieri,
ma la estende, da sempre, ai tanti allievi disseminati nelle tante barbiane del
mondo, educatori cattolici e no, che sentono don Lorenzo Milani maestro di fede,
di riscatto, di libertà e di solidarietà, esercitare una decisiva
influenza sul modo di essere e di vivere linsegnamento. Sono passati più
di trentanni dal quel 26 giugno del 1967 in cui il priore di Barbiana, vinto
dal suo incurabile male, lasciò la vita terrena.La figura e leredità
di don Lorenzo sono oggetto, ancora oggi, di accese dispute. Lodio viscerale
della destra per questo prete che aveva osato sfidare la tradizione è già
noto.La sinistra, che negli anni della sua martoriata esistenza lo osannò,
facendone il simbolo della riscossa dei poveri, nel trentennio della sua morte
ha manifestato un atteggiamento ambivalente: oscillante tra tentazioni di annessione
(la visita del segretario dei D.S. Walter Veltroni a Barbiana) e rifiuto (si trattava
pur sempre di un prete).La Chiesa, quella stessa che lo mise ai margini, ora finalmente
ne scopre la natura profetica, con tanti singoli pronunciamenti, fra gli ultimi
un articolo sullOsservatore Romano nel giugno del 1997 e le interviste più
recenti su Famiglia Cristiana
Ormai lontani dal clima incandescente della fine
degli anni 60, caratterizzato dallo scontro ideologico e politico fra le
due culture egemoni, quella cattolica e quella marxista, si può tentare,
oggi, una lettura del pensiero e dellopera milaniani con maggiore obiettività.
In quegli anni fu fatta una lettura in chiave essenzialmente socio-politica che
presentò il priore come "il prete rosso", il "contestatore" "il rivoluzionario"
e il suo scritto più famoso, Lettera a una professoressa, come il
"libretto rosso" del 68 italiano, definizione che dobbiamo allattuale
ministro alla pubblica istruzione Tullio De Mauro congiuntamente al noto pedagogista
di scuola marxista Lucio Lombardo Radice.Dalla cultura marxista, priva di una
dottrina pedagogica sistematica ed organica, e per questo molto attenta a cogliere
tutte le occasioni possibili per unelaborazione dottrinale e teoretica di
prassi educative coerenti con i nuclei tematici di pensiero pedagogico engelsiani
e marxiani, furono messi in evidenza gli aspetti che più si presentavano
funzionali al suo disegno di egemonia sulla società italiana: la denuncia
anti-borghese del sistema di sfruttamento e di oppressione delle classi lavoratrici,
la critica alla funzione di classe svolta dalla scuola, il disvelamento dei meccanismi
di selezione, le istanze pacifiste, il tutto disgiunto dalle motivazioni cristiane
da cui profondamente sgorgavano.La tesi di questo libro è che quella lettura,
che non a caso misconobbe lopera prima di don Milani Esperienze pastorali,
fu interessata e di parte.Il pensiero e la prassi educativa di don Lorenzo Milani,
infatti, non possono essere ridotti alla sola pars destruens, alla categoria
della pura e semplice contestazione. Vè nel suo pensiero una pars
costruens che può essere desunta da una lettura comparata dei suoi scritti
più famosi: Lettera a una professoressa e Lobbedienza
non è più una virtù, con la sua opera prima Esperienze
pastorali, la sola che può fornire le coordinate umane, culturali, ma
soprattutto religiose, senza le quali ogni pretesa di comprendere il Milani prete-maestro
risulterebbe del tutto fuorviante.La stessa collocazione del pensiero pedagogico
milaniano nella storia della pedagogia andrebbe rivista. Alle indiscutibili istanze
sociali e libertarie riteniamo vada aggiunta una dimensione teoretica spiritualistica
o più precisamente personalistica, che don Milani espresse certamente sul
piano della prassi educativa concreta, che fa del priore di Barbiana, a pieno
titolo, un autorevolissimo rappresentante del personalismo cattolico contemporaneo.
Nello Lupo
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GAZZETTA
DEL SUD,
martedi' 18 dicembre 2001
AVOLA -
Un incontro non solo per parlare di un libro e del suo protagonista, ma anche
per sviluppare i temi del radicamento sociale e dell'identita'
della zona
sud. Si e' sviluppato in questa direzione l'ampio dibattito che ha fatto seguito
alla presentazione del libro "Don Milani prete e maestro" di Nello Lupo
che si e' svolta nel pomeriggio dello scorso venerdì nel salone delle conferenze
di palazzo Modica. A oltre trentanni dalla sua morte don Lorenzo Milani
ha fatto ancora discutere e rimane al centro di accese dispute. La destra lo considera
ancora un nemico per avere sfidato la tradizione, la sinistra spesso lo osanna
nel tentativo di chiamarlo dalla sua parte, come fece nel biennio rosso, la Chiesa
lo riscopre profeta, ma tarda a riabilitarlo ufficialmente.
Di questo "prete
scomodo" ha tracciato un profilo il sacerdote Stefano Trombatore che l'ha
conosciuto personalmente. "Durante una mia visita a Barbiana - ha raccontato
padre Stefano - sono diventato uno degli alunni di don Milani per un giorno. Quel
che mi colpì più profondamente fu la sua didattica a favore dei popoli e
quel suo parlare di obiezione di coscienza in un periodo in cui questo non veniva
capito". Numeroso il pubblico arrivato da tutti i centri dell'area sud della
provincia siracusana e numerose sono state le domande poste all'autore ed a don Stefano. "Quello che e' emerso con maggiore forza da questo incontro
- ha dichiarato Ciccio Urso, del nucleo promotore di un ciclo di incontri di zona
- e' la voglia di ritornare a discutere tra gli intellettuali della zona che per
troppo tempo erano rimasti privi di possibilita' di confronto concreto. Il tema dell'identita' e del senso di appartenenza a questa zona del sud continua
a creare conflitti e contraddizioni: su questo intendiamo tornare a confrontarci
apertamente in un ciclo di incontri che tocchera' i centri di quest'area del siracusano".
Carmela Modica
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