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Benito Marziano
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vedi anche Benito Marziano su Poeti e poesia


novitàcopertinaBenito Marziano
Randagi - Sei racconti
201
1, 8°, pp. 88
Collana Mneme n. 35
ISBN 978-88-96071-52-6
Euro 10,00
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DALLA PREFAZIONE

Perché “randagi”? Si tratta di cani? No... Non proprio. Si sarebbe potuto scegliere allora tra tanti altri aggettivi, per così dire, meno equivoci: derelitti, emarginati, vagabondi, erranti, solitari. Benito, tra tutti, ha scelto, come titolo della sua ultima raccolta di sei racconti, “Randagi”. Quasi a indicare che tra l’uomo e il cane non c’è solo un rapporto di amicizia e di fedeltà, ma anche un’inconfessabile condizione esistenziale di prossimità: il rischio incombente dell’abbandono.
I randagi sono randagi, possiamo dire, riprendendo l’adagio del cinico Antistene, che esprimeva tutta la sua filosofia riduzionista nel concetto “l’uomo è l’uomo”. Nel nostro caso, non può esaurire il concetto nessun altro aggettivo che non sia, appunto, randagi. Perché i vagabondi, i derelitti, gli emarginati, non sono tali se non sono stati in qualche modo abbandonati, allontanati dal loro mondo. Da qualcuno, da qualcosa. Come quei dieci pianeti che Takahiro Sumi dell’Università di Osaka ha recentemente scoperto nella Via Lattea, vaganti per la Galassia perché espulsi dalla stella di riferimento. Non a caso, definiti mondi “orfani” o “vagabondi”. E si avvalora di ora in ora l’ipotesi che ce ne siano molti di più di dieci, addirittura miliardi.
Benito li avrebbe chiamati randagi. Per sottolineare che al fondo di ogni vita solitaria e emarginata c’è un colpevole abbandono...

Orazio Parisi

Le riflessioni di Salvatore Di Pietro su ''Randagi'' di Benito Marziano


Benito Marziano, Don Agostino Salvìa e altri racconti,(Collana Mneme n. 16) Avola 2002, pagine 112, Euro 10,00 acquista
Benito Marziano, Altri anni, (Collana di poesia Araba Fenice n. 19), aprile 2006, pagine 64, Euro 8,50acquista
Benito Marziano, Sisifu - Poesie siciliane, (Collana Araba Fenice n. 25), marzo 2007, pp. 64, Euro 8,00acquista
Benito Marziano, Juliette cara - Romanzo, (Collana Mneme n. 25), 2008, 8°, pp. 152, Euro 13,00
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altri anniSisifucopertinaDon Agostino...

RecensioniRECENSIONI DI BENITO MARZIANO
nuovoPer Memoria aggiunta di Giovanni Stella
Per Del vento, e di dolci parole leggere, di Paola Liotta
Per Trame del Mediterraneo di Sebastiano Burgaretta
Per Un po' di me attraverso il mare di Giusy Cancemi

copertina Novità in libreriaIN LIBRERIA DAL 6 APRILE 2009

Benito Marziano
Juliette cara (Romanzo)
2009, 8°, pp. 152,
Collana
MNEME n. 25, Euro 13,00
ISBN 978-88-96071-10-6
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[...] Juliette cara, il titolo di questo romanzo, corrisponde, com’è facile capire, alla formula di apertura di una lettera; e una lettera è, o meglio vorrebbe essere, il blank dell’opera: una lunghissima lettera che il protagonista, Ennio Corsini, uomo oramai attempato, scrive a Juliette, la donna da lui amata negli anni della prima giovinezza, poi perduta per sempre a causa della leggerezza di un momento, un tradimento che l’ha irrimediabilmente offesa, e divenuta quindi oggetto di una lunga quanto vana ricerca. Juliette è la donna della vita, perché su di lei Ennio aveva fondato tutta la sua felicità e le ragioni della sua esistenza, e a lei non è riuscito, dopo la separazione, a sostituire alcun’altra donna: da qui l’estremo bisogno di scriverle, trovando conforto nel ricordo dei bei momenti trascorsi insieme, ma anche nel racconto di altre vicende della propria vita passata e di quella presente. Ma perché concepire una lettera così lunga, da avere l’ampiezza e la complessità di un intero libro? Per di più è una lettera che non sarà mai spedita, perché Ennio non sa dove Juliette si trovi. In effetti, il lungo scritto di Ennio solo apparentemente, a mio modo di vedere, costituisce una lettera, – e il lettore potrà rendersene conto solo dopo essersi abbondantemente inoltrato nella lettura del libro – perché il bisogno iniziale di ristabilire il dialogo con Juliette, ricordando quella loro luminosa stagione d’amore e ricostruendone le ragioni della fine, si risolve poi nel bisogno, ancor più profondo, di raccontare tutta una vita e di comprenderne il senso, al di là della stessa vicenda d’amore.

Salvatore Salemi

Benito Marziano

 

Benito Marziano è nato a Palermo nel ’36 e vive a Noto. È insegnante in pensione. Si dedica alla narrativa e alla poesia in vernacolo e in lingua. Da anni collabora alle agende Le pagine del poeta, e ad altre pubblicazioni delle “Edizioni Pagine” di Roma. Ha pubblicato con la “Libreria Editrice Urso” di Avola Don Agostino Salvìa e altri racconti, che si è classificato al secondo posto nell’edizione 2008 del Premio Crispiano (TA), Sezione Narrativa. Nella stessa edizione dello stesso premio, una sua poesia in dialetto si è classificata al terzo posto, sezione Poesia in vernacolo, e una in lingua al quarto posto, sezione Poesia in lingua. Con la Libreria Editrice Urso ha pubblicato, anche, le sillogi poetiche Altri anni, in lingua e Sisifu, in vernacolo siciliano. Alcune sue poesie sono state selezionate in vari concorsi e incluse in riviste e antologie.

Articolo su La Sicilia

IL ROMANZO DI BENITO MARZIANO
Juliette, un amore indimenticato
copertinaNOTO Il nuovo libro del netino Benito Marziano Juliette cara che sarà presentato nel prossimo mese di giugno nella sala Gagliardi di Palazzo Trigona alla presenza delle massime autorità cittadine e del mondo della cultura è senza dubbio pieno di creatività. Una storia suggestiva che più essere un romanzo è una lettera, o meglio vorrebbe essere. Una lunga lettera nella quale il protagonista della storia si chiama Ennio Corsini, uomo ormai attempato, che scrive a Juliette, la donna da lui amata negli anni della prima giovinezza, poi perduta per sempre s causa le leggerezze di un momento, un tradimento che l'ha irrimediabilmente offesa e divenuta poi oggetto di una lunga quanto vana ricerca. Una autentica opera di maestria poetica quella di Benito Marziano perché la lettera per la sua ampiezza e complessità racconta la vicenda della propria vita passata e di quella presente. Juliette è la donna della sua vita, perché su di lei Ennio aveva puntato tutta la sua felicità e le ragioni della sua esistenza e che mai era riuscito a dimenticarla e sostituirla con un'altra donna. Da qui il bisogno di scriverle una lunga lettera che non sarà mai spedita.
«La storia dal sapore vagamente proustiano dà l'avvio alla narrazione di una vicenda d'amore - sottolinea il critico Salvatore Salemi - che è appena iniziata ma poi finita subito. Le pagine di storia narrate dallo scrittore netino tendono a tratti a trasformarsi in poesia, la cui nota più significativa è una malinconica e rassegnata accettazione del destino di decadimento cui è spesso condannata la vita umana. La storia di Ennio Corsini non è altro - aggiunge Salemi - quella dello scrittore-poeta Marziano che ha una visione pessimistica della vita. Un uomo dai non facili entusiasmi perché non sorretto da una fede religiosa».

Benito Tagliaferro
LA SICILIA, aprile 2009

(...)Il suo romanzo di difficile e doloroso amore, raccontato con grande sapienza della parola e con tanta partecipazione del cuore.
E' un'opera che spicca per verità e intensità fra i romanzi di moda, così poveri, banali, mal scritti.

Giorgio Bárberi Squarotti
10 maggio 2009

Foto con Benito Marziano a scuolaDopo Salvatrice Pirreco, un altro autore della Libreria Editrice Urso
incontra gli alunni del Secondo Circolo Didattico di Avola: Benito Marziano
Il Giornale di Sicilia

La poesia come comunicazione dei sentimenti
È stato questo il tema della speciale lezione svolta ieri mattina dagli alunni delle classi quarte e quinte del plesso elementare Caia di via Luigi Razza, che hanno partecipato all'incontro con il poeta e scrittore netino Benito Marziano, maestro in pensione, autore di diversi libri di racconti e poesie anche in dialetto siciliano. L'incontro, che rientra nell'ambito del progetto didattico curato dalle insegnanti Costa e Calabrese , intitolato Voliamo in biblioteca, è arrivato ormai alla conclusione dopo l'incontro con gli autori dei libri. Un mese fa ad incontrare gli alunni delle seconde e terze era stata la scrittrice Salvatrice Pirreco. Una esperienza importante sui piano didattico e formativo, quella vissuta ieri nell'auditorium della scuola da un centinaio di ragazzi, che ha per messo loro di conoscore direttamente dall'autore come nasce, cosa ispira e come viene strutturata una poesia. Molto apprezzate dallo scrittore, durante la conversazione, le numerose poesie lette dai piccoli alunni, dalle tematiche diverse, con il momento più suggestivo dell'incontro che è stato quando ii nipote dello scrittore, il piccolo Damiano, ha letto una poesia dedicatagli dal nonno e inserita nel suo ultimo libro.

Antonio Dell'Albani

in Il Giornale di Sicilia 21 maggio 2009
Articolo La Sicilia
La Sicilia 24 maggio 2009

RECENSIONISOPRAVVIVERE CON JULIETTE CARA DI BENITO MARZIANO

copertinaSe mi si chiedesse di sintetizzare con soli due aggettivi l’essenza ed il senso dell’ultima opera di Benito Marziano, Juliette cara, edita dalla Libreria editrice Urso, Avola 2009, non esiterei ad incorniciarla tra il “Tragico” e il “Nulla”, come un pendolo i cui rintocchi scandiscono il trascorrere del tempo, battendo tra la finitudine umana e l’essere del nulla, inframmezzati da sporadici quando non brevissimi sprazzi di illusa felicità.
Originale è il lavoro di Marziano, sia per l’espediente utilizzato, la lettera, una lunga lettera formalmente indirizzata alla donna che ha amato e che purtroppo, per una leggerezza di un attimo, ha perduto, sia per avere avuto la capacità, credo riconosciuta a pochi eletti scrittori, di narrare, sintetizzandone gli aspetti, l’essenza della vita, attraverso l’unico sentimento che più di tutti caratterizza l’uomo: l’amore. L’amore che, illudendo e includendo sprazzi di momentanea felicità, incarna nella sua più profonda intimità la dimensione del dolore. Perché soprattutto di questo Benito ci ha voluto parlare con il suo libro. Ma l’esperienza del dolore è disposto ad accettarla solo chi possiede il senso del tragico, solo chi, avendo consapevolezza dell’attrito esistente tra la finitezza dell’uomo e, suo malgrado, la costrizione del vivere, l’abbraccia e l’accetta entrambe. Questa consapevolezza l’autore mette nella mente del protagonista, Ennio, allorché questi, ancora ragazzino, vede nella consistenza di un muro la precarietà e, quindi, il nulla cui l’esistenza dell’uomo risulta invasa, e qui le parole dell’autore sembrano restituire in modo paradigmatico il senso di ciò che vado affermando: Sai, da bambino, una volta, stavo andando con i miei genitori col treno a Catania…Era il primo vero viaggio della mia vita… Guardavo dal finestrino… Attraversavamo un tratto di pianura, si vedevano i campi gialli di grano, a un certo punto mi ritrovai quasi proprio al di là del finestrino un muro altissimo. Mi incuriosì. Quel muro... per me invece sarebbe rimasto come un’invisibile presenza che mi avrebbe sempre accompagnato, per tutta la vita. Ora ho come l’impressione di avere guardato, a mio danno, purtroppo, e avere visto che dietro il muro che, credo, ciascuno di noi ha nella propria vita, c’è un po’ della conoscenza del proprio futuro. Dietro quel muro, al di là del quale tutti desideriamo e temiamo guardare, ci sono le nostre illusioni cadute, i nostri desideri spenti, i nostri sogni svaniti, i nostri ideali, persino, che il tempo ha piano piano sviliti nello scontro con la dura verità della vita fino a vanificarli, e li ha resi sempre più duttili fino a mutarli del tutto, a farli uscire dai nostri orizzonti. Anche quelli più autenticamente sentiti.
Ma il senso del nulla e del tragico dell’opera di Benito è ulteriormente confermato dal rifiuto della visione futurista del protagonista: vivere il presente senza darsi carico del futuro è un “vezzo” che lo ha reso più “confortato che depresso”. Sono state queste le pagine del libro che maggiormente mi hanno predisposto al pensare.
La lettera è indirizzata alla perduta amata solo formalmente dicevo, un espediente che permette all’autore di penetrare il suo “Io”, forse anche il suo “Inconscio”, comunque la sua anima, il suo vissuto. Un viaggio a ritroso, verso l’introspezione, come egli stesso nella seconda di copertina velatamente fa intuire. Quindi una lettera indirizzata in realtà a se stesso, all’uomo, alla vita dell’uomo, ai suoi ricordi, ricordi che incarnano un pianto nostalgico. Leggendo il libro la mia mente è andata ad un bellissimo film che ho visto più volte: “Nuovo Cinema Paradiso” di Tornatore. Anche in quel film la mente del protagonista era imbrigliata dai ricordi, che sembravano testimoniare, proprio come nel libro di Marziano, l’inesorabile trascorre del tempo; ed anche in quel film il regista collegò la trama ad una storia d’amore perduta. E anche nel film il protagonista imprime i momenti della sua felicità nella pellicola facendoli quindi assurgere all’eternità; come alla stessa stregua il nostro Benito Marziano che fa fissare gli attimi di felicità vissuti e immediatamente perduti del protagonista nelle parole di una lettera, che diventano perciò eterni.
Il senso comune vuole che il tempo sia qualcosa che vada in avanti, verso l’infinito, sembra dunque non ammettere l’eternità delle cose, tuttavia gli artisti e gli scrittori, e i poeti aggiungerei, come Benito Marziano, ci dicono che l’eternità è nell’attimo, fissato in una pellicola o nelle parole di un libro. D’altronde i Greci l’avevano già capito.
Con riguardo alla dimensione filosofica, personalmente ho qualche riserva a relegare il pensiero di Benito Marziano alla visione pessimistica, con facili accostamenti a Leopardi e Sartre. Credo che Marziano, lontano dall’essere pessimista, sia invero più realista, marcatamente disincantato con riguardo alla possibilità di salvezza eterna dell’uomo, ma altrettanto incantato relativamente alle facoltà, razionali e spirituali in senso lato, che l’uomo può esercitare attraverso la poesia, la letteratura. Anche per questo credo che sia troppo facile l’altrettanto accostamento che verrebbe da fare del pensiero di Marziano a quello dell’Esistenzialismo. Sicuramente c’è dell’esistenzialismo nel pensiero di Benito Marziano, soprattutto là dove egli fa riferimento ai caratteri tipici di tale cultura e corrente filosofica: la nullità dell’esistenza umana, il trascorrere del tempo, la morte, l’insensatezza umana ecc… Ma personalmente ritengo che il suo esistenzialismo sia più accostabile all’essenza ontologica, insomma più vicino ad Heidegger che a Sartre, e ciò credo sia evincibile dal fatto che la vita del protagonista del libro (della visione che l’autore ha della vita in genere), nonostante il suo vissuto scialbo, sia stata improntata ad un’esistenza comunque autentica perché pervasa dall'angoscia che scaturisce dal prendere coscienza della nostra finitudine e, dunque, consapevole egli stesso del suo stato di ”morente”. Un vivere-per-la-morte e, dunque, un’esistenza autenticamente heideggeriana.
La scrittura di Benito Marziano è un’illusione, come la sua poesia che egli ci ha dato piacere di conoscere in altre sue precedenti opere. La sua scrittura è un po’ come la fotografia, gli permette di ri-vedere la sua vita, ha il dono dell’immortalità dal momento che riuscirà a vederla e a ri-vederla anche la posterità e nel momento in cui la si ri-vede, si crede di ri-viverla, ma è solamente un’illusione, appunto, proprio ciò che serve all’uomo per sopravvivere.
Dimenticavo, infine, di dire una cosa importante: la storia mi ha commosso.


Foto Leonardo MiucciLeonardo Miucci

Juliette cara

Al Cafe' de Flore, seduto al tavolo, sorseggiando Perrier, fumando Gitanes, parlando di Juliette...

E' questo un ricordo a me caro per averlo vissuto tanti anni fa, quando ventunenne universitario, feci la prima visita alla capitale francese. A quella incursione parigina, nella quale m'era compagno di viaggio un cugino piu' grande, ne sono seguite, via via nel tempo, tante altre, da solo o con la famiglia, ma quella era la prima e come in ogni ''prima volta'' il ricordo rimane sempre il piu' vivo e toccante.

Al Flore era germinato l'esistenzialismo letterario. Ci scrivevano, seduti ai tavoli, JeanPaul Sartre, Simone De Beauvoir, Albert Camus, e gli altri... A fianco c'e' Aux Deux Magots, che prende il nome dalle due statue orientali poste all'ingresso, altro caffe' letterario che ancora ora organizza annualmente un premio per il miglior libro in concorso.

Fra i due caffe', La Hune e' una delle migliori e fornite librerie parigine, aperta fino a notte.

Del resto quello e' un angolo tipico e molto frequentato della Parigi Rive Gauche.

Di fronte, nell'altro marciapiede del boulevard, Lipp, famosa brasserie alsaziana, tutta legni e ottoni in stile Belle Époque, coi camerieri in frac e lunghi grembiuloni bianchi, ospita da sempre a prezzi abbordabili tout le monde che conta: da Lautrec a Chirac.

A pochi metri, nella piazzetta, la bellissima chiesa di Saint-Germain-de-pres, da' il nome al boulevard e alla piazza medesima.

Dietro il Flore, in una via stretta e corta, c'era il Tabou, locale molto piccolo, dove, negli anni Quaranta, un gruppetto, una sera fra fumi di sigarette e alcool, esclamo' ''siamo esistenzialisti'', dando vita al movimento omonimo. Li' si esibiva tutte le sere ''il mito'', Juliette Greco, la liana nera delle notti bianche e tutta Parigi prima, tutto il mondo poi, non parlava altro che di lei, della sua voce, delle sue canzoni, dell'esistenzialismo che aveva concorso a creare.

Anch'io pertanto in quella visita parigina – correva l'anno 1969 – non potevo non parlare con mio cugino di lei e di tutto il periodo esistenzialista di cui ancora si avvertivano gli esiti. Chiedemmo di Sartre e un cameriere ci disse che con la De Beauvoir (con cui faceva coppia fissa) erano in vacanza, altrove.

Tutto questo ho ricordato con un veloce scorrere di memoria non senza un forte senso di struggente nostalgia per quel periodo dei miei vent'anni, il giorno di venerdi' santo, quando sul mio tavolo di studio, mentre per un attimo adocchiavo il portone chiuso della Chiesa madre dirimpetto, e' pervenuto un dono blank in una busta bianca. Aperta la quale ho avuto fra le mani, ancora fresca di inchiostro, l'opera ultima di Benito Marziano (appena edita dalla Libreria editrice Urso, Avola 2009, pp. 160, euro 13), Juliette cara, con affettuosa dedica dell'Autore che mi ha emozionato.

Il riferimento esplicito alla Greco per il nome Juliette si legge gia' nella prima pagina.

L'edizione si presenta in bella veste grafica. La copertina riporta un carboncino bene realizzato da Nunzio Coletta, raffigurante un volto di donna: labbra sensuali, naso alla francese, occhi grandi e scuri come i capelli.

E' Juliette, ovviamente, il titolo del carboncino, come lo e' quello del volume. Che sostanzialmente e', o comunque vorrebbe essere, una lettera, lunga 156 pagine, che l'Autore e con l'eteronimo di Ennio, uomo maturo, scrive al suo primo e unico amore giovanile, Juliette. L'amata all'epoca fu perduta irrimediabilmente per un tradimento di lui, che procuro' un risentimento forte e irrecuperabile in Juliette che sparì, senza che la ricerca costante, accurata e spasmodica di Ennio fosse riuscita a trovarla, ne' a sostituirla con qualsiasi altra.

Una lettera tanto lunga? Ebbene sì.

Nessuno pensi di storcere il naso o sia scettico sulla tenuta dell'interesse per tante pagine o tema di scadere nella noia. Niente di tutto cio'.

L'opera di Marziano e' pregevole sotto vari profili.

In primo luogo e' mio fermo convincimento che Benito Marziano, ora per allora, e cioe' in eta' matura, ma riportandosi indietro con la moviola della memoria, con dovizia di particolari, la precisione di un orologio svizzero e una realta' che sembra fotografata da un ottima macchina da presa, ha descritto l'indescrivibile, cioe' l'Amore giovanile fra Ennio e Juliette.

Un amore vero, sentito, passionale, umano, erotico, spirituale, forte, intenso, bruciante, assoluto, lacerante, possessivo, emotivo, esclusivo, incerto, ineguagliato...

Un amore fra due ragazzi che sembrano usciti da alcuni dei piu' bei versi di Jacques Prevert.

Ma per dar contezza di cio' e' meglio lasciare, per qualche breve passo, la parola direttamente all'Autore.

“(...) ricordo, e mi sembra di vivere ancora quei momenti. Non ho mai smesso di rimpiangerli, e non ne ho avuti di simili con nessun'altra, ne' prima ne' dopo... Eppure, sapevi amare come

nessuna...”

“(...) Ti amavo tanto. Tu non lo credesti mai interamente. E io ti amo ancora come allora (...) Ti accadeva spesso di essere di cattivo umore... Poi, magari d'un tratto tutto cambiava e esplodevi in uno stato di euforia, di gioia, di felicita' che mi stupivano. E io impazzivo d'amore”.

“(...) <>.

Che albagia, che orgoglio: io ti sapevo cosi' felice! Capivo che era un amore immenso, vero quello che provavo per te.

Capivo che qualche ragazza, prima di te, non era stata niente, e sentivo che anche tu dovevi provare per me un sentimento di uguale intensita'. Non ero piu' un ragazzo, ma un uomo vero capace di amare interamente una donna, di dedicare a lei la sua vita, di farla felice. Questo e' vivere – pensavo – ora, io sto vivendo veramente, prima ho soltanto lasciato scorrere inutili giorni inseguendo effimere gioie e progetti di breve futuro”.

“(...) <>”.

L'autore affronta il tema della gelosia in poche righe ma con una efficacia significativa.

“<> Mi mettesti le braccia al collo: <>”.

L'opera inoltre si avvale della puntuale presentazione di Salvatore Salemi, che ha saputo cogliere lo spirito e le motivazioni che hanno indotto l'Autore a scrivere quella lettera che, peraltro, non e' stata, ne' mai potrebbe essere spedita, quantomeno per ''irreperibilita''' del destinatario.

Ennio ha cercato Juliette, dopo la scomparsa, per mare e monti e per lunghi decenni. Invano. E' come se avesse inseguito – tal e' stato forse il vero movente della lettera – ora, uomo maturo, una stagione andata: la giovinezza. Vano e inutile tentativo anch'esso. Ogni fantasma di gioventu' e' sparito in lui come in ciascuno di noi, anche se ognuno tenta di riaverlo come l'Admeto di Rilke: Anni chiedeva di giovinezza, non anni, mesi, giorni, almeno una notte soltanto, questa. ''Ma il dio negava. Grido' allora Admeto vani richiami a lui, forte grido', come grido' sua madre al nascimento”.

Essere non si puo' piu' di una volta, recita l'antico detto.

Il ritorno con la memoria alla gioventu' e' in Marziano, come in chi ora scrive, e forse in ognuno, un atto dovuto e ricorrente, anche se procura una intensa nostalgia, una forte sofferenza.

Memini ergo sum, ricordo quindi esisto, era solito scrivere Bufalino. E attraverso il ricordo operava il Riessere, come tentativo di rivivere il momento andato.

In fondo lo stesso fa Marziano, che in quanto a pessimismo, poi, non e' secondo ne' a Bufalino ne' a Leopardi. E direi a buon diritto.

La lettera, dunque, credo, ha due destinatari. Il primo, quello apparente, Juliette, la donna da Ennio amata in gioventu' che lo ha come mummificato, impedendogli di vivere un'altra vita con un'altra donna. Ma in fondo lui e' stato ed e' felice così.

Juliette e quel breve periodo di gioventu' così vissuta per Ennio sono l'intera vita che val la pena di vivere così: quei momenti e poi il ricordo costante ...

Juliette costituisce difatti non soltanto l'unico vero amore, ma e' anche l'inno all'amore assoluto; essa stessa rappresenta la gioventu' di entrambi alla cui vana ricerca reale Ennio ha speso tutta la sua vita fino alla scrittura della lettera che ha un altro ben preciso destinatario: se stesso.

Ennio, ormai uomo maturo, si avvia a una sorta di bilancio della sua vita passata, chiedendosi poi se questa ha anche un presente e se avra' un futuro.

Nel passato c'e' la nostalgia forte e struggente della gioventu' e percio' di Juliette che la rappresenta, entrambe vive nella memoria, si' da fotografarne il ricordo che ne e' alimento di vita, ma entrambe svanite e non piu' ripetibili nella realta'.

Quel tratto della vita di Ennio ne ha segnato irreversibilmente la via: da allora non e' riuscito a trovare – perché non ha voluto oltre che potuto – un'altra donna, un'altra via di uscita alla sua vita stessa che da allora si muove solo nel ricordo e per il ricordo.

Il presente e' dramma. E qui merita riportare un brano dell'Autore le cui parole sono come scolpite nella roccia.

“Mi sorse il dubbio che, da anziano, non capivo neanche il mondo degli anziani, che era il mio mondo. Non sapevo niente di come vivono gli altri anziani come me, io non avevo piu' prospettive e desideri, vivevo senza futuro, la mia vita era tutta alle mie spalle, lontana. La guardavo come se fosse la vita di un altro, come se mi fossi sdoppiato, lasciando dietro e lontano un altro me stesso felice ma fermo a quel tempo che ormai era passato, mentre io, quasi un guscio vuoto, avessi continuato ad andare avanti, un guscio con dentro soltanto dei ricordi e dei rimpianti”.

Ecco, c'e' la presa d'atto consapevole del tempo che inesorabile scorre in ogni essere umano, portandolo verso il degrado fisico e percio' verso un futuro, fine della vita stessa, che con la morte estingue del tutto l'esistenza.

Non c'e' scampo. Non c'e' speranza di risarcimento alcuno in avvenire. Dopo la morte non c'e piu' niente. Si torna in quel “nulla” da dove veniamo.

Così pensa Marziano, in totale sintonia con il pensiero di chi ora sta scrivendo.

Dunque la lettera e' catarsi liberatoria della sofferenza, poiché e' una presa di coscienza di una realta' passata non piu' riproponibile, se non attraverso un succedaneo: il ricordo.

Il tono lirico delle pagine ultime della lettera, che sono di poesia in forma di prosa, fa si' che questa opera di Marziano si fara' apprezzare dal pubblico e dalla critica ben oltre una bella pagina di letteratura, in quanto attraverso questa investe il mondo esistenziale dell'essere umano, sul quale ciascun lettore sara' portato a una profonda riflessione.

 

Giovanni StellaGiovanni Stella

Molecola quotidiana di saggezza
scelta per noi da Benito Marziano

 

MarzianoIl nostro autore Benito Marziano
il 12 ottobre 2008 ha ricevuto riconoscimenti in varie sezioni
della
VII Edizione del
“Premio Nazionale di Poesia, Narrativa”
Città di Crispiano.

Il suo libro di racconti
Don Agostino Salvìa e altri racconti
si è classificato al 2° posto
nella sezione “Libro di narrativa”;
la poesia “Nustaggia” si è classificata
al 3° posto nella sezione “Poesia in vernacolo;
la poesia “Stupida eco” si è classificata
al 4° posto nella sezione “Poesia a tema libero.

 

Don Agostino...

II classificato ex aequo nella sezione Libri di narrativa

Lo stile letterario di Benito Marziano è personalissimo poiché è caratterizzato da agile scorrevolezza, molta umanità, gusto dell'umorismo e dell'affabulazione, capacità di analisi degne di rilievo, uso di termini "coloriti" tratti dal lessico popolare, una cultura ben sedimentata che risente di reminiscenze letterarie, riferimenti a problemi molto attuali e del calore e della disponibilità al narrare che sono doti innate d'ogni siciliano DOC. Protagonista d'ognuno dei suoi cinque racconti è il dramma d'ogni uomo, che si ritrova sempre in bilico tra la comunicabilità, fatta anche d'un semplice sorriso e che è capace di creare ponti tra le anime e la incomunicabilità che, invece, a causa spesso di banali equivoci, e quindi di messaggi mal recepiti o dell'influsso negativo apportato da gratuite maldicenze, indifferenza e cattiverie che lasciano prevalere le note stonate del proprio egoismo e della propria fragilità distrugge sempre più ogni legame non solo d'amicizia ma pure d'affetto sincero, come quello tra nonno e nipote, che è intessuto di schietta complicità ed intesa. Su tutto poi predomina la potenza del destino. A volte è anche presente la rabbiosa reazione del protagonista che non vuole ripiegarsi su se stesso e prescegliere il suicidio (come fecero il vecchio don Agostino Salvìa e l'avvocato Losi, protagonisti di due racconti e come purtroppo continuano a fare tanti giovani d'oggi) ma sa riappropriarsi della forza della propria volontà e riprendere, giusto in tempo, le redini di una vita, sia pure banale, disarmante e crudele ma che gli appartiene e che, simile ad un'opera d'arte, è degna d'essere progettata, cambiata in meglio e realizzata così come comanda il cuore e grazie all'ausilio di tre armi potenti: una incrollabile speranza, il rifiuto a restare inattivi e l'impegno a saper meglio "comunicare" sempre e comunque messaggi "positivi" (fatti di verità, solidarietà, perdono, sorrisi, ascolto, buoni consigli, pietà, tenerezza, calore umano e capacità di collaborazione ed amicizia "disinteressate"). I messaggi negativi racchiudono in sé un innegabile effetto boomerang rivoltandosi contro chi li invia ed isolandolo.

Teresa Gentile

 

 

 
Nustaggia

  Ruommunu i niputieḍḍi miei nta li littina,

caminu aciḍḍu ppi nun li rrisbbigghiari.

Anṭṛea teni ntâ vucca na manuzza,

çiuccia Alissanṭṛa, nveci, ccâ vuccuzza.

Vasu a nica, all’auṭṛu na carizza:

si inci lu me cori ’i cuntintizza

e mi scuoddu vita ogni amarizza.

 

Bbiatu l’uomu quannu è picciriḍḍu!

Quannu cci voli nenti a ccuntintallu,

ogni cosa cci passa nta n-minutu:

passa u ruluri se a maṭṛi l’accarizza,

ccȏ vasu ri papà passa a custana,

abbrazzata rȇ nonni è u toccasana.

 

Menṭṛi accussì u pinzieru va bbulannu,

nonnu!” sientu, mi çiama na vuciḍḍa,

appriessu çiama puru a picciriḍḍa.

Viegnu, nicuzzi, eccu, staiu viniennu.”

Nta ḍḍu mumentu viru i palluncina

ca cci accattai assira ppi la festa

e mi pigghia mpruvvisu nu risiu:

putissi arrisbbigghiarimi puru iu

cu n-palluncinu mpiccicatu ô tettu
e lu filu ca scinni â ppieri ’i liettu!”




III classificato nella sezione Poesia in vernacolo
Ispira i versi del poeta il tenero affetto nei confronti dei nipotini che, mentre lo spinge a nutrirli di attenzioni, rammenta i tempi spensierati in cui egli stesso era bambino. Bastavano a consolarlo una carezza della mamma e un bacio di papà; ora il pensiero si rabbuia, sfiora il disincanto, sosta improvviso sui momenti duri di una vita sofferta... Subitaneo interviene a distoglierlo il richiamo dei bambini al loro risveglio che richiedono cure immediate e nuove energie.
I nostalgici ricordi si placano nei pensieri nuovamente sereni: alla sera della vita, il cuore fa pace col proprio sofferto passato, arride alle piccole gioie che il presente ancora riserva e ritrova non l'innocenza spensierata del fanciullo, ma l'innocenza consapevole del percorso compiuto. Il poeta riassapora il gusto della fanciullezza, ridiventa bambino fra bambini, volta le spalle agli ardori giovanili ed è appagato dal solo disinteressato e sincero dono di sé e del tempo che gli resta.


Stefania Colucci


Stupida eco  
Sciocchi anche noi allora
ancora posseduti dal terrore
della guerra e della morte
negli occhi ancora il sangue
e le macerie e i morti
rimbombanti le orecchie di boati
di terribili urli di paura
di pianti di orfani atterriti
e di dolenti madri disperate
facemmo stupida eco
a ipocriti proponimenti
già tanto ripetuti nei millenni
a ogni conclusione d’una guerra
“l’ultima sarà questa!”
IV classificato ex aequo nella sezione Poesia a tema libero
La congiunzione «anche», posta all'inizio del primo verso, ci catapulta ex abrupto nel monologo interiore dell'autore, che diventa dunque riflessione aperta e sconsolata: con la terra sventrata dalle bombe e disseminata di macerie, con i morti ancora da seppellire e i sentimenti sconvolti (da evidenziare la potenza dei versi 2-9, che in pochi tratti rendono immagini o suoni rapidamente concreti), tutti gli uomini sono pronti a giurare per sempre che tale guerra sarà l'ultima. Apparentemente, il tema della poesia è l'assurdità della guerra, ma a ben vedere è l'assurdità dell'uomo, che si presta con faciloneria alla stupidità e all'ipocrisia, alla ripetizione meccanica (come un'eco, appunto «stupida») di parole e azioni, senza reale consapevolezza.
La struttura metrica (unica strofa di versi liberi), l'assenza di punteggiatura (un solo punto esclamativo nella frase finale tra virgolette) e il tema (la guerra) avvicinano il componimento all'Ermetismo e a Ungaretti, senza però mancare di originalità e di spessore. Il verbo «facemmo», infine, richiama il lettore all'urgenza della riflessione: la promessa dell'uomo è stata fatta in passato, ma nel presente è stata già smentita da nuovi conflitti, segno che la condizione dell'uomo è immutata e forse inesorabilmente immutabile.
Giorgio Sonnante

23 febbraio 2007
A ricordo dell'ultimo incontro di LIBR'AVOLA del 23 febbraio 2008
alcuni video da scaricare avente per oggetto
l'opera poetica di Corrado Bono e di Benito Marziano

©Foto e filmati di Pippo Carusofoto Pippo Caruso

Benito e SalvatoreBenitoVIDEO - F. Urso apre i lavori
VIDEO - F. Urso introduce S. Salemi e B. Marziano
VIDEO
- Marziano recita Sisifu
VIDEO - B. Marziano recita A farfalleddha
VIDEO - B. Marziano legge Ieri
VIDEO - B. Marziano recita Ciovi
VIDEO- B. Marziano recita Cantu 'i cicala
VIDEO - B. Marziano recita La vendemmia
VIDEO- B. Marziano recita Le mani
VIDEO - Liliana canta Se ci fosse un uomo
VIDEO - Liliana canta In cerca di te

VIDEO - Liliana canta Mi votu e mi rivotu
Pubblico

 

ALLE 18,30 DI SABATO 12 MAGGIO 2007
A NOTO nella SALA GAGLIARDI - Via Cavour n. 91
PRESENTATO L'ULTIMO LIBRO DI BENITO MARZIANO

“Sisifu- Poesie sicilaine”, è l’ultima fatica poetica di Benito Marziano, edito dalla libreria Urso, presentato la settimana scorsa (sabato 12 maggio 2007) presso la Sala Gagliardi di Noto. “Sisifu è l’emblema della condizione umana" - lo ha definito così il professore Salvatore Salemi, che ha curato la prefazione del libro e che ha introdotto l’opera al pubblico intervenuto numeroso. "Nonostante la malinconia pervada l’opera, il ricordo del passato, il rimpianto dell’infanzia perduta, la consapevolezza della condizione umana, nonostante questo pessimismo, il messaggio finale di Marziano è di adesione alla vita”. Fra le trentotto liriche prevalgono, numericamente e per elevatezza, quelle dedicate agli affetti familiari. Con “Sisifu”, che arriva ad un anno di distanza dalla sua ultima raccolta, “Altri anni”, l’operazione di recupero del passato raggiunge livelli ancora più alti, non solo perché l’autore utilizza il vernacolo netino, ma anche perché la magia Gabrielladelle parole, che si piegano a paragoni e similitudini che assumono una rilevanza plastica, riesce ad incarnare l’anima del mondo.
LA SICILIA 22 maggio 2007
GABRIELLA TIRALONGO
B. Marziano

 

Sono trentotto le liriche di cui si compone questo nuovo libro di Benito Marziano: la seconda raccolta di versi dopo Altri anni, opera pubblicata circa un anno fa, ma la prima ad essere composta in dialetto. Eppure questo Sisifu, nonostante il ricorso ad un diverso strumento linguistico, il vernacolo di Noto, è opera contemporanea ad Altri anni; infatti le liriche sia dell’una che dell’altra sono state composte, stando ad una testimonianza dell’autore, durante lo stesso lungo arco di tempo, gli anni che vanno dal 1989 al 2005.
L’uso del vernacolo potrebbe far pensare ad un’opera frutto di un’ispirazione facile e superficiale; e invece la materia poetica di
Sisifu si presenta al lettore più variegata e complessa e, aggiungerei, ben più matura di quella di Altri anni, nonostante lo strumento linguistico meno elevato, nonostante la contemporaneità della composizione delle due opere.
Altri anni, infatti, è un’opera pressoché monotematica, essendo prevalentemente costituita, come osserva il critico G. Bárberi Squarotti, “da poesie di amore e di memoria”: poesie in cui il passato del poeta torna frequentemente alla luce attraverso la rievocazione degli amori, sognati o vissuti, degli anni giovanili. Qui, invece, accanto alle poesie “di memoria”, che pure vi hanno una presenza rilevante, ma senza la componente erotica che caratterizzava quelle del volume precedente, si collocano le liriche degli affetti familiari; poi quelle che rivelano il sogno di Marziano di un’umanità migliore; inoltre le liriche che esprimono la personale visione della condizione umana e quelle della malinconia esistenziale. Per questo motivo verrebbe voglia di credere che Marziano trovi nel dialetto uno strumento atto a meglio esprimere, rispetto alla lingua nazionale, le diverse sfaccettature del suo animo, le varie forme della sua ispirazione.
Il recupero memoriale del passato, come già notavo, è tema piuttosto diffuso in questo libro. Sono certi luoghi e determinate circostanze a “catapultare” il poeta nel suo passato, inattingibile e perciò oggetto di rimpianto: così, può essere la vista della piazzetta con la casa in cui abitò un tempo a suscitare i ricordi della spensierata fanciullezza, dei compagni di gioco, dell’amore materno; e ancora gli odori, il vocio, l’animazione nella propria casa in una sera di San Martino possono ingannare l’animo, che per un attimo si sente immerso in un’analoga atmosfera familiare di tanti anni fa...
...In effetti, la validità di questa raccolta di versi, di questo
Sisifu, risiede non solo nell’originalità dei temi trattati, ma anche nello strumento linguistico che tali temi veicola, il vernacolo netino, che, utilizzato dall’autore con rigorosa precisione, si rivela lingua di per sé completa anche sotto il profilo della comunicazione poetica, in quanto capace di estrinsecare qualsiasi moto dell’animo. Ed è anche per tale ragione che, in questo tempo in cui assistiamo alla crisi dei dialetti, quest’opera di Marziano assume un particolare valore culturale.

Salvatore Salemi

parla di un libro...Voglio parlarvi di un libro...
copertina ''Nella valle dell'ozio''Nella valle dell’ozio
intitola, Salvatore Di Pietro, questa silloge di brevi racconti scritti, dice, nei momenti di ozio. E mi viene di pensare, già dopo avere letto le prime pagine, che, se  questi sono i prodotti del suo ozio, mi auguro, per il piacere di chi legge, che in ozio trascorra molto tempo.
   “Brevi racconti” li definisce lui. A me più che racconti sembrano capitoli di un’originale autobiografia, o, forse più appropriatamente, delle istantanee di momenti della sua vita. Dove, però, il racconto degli avvenimenti, anche quelli della più normale quotidianità sono, soprattutto, un pretesto per mettere a fuoco un ricordo, un momento ormai lontano, come, appunto, accade guardando una vecchia istantanea, e da lì avviare una vera e propria analisi introspettiva condotta, dal nostro, con rigorosa onestà, senza niente nascondersi. Sì, insisto sul niente nascondersi, perché Di Pietro scrive per se stesso non per un lettore che, nel momento poietico,  non esiste affatto per lui.
  La decisione di pubblicare, infatti, maturerà più tardi, anche per consiglio di alcuni amici fra i quali il sottoscritto che fu tra i primi, se non addirittura il primo, a leggerne il manoscritto e a consigliargliene la pubblicazione. Di questo, pertanto, me ne attribuisco buona parte del merito.  
  Che siano racconti o capitoli di un’autobiografia o istantanee, come piace a me definirli, questi scritti accompagnano il lettore nel mondo complesso e travagliato di Di Pietro attraverso una narrazione giocata spesso sui toni del surreale e dell’assurdo, del kafkiano, direi, nel senso delle tante sfumature della sua interiorità che affiorano nella sua scrittura.
  Oltre che all’assurdo, di cui ho già detto, ora si affida, infatti, a una sottile ironia, ora  alla nota dello scetticismo, ora al disincanto, ora alla dignità del dovere ma sempre con un linguaggio accurato e con una notevole capacità di creare situazioni narrative dagli imprevedibili sviluppi ed esiti che il lettore potrà anche divertirsi a immaginare.
  Io mi sono divertito a farlo, e a  leggere queste piacevoli e interessanti pagine.   
                                                                                   Benito Marziano  Benito Marziano
Salvatore Di Pietro, La valle dell'ozio, 2008, pp. 176, (Collana
MNEME n. 21), EURO 13,00

LOGOGli incontri culturali in pizzeria di ""AVOLA IN LABORATORIO" ritmano il nostro tempo ogni mercoledì di fine mese.  Gli amici sanno intervenire talora in molti, talora in pochi (molti sanno, ormai, che la quantità non è stato mail il nostro obiettivo, anzi…); la qualità degli interventi, piuttosto, è spesso così alta che dispiace a me (e ad altri amici del numeroso gruppo) che voi siate così lontani e non abbiate potuto partecipare. Per ovviare a questa problematica stiamo cercando di registrare le serate sotto forma video o audio  e siamo alla ricerca della soluzione più agile  per passare tale materiale nelle pagine internet.
Nell’incontro fattosi a fine novembre del 2006 per i
Mercoledì letterari in pizzeria con tema Il cammino abbiamo avuto la sorte, noi privilegiati,  di ascoltare l’intervento speciale di Benito Marziano, nostro amico scrittore e poeta.
In quel caso, in diretta, tutti abbiamo avuto dimostrazione di ottima letteratura nella vita e di vita della letteratura.
Dico grazie a Benito per come ha liberamente interpretato con garbo un argomento di cui noi sappiamo essere oltremisura interessati.
Questa è la trascrizione del suo intervento.

Buona lettura
Francesco Urso

Il cammino

Ciccio e BenitoUna sera di qualche anno fa essendo andato, come spesso mi accade, da Ciccio, in libreria, entrando lo sentii parlare con grande entusiasmo di “cammino”. Pensai a una normale chiacchierata dove, per un qualche caso fosse entrata quella parola, e non detti alcuna particolare attenzione alla conversazione, non ricordo chi erano gli altri amici che partecipavano alla chiacchierata, che poi, almeno in quel momento, era in realtà un monologo di Ciccio. A voler essere più cortese verso l’amico avrei dovuto seguire meno distrattamente il suo discorso, se non altro per quella sorta di eccitazione che solo parlare di quell’argomento sembrava gli procurasse. Invece, come sono solito fare quando mi reco in libreria, anche quella sera, dopo i rituali saluti agli amici presenti e a Ciccio, mi dedicai a quella piacevole mia prima occupazione entrando in quel luogo, andare, cioè, alla ricerca delle novità librarie, leggerne i risvolti di copertina, consultarne gli indici allo scopo di intuirne, per quanto possibile, i contenuti e stimare se possono essere conformi a quelli che sono i miei interessi. Mi ero, pertanto, subito  estraniato e non avevo più colto una sola parola di quanto si dicesse attorno a me. Per cui, quando Ciccio mi rivolse all’improvviso e in modo diretto, a bruciapelo, si potrebbe dire volendo creare un po’ di tensione emotiva negli ascoltatori, o se preferite di suspence,  la domanda <<Benito, tu ci verresti al cammino?>> colto di sorpresa, mi scossi, come richiamato alla realtà, ma rimanendo interdetto senza riuscire ad afferrare pienamente cosa mi avesse chiesto e, di conseguenza, senza sapere cosa rispondere.
Fino a quel momento, infatti, il termine “cammino” era sempre stato per me qualcosa di vasto e di impreciso. Nella mia logica di pigro avevo sempre dato una connotazione molto vaga, più metaforica che reale a quel termine, direi che i cammini che conoscevo erano, che so: il cammino della vita, per esempio; e poi la metà di questo cammino, come ce lo ricorda il poeta per antonomasia: “nel mezzo del cammin di nostra vita…” fra l’altro assai brutto questo da ricordare, tanto più per chi come me già allora si avviava a completare l’altra metà; quindi il cammino per raggiungere uno scopo; e poi il retto cammino; e il cammino del vizio; il cammino della virtù; e quello che ricordavo di un vecchio film dei tempi della mia adolescenza: il cammino della speranza. Altri cammini proprio non mi erano mai frullati per la testa, e non mi frullavano neanche quella sera. Conoscendo, però, certe abitudini domenicali a me poco o, meglio, per niente confacentesi di Ciccio e di altri amici, subodorai qualcosa di preoccupante, mi si affacciò alla mente quell’altro cammino, quello che comporta movimento e che io avevo sempre cercato di ignorare, e “prestamente” (per dirla con un avverbio che piacerebbe al comico Albanese), mi posi in difesa: “niente niente - pensai - mi vorrebbe far fare qualche sfacchinata? suonnu, Catarina!” conclusi la mia riflessione. E, non certamente per offrire il fianco a qualche sua insidia, ma solo per quella cortesia che non mi fa difetto, gli chiesi <<di che cammino si tratta?>>
<<Il cammino di Santiago>> mi rispose.
Mi ritrovai per un attimo nella medesima angoscia che strinse, a suo tempo, don Abbondio quando, leggendo I promessi sposi si imbatté in Carneade. Soltanto che non avendo, io, le remore di quello a pensare ma anche a pronunciare alcune parole, la domanda che mi posi, analoga a quella sua, nella mia testa risuonò con una parola in più che qui non mi permetto di ripetervi in originale ma in forma, diciamo, edulcorata: “Santiago? Chi - e qui aggiunsi la parola - cavolo era costui?” Ma quella sera, trovandoci fra amici e in fascia non protetta, come l’avevo pensata, nuda e cruda, quella parola,la dissi.
mappaCiccio, facendosi una risata, mi spiegò che si trattava di Santiago di Compostela, località del nord-ovest della Spagna da raggiungere partendo da una località al confine tra la Spagna e la Francia.
Ebbi un respiro di sollievo, andare in Spagna non mi sarebbe dispiaciuto, perciò gli risposi << beh, è cosa che si può fare, ma – gli chiesi – perché arrivare fino in Francia e poi di nuovo prendere un altro mezzo per andare a questa Santiago? Non c’è un volo diretto Catania Santiago, o quanto meno lì vicino?>>
Altra risata di Ciccio che mi chiarisce trattarsi di un percorso che si fa per pellegrinaggio tutto a piedi in varie tappe, si parte da una località francese al confine con la Spagna e si conclude a Santiago per un totale di “poco più di ottocento chilometri”, mi disse proprio così “poco più di ottocento chilometri”, certo, secondo lui, per incoraggiarmi, come pensasse che io gli ottocento chilometri me li sarei fumati nella pipa, come si dice, e “m’ avissiru aggruppatu”, quelli oltre gli ottocento, che però, mi assicurava, erano soltanto “poco più”.
Per qualche minuto ammutolii, poi pensai a uno dei suoi soliti scherzi, ai quali sovente si dedica. Ma, guardandolo in volto, capii che la questione, contrariamente a come diceva Flaiano della situazione, non solo era grave ma anche seria, e poteva essere anche pericolosa, specialmente tenendo conto delle capacità affabulatorie e coinvolgenti che a Ciccio non si possono disconoscere. Ma fu solo un attimo di smarrimento, perché fui, subito consapevole che su quel fronte sarei stato “come torre ferma che non crolla / giammai la cima…” ecc. ecc. e nessuno, pertanto, sarebbe riuscito a demolire le mie difese al riguardo. E gli dissi, a quel punto, che veramente sarebbe stato più facile che non uno,  ma tutta una carovana di cammelli fosse passata per la cruna di un ago prima che il sottoscritto potesse solamente pensare di fare magari “soltantamente” (sempre alla maniera che piacerebbe ad Albanese), i “poco più” di chilometri. Quel tipo di cammino, in quel senso là, gli dissi, è cosa molto lontana dalle mie abitudini, dalla mia logica, dal mio modo stesso di essere, e che, inoltre, per quel particolare cammino che lui mi stava proponendo, mi mancavano la volontà, le gambe, e le motivazioni spirituali o mistiche, e questo anche se si fosse trattato di ottocento metri.
  Perché, in definitiva, io ritengo che camminare sia una questione di “cinesi”, non di cinesi nel senso di coloro che vivono in Cina e che di volta in volta troviamo cattivi  o buoni a seconda dei nostri interessi, per cui, ad es., troviamo che non rispettano i diritti civili, perché lì si fanno lavorare gli operai per due soldi, e poi vengono qui a vendere le loro merci per due soldi, questa sì cosa molto grave per i democratici nostrani; ma se i nostri imprenditori vanno là a fare le loro fabbriche, e grazie al non rispetto dei diritti civili, anche loro pagano gli operai per due soldi, e però poi quelle merci prodotte con due soldi le portano qua e ce li fanno pagare fior di euro, beh, in questo caso i nostri bravi democratici ai diritti civili non ci pensano più.
  Ebbene, tornando indietro, questione di cinesi, dicevo, nel senso, cioè, di “predisposizione cinetica”, di bisogno e voglia di movimento, di camminare, e quindi c’è chi questa predisposizione ce l’ha e gli piace camminare; c’è chi non ce l’ha e, come il coraggio di manzoniana memoria, non se la può dare, e camminare non gli piace. 
Però c’è anche da dire che ci sono tanti modi di camminare. C’è un amico che sere fa in libreria ebbe a dire (Ciccio l’ha subito trascritta quella frase, perché Ciccio, per chi non lo sapesse, ha anche la funzione di scriba e quando ritiene qualche cavolata in libertà, lì detta estemporaneamente, degna di essere tralasciata ai posteri, immediatamente ne prende nota e ne fa una specie di manifestino e lo attacca alla parete alle sue spalle), quindi, disse, quell’amico, che “il camminare non è una filosofia”. Ebbene io non so se il camminare è o non è una filosofia, ma penso che forse potrebbe esserci una filosofia del camminare. Dal che ne deriverebbe che ciascuno di noi cammina secondo una sua particolare filosofia, visione, e quindi secondo una personale pratica del camminare. La mia filosofia del camminare, e quindi la mia pratica è una particolare maniera di camminare che mi si confà e che prediligo. Cammino in un modo diverso da altri e, per me, molto piacevole, cammino come? da seduto! E lo faccio quotidianamente, non salto un giorno. Durante la giornata, non appena ho un po’ di tempo mi siedo in una poltrona o in una chaise longue, che poi è semplicemente una sedia sdraio, ma vuoi mettere, chaise longue fa più chic, e mi permette anche di mostrare un certo possesso delle lingue, prima ho detto pure suspence, e altre due o tre parole vi garantisco che le conosco. Perciò, dicevo, mi spaparanzo in poltrona, d’inverno; nella chaise longue d’estate, all’aperto e così cammino. Per ore e ore, mi diverto un mondo, ma mi stanco pochissimo, quasi niente, e sudo anche meno. Una sola volta sì mi stancai e sudai pure, e fu proprio l’estate successiva a quella sera, quando Ciccio e Liliana andarono veramente a fare il cammino. Io glielo avevo promesso, quella sera, che sarei stato loro vicino durante quel viaggio, e mantenni  la promessa: ogni pomeriggio a camminare con loro. Ma la strada era tanta, e mi stancai parecchio. Ma solo per quel primo loro viaggio li segui, però, quattro cinque anni fa, un’estate veramente sfiancante per me. Perciò quando ci sono tornati per  la seconda volta, un paio di anni fa, mi sono tanto dispiaciuto, ma lo dissi loro subito <<questa volta non posso farvi assolutamente compagnia, tenete conto anche che sono più anziano e non voglio correre rischi per la mia salute>>.
Intanto, dal primo di questi viaggi Ciccio era tornato avendo arricchito le sue conoscenze anche direttamente “sul campo”, direi, perciò cominciò a parlare, ora, di “camino”. La prima volta che gli sentii dire questo termine, povero me, ricaddi per la seconda volta in un qui pro quo, perché, digiuno come sono dell’iberico idioma, pensai al camino come: piano attrezzato per accendere e conservare il fuoco all’interno di un ambiente, sormontato da una cappa (definizione del Devoto – Oli); per me, invece, anche: attrezzo che evoca immagini di piacevole suggestione, di serate da trascorrervi davanti in dolce compagnia (non necessariamente illegittima), seduti, alla sola luce del fuoco, su comodi e spessi cuscini poggiati su un morbido tappeto, a sorseggiare cognac, vagheggiando già da subito le logiche appaganti conclusioni che non dovranno mancare (magari sullo stesso tappeto), certamente con le ossa, dopo, un po’ dolenti e con un fastidioso bruciore degli occhi lacrimanti, ché, caratteristica di tutti i camini, i tiraggi di questi dannati attrezzi non funzionano mai come dovrebbero, e il fumo oltre a riempire gli occhi, impregna talmente gli abiti che dopo si puzza come i vecchi pastori di un tempo dopo che avevano fatto la ricotta. Anche se, a voler scavare a fondo, sempre di ricotta si tratterebbe, e oltre.
Che inutile evocazione, che inutile fantasiare del pensiero e dei sensi. Doccia fredda: Ciccio mi chiarisce che “camino” è soltanto l’equivalente spagnolo dell’italiano “cammino”.
E tuttavia, nonostante Ciccio, il mio piacere di camminare, ma al modo mio, non l’ho perduto. E non ho smesso di farmi la mia brava passeggiata quotidiana, d’estate e d’inverno. Passeggiata che mi sento di consigliare a quanti voglio bene.
Noto, dal ristorante pizzeria “Al carretto”,  29/11/06
                     Benito Benito Marziano
  

con alunnialtri anniBenito Marziano, Altri anni, (Collana di poesia Araba Fenice n. 19), aprile 2006, pagine 64, Euro 8,50 RICHIEDI IL LIBRO
Le poesie di Marziano, poesie di amore e di memoria, sono in genere molto belle e vivide, fra gioco, racconto, ironia, malinconia. Sono degnissime di diffusione e di pubblicazione.

Giorgio Bárberi Squarotti

RICONOSCIMENTO CULTURALE
AL NOSTRO POETA-SCRITTORE BENITO MARZIANO

Il 15 ottobre 2005 presso il Rome Airport Hotel di Fiumicino è stata presentata l’Antologia del Ricordo
. Il volume raccoglie le poesie selezionate dalla Giuria fra le oltre novecento inviate da più di ottocento partecipanti al concorso nazionale di poesia inedita a tema, indetto dall’Associazione culturale Pragmata di Roma. La manifestazione, posta sotto l’Alto Patronato della Città di Fiumicino è stata introdotta dalla Dott.ssa Monica Palozzi, Presidente dell’Associazione, quindi sono seguiti gli interventi delle autorità presenti e della Prof.ssa Roma Romualda Maciejewicz, Docente all’Università Luiss di Roma e presidente della Giuria.
È seguita la lettura delle poesie da parte degli autori presenti ai quali è stato consegnato dal Presidente della Giuria un attestato con la seguente motivazione: Riconoscimento culturale, assegnato ai protagonisti della poesia contemporanea, che si sono particolarmente distinti per le loro qualità artistiche e letterarie.
Fra i presenti Benito Marziano, autore di nostre pubblicazioni e collaboratore della nostra Home-page, del quale è stata inclusa nella suddetta antologia la poesia dal titolo Tenera Madre.
La serata si è conclusa con la cena.
Vi proponiamo ora la poesia di Benito Marziano tratta dall’antologia.

Tenera madre

Tenera madre
affiori nel ricordo
come eri quel giorno
di già così lontano
e pochi a te ne restavano
ormai e non lo sapevamo.
Stavi appoggiata a questo muretto
guardavi il mare dove mi bagnavo
nel tuo vestito nero
come sempre.
Il tuo volto un tacito lamento
del cuore rinsecchito dal dolore
antico e sempre nuovo.

Tenera madre
assorta te ne stavi
afflitta dal tormento tuo compagno
già da oltre un ventennio.

Tenera madre
quando uscii dal mare
e ti venni accanto
tu quasi sorridesti
di quel sorriso triste
che ti era abituale
e facesti fugace una carezza
sulla mia testa bagnata
scivolata e leggera
come facevi sempre le carezze
a noi figlioli
quasi temessi toglierle a quell’altro
a quel figlio rapito in un sol giorno
lancinante ferita nel tuo cuore.

Tenera madre
mai avrei voluto
come quella volta
credere a un dio
che ti ridesse il figlio
e insieme il tuo sorriso
ma il tuo sorriso di prima
quello vero.
Benito Marziano

Degli uomini, della loro vita e del suo contrario, e di altre loro passioni

C’è una saggezza, nascosta fra le pagine dei libri, che a volte ci riesce difficile scoprire mentre ne portiamo avanti la lettura, persino in qualcuno che può apparirci di scarso o di nessun apprezzabile significato. Una saggezza che ci può aiutare nella ricerca e nella scoperta di qualche atomo di verità o di alcune verità, ché di verità, crediamo, come del personaggio di Pirandello, ce ne sono ‘una nessuna centomila’, forse tante quanti siamo gli esseri umani.
Non ci stupisca, questo, né ci sembri una pericolosa e irriverente eresia, ché, in ogni caso, in fondo conta che nessuno voglia imporre la sua, o le sue verità ad altri, e che la sua verità o le sue si fermino davanti a quelle altrui, come si dice della libertà.
E questa saggezza che ci può aiutare a cercare di capire (se mai ci riusciremo), chi siamo e cos’è la nostra vita, si diffonde, riteniamo, nelle pagine di ogni libro, e, a volte, pare trovare una sua condensazione in un breve periodo, in una frase che perciò ci colpiscono in modo particolare e che costituiscono quelle appercezioni che, lentamente, vengono costruendo, più o meno volutamente, l’edificio delle nostre conoscenze, in definitiva, la nostra piccola o modesta o grande saggezza individuale. Molecole di saggezza, che vengono ad arricchirci e ad aiutarci ad apprendere quello che Pavese chiamò ‘mestiere di vivere’, e che lui, purtroppo, a tener conto della conclusione tragica della sua vita, non dovette imparare molto bene.
Noi, avendone raccolte per anni, abbiamo ora ritenuto di metterle a disposizione di chi vuole ‘cibarsene’, magaricon poca originalità, ma convinti che a qualche amico, non soltanto della mailing-list, potrebbero venire utili o piacevole ritrovarle nella sua memoria o atte, infine, a stuzzicare l’interesse per l’autore e l’opera dalla quale le abbiamo tratte. Alcune di queste, vere ‘perle’, sono aforismi noti a molti, altre sono nostre estrapolazioni, non sempre da noi stessi condivise nei contenuti, ma che comunque abbiamo trovate interessanti, senza togliere che altri possono ritenerle, tutte o in parte, giustamente, insignificanti. Ma vogliamo credere che un minimo di impegno a riflettere potranno sempre sollecitarlo.
Non abbiamo, ovviamente, la presunzione di voler dettare a nessuno le nostre preferenze e i nostri gusti. Le abbiamo accorpate per argomenti, ma anche questo secondo nostri punti di vista, e con molta elasticità, anche al fine di non vincolare troppo il valore dei contenuti a specifiche voci. Ci interessa, più che altro, che si colga lo spirito e il blank che di un autore è possibile cogliere nel condensato di una frase, per lo più breve anche se significativa.
Le sezioni più nutrite, semplicemente perché sono quelle che rientrano nei nostri personali interessi, piuttosto limitati, sono quelle dedicate agli uomini, alla vita, all’amore, alla storia, al potere, alle leggi, al sapere, alla cultura, allo scrivere, alla religione, all’umorismo, ad argomenti vari. Ma ognuna di queste voci la intendiamo molto ‘allargata’, o più esattamente, con molta arbitrarietà da parte nostra, nel senso che ve ne comprendiamo altre che con essa hanno una qualche affinità.
Quando diciamo uomini intendiamo la specie umana, ché maschi e femmine, in fondo, sono, ed escono dalle penne dei nostri autori, fatti della stessa “pasta”, diciamo con Saramago, e non della migliore.
Personalmente, nelle nostre limitatissime conoscenze psicologiche, siamo convinti che, di fronte agli uomini, ci troviamo dinanzi a insondabili misteri e a sconcertanti ossimori. A volte manifestano il volto peggiore, come accade più spesso, forse, nell’esercizio del potere, dove si scatenano le loro peggiori pulsioni, gli egoismi, la prepotenza, l’arroganza, il desiderio smodato del possesso e del denaro, l’individuazione, magari immaginaria, di avversari e nemici, e se utile ai loro scopi anche l’annientamento degli uni e degli altri. L’eterno trionfo del più forte che della sua forza fa uno strumento per accrescerla sempre più, anche con il manipolare leggi e istituzioni a misura e a tutela del proprio potere e dei propri interessi. Da sempre! Che è proprio il caso di dirlo: non c’è niente di nuovo sotto il sole, al riguardo.
Parrebbe che la saggezza, gli uomini, riescano ad esprimerla soltanto nella letteratura, nell’arte, nella filosofia, nelle fedi religiose non nella storia, o nella vita dove, ai colpi che già essa ci infligge, aggiungiamo quelli che da noi ci diamo e ci scambiamo. E anche riguardo a queste attività dell’uomo, come alle sue credenze, alle sue fedi, alla sua mordacità, all’amore in tutte le sue varie manifestazioni (anche di questo c’è così tanto nella letteratura, nella poesia, nell’arte e così poco nella vita), abbiamo voluto raccogliere di queste ‘gocce’, poche in verità, dagli oceani che i libri ce ne offrono.
Da quanto siamo venuti dicendo si potrebbe (o si può?), evincere che non abbiamo una grande stima degli uomini come individui. Ed è in gran parte vero! Ne abbiamo un po’ di più dell’umanità. E anche qui, forse, più dell’umanità come ‘categoria filosofica’, diremmo, che come grande comunità di uomini reali in carne ed ossa.
E tuttavia, quando ci sentiamo più scorati e più disillusi, ci conforta e ci riappacifica un po’ con l’uomo, e con noi stessi, rileggere quanto scritto dal nostro grande conterraneo Leonardo Sciascia, scettico disincantato e raffinato: “Fragile come una canna, l’uomo: ma sempre più nobile di tutto ciò che lo uccide”.
In questa sorta di miscellanea, potremmo dire, sentiremo alcune voci di intellettuali, scrittori e poeti italiani e stranieri di ogni tempo, che ci parleranno, ciascuno con brevi frasi, ma riteniamo ugualmente con grande efficacia.
Benito Marziano
Benito Marziano, Don Agostino Salvìa e altri racconti ( Collana Mneme n.16,) Avola 2002, pagine 112, Euro 10,00


Presentazione di ''Don Agostino Salvģa e altri racconti''

Francesco (detto anche Ciccio) Urso | MySpace Video

Del Libro di Benito Marziano hanno detto:
Marziano[...] La sua narrativa è suasiva, commossa, rigorosa: coglie molto felicemente la verità dei protagonisti, fra drammaticità e passione, con un ritmo sicuro e puntuale. Molto bello è il racconto "Tre storie saccensi".
Giorgio Bárberi Squarotti 15/12/200


[...] Mi sembra che abbia la capacità di avvinghiare il lettore nel racconto e di tenerlo attento fino alla fine. Più di tutti, mi è piaciuto "Tre storie saccensi", più quella del narratore (titolo felicissimo, tra parentesi!) e "Il maestro di ballo", il primo proprio per quel che scrive Burgaretta, il secondo per la forza narrativa, che lascia il lettore col fiato sospeso fino al finale.
Nino Recupero 3/12/2002

presentazione di Sebastiano Burgaretta

Non lo amo il mio tempo, non lo amo.
V. Sereni

B
enito Marziano


è nato a Palermo nel ’36 e vive a Noto (Sr). È insegnante elementare in pensione. Si dedica alla poesia in vernacolo e in lingua e alla narrativa. Solo di recente ha cominciato a pubblicare, su sollecitazione di alcuni amici, qualche racconto e qualche recensione su giornali locali.Al concorso letterario "Un racconto per un segnalibro" 2Ŗ Ed. - Avola 1999,il suo racconto Michele, fra gli altri voti riportati,ha avuto quello del noto critico letterario prof. Giorgio Bárberi Squarotti e quello del prof. Nino Recupero dell’Università di Milano, che di quel racconto ha scritto: "sta secondo me nella stessa categoria di Uomini e topi, il romanzo degli anni trenta di John Steinbeck". Sue poesie sono state pubblicate in vernacolo nell’antologia Premio Pagine di poesia, Edizione 2000 e in Pagine del poeta, Agenda 2002, Editrice Pagine; in lingua nella rivista Poeti e poesia della stessa Editrice. La nostra Libreria Editrice Urso ha recentemente pubblicato la sua raccolta di racconti Don Agostino Salvìa e altri racconti, le raccolte di versi Altri anni e Sisifu.


In 5 novelle d'ambiente
la difficoltà di comunicare
di Roberto Rubino
Ma questo non raccontatelo a sua madre

Quando tacquero infine i mitra
a terra solo un corpo di ragazza
e sangue e sangue e sangue
e il pianto dei compagni dei fratelli
e il lamento del padre:
“Nient’altro che un pugnale”
piange straziato
“un pugnale aveva e nient’altro
nella sua mano ancora di bambina.
Aveva solamente quindici anni
Noura Shalhoub ragazzina
di questa martoriata Palestina.
Maledetti me l’hanno assassinata,
morta perché fra i sogni di bambina
anche quello nutriva della libertà.

Ora mi dite ' è morta anche per noi,
non sarà vano il suo sacrificio.’
Ma questo non raccontatelo a sua madre.”
Mare Vecchio

I piccoli gabbiani ancor da poco nati
sulle zampette un po’ malferme e incerte
vanno in giro beccando alacremente
sulla spiaggia ormai quasi abbandonata.

Accompagnano i gesti con le grida
due bambini che giocan con la sabbia
e la buttano in aria a far fontane
sulle lor teste e ridono contenti.

Sulla battigia le onde arrivan lente,
giocano con i piedi di una bimba
che ridendo si avanza e si ritrae
abbracciando le gambe della mamma.

Seduti a terra in fondo al vecchio molo
alcuni pescatori stanno intenti
a rattoppare le reti per la pesca
con i gesti di sempre antichi e lenti.

Avvolto con un grande asciugamano
guarda il mare, lontano l’orizzonte
un ragazzo uscito or or dal bagno,
forse l’ultimo bagno per quest’anno.
Quel danzar voluttuoso

Quel danzar voluttuoso,
nella breve corsetta,
dei tuoi turgidi seni
ancora acerbi,
sotto la seta lieve,
occhi vogliosi alletta
di già vecchi insidiosi satiretti.
Il mare

Gioca coi bimbi il mare
nel sole del mattino.
Ruba loro i secchielli,
le palle, le palette,
e a volte, dispettoso,
i loro castelli di sabbia,
appena eretti,
a demolir si diverte.
Come i sogni, il mattino, della notte.

Da "Poeti & Poesia" N° 3, Dicembre 2000
Pianse la luna

Quando di fumo e polvere il sipario
lentamente si aprì
pianse la luna nel veder lo strazio
dei corpi martoriati dei bambini afgani
e aggiunse il suo dolore
a quello disperato delle madri.


Ddra luna cuntrariecima e ruffiana

Eni già sira e ncielu spunta a luna,
l'unna si curca aciddru supra a rina
e na musica aruci arriva ri luntanu.
"Cchi t'arrivorda? 'n-t'arrivorda nenti?".

Mancu u tiempu 'i sintilla la to vuci
e sugnu già nnarrieri a 'nn'autra sira:
sira ri stati ri tant'anni fa,
sira ri ncantu, ri filicità.

Èratu ocantu a mmia comu si' ora,
mi fici forti e ti pigghiai la manu,
ti fici nta la facci na carizza
e ti vasai trimannu 'i cuntintizza.

Fuorsi fuoru macari i me' paroli
ca sintieutu vèniri ro cori,
ma certu la gran parti l'appi a fari
ddra luna cuntrariecima e ruffiana,
se tiempu nenti mi ricisti 'i sì.

 


E quelli che parlavano di Gramsci e di Guevara?



Ad incerti sorrisi i loro volti
s’aprono appena in vista della costa.
Dalla fame sospinti, da guerre, da miseria,
vendute le misere cose,
son partiti a cercare speranza,
come i nostri emigranti d’un tempo.

L’Occidente del gran capitale,
che lì li depreda e li affama,
non li vuole qui e li respinge,
invisibile rete, li stringe.

Affidatisi a luride iene,
con i loro fagotti di stracci
hanno dato ogni soldo ogni lira
per un posto su incerto barcone.

Ma l’ordine del gran capitale
queste “orde” non può tollerare:
“son spacciatori e puttane,
magnaccia, criminali.
E non vogliono lavorare!
Fuor dai confini, nel mare
si debbono fermare.”

E quelli che parlavano di Gramsci e di Guevara?

Le motovedette di scolta
son brave nel loro lavoro
e quei truci mercanti di carne
per sfuggire non fan che gridare:
“tutti a mare, dobbiamo scappare!”
e li spingono come cani.

Chi grida, chi piange, chi implora.
Alì, Mohammed, Fatima...
a qualcuno pur tocca morire!
Quanti sono? chi sono quei morti?
Ma che importano i loro nomi?
che importa se son pochi o son molti?
“Sono salvi i sacri confini,
più nessuno perturba la quiete!”

E quelli che parlavano di Gramsci e di Guevara?

L’estuoso mare si placa.
Uno straccio legato a fagotto,
che stringe altri miseri stracci
e qualche brandello di sogno,
galleggia ancora per poco,
poi lentamente s’imbeve
e piano piano s’affonda.


Benito Marziano, Don Agostino Salvìa e altri racconti ( Collana
Mneme 16, Libreria Editrice Urso), pagine 112, Euro 10,00
[...] A me pare che con Don Agostino Salvìa e altri racconti siamo davanti a un piccolo opus di bella scrIttura, a una sorta di minuscolo scrigno d'arte che contiene e rivela note alte di umanità e di apertura mentale e affettiva, che toccano vivamente il lettore. Temi e motivi dei racconti sono gli stessi che riguardano tutti gli uomini di ogni tempo e luogo, come dimostrano peraltro vari echi letterari di matrice diversa affioranti qua e là, da una parte, e riferimenti a problemi peculiari del nostro tempo, dall'altra. L'asse portante di tutti i racconti sembra essere il dramma dell'esistenza umana, che si gioca tutto sul filo bipolare intercorrente tra comunicabilità e incomunicabilità.
Dalla presentazione di Sebastiano Burgaretta
sito pulsante di invito:

Richiedi , SE VUOI,
DON AGOSTINO SALVÌA
E ALTRI RACCONTI
presso la Libreria Editrice Urso

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Ho appena terminato di leggere un libro di B. Marziano che ho acquistato sul sito www.urso.3000.it (una casa editrice siciliana). Mi è piaciuto moltissimo: si tratta di brevi racconti, facili da leggere, carichi
di sentimenti e che fanno riflettere.

Tiziana Cattaneo

INTERVENTI IN forum AGORÀ


A stare a guardare troppo a destra…

“Se io fossi da 50 anni in un campo di rifugiati con la mia famiglia e i miei figli non avrei bisogno certo dell’aiuto dell’Iran o di chiunque altro per essere disperato… se si vede occupata la propria terra ogni reazione è non soltanto legittima, ma comprensibile.” Queste parole sono state pronunciate dal senatore Giulio Andreotti in un’intervista al Corriere della Sera nei giorni scorsi.
Personalmente non abbiamo mai condiviso quasi niente di quanto sappiamo che ha detto e fatto, e supponiamo ancora meno di quanto non sappiamo, nella sua vita il senatore Andreotti. Ma le parole sue che qui citiamo le sottoscriviamo pienamente. E non neghiamo che ci suscitano una certa ammirazione per quest’uomo che non ha mai temuto di schierarsi con chiarezza dalla parte di chi i torti (quando li ha visti), li subisce, anche a costo di apparire ingiusto e partigiano ai superficiali o a quanti trovano la ‘giustizia’ sempre dalla parte dei più forti.
Il centro sinistra, per es., ha una particolare bussola che indica la giustizia sempre dalla parte dei forti, e da qualche tempo anche del ‘padrone del mondo di turno’. E così, quando in Kosovo c’era gente perseguitata assassinata massacrata (il che era vero!), dalla Serbia (di cui il Kosovo però faceva, anzi, in teoria, fa ancora parte), e il ‘padrone’ decise che per risolvere la questione era bene aggiungere massacro al massacro bombardando la Serbia, i nostri amici del centro sinistra: zaino in spalla e via, obbedienti agli ordini.
Ora, però, che Sharon perseguita assassina massacra il popolo palestinese, nella sua terra, perché questa ‘piccola’ differenza non la si può trascurare: questi massacri avvengono ‘nei territori occupati’ (così vengono infatti universalmente definiti, quindi non territori israeliani, ma palestinesi, occupati da Israele, contro ogni norma del diritto internazionale, dal ’67), poiché lo ‘sceriffo’, e il governo di casa nostra stanno dalla parte dei massacratori, il centro sinistra, anziché premere sul governo, sull’Ue e, volendo, anche sullo ‘sceriffo’ per impedire che si arrivi alla totale scomparsa del popolo palestinese da quelle terre; anziché premere per mettere Sharon in stato d’accusa per crimini di guerra (come sarebbe giusto, e lo sarebbe stato già al tempo delle stragi di Sabra e Chatila), cosa fa? Scopre che non si può essere pacifisti a senso unico, che anche Israele ha le sue ragioni. Quali? Quelle di stare in casa d’altri contro tutti gli accordi sottoscritti e contro tutte le risoluzioni dell’ONU?
È nostra impressione che il centro sinistra continua ad essere impacciato in ogni sua presa di posizione e in ogni suo atto dalla volontà di non dispiacere per quanto riguarda la politica interna al governo di centro destra, e per quanto riguarda la politica estera anche a non dispiacere in aggiunta al governo, agli Usa. Ma a stare a guardare troppo a destra, si corre il pericolo di diventare strabici.
Non si può costruire la propria politica sulle veline del governo. A così fare si perde di identità, per dirla con un termine abusato ma efficace, e i cittadini hanno da tempo cominciato a chiedersi: perché dare un voto a sinistra per vedere poi la sinistra dire e fare cose di destra? E hanno cominciato a togliere consensi.
Andare dopo a cercare le cause delle sconfitte non serve, e non serve neanche inventarsi facili capri espiatori in coloro che ritengono ci siano elementi, possibilità e spazi d’azione per una diversa politica.
Continuare su questa strada non potrà portare che sempre più lontane le reali possibilità di rivincita e il cavaliere rimarrà sulla cresta per decenni.
Sfuggimmo al pericolo di ‘morire democristiani’ e stiamo correndo allegramente quello (peggiore), di ‘morire berlusconiani’. Con grande sconforto nostro e di gran parte dei cittadini italiani, ma ci sembra lecito supporre con sempre più numerosa ‘transumanza’ di ‘nani e ballerine’ dal centro sinistra al centro destra, cosa già da tempo iniziata e che continuerà fino a quando ci sarà bisogno di stuoini in casa Berlusconi.
7/4/2002

Benito Marziano

E chi se ne frega!

Fra le altre cose, il regista Nanni Moretti alla manifestazione diessina in difesa della giustizia, ha detto “con Rifondazione io non riesco a parlare… è più forte di me”. Lette queste parole la prima cosa che ci è venuta in mente è stata: E chi se ne frega!
A sparare a vanvera, il personaggio non è nuovo, solo qualche mese fa ebbe a dire, esattamente come facevano i diessini, che era responsabilità di chi aveva votato Rifondazione comunista di aver fatto eleggere Berlusconi. Lo ricordava oggi Giorgio Tecce su Liberazione, aggiungendo che quell’accusa era “incivile e assai poco democratica: ognuno ha il diritto e il dovere di votare per chi vuole e il ricatto morale volto a chiedere il silenzio e il conformismo è quello che ha impedito alla sinistra di crescere e far fronte a difficoltà obiettive.”
Impari Moretti! Se qualche mese fa invece di blaterare a vuoto, avesse un po’ riflettuto, forse avrebbe trovato allora di chi erano le vere responsabilità della sconfitta, che scopre soltanto ora.
Le scopre finalmente e le denuncia. Ma lo fa con la saccenteria la supponenza la presunzione l’arroganza che contraddistinguono Moretti, e non soltanto lui, ché in questo è un perfetto diessino, in quanto analoghi tratti caratterizzano quasi tutti quei gerarchetti diessini che lui oggi accusa.
Tuttavia, al di là delle forme come le ha dette, quelle cose da qualcuno dal di dentro andavano dette. Chissà che non riescano ad innescare una presa di coscienza dei DS che sempre più vanno precipitando in un marasma totale, e possano magari sollecitarli finalmente a dire (come sempre Moretti in un suo film diceva a D’Alema), “qualcosa di sinistra”. E magari, aggiungiamo noi, anche “fare qualcosa di sinistra”.
Ma non ci sembra che i DS si muovano in quella direzione, se, come apprendiamo, si apprestano a votare (e mentre scriviamo forse l’hanno già fatto), sì al rientro in Italia dei Savoia, dimenticando non soltanto le grandi responsabilità che quella famiglia si porta dietro circa il disastro nel quale, con la loro complicità, fu precipitata l’Italia dal fascismo; dimenticando che portava la firma di uno di loro la promulgazione delle leggi razziali; dimenticando la vergognosa fuga per salvare se stessi, lasciando il paese senza guida, ecc. ecc. ecc.
Né intravedono, con incomprensibile miopia politica, eventuali brame che potrebbero riaccendersi, ammesso che sopite siano, in qualcuno della famiglia, magari causando nuovi disagi, se non nuove sciagure, al paese.
Su questa questione dei Savoia, fra l’altro, arriva a sorpresa una dichiarazione di Luigi Berlinguer, colui che fu ministro dell’Istruzione e come tale gettò le basi di quella rovina della scuola pubblica, che ora il centro destra sta portando a compimento.
Ebbene, dopo un lungo saggio silenzio, il già ministro Berlinguer dichiara: “è giusto che la sinistra dica sì al ritorno dei Savoia, perché questa è anche una nostra vittoria.”
On. Berlinguer, di grazia, vorrebbe spiegarci in cosa consiste la vittoria e perché questa è anche una vittoria della sinistra?
5 febbraio
2002
Benito Marziano


Dove stiamo andando?

Dove stiamo andando? Intanto alla guerra. Ormai è cosa fatta la partecipazione del nostro Paese alla guerra, in barba all’art. 11 della Costituzione italiana, contro un popolo di poveracci che da più di vent’anni patiscono già una guerra e muoiono di fame, di malattie, di sofferenze. A tutto questo si sono aggiunte le bombe (presto si aggiungeranno anche le nostre). Si sta facendo, per così dire, un lavoro più accurato e all’ingrosso.
È cosa fatta! Dopo una gara che da alcune settimane si andava svolgendo fra centro-destra da una parte e Ulivo (ma non era l’ulivo, una volta, il simbolo della pace?), dall’altra per aggiudicarsi la palma di più guerraiolo. Alla fine hanno fatto patta.
Infatti, è vero che il cavaliere ‘ghe pensi mi’, ‘migliore imprenditore del mondo’ e ‘uomo della provvidenza’ per sua stessa definizione, e da ultimo consacrato ‘uomo della pace’ da un titolo di Panorama dell’ 8/11/ 01, è riuscito dopo lungo pietire ad ottenere dal ‘grande capo’ di poter partecipare al tiro a bersaglio su innocenti bambini, su poveri vecchi, su donne e uomini inermi, miseri sventurati che hanno a solo riparo le loro capanne di fango. Ma è anche vero che l’opposizione (si fa per dire), di centro-sinistra immediatamente ha dato il suo consenso all’operazione. Anzi, di più. Se è vero, come è vero, che il premier del ‘governo ombra’, Rutelli, ha garantito l’assenso in Parlamento e il vice premier ombra del premier ombra (come dire, l’ombra dell’ombra), il malinconico Fassino, ha cercato di andare persino oltre. Infatti, temendo che, al momento del voto in Parlamento, qualcuno dei suoi non se la fosse sentita di fare la marionetta, allo scopo di risparmiarsi l’eventuale figuraccia, aveva avanzato la furbastra proposta di evitare, con un espediente (quanto rispetto per le istituzioni democratiche!), che il Parlamento si esprimesse col voto in merito all’intervento. Bastava (aveva partorito quella fervida mente), fare soltanto la discussione in Parlamento e poi senza alcuna votazione, approfittando del ‘silenzio assenso’, dare per approvata la partecipazione alla guerra.
Mi chiedo quale idea abbia costui di un Parlamento. A cosa immagina che possa servire un’istituzione nata per rappresentare il popolo. Ma d’altra parte, mi chiedo anche, quale popolo rappresenta questo Parlamento che vota per la partecipazione alla guerra, mentre quel popolo che dovrebbe rappresentare è contrario a quella stessa guerra per il 70%, ci informa un sondaggio di ‘Repubblica.it’
Dove stiamo andando? Certo non mi conforta la meta alla quale si potrebbe arrivare, se si continuerà ad andare avanti con certa retorica patriottarda che sempre più esce allo scoperto, senza quasi nessuno che si provi a contrastarla. Da tempo questa retorica appare, anche, come un sottile invisibile filo conduttore che collega gli avvenimenti più diversi, (revisionismo; Kosovo; eccessive restrizioni all’immigrazione; affermazioni del tipo civiltà superiore; Afghanistan e via seguitando).
Avvenimenti che vanno, inoltre, nella direzione di una violazione a piccoli passi della Costituzione, nell’intento di roderla ‘foglia a foglia come il carciofo’, fino a svuotarla dei suoi contenuti democratici e gettarla definitivamente nel cestino.
E in questa ventata retorica ne fioriscono di idee. L’ultima, proprio di questi giorni, la dobbiamo al presidente della Repubblica che esprime un auspicio? un desiderio? un invito? un ordine? (non ho ben capito), affinché ci sia in ogni casa italiana un tricolore.
Io, ‘stupidamente’, ho subito pensato che, forse, sarebbe meglio che in ogni casa italiana ci fosse una persona, almeno una, che avesse un lavoro continuo, sicuro e garantito.
Ma io non sono nessuno, e per di più credo ancora alle fate!
Benito Marziano



"Dei destini imperiali della patria"


Un tempo si parlò "dei destini imperiali della patria". La cosa si risolse in una breve infame dominazione italiana dell’Eritrea, dell’Etiopia e della Somalia, pomposamente chiamate Africa Orientale Italiana (AOI). Effimero trionfo, ma cancerose e durature le conseguenze, sembrerebbe, se ancora oggi capita di risentire strombazzare di grandezza della patria, di sventolii del tricolore e da ultimo di udire anche l’avvicinarsi di rullii di tamburi di guerra.
Qualcuno ha detto che le guerre sono come le ciliege, e i baci, una tira l’altra. E così, partiti con l’Afghanistan, lo zio-padrone d’America ha subito programmato le prossime carneficine: Iraq, Libia, Sudan, Somalia, forse Iran… Chi vuole può avanzare segnalazioni per allungare l’elenco, tenendo presente che i soli requisiti richiesti per entrarvi sono: avere petrolio e essere antipatici a Bush.
Così ieri, d’un tratto, non si comprende bene come e da chi è partita la prima parola, si è parlato di guerra alla Somalia. Questo nome associato a guerra a certa gente di casa nostra, si dà il caso, risveglia nostalgie imperiali e sogni di una nuova grandezza.
E allora si chiede da parte di alcuni giornalisti al ministro Martino se l’Italia farà la guerra alla Somalia e lui serafico, sorride, e risponde: "Non c’è ancora nulla di deciso. (Nella nuvoletta sulla sua testa, a saperci leggere, si sarebbe letto, "speriamo di sì!"). Nel caso di un’azione militare l’Italia non sa, allo stato, se sarà chiamata a fornire un contributo." Traduzione: non sappiamo se il padrone ci farà l’onore di richiederci questo servizio, se sì, saremo pronti ad obbedire, altrimenti: pazienza!
Personalmente ci dispiace pensare al disappunto, in questa infausta ultima eventualità, di Martino e di tutti i suoi amici nostalgico-imperialisti. Ma ci addolora soprattutto il dispiacere, forse più grande, che proverà D’Alema che, già privato della gioia di vedere sventolare il tricolore su Kabul, dovrebbe provare il nuovo strazio di non vederlo sventolare neanche su Mogadiscio.
Destino cinico e baro: un povero ex comunista non sa cosa inventarsi per far dimenticare quel suo peccato di gioventù: si apre al mercato, alle privatizzazioni, va alla City, non si tira indietro davanti a qualche guerricciola, si scopre persino istinti imperialisti di cui, ci si credeva, avrebbe dovuto essere immune, e alla fine non gli si dà la soddisfazione, non dico di piantare personalmente il tricolore su qualche terra conquistata, ma almeno di vederglielo sventolare sopra.
Benito Marziano

DIABOLICA LA STORIA, DIABOLICI I PERSONAGGI

di Benito Marziano

(alle pagine 18,19, 20 e 21 del "Il Caso Gallo")

Riaprire oggi un dibattito sul caso Gallo, a distanza di quarant'anni, non può avere soltanto lo scopo di un recupero della memoria, pur tenendo conto della carica emotiva che ancora può suscitare riparlare di una vicenda accaduta qui nella nostra zona e perciò più coinvolgente, più intrigante, per dirla come si usa dire ora.

Sono, infatti, ancora tanti che ricordano i fatti e il processo (chi scrive è fra costoro), che conobbero quanti, in un senso o nell'altro, vi furono implicati e, forse, è ancora vivo qualcuno dei protagonisti.

Vicenda dagli aspetti kafkiani, sembrò a molti, quella del povero contadino condannato all'ergastolo (e molti anni di carcere in effetti li subì) per l'assassinio del fratello, assassinio che in tribunale non fu mai provato, e per l'ottima ragione che non era stato commesso.

Era il fratello - presunta vittima, infatti, rimasto vivo, benché leggermente ferito nella lite avuta con l'accusato e si nascondeva con lntento di procurare guai al fratello odiato e lui sì vittima, della sua macchinazione.

Si nascondeva, dicevamo, ma non troppo, tant'è che ci furono testimoni che affermavano di averlo incontrato dopo l'accaduto, ben vivo, e che passarono i guai loro, perché accusati di falsa testimonianza mentre affermavano il vero e restituiti alla libertà e alla loro serenità quando ritrattarono, affermando perciò il falso.

Una storia diabolica, si è detto da alcuni, con personaggi mossi da un'altrettanto diabolica determinazione, quasi concordata, ma concordata non era, ad approntare una triste sorte al povero Salvatore Gallo.

Diabolica la storia, diabolici i personaggi.

Il povero contadino di Avola incappa in questa specie di tregenda, in questa congrega di malvagi: il fratello che nascondendosi riesce a farlo passare per suo assassinio; la cognata, moglie di detto fratello, che lo accusa pervicacemente di averle ucciso il marito, che lei sa benissimo essere vivo e nascosto; il sottufficiale che indaga e non trova altro che elementi a sostegno della sua convinzione della colpevolezza dell'accusato; I'inquirente che non crede i testimoni veritieri a discarico dell'imputato e crede quelli non veritieri a suo carico; il giudice che condanna con ottusa inflessibilità. Personaggi diabolici! O non si tratta forse di personaggi che, come direbbe Sciascia, si sono innamorati, ciascuno di una sua personale verità e l'ha poi sostenuta con miope tenacia?

Senza curarsi troppo della ricerca della verità oggettiva, anche perché, nel suo ruolo, ciascuno è indotto a ritenere che la sua verità sia la verità. Ma non è determinante in questo, anche la circostanza che una decisione errata non cambia affatto la vita di chi quella decisione prende? Ma cambia molto quella di chi quella decisione subisce.

Ma quello del Gallo non è il solo caso di madornale errore giudiziario. Se per ognuno di essi se ne erigesse una, il mondo sarebbe pieno di colonne infami. E proprio perché non unica, pur nella sua specificità, la vicenda Gallo vale riprenderla. Non per piangere sul latte versato, per dirla con un frusto adagio, ma per muovere da essa, considerandola paradigma delle tante vicende simili, e azzardare una qualche induzione.

E allora cercare di capire perché accadono di queste storie e capendo cercare come evitare che se ne ripetano molte, non essendo credibile, ancorché auspicabile, che non se ne ripetano affatto.

Non ci convince, infatti, la tesi che simili vicende accadono perché alcuni disgraziati hanno la ventura di imbattersi in persone particolarmente malefiche.

Se poi allarghiamo il campo delle nostre indagini ad altri aspetti delle relazioni umane, ci accorgiamo che i comportamenti aberranti degli uomini sono molto più frequenti di quanto si possa ritenere.

La storia, che è la vita di ieri, la letteratura e l'arte che alla vita si ispirano, abbondano di personaggi diabolici che spendono la loro esistenza ad ordire diaboliche trame.

E se guardiamo alla vita di ogni giorno, non può forse apparir diabolica I'assoluta indifferenza o la colpevole superficialità del medico, che perciò procura danni spesso gravi al paziente? Per cui, a volte, sembrerebbe trovar conferma quella storiella che vuole il paziente cosl chiamato, perché sopporta con pazienza il medico. E quante volte potremmo definire diabolici i comportamenti dell'insegnante con gli alunni? E in tutti quei casi in cui qualcuno dipende in qualsivoglia situazione da altri, quante volte subisce un che di diabolico? Per non dire a quali riprovevoli comportamenti induce la venalità.

Non sono un po' troppi questi diabolici comportamenti per essere delle eccezioni? Non dovremmo porci la domanda: Alcuni uomini sono diabolici, o tutti gli uomini sono un po' diabolici?

Fosse vera la prima alternativa potremmo stare tutti più tranquilli, perché avremmo tutti molte probabilità di non imbatterci in alcuno di quei pochi diabolici individui. Più drammatica la seconda alternativa, e forse più verosimile, perché ci espone maggiormente tutti quanti al pericolo di essere coinvolti attivamente o passivamente in perverse situazioni.

E allora? Non sarebbe, forse, il caso di essere meno indulgenti con l'uomo in generale? di essere più severi nell'analisi introspettiva e cercare di scoprire i veri perché di certi comportamenti umani riprovevoli e ingiustificabili?

Non abbiamo la presunzione di dare risposte, ma un'ipotesi ci sia consentito avanzarla. A noi sembra che le radici di questi comportamenti possano affondare nell'organizzazione sociale cosi com'è strutturata, sicché nei rapporti sociali si prediligono la retorica dei valori più che l'affermazione di essi; il formale riconoscimento di eguali diritti che l'operare per l'affermazione di un'autentica eguaglianza dei diritti; I'esteriorità della solidarietà-spettacolo che quella più intima che si può espletare nel vivere quotidiano.

Ma un'organizzazione sociale fondata di più su l'autenticità dei valori, forse, dovrebbe presupporre una diversa organizzazione dei rapporti economici.

Ma questo potrebbe portarci lontano. Perciò qui ci fermiamo.

Benito Marziano

Collana MNEMEacquistaMneme, Mnemòsine (… diva del cor maestra e della mente // e del caro pensiero custode e madre. Monti, Musogonia, 25 e segg.), la ricordanza, la memoria in lotta perenne nel nostro tempo, tra il dimenticare copertina
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  14. Nello Lupo, Don Lorenzo Milani prete e maestro, 2001, 8º, pp. 208, ill. Euro 14,46
  15. Giovanni Stella, Il rigattiere e l'avventore, 2002, 8°, pp. 192, Euro 13,00
  16. Benito Marziano, Don Agostino Salvìa e altri racconti, 2002, 8°, pp. 112, Euro 10,00
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  18. Italico L. Troja, Alessandro Patti. Un esiliato di Weimar che perdette il suo cuore ad Heidelberg, 2007, 8°, pp. 80, Euro 10,00
  19. Fernando Buscemi, Storia della Rebetika, 2006, 8°, pp. 128, Euro 13,00
  20. AA.VV., Da Versi a Nina. Note di critica letteraria, 2006, 8°, pp. 164, Euro 10,00
  21. Salvatore Di Pietro, Nella valle dell’ozio – Racconti, 2008, 8°, pp. 176, Euro 13,00
  22. Italico L. Troja, La mia “prima etade”, 2010, 8°, Euro 15,00 – ISBN 978-88-96071-23-6
  23. Corrado Zuppardo, Memoriale di un siciliano emigrato a Milano, 2010, 16°, pp. 96, Euro 9,00 – ISBN 978-88-96071-28-1
  24. Giuseppe Conte, La melagrana ossia la disegualità, 2008, 8°, pp. 144, Euro 13,00 – ISBN 978-88-96071-07-6
  25. Benito Marziano, Juliette cara – Romanzo, 2009, 8°, pp. 160, Euro 13,00 – ISBN 978-88-96071-10-6
  26. Cetty Stella, Dalla città reale alla città ideale – La città di Avola dopo il terremoto del 1693, 2008, 8°, pp. 48, Euro 8,00
  27. Nino Muccio, L'Ammiraglio e l'America, 2008, 8°, pp. 368, Euro 25,00 – ISBN 978-88-96071-09-0
  28. Italico L. Troja, Dalla "Domus hospitalis" al moderno "Ospedale Giuseppe Di Maria" (Origine e vicenda storica dell'Ospedale di Avola), 2010, 8°, (in corso di stampa)
  29. Fulvio Maiello, Il crepuscolo della nobiltà, 2010, 8°, pp. 128, Euro 13,00 – ISBN 978-88-96071-26-7
  30. Salvatore Salemi, La vita e l'opera di Teocrito Di Giorgio, 2011, 8°, pp. , EuroISBN 978-88-96071-50-2 (in corso di stampa)
  31. Giovanni Manna, Ombre di felicità, 2011, 8°, pp. 112, Euro 12,00 - ISBN 978-88-96071-42-7
  32. Mauro Giarrizzo, La legislazione scolastica nel Regno d'Italia e la situazione nella provincia di Noto, 2011, 8°, pp. 200, Euro 18,00 – ISBN 978-88-96071-32-8
  33. Autori Vari, Antologia Inchiostro e Anima 2010/2011 – Poesia, Teatro, Cinema in memoria di Antonio Caldarella, 2011, 8°, pp. 152 – ISBN 978-88-96071-02-1 – Esaurito
  34. Giuseppe Aloisi, Memorie di un navigante, 2010, 8°, pp. 152, ill., Euro 13,00 – ISBN 978-88-96071-35-9
  35. Benito Marziano, Randagi – Sei racconti, 2011, 8°, pp. 88, Euro 10,00 – ISBN 978-88-96071-52-6
  36. Giovanni Gangemi, Il papiro di Akhenaton, 2011, 8°, pp. 360, Euro 25,00 - ISBN 978-88-96071-55-7 (in corso di stampa)

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