vedi anche Benito Marziano su Poeti e poesia |
DALLA PREFAZIONE Perché “randagi”? Si tratta di cani? No... Non proprio. Si sarebbe potuto scegliere allora tra tanti altri aggettivi, per così dire, meno equivoci: derelitti, emarginati, vagabondi, erranti, solitari. Benito, tra tutti, ha scelto, come titolo della sua ultima raccolta di sei racconti, “Randagi”. Quasi a indicare che tra l’uomo e il cane non c’è solo un rapporto di amicizia e di fedeltà, ma anche un’inconfessabile condizione esistenziale di prossimità: il rischio incombente dell’abbandono. Orazio Parisi Le riflessioni di Salvatore Di Pietro su ''Randagi'' di Benito Marziano |
|---|
[...] Juliette cara, il titolo di questo romanzo, corrisponde, com’è facile capire, alla formula di apertura di una lettera; e una lettera è, o meglio vorrebbe essere, il blank dell’opera: una lunghissima lettera che il protagonista, Ennio Corsini, uomo oramai attempato, scrive a Juliette, la donna da lui amata negli anni della prima giovinezza, poi perduta per sempre a causa della leggerezza di un momento, un tradimento che l’ha irrimediabilmente offesa, e divenuta quindi oggetto di una lunga quanto vana ricerca. Juliette è la donna della vita, perché su di lei Ennio aveva fondato tutta la sua felicità e le ragioni della sua esistenza, e a lei non è riuscito, dopo la separazione, a sostituire alcun’altra donna: da qui l’estremo bisogno di scriverle, trovando conforto nel ricordo dei bei momenti trascorsi insieme, ma anche nel racconto di altre vicende della propria vita passata e di quella presente. Ma perché concepire una lettera così lunga, da avere l’ampiezza e la complessità di un intero libro? Per di più è una lettera che non sarà mai spedita, perché Ennio non sa dove Juliette si trovi. In effetti, il lungo scritto di Ennio solo apparentemente, a mio modo di vedere, costituisce una lettera, – e il lettore potrà rendersene conto solo dopo essersi abbondantemente inoltrato nella lettura del libro – perché il bisogno iniziale di ristabilire il dialogo con Juliette, ricordando quella loro luminosa stagione d’amore e ricostruendone le ragioni della fine, si risolve poi nel bisogno, ancor più profondo, di raccontare tutta una vita e di comprenderne il senso, al di là della stessa vicenda d’amore. Salvatore Salemi
Benito Marziano è nato a Palermo nel ’36 e vive a Noto. È insegnante in pensione. Si dedica alla narrativa e alla poesia in vernacolo e in lingua. Da anni collabora alle agende Le pagine del poeta, e ad altre pubblicazioni delle “Edizioni Pagine” di Roma.
Ha pubblicato con la “Libreria Editrice Urso” di Avola Don Agostino Salvìa e altri racconti, che si è classificato al secondo posto nell’edizione 2008 del Premio Crispiano (TA), Sezione Narrativa. Nella stessa edizione dello stesso premio, una sua poesia in dialetto si è classificata al terzo posto, sezione Poesia in vernacolo, e una in lingua al quarto posto, sezione Poesia in lingua.
Con la Libreria Editrice Urso ha pubblicato, anche, le sillogi poetiche Altri anni, in lingua e Sisifu, in vernacolo siciliano.
Alcune sue poesie sono state selezionate in vari concorsi e incluse in riviste e antologie.
|
IL ROMANZO DI BENITO MARZIANO Benito Tagliaferro |
(...)Il suo romanzo di difficile e doloroso amore, raccontato con grande sapienza della parola e con tanta partecipazione del cuore. Giorgio Bárberi Squarotti |
La poesia come comunicazione dei sentimenti Antonio Dell'Albani in Il Giornale di Sicilia 21 maggio 2009
|
![]() La Sicilia 24 maggio 2009 |
|
Juliette caraAl Cafe' de Flore, seduto al tavolo, sorseggiando Perrier, fumando Gitanes, parlando di Juliette... E' questo un ricordo a me caro per averlo vissuto tanti anni fa, quando ventunenne universitario, feci la prima visita alla capitale francese. A quella incursione parigina, nella quale m'era compagno di viaggio un cugino piu' grande, ne sono seguite, via via nel tempo, tante altre, da solo o con la famiglia, ma quella era la prima e come in ogni ''prima volta'' il ricordo rimane sempre il piu' vivo e toccante. Al Flore era germinato l'esistenzialismo letterario. Ci scrivevano, seduti ai tavoli, JeanPaul Sartre, Simone De Beauvoir, Albert Camus, e gli altri... A fianco c'e' Aux Deux Magots, che prende il nome dalle due statue orientali poste all'ingresso, altro caffe' letterario che ancora ora organizza annualmente un premio per il miglior libro in concorso. Fra i due caffe', La Hune e' una delle migliori e fornite librerie parigine, aperta fino a notte. Del resto quello e' un angolo tipico e molto frequentato della Parigi Rive Gauche. Di fronte, nell'altro marciapiede del boulevard, Lipp, famosa brasserie alsaziana, tutta legni e ottoni in stile Belle Époque, coi camerieri in frac e lunghi grembiuloni bianchi, ospita da sempre a prezzi abbordabili tout le monde che conta: da Lautrec a Chirac. A pochi metri, nella piazzetta, la bellissima chiesa di Saint-Germain-de-pres, da' il nome al boulevard e alla piazza medesima. Dietro il Flore, in una via stretta e corta, c'era il Tabou, locale molto piccolo, dove, negli anni Quaranta, un gruppetto, una sera fra fumi di sigarette e alcool, esclamo' ''siamo esistenzialisti'', dando vita al movimento omonimo. Li' si esibiva tutte le sere ''il mito'', Juliette Greco, la liana nera delle notti bianche e tutta Parigi prima, tutto il mondo poi, non parlava altro che di lei, della sua voce, delle sue canzoni, dell'esistenzialismo che aveva concorso a creare. Anch'io pertanto in quella visita parigina – correva l'anno 1969 – non potevo non parlare con mio cugino di lei e di tutto il periodo esistenzialista di cui ancora si avvertivano gli esiti. Chiedemmo di Sartre e un cameriere ci disse che con la De Beauvoir (con cui faceva coppia fissa) erano in vacanza, altrove. Tutto questo ho ricordato con un veloce scorrere di memoria non senza un forte senso di struggente nostalgia per quel periodo dei miei vent'anni, il giorno di venerdi' santo, quando sul mio tavolo di studio, mentre per un attimo adocchiavo il portone chiuso della Chiesa madre dirimpetto, e' pervenuto un dono blank in una busta bianca. Aperta la quale ho avuto fra le mani, ancora fresca di inchiostro, l'opera ultima di Benito Marziano (appena edita dalla Libreria editrice Urso, Avola 2009, pp. 160, euro 13), Juliette cara, con affettuosa dedica dell'Autore che mi ha emozionato. Il riferimento esplicito alla Greco per il nome Juliette si legge gia' nella prima pagina. L'edizione si presenta in bella veste grafica. La copertina riporta un carboncino bene realizzato da Nunzio Coletta, raffigurante un volto di donna: labbra sensuali, naso alla francese, occhi grandi e scuri come i capelli. E' Juliette, ovviamente, il titolo del carboncino, come lo e' quello del volume. Che sostanzialmente e', o comunque vorrebbe essere, una lettera, lunga 156 pagine, che l'Autore e con l'eteronimo di Ennio, uomo maturo, scrive al suo primo e unico amore giovanile, Juliette. L'amata all'epoca fu perduta irrimediabilmente per un tradimento di lui, che procuro' un risentimento forte e irrecuperabile in Juliette che sparì, senza che la ricerca costante, accurata e spasmodica di Ennio fosse riuscita a trovarla, ne' a sostituirla con qualsiasi altra. Una lettera tanto lunga? Ebbene sì. Nessuno pensi di storcere il naso o sia scettico sulla tenuta dell'interesse per tante pagine o tema di scadere nella noia. Niente di tutto cio'. L'opera di Marziano e' pregevole sotto vari profili. In primo luogo e' mio fermo convincimento che Benito Marziano, ora per allora, e cioe' in eta' matura, ma riportandosi indietro con la moviola della memoria, con dovizia di particolari, la precisione di un orologio svizzero e una realta' che sembra fotografata da un ottima macchina da presa, ha descritto l'indescrivibile, cioe' l'Amore giovanile fra Ennio e Juliette. Un amore vero, sentito, passionale, umano, erotico, spirituale, forte, intenso, bruciante, assoluto, lacerante, possessivo, emotivo, esclusivo, incerto, ineguagliato... Un amore fra due ragazzi che sembrano usciti da alcuni dei piu' bei versi di Jacques Prevert. Ma per dar contezza di cio' e' meglio lasciare, per qualche breve passo, la parola direttamente all'Autore. “(...) ricordo, e mi sembra di vivere ancora quei momenti. Non ho mai smesso di rimpiangerli, e non ne ho avuti di simili con nessun'altra, ne' prima ne' dopo... Eppure, sapevi amare come nessuna...” “(...) Ti amavo tanto. Tu non lo credesti mai interamente. E io ti amo ancora come allora (...) Ti accadeva spesso di essere di cattivo umore... Poi, magari d'un tratto tutto cambiava e esplodevi in uno stato di euforia, di gioia, di felicita' che mi stupivano. E io impazzivo d'amore”. “(...) <>. Che albagia, che orgoglio: io ti sapevo cosi' felice! Capivo che era un amore immenso, vero quello che provavo per te. Capivo che qualche ragazza, prima di te, non era stata niente, e sentivo che anche tu dovevi provare per me un sentimento di uguale intensita'. Non ero piu' un ragazzo, ma un uomo vero capace di amare interamente una donna, di dedicare a lei la sua vita, di farla felice. Questo e' vivere – pensavo – ora, io sto vivendo veramente, prima ho soltanto lasciato scorrere inutili giorni inseguendo effimere gioie e progetti di breve futuro”. “(...) <>”. L'autore affronta il tema della gelosia in poche righe ma con una efficacia significativa. “<> Mi mettesti le braccia al collo: <>”. L'opera inoltre si avvale della puntuale presentazione di Salvatore Salemi, che ha saputo cogliere lo spirito e le motivazioni che hanno indotto l'Autore a scrivere quella lettera che, peraltro, non e' stata, ne' mai potrebbe essere spedita, quantomeno per ''irreperibilita''' del destinatario. Ennio ha cercato Juliette, dopo la scomparsa, per mare e monti e per lunghi decenni. Invano. E' come se avesse inseguito – tal e' stato forse il vero movente della lettera – ora, uomo maturo, una stagione andata: la giovinezza. Vano e inutile tentativo anch'esso. Ogni fantasma di gioventu' e' sparito in lui come in ciascuno di noi, anche se ognuno tenta di riaverlo come l'Admeto di Rilke: Anni chiedeva di giovinezza, non anni, mesi, giorni, almeno una notte soltanto, questa. ''Ma il dio negava. Grido' allora Admeto vani richiami a lui, forte grido', come grido' sua madre al nascimento”. Essere non si puo' piu' di una volta, recita l'antico detto. Il ritorno con la memoria alla gioventu' e' in Marziano, come in chi ora scrive, e forse in ognuno, un atto dovuto e ricorrente, anche se procura una intensa nostalgia, una forte sofferenza. Memini ergo sum, ricordo quindi esisto, era solito scrivere Bufalino. E attraverso il ricordo operava il Riessere, come tentativo di rivivere il momento andato. In fondo lo stesso fa Marziano, che in quanto a pessimismo, poi, non e' secondo ne' a Bufalino ne' a Leopardi. E direi a buon diritto. La lettera, dunque, credo, ha due destinatari. Il primo, quello apparente, Juliette, la donna da Ennio amata in gioventu' che lo ha come mummificato, impedendogli di vivere un'altra vita con un'altra donna. Ma in fondo lui e' stato ed e' felice così. Juliette e quel breve periodo di gioventu' così vissuta per Ennio sono l'intera vita che val la pena di vivere così: quei momenti e poi il ricordo costante ... Juliette costituisce difatti non soltanto l'unico vero amore, ma e' anche l'inno all'amore assoluto; essa stessa rappresenta la gioventu' di entrambi alla cui vana ricerca reale Ennio ha speso tutta la sua vita fino alla scrittura della lettera che ha un altro ben preciso destinatario: se stesso. Ennio, ormai uomo maturo, si avvia a una sorta di bilancio della sua vita passata, chiedendosi poi se questa ha anche un presente e se avra' un futuro. Nel passato c'e' la nostalgia forte e struggente della gioventu' e percio' di Juliette che la rappresenta, entrambe vive nella memoria, si' da fotografarne il ricordo che ne e' alimento di vita, ma entrambe svanite e non piu' ripetibili nella realta'. Quel tratto della vita di Ennio ne ha segnato irreversibilmente la via: da allora non e' riuscito a trovare – perché non ha voluto oltre che potuto – un'altra donna, un'altra via di uscita alla sua vita stessa che da allora si muove solo nel ricordo e per il ricordo. Il presente e' dramma. E qui merita riportare un brano dell'Autore le cui parole sono come scolpite nella roccia. “Mi sorse il dubbio che, da anziano, non capivo neanche il mondo degli anziani, che era il mio mondo. Non sapevo niente di come vivono gli altri anziani come me, io non avevo piu' prospettive e desideri, vivevo senza futuro, la mia vita era tutta alle mie spalle, lontana. La guardavo come se fosse la vita di un altro, come se mi fossi sdoppiato, lasciando dietro e lontano un altro me stesso felice ma fermo a quel tempo che ormai era passato, mentre io, quasi un guscio vuoto, avessi continuato ad andare avanti, un guscio con dentro soltanto dei ricordi e dei rimpianti”. Ecco, c'e' la presa d'atto consapevole del tempo che inesorabile scorre in ogni essere umano, portandolo verso il degrado fisico e percio' verso un futuro, fine della vita stessa, che con la morte estingue del tutto l'esistenza. Non c'e' scampo. Non c'e' speranza di risarcimento alcuno in avvenire. Dopo la morte non c'e piu' niente. Si torna in quel “nulla” da dove veniamo. Così pensa Marziano, in totale sintonia con il pensiero di chi ora sta scrivendo. Dunque la lettera e' catarsi liberatoria della sofferenza, poiché e' una presa di coscienza di una realta' passata non piu' riproponibile, se non attraverso un succedaneo: il ricordo. Il tono lirico delle pagine ultime della lettera, che sono di poesia in forma di prosa, fa si' che questa opera di Marziano si fara' apprezzare dal pubblico e dalla critica ben oltre una bella pagina di letteratura, in quanto attraverso questa investe il mondo esistenziale dell'essere umano, sul quale ciascun lettore sara' portato a una profonda riflessione.
|
Molecola quotidiana di saggezza
|
II classificato ex aequo nella sezione Libri di narrativa Lo stile letterario di Benito Marziano è personalissimo poiché è caratterizzato da agile scorrevolezza, molta umanità, gusto dell'umorismo e dell'affabulazione, capacità di analisi degne di rilievo, uso di termini "coloriti" tratti dal lessico popolare, una cultura ben sedimentata che risente di reminiscenze letterarie, riferimenti a problemi molto attuali e del calore e della disponibilità al narrare che sono doti innate d'ogni siciliano DOC. Protagonista d'ognuno dei suoi cinque racconti è il dramma d'ogni uomo, che si ritrova sempre in bilico tra la comunicabilità, fatta anche d'un semplice sorriso e che è capace di creare ponti tra le anime e la incomunicabilità che, invece, a causa spesso di banali equivoci, e quindi di messaggi mal recepiti o dell'influsso negativo apportato da gratuite maldicenze, indifferenza e cattiverie che lasciano prevalere le note stonate del proprio egoismo e della propria fragilità distrugge sempre più ogni legame non solo d'amicizia ma pure d'affetto sincero, come quello tra nonno e nipote, che è intessuto di schietta complicità ed intesa. Su tutto poi predomina la potenza del destino. A volte è anche presente la rabbiosa reazione del protagonista che non vuole ripiegarsi su se stesso e prescegliere il suicidio (come fecero il vecchio don Agostino Salvìa e l'avvocato Losi, protagonisti di due racconti e come purtroppo continuano a fare tanti giovani d'oggi) ma sa riappropriarsi della forza della propria volontà e riprendere, giusto in tempo, le redini di una vita, sia pure banale, disarmante e crudele ma che gli appartiene e che, simile ad un'opera d'arte, è degna d'essere progettata, cambiata in meglio e realizzata così come comanda il cuore e grazie all'ausilio di tre armi potenti: una incrollabile speranza, il rifiuto a restare inattivi e l'impegno a saper meglio "comunicare" sempre e comunque messaggi "positivi" (fatti di verità, solidarietà, perdono, sorrisi, ascolto, buoni consigli, pietà, tenerezza, calore umano e capacità di collaborazione ed amicizia "disinteressate"). I messaggi negativi racchiudono in sé un innegabile effetto boomerang rivoltandosi contro chi li invia ed isolandolo. Teresa Gentile
caminu aciḍḍu ppi nun li rrisbbigghiari.
Anṭṛea teni ntâ vucca na manuzza,
çiuccia Alissanṭṛa, nveci, ccâ vuccuzza.
Vasu a nica, all’auṭṛu na carizza:
si inci lu me cori ’i cuntintizza
e mi scuoddu râ vita ogni amarizza.
Bbiatu l’uomu quannu è
picciriḍḍu!
Quannu cci voli nenti a ccuntintallu,
ogni cosa cci passa nta n-minutu:
passa u ruluri se a maṭṛi l’accarizza,
ccȏ vasu ri papà passa a custana,
abbrazzata rȇ nonni è u toccasana.
Menṭṛi accussì u pinzieru va bbulannu,
“nonnu!” sientu, mi çiama na vuciḍḍa,
appriessu çiama puru a
picciriḍḍa.
“Viegnu, nicuzzi, eccu, staiu viniennu.”
Nta ḍḍu mumentu viru i palluncina
ca cci accattai assira ppi la
festa
e mi pigghia mpruvvisu nu risiu:
“putissi arrisbbigghiarimi puru iu
cu n-palluncinu mpiccicatu ô tettu
ancora posseduti dal terrore “l’ultima sarà questa!” IV classificato ex aequo nella sezione Poesia a tema libero
La congiunzione «anche», posta all'inizio del primo verso, ci catapulta ex abrupto nel monologo interiore dell'autore, che diventa dunque riflessione aperta e sconsolata: con la terra sventrata dalle bombe e disseminata di macerie, con i morti ancora da seppellire e i sentimenti sconvolti (da evidenziare la potenza dei versi 2-9, che in pochi tratti rendono immagini o suoni rapidamente concreti), tutti gli uomini sono pronti a giurare per sempre che tale guerra sarà l'ultima. Apparentemente, il tema della poesia è l'assurdità della guerra, ma a ben vedere è l'assurdità dell'uomo, che si presta con faciloneria alla stupidità e all'ipocrisia, alla ripetizione meccanica (come un'eco, appunto «stupida») di parole e azioni, senza reale consapevolezza. La struttura metrica (unica strofa di versi liberi), l'assenza di punteggiatura (un solo punto esclamativo nella frase finale tra virgolette) e il tema (la guerra) avvicinano il componimento all'Ermetismo e a Ungaretti, senza però mancare di originalità e di spessore. Il verbo «facemmo», infine, richiama il lettore all'urgenza della riflessione: la promessa dell'uomo è stata fatta in passato, ma nel presente è stata già smentita da nuovi conflitti, segno che la condizione dell'uomo è immutata e forse inesorabilmente immutabile. Giorgio Sonnante
|
|
ALLE
18,30 DI SABATO 12 MAGGIO 2007
Sono trentotto le liriche di cui si compone questo nuovo libro
di Benito Marziano: la seconda raccolta di versi dopo Altri
anni,
opera pubblicata circa un anno fa, ma la prima ad essere composta
in dialetto. Eppure questo Sisifu, nonostante il ricorso
ad un diverso strumento linguistico, il vernacolo di Noto, è opera
contemporanea ad Altri anni; infatti le liriche sia dell’una che dell’altra
sono state composte, stando ad una testimonianza dell’autore,
durante lo stesso lungo arco di tempo, gli anni che vanno dal 1989
al 2005. Salvatore Salemi |
|
Buona
lettura Il cammino
|
![]() Benito
Marziano, Altri
anni, (Collana
di poesia Araba
Fenice n. 19), aprile 2006, pagine 64, Euro 8,50
RICHIEDI
IL LIBRO
Le poesie di Marziano, poesie di amore e di memoria, sono in genere molto belle e vivide, fra gioco, racconto, ironia, malinconia. Sono degnissime di diffusione e di pubblicazione. Giorgio Bárberi Squarotti |
| RICONOSCIMENTO
CULTURALE Tenera madre |
Benito
Marziano, Don Agostino Salvìa e altri racconti ( Collana Mneme
n.16,)
Avola 2002, pagine 112, Euro 10,00
|
Non lo amo il mio tempo, non lo amo.
V. Sereni
Benito Marziano
è nato a Palermo nel 36 e vive a Noto (Sr). È insegnante elementare in pensione. Si dedica alla poesia in vernacolo e in lingua e alla narrativa. Solo di recente ha cominciato a pubblicare, su sollecitazione di alcuni amici, qualche racconto e qualche recensione su giornali locali.Al concorso letterario "Un racconto per un segnalibro" 2Ŗ Ed. - Avola 1999,il suo racconto Michele, fra gli altri voti riportati,ha avuto quello del noto critico letterario prof. Giorgio Bárberi Squarotti e quello del prof. Nino Recupero dellUniversità di Milano, che di quel racconto ha scritto: "sta secondo me nella stessa categoria di Uomini e topi, il romanzo degli anni trenta di John Steinbeck". Sue poesie sono state pubblicate in vernacolo nellantologia Premio Pagine di poesia, Edizione 2000 e in Pagine del poeta, Agenda 2002, Editrice Pagine; in lingua nella rivista Poeti e poesia della stessa Editrice. La nostra Libreria Editrice Urso ha recentemente pubblicato la sua raccolta di racconti Don Agostino Salvìa e altri racconti, le raccolte di versi Altri anni e Sisifu.
![]() In 5 novelle d'ambiente la difficoltà di comunicare di Roberto Rubino |
| Ma
questo non raccontatelo a sua madre Quando tacquero infine i mitra a terra solo un corpo di ragazza e sangue e sangue e sangue e il pianto dei compagni dei fratelli e il lamento del padre: Nientaltro che un pugnale piange straziato un pugnale aveva e nientaltro nella sua mano ancora di bambina. Aveva solamente quindici anni Noura Shalhoub ragazzina di questa martoriata Palestina. Maledetti me lhanno assassinata, morta perché fra i sogni di bambina anche quello nutriva della libertà. Ora mi dite ' è morta anche per noi, non sarà vano il suo sacrificio. Ma questo non raccontatelo a sua madre. | Mare
Vecchio I piccoli gabbiani ancor da poco nati sulle zampette un po malferme e incerte vanno in giro beccando alacremente sulla spiaggia ormai quasi abbandonata. Accompagnano i gesti con le grida due bambini che giocan con la sabbia e la buttano in aria a far fontane sulle lor teste e ridono contenti. Sulla battigia le onde arrivan lente, giocano con i piedi di una bimba che ridendo si avanza e si ritrae abbracciando le gambe della mamma. Seduti a terra in fondo al vecchio molo alcuni pescatori stanno intenti a rattoppare le reti per la pesca con i gesti di sempre antichi e lenti. Avvolto con un grande asciugamano guarda il mare, lontano lorizzonte un ragazzo uscito or or dal bagno, forse lultimo bagno per questanno. |
|
Ddra luna cuntrariecima e ruffiana Eni già
sira e ncielu spunta a luna, Èratu
ocantu a mmia comu si' ora, | |||
|
|
![]() Benito Marziano, Don Agostino Salvìa e altri racconti ( Collana Mneme 16, Libreria Editrice Urso), pagine 112, Euro 10,00 [...] A me pare che con Don Agostino Salvìa e altri racconti siamo davanti a un piccolo opus di bella scrIttura, a una sorta di minuscolo scrigno d'arte che contiene e rivela note alte di umanità e di apertura mentale e affettiva, che toccano vivamente il lettore. Temi e motivi dei racconti sono gli stessi che riguardano tutti gli uomini di ogni tempo e luogo, come dimostrano peraltro vari echi letterari di matrice diversa affioranti qua e là, da una parte, e riferimenti a problemi peculiari del nostro tempo, dall'altra. L'asse portante di tutti i racconti sembra essere il dramma dell'esistenza umana, che si gioca tutto sul filo bipolare intercorrente tra comunicabilità e incomunicabilità. Dalla presentazione di Sebastiano Burgaretta sito pulsante di invito: Ho appena terminato di leggere un libro di B. Marziano che ho acquistato sul sito www.urso.3000.it (una casa editrice siciliana). Mi è piaciuto moltissimo: si tratta di brevi racconti, facili da leggere, carichi di sentimenti e che fanno riflettere. Tiziana Cattaneo |
| INTERVENTI
IN A stare a guardare troppo a destra
|
| E chi se ne frega! Fra
le altre cose, il regista Nanni Moretti alla manifestazione diessina in difesa
della giustizia, ha detto con Rifondazione io non riesco a parlare
è più forte di me. Lette queste parole la prima cosa che ci
è venuta in mente è stata: E chi se ne frega! Dove stiamo andando? "Dei destini imperiali della patria"
|
DIABOLICA LA STORIA, DIABOLICI I PERSONAGGI di Benito Marziano
(alle pagine 18,19, 20 e 21 del "Il Caso Gallo") Riaprire oggi un dibattito sul caso Gallo, a distanza di quarant'anni, non può avere soltanto lo scopo di un recupero della memoria, pur tenendo conto della carica emotiva che ancora può suscitare riparlare di una vicenda accaduta qui nella nostra zona e perciò più coinvolgente, più intrigante, per dirla come si usa dire ora. Sono, infatti, ancora tanti che ricordano i fatti e il processo (chi scrive è fra costoro), che conobbero quanti, in un senso o nell'altro, vi furono implicati e, forse, è ancora vivo qualcuno dei protagonisti. Vicenda dagli aspetti kafkiani, sembrò a molti, quella del povero contadino condannato all'ergastolo (e molti anni di carcere in effetti li subì) per l'assassinio del fratello, assassinio che in tribunale non fu mai provato, e per l'ottima ragione che non era stato commesso. Era il fratello - presunta vittima, infatti, rimasto vivo, benché leggermente ferito nella lite avuta con l'accusato e si nascondeva con lntento di procurare guai al fratello odiato e lui sì vittima, della sua macchinazione. Si nascondeva, dicevamo, ma non troppo, tant'è che ci furono testimoni che affermavano di averlo incontrato dopo l'accaduto, ben vivo, e che passarono i guai loro, perché accusati di falsa testimonianza mentre affermavano il vero e restituiti alla libertà e alla loro serenità quando ritrattarono, affermando perciò il falso. Una storia diabolica, si è detto da alcuni, con personaggi mossi da un'altrettanto diabolica determinazione, quasi concordata, ma concordata non era, ad approntare una triste sorte al povero Salvatore Gallo. Diabolica la storia, diabolici i personaggi. Il povero contadino di Avola incappa in questa specie di tregenda, in questa congrega di malvagi: il fratello che nascondendosi riesce a farlo passare per suo assassinio; la cognata, moglie di detto fratello, che lo accusa pervicacemente di averle ucciso il marito, che lei sa benissimo essere vivo e nascosto; il sottufficiale che indaga e non trova altro che elementi a sostegno della sua convinzione della colpevolezza dell'accusato; I'inquirente che non crede i testimoni veritieri a discarico dell'imputato e crede quelli non veritieri a suo carico; il giudice che condanna con ottusa inflessibilità. Personaggi diabolici! O non si tratta forse di personaggi che, come direbbe Sciascia, si sono innamorati, ciascuno di una sua personale verità e l'ha poi sostenuta con miope tenacia? Senza curarsi troppo della ricerca della verità oggettiva, anche perché, nel suo ruolo, ciascuno è indotto a ritenere che la sua verità sia la verità. Ma non è determinante in questo, anche la circostanza che una decisione errata non cambia affatto la vita di chi quella decisione prende? Ma cambia molto quella di chi quella decisione subisce. Ma quello del Gallo non è il solo caso di madornale errore giudiziario. Se per ognuno di essi se ne erigesse una, il mondo sarebbe pieno di colonne infami. E proprio perché non unica, pur nella sua specificità, la vicenda Gallo vale riprenderla. Non per piangere sul latte versato, per dirla con un frusto adagio, ma per muovere da essa, considerandola paradigma delle tante vicende simili, e azzardare una qualche induzione. E allora cercare di capire perché accadono di queste storie e capendo cercare come evitare che se ne ripetano molte, non essendo credibile, ancorché auspicabile, che non se ne ripetano affatto. Non ci convince, infatti, la tesi che simili vicende accadono perché alcuni disgraziati hanno la ventura di imbattersi in persone particolarmente malefiche. Se poi allarghiamo il campo delle nostre indagini ad altri aspetti delle relazioni umane, ci accorgiamo che i comportamenti aberranti degli uomini sono molto più frequenti di quanto si possa ritenere. La storia, che è la vita di ieri, la letteratura e l'arte che alla vita si ispirano, abbondano di personaggi diabolici che spendono la loro esistenza ad ordire diaboliche trame. E se guardiamo alla vita di ogni giorno, non può forse apparir diabolica I'assoluta indifferenza o la colpevole superficialità del medico, che perciò procura danni spesso gravi al paziente? Per cui, a volte, sembrerebbe trovar conferma quella storiella che vuole il paziente cosl chiamato, perché sopporta con pazienza il medico. E quante volte potremmo definire diabolici i comportamenti dell'insegnante con gli alunni? E in tutti quei casi in cui qualcuno dipende in qualsivoglia situazione da altri, quante volte subisce un che di diabolico? Per non dire a quali riprovevoli comportamenti induce la venalità. Non sono un po' troppi questi diabolici comportamenti per essere delle eccezioni? Non dovremmo porci la domanda: Alcuni uomini sono diabolici, o tutti gli uomini sono un po' diabolici? Fosse vera la prima alternativa potremmo stare tutti più tranquilli, perché avremmo tutti molte probabilità di non imbatterci in alcuno di quei pochi diabolici individui. Più drammatica la seconda alternativa, e forse più verosimile, perché ci espone maggiormente tutti quanti al pericolo di essere coinvolti attivamente o passivamente in perverse situazioni. E allora? Non sarebbe, forse, il caso di essere meno indulgenti con l'uomo in generale? di essere più severi nell'analisi introspettiva e cercare di scoprire i veri perché di certi comportamenti umani riprovevoli e ingiustificabili? Non abbiamo la presunzione di dare risposte, ma un'ipotesi ci sia consentito avanzarla. A noi sembra che le radici di questi comportamenti possano affondare nell'organizzazione sociale cosi com'è strutturata, sicché nei rapporti sociali si prediligono la retorica dei valori più che l'affermazione di essi; il formale riconoscimento di eguali diritti che l'operare per l'affermazione di un'autentica eguaglianza dei diritti; I'esteriorità della solidarietà-spettacolo che quella più intima che si può espletare nel vivere quotidiano. Ma un'organizzazione sociale fondata di più su l'autenticità dei valori, forse, dovrebbe presupporre una diversa organizzazione dei rapporti economici. Ma questo potrebbe portarci lontano. Perciò qui ci fermiamo. Benito Marziano |
Collana MNEME
|
|---|
Libreria
Editrice Urso
Corso Garibaldi 41 96012 AVOLA (SR) ITALIA
info@libreriaeditriceurso.com
sito internet http://www.libreriaeditriceurso.com