Benvenuti sul sito della Libreria Editrice Urso, dal 1975 un angolo di cultura ad Avola. Novità del mese Offerte del mese Acquista per informazioni Dal nostro opinionista Gabriele ROSANA

opinionisti

 

Rita for president
di Gabriele Rosana
La soluzione ai suoi problemi la Sicilia l’ha chiamata a gran voce. Lo fa da anni. Lo fece Palermo all’indomani delle morti di Falcone e Borsellino, stanca di vedere stesi a terra senza vita uomini come don Pino Puglisi. Lo fa oggi Messina, straziata da due anni di commissariamento al Comune e con l’incubo della mafia pronta a mettere le mani sugli appalti di costruzione del ponte sullo Stretto. Lo fa Marsala, dove Cosa nostra senza troppe formalità “sedeva” direttamente in giunta a guidare la macchina amministrativa. E la Sicilia che non ne può più di vedere amministrazioni e consigli comunali sciolti per mafia e di trovarsi il presidente della Regione accusato di collusione. Mentre alle continue commemorazioni delle vittime si sciorinano belle parole. Continuare per questa strada significherebbe sputare sulle tombe non solo degli eroi del pool palermitano anti-mafia, ma di tutti quanti nel loro piccolo e con i propri mezzi hanno combattuto Cosa nostra, e si sono sacrificati. Oggi tanti credono che i siciliani si siano arresi alla mafia; oggi fanno notizia i giovani della Locride; ma la nostra tolleranza è al limite: la mafia non ha più tanto bisogno di far fuori gli “scomodi”: oggi amministra e governa a pieno titolo e con ampi spazi di manovra. L’elastico è stato tirato troppo e per troppo tempo, prima o poi si spezzerà. E’ ora che la Sicilia imbocchi una strada diversa, e non è un’utopia. Si può. E’ vero ciò che diceva Giovanni Falcone, è vero che le sue idee continuano a camminare sulle gambe di altri, è vero che così sarà sempre. Ma non dovranno girare a vuoto. Nelle automobili è la gamba a schiacciare il freno. E’ arrivata l’ora. Conosco una donna che ce la può fare, che non ha paura, che ha accettato la sfida, non una sfida politica, ma una sfida tutta interna alla Sicilia, per migliorare la sua terra. Porta – con onore – un cognome pesante. Non è il momento dei cortei, forse è raro, ma la democrazia, in questo caso, è un’arma tagliente. L’unica in nostro possesso. Armatevi di matita e sbarrate, il prossimo 20 novembre, alle primarie dell’Unione per la scelta del candidato governatore, il nome di Rita Borsellino, la sorella del giudice Paolo, una donna di classe, una Lady di ferro del profondo sud, un “procuratore” antimafia in gonnella; e, se uscirà vincitrice, a maggior ragione non fatele mancare il sostegno alle elezioni di primavera. Lei è scesa in campo, toccherà ai siciliani, a tutti i siciliani che credono nel cambiamento e che lo vogliono, e non solo a quelli il cui cuore batte naturalmente a sinistra, investirla del ruolo di sfidante di Totò Cuffaro alle regionali della prossima primavera. La mafia, e quando dico mafia non mi richiamo a qualcosa che fiorisce nelle grandi città della nostra isola, ma mi riferisco anche agli “umminicci” dei nostri paesi, quelli che hanno le mani in pasta ovunque – altrove li chiamano pomposamente raìs –, tenterà di inquinare il vostro voto. Con loro non si va lontano, non si gira neanche l’angolo. La chance ai siciliani è stata data, è sotto i nostri occhi. Sarà questo l’atto di ribellione più grande di qualsiasi corteo: portare Rita Borsellino a palazzo dei Normanni. La mafia non soffocherà questa opportunità, i siciliani non glielo permetteranno. Questo non vuole essere un appello elettorale; ma, ne sono sicuro, la mia Sicilia sceglierà Rita Borsellino.
Lo strano caso dell’ateismo Radicale
di Gabriele Rosana
Sfilano con gli occhi iniettati di sangue e il coltello in mezzo ai denti, i Radicali, al grido di “Ateismo e Libertà”. Punzecchiano il cardinale Camillo Ruini quasi avessero a che fare con una bambola wodoo. Denunciano il “furto” dell’8 per mille da parte della CEI (si rendano conto che non siamo più ai tempi dell’impero vaticano, del papa-re, ma a quelli del “servo dei servi”). Tentano di ammonire i cattolici del nuovo millennio dall’uragano restauratore Ratzinger (un Pontefice che, in tema di fecondazione assistita, s’è limitato, doverosamente, a invocare la difesa della vita e l’astensione da ciò che è ostile a Dio). Con Marco Pannella in testa alla falange occupano le pagine dei quotidiani con interviste fittizie su un accordo con l’Unione riguardo “istituzioni, economia e diritto”, con il lìder maximo che tratta argomenti quasi tedianti tenuto conto dei suoi trascorsi. Ma poi, da navigato del Transatlantico, la stoccata “saporita” che tutti attendevano col groppo in gola la riserva alla fine. L’epilogo di ogni dichiarazione del vecchio kapò radicale sembra emesso da un grammofono gracchiante inceppato: “In un’Europa dove i riformatori sono Blair e Zapatero è chiaro che elemento essenziale del programma (di una possibile Unione o, più semplicemente, di uno Sdi allargato ai Radicali, ndr) dovrà essere il problema della laicità dello Stato e della difesa della libertà di religione e di coscienza”. Peccato che nel vocabolario personale di Pannella “laico” stia per “senza professione di fede”. Un po’ come la Cuba ufficialmente “atea” di Fidel Castro. Senza Dio. Chissà, forse per paura.
E peccato ancora che lo splendore laico della Gran Bretagna non potrà essere registrato, come sperato da Pannella, in una monarchia costituzionale dove per aspirare alla carica di primo ministro bisogna essere anglicani.
Fatto sta che il mondo imperfetto degli uomini che si divinizzano è under construction, dai nuovi viali periferici nei quali Emma Bonino potrà finalmente dar libero sfogo ai suoi esperimenti da dottor Jekyll, praticare aborti, eutanasie, far prove di eugenetica e tenere la contabilità dei covi d’amore alle chiesette pannelliane dove si suggelleranno i matrimoni gay con tanto di videobenedizione con aspersorio forgiato da Zapatero.
Poi, però, in un valzer di contraddizioni, l’8 per mille degli stati generali Radicali (gli stessi che girano con manifesti inneggianti all’ateismo) è stato interamente devoluto, con tanto di compiacenti dichiarazioni alla stampa, alla chiesa Valdese. Una comunità di fede, non certo di cervellotici atei. Un’improvvisa affezione confessionale che rimette tutto in discussione. La religione, per quelli come i Radicali, non era l’oppio dei popoli? Si scioglie improvvisamente il bandolo della matassa: vi ricordate chi voleva legalizzare l’uso delle droghe?
Dunque, a questo punto, l’elevazione agli onori degli altari del laicismo radicale assume le sembianze di un insulso pretesto contro l’impegno sociale, alla luce del sole, dei cattolici. Urticante, per loro. Un dovere, prima di tutto, per i nuovi cattolici, “evangelizzatori” nella quotidianità. Non resta che pregare per i Radicali, ricorderebbe qualche prelato di buona volontà, e per quanti, per esempio, in un puro e misero eccesso anticlericale ripudiano le radici cristiane dell’Europa, facendo più un torto alla Storia che a Qualcuno di trascendentale.
E la storia continuerebbe; consentirebbe ancora immersioni nei meandri bui e logori del dogma Radicale. Aiutiamoli. Magari con i soldi dell’8 per mille.
Ah, riguardo i reclami Radicali sull’ingerenza e lo strapotere dell’impero “assoluto” Vaticano (e dei cattolici), mentre scrivo risuonano soavi alle mie orecchie delle ritempranti e corroboranti parole evangeliche musicate da Angelo Branduardi: “come agnelli in mezzo ai lupi ora io vi mando…”.

Come in un film: ventisette anni prima. O dopo
di Gabriele Rosana
“Nuntio vobis gaudium magnum: Habemus Papam. Eminentissimum ac reverendissimum dominum Karolum... Sanctae Romanae Ecclesiae cardinalem Wojtyla!”. Non nascondo che il 19 aprile, per un attimo, poco dopo la fumata bianca che in ventiquattr’ore ha chiuso il Conclave, pendendo dalle labbra del cardinale protodiacono Medina, avrei voluto risentire pronunciare quel nome, avrei voluto rivedere il volto sorridente del papa slavo. Come se il nastro si fosse riavvolto: di nuovo Wojtyla, altri 27 anni con lui alla guida della Chiesa del Terzo millennio, con nuove sfide, ovviamente, superata l’ingessatura del mondo causata dai Muri. Un messaggio lungo ventisette anni quello letto dal cardinal Medina, come da protocollo e senza improvvisazione alcuna - se non gli ultimi sbuffi della fumata della storia dell’era wojtyliana che salivano in cielo -, per introdurre il nuovo pontefice. “Cari fratelli e sorelle… Cher freres et soeres… Dear brothers and sisters…”, e così via continuava l’introduzione in lingue più ostiche: un messaggio che avrebbe posto fine – formalmente - agli occhi del mondo al pontificato di Karol Wojtyla da Wadowice e immediatamente aperto il drappo rosso del loggione di san Pietro a Joseph Ratzinger da Marktl am Inn. Un messaggio poliglotta. Come il Papa che se n’è andato. Che predicava Gesù Cristo senza tener conto di che regione del mondo stesse visitando, dal Cile accanto a Pinochet, a Cuba con un Crocifisso e un Che Guevara che si fronteggiavano, in Africa con i bambini lebbrosi, con le donne violentate o mutilate, ad abbracciare le innocenti vittime delle guerre dimenticate da un Occidente ozioso e addormentato nella fede. Lui era il “parroco del mondo” che ha “visitato ogni sua parrocchia, anche le più sperdute. Era la sfida della Chiesa del nuovo millennio.
Ventisette anni di flash, di fotografie che fanno tastare con mano l’informalità e la spontaneità di un lungo pontificato e che dovrebbero tappezzare un santuario multimediale e tridimensionale. Poi la scena è tutta per il suo successore. Quando la fumata bianca fluttuava alta – e il papa avrebbe potuto essere chiunque – i giovani, l’esercito di Wojtyla che imbraccia la chitarra, non si sono trincerati. No. Hanno preparato, a modo loro, un messaggio per chiunque, dopo Giovanni Paolo II, avesse indossato la veste bianca e la mitra: “Non aver paura, i giovani sono con te”. Ripicca immediata per quanti credevano che i Papaboys fossero morti con Giovanni Paolo II. Li ha forgiati lui, ma lui stesso, il vecchio Karol il Grande, li avrebbe ammoniti, sghignazzando sotto i baffi: la stella polare da seguire, da imitare non è lui. E’ Gesù Cristo. Ma nella complessa astronomia celeste ci sarà pure un astro come Orione. La stella più splendente nel firmamento

Omino bianco
di Gabriele Rosana
E poi tutti, informazione monopolizzata comunista in testa, se la prendono con quel poveraccio, con Silvio. Che fra tutti i problemi che lo affliggono – Calderoli e la sua Costituzione a destra, treppiedi e la retorica di Pecoraro Scanio a manca, e le smanie di Follini al centro – dovrebbe anche rispondere a chi lo critica (e gli lancia il malocchio… stupide credenze zingaro-comuniste) nel compimento della sua opera di salvataggio dell’Italia postdegasperiana, e lo costringe a posticipare il taglio delle tasse di anno in anno… Finché si arriva alle elezioni. “Eh, sì… votatemi così potrò finalmente tagliare le tasse nei prossimi cinque anni”. A’ ridaje! Tutti lo additano torvi, anche se lui, come la maggioranza dei mortali proletari, si consente una squadra di calcio e il presidente della Lega amico fraterno, un giornale (uno! Non le centinaia dei comunisti!) o poco più, tre reti televisive, il controllo semi-diretto di oltre la metà delle altre tre, un direttore-galoppino assai costoso, e qualche amico seriamente necessitante di leggine ad personam! Ma dico! Un ragazzo che s’è fatto da sé, che ha vinto il primo reality show della storia, “Tangentopoli” – in studio Tonino Di Pietro –, me lo trattano così… Ma lui è saggio, lascia correre, sa che la risposta non paga, e ai dibattiti televisivi manda i gregari che un giorno raccoglieranno in gruppo la sua mastodontica eredità, li manda a farsi le ossa (nere) contro quelli dell’Unione “sovietica”… A lui, oltre auto e seggio, danno anche lo studio blindato… e, gira voce che tra la programmazione delle fiction della nuova Rai, libera e pluralista, per la primavera del 2006 ne arriverà una su un uomo come tanti, un servitore della patria. Borsellino? Ce l’aveva la concorrenza. De Gasperi? Ma è passato ormai… Guardiamo al futuro. Con un uomo, un italiano. Girano indiscrezioni sul cast: Bruno Vespa al guinzaglio, una scrivania tarlata e… il cavalier Silvio in tutto il suo splendore illuminato.

Gettate il salvagente: l’intellighenzia annaspa
di Gabriele Rosana
Intellighenzia al potere, nel nome del proletariato inzaccherato. Pugno sinistro in aria e l’intellettuale della nuova (vecchia) sinistra può scrostarsi di dosso la naftalina che, mannaggia, s’è sedimentata… e può andare in piazza (quando?), da Vespa o da Masotti a teorizzare forbitamente la rivoluzione proletaria, parafrasando quella bolscevica. Eccolo l’intellettuale della sinistra “all’avanguardia” (…? meglio chiamarla del 2005, và!): cravatte di prim’ordine; montatura degli occhiali più sinistrorsa possibile (stilisticamente il porta-occhiali grezzo e monocolore che nasconde la cravatta è una prerogativa del solo Bertinotti); camicie a mezze maniche, se necessario (style trasversale Di Pietro-Diliberto); libri e quotidiani sotto l’ascella; ariata arrogante; modestissimo gruppetto di discepoli (possibilmente universitari) per scongiurare l’orripilante massificazione dell’ideologia girotondin-antagonista e immancabile bottiglietta in vetro di Chivas per brindare, anche se non disdegnano il vino – rosso - (e soldi, case e ville a volontà, no? Un po’ come il Nemico innominabile al timone di Mediaset). Peccato che gli operai, ai compleanni dei loro figli (quando, grazie al Cielo, li festeggiano, si intende) bevano gassosa di hard discount o Coca taroccata e annacquata; girino per la città in tuta da lavoro e siano più propensi a sbarcare il lunario che a leggere libri eruditi (magari quello verrà in un secondo momento, quando il divario sociale non sarà più abissale… ma non si accalorino i signori girotondini, non alludo alla risoluzione del problema tramite l’introduzione dello statalismo, l’abrogazione della proprietà privata e la stesura di un epitaffio per il liberismo). L’aggrumarsi dell’intellighenzia della sinistra-sinistra cominciò al grido pietoso di morettiana memoria “presidente D’Alema, dica qualcosa di sinistra!”, e continua ancora tra feste e festini (con buffet) che il Corriere della Sera Magazine relega nella rubrica “Potere al pensiero”, ma sicuramente quel vecchio volpone di Claudio Sabelli Fioretti nel suo Cuore avrebbe fatto altrimenti: giù tutti nel “Chi se ne frega”. I nomi, le facce che compongono questo allegro e colorato girotondino anti-tutti non son certo da poco: Alberto Asor Rosa, Paul Ginsborg, Gianni Vattimo, Rossana Rossanda, Luciana Castellina, professoroni toscanacci o romagnoli, che, dall’alto, vogliono imporre quella rivoluzione radical chic della riscossa (o rinascita?, facciano loro) della sinistra. Una sinistra che pullula di idee, eccome, forse più nobili di quelle di Lenin, ma materialmente sono solo retorica allo stato puro: dal pacifismo irrefrenabile alle manifestazioni di piazza, dal mondo “buono” senza più “cattivi” (i cartoni animati degli anni ’90…), alle mobilitazioni sovversive, il nuovo modo per chiamare le rivoluzioni. Ma la maggioranza girotondina che a colazione, pranzo, merenda e cena vuole cibarsi di concentrato di sinistra, tenta ora di scrollarsi di dosso questa veste ribelle per stringere accordi più realisti con la sinistra che si prepara a un (eventuale) governo. Per non restare fuori dal mondo. Come Gianni Vattimo, il filosofo dell’anno a giudicare dalle interviste che traboccano sfogliando le pagine di quotidiani e inserti, che vuole ritagliare alla sinistra alternativa un posticino appartato di oppositrice a vita, di antagonismo a tutto e a tutti, come sintetizza, “slogheggiando”, lo stesso pensatore comunista: “contro la Chiesa, contro la sinistra e contro i poteri forti”. Già, contro la sinistra, quella imbastardita, a detta sempre di Vattimo, dal miraggio riformista che ha coinvolto i ds, perché, dice ancora: “un centrosinistra al governo, in un turbine di compromessi e litigi, segnerebbe l’automatica scomparsa della sinistra. E a me l’idea che un bel po’ di italiani senza lavoro e senza casa smetta d’esser rappresentato non piace proprio”. Unica ancora di salvezza la sua personalissima risoluzione: dedicarsi alla costruzione di una forza seria e credibile di contestazione e opposizione, e, anzi, striglia i compagni Asor Rosa e Ginsborg, colpevoli di una svolta troppo governista. “Questa voglia di governare è pericolosissima”. Lascia un po’ di tempo il filosofo per arrivare all’apice della coerenza comunista: la concretezza delle sue asserzioni. Dice che in Italia “sarebbe necessario un sovversivismo democratico. Occorre che le strade siano attraversate dai cortei”… certo, è così che si governerebbe l’Italia, che si taglierebbero le tasse (sempre che sia tra le prerogative di questa sinistra), che si snellirebbe la burocrazia giudiziaria… Ammonisce, Gianni Vattimo (uno che dichiarò che “se non fossi stato gay non sarei stato di sinistra”): “Tutte le forze di boicottaggio sono utili!”.
Per risolvere cosa, il professore dovrebbe chiarirlo. Cominciando a girare intorno alle fabbriche e ai petrolchimici. Ma rivendica altro il filosofo torinese, come il ruolo di oppositori che hanno “i radicali, che Dio li benedica, che hanno sempre mantenuto un loro profilo, una loro dignità”. Pannella, Bonino & C. sono conosciuti per i loro atti eclatanti, non certo per i cortei dei piercing o dei tatuaggi ambulanti con tanto di fumogeni alla mano e slogan “CCCP”, provi Vattimo a farli, queste azioni clamorose, rimboccandosi magari le maniche per sostituire qualche operaio, protestando così attivamente contro i dispotici datori di lavoro. I cortei, per carità, saranno pur spinti da buoni propositi, ed è patrimonio culturale comune che la guerra in Iraq avrebbe dovuto esser stata condotta in altri termini (e, soprattutto, non da guerra). Una volta che si è all’opposizione, caro professore, si protesta sonoramente, ma se, forse immeritatamente, il popolo italiano dovesse ritenere opportuno sedere su quelle seggiole scomode del potere il centrosinistra, che anche rappresenta (ci mancherebbe) i movimenti con le loro esigenze e i loro propositi, si trasfigurino le belle parole ricamate in serie opportunità per i nuovi ceti poveri, o meno abbienti, che dir si voglia (e tra questi, mi creda, non può più solo elencare gli operai, perché il mondo della scuola, come quello degli statali in generale, è in ripido calo di introiti e sinceramente sottopagato). E’ solo ed unicamente questo il motivo per cui potrà nascere, sì, una mobilitazione generale tra gli italiani – tramite l’unica via diretta di espressione che hanno, il voto nel segreto dell’urna –, radicalmente sovversiva che, tra appena un anno, potrebbe accordare al centrosinistra la speranzosa autorizzazione di governare il Paese.
Il fronte ultra-sinistra di Vattimo fungerebbe, come tanti altri, da mantice per condurre per la giusta via la barchetta del centrosinistra; ma che faccia normalmente il professore, che non metta più un dito nel calderone della politica italiana. Per dirla alla Di Pietro: non ce n’ha azzeccata una! Dalla difesa di Al Zarqawi che combatteva da partigiano, alla deludente lungimiranza politica nei confronti della conterranea Mercedes Bresso, la famosa “casalinga” (ma che insegna al massimo ateneo piemontese) che i dirigenti ds avrebbero preferito a lui, luminare della filosofia col suo “pensiero debole”, come candidata alle europee. Per la cronaca, la Bresso fu eletta a Strasburgo, , ora governa il Piemonte per il centrosinistra, strappato ad aprile dalle grinfie del super-uomo berlusconiano Enzo Ghigo (impresa nella quale non riuscì neanche, nel 1999, l’allora ministro Livia Turco, fermatasi intorno al 39%). Tornando a Vattimo, che, riposato, faccia un po’ di chiarezza nella sua mente, perché se si sente una costola della sinistra più a sinistra della sinistra antagonista non può rilasciare dichiarazioni del genere: “A San Giovanni in Fiore (dove era candidato a sindaco con una lista personale, ndr) la destra rappresenta la novità. Al ballottaggio non voterò il candidato dell’Unione, ma quello di Forza Italia”. Idem per Massimo Cacciari che, seppur lentamente sta rimettendosi sulla retta via, ha giocato pesantemente col povero Casson, vera novità per Venezia, riproponendo il vecchio (lui).
Qualche mese addietro è scomparso un padre, il padre, della poesia ermetica, e più in generale, della cultura italiana, Mario Luzi, che, contrariamente alla volontà di una vita, negli ultimi giorni terreni ha avuto a che fare con la politica, nominato senatore a vita da Ciampi. Carriera inaugurata immediatamente con un duello, assai impari, con Maurizio Gasparri (“il tipetto che non tollera chi non la pensa come lui”, come lo battezzò il poeta fiorentino), con tanto di stoccata finale di gran classe. Come per una vita aveva giocato con le parole, così tanto in punta di penna ed ermeticamente Luzi s’è preso burla dello strano universo politico italiano. Imparate, cari filosofi, cari membri dell’intellighenzia, imparate. In appena tre mesi vi ha lasciato un’eredità pesante, tutta da raccogliere. Aggrappatevi al maestro, state annaspando.

Gabri piccoloChi sono
A raccontare la mia storia è forse, più di qualunque scritto o testimonianza, questa foto, che mi vede inerpicato su una sedia a 14 mesi, a giocherellare con la grande Olivetti 22, la macchina da scrivere archiviata alla storia come l’arma più tagliente del maestro Indro Montanelli. Forse - chi può dirlo - ha tutto inizio da lì, questo innato e incontenibile amore per la scrittura e, più in particolare, per il giornalismo. Un amore a prima vista.
Sin da piccolo ho coltivato la passione per la scrittura, dai racconti, quando frequentavo ancora le prime classi elementari, all’avvicinamento all’attualità qualche anno fa. Non conoscendomi qualcuno potrebbe azzardare la solita, retorica frase: “ma chi c’è, realmente, dietro di te?”. La risposta è semplice: Gabriele Rosana, io. Nessuno – a maggior ragione mio padre, che con il giornalismo lavora – ha mai osato impormi determinate passioni o sprofondarmi, con la forza, in una sedia a scrivere. Né, tantomeno, mi è mai stato propinato un unico modello di scrittura. Tutto è venuto, il più naturalmente possibile, da me. Dalle parole che correvano veloci al dimafono, al ticchettio dei tasti della Olivetti, fino ai computer più aggiornati, ho respirato l’odore delle lettere, il suono armonioso che hanno all’orecchio (e all’occhio) del lettore i periodi magistralmente ornati da chi scrive, con cura e pazienza, come lo scultore intarsia senza mai arrendersi una sua opera (ciò che ha dentro) nel legno.
Ho iniziato nel 2002 con un giornalino (un foglio A4) ideato da me – con tanto di sponsor -, Il Francobollo, che si occupava inizialmente di filatelia, ma, in un secondo momento, ha aperto le sue porte (così come ho aperto io le mie) all’attualità, alla politica e alla cultura. Archiviata l’esperienza triennale del Francobollo ho collaborato per vari siti internet locali. E, ora, inizia l’avventura, speriamo duratura, qui, sul sito della casa editrice “Urso”. Imparerete col tempo a conoscere il mio modo di scrivere, ma vi anticipo sin da ora che, per un fortuito caso, gli ultimi articoli di politica che ho scritto sono delle strigliate nei confronti del centrosinistra ma, ve ne accorgerete, ho una predilezione a intingere il pennino nel vetriolo prima di vergare il nome Berlusconi. Ma, restando in tema, non risparmio critiche né all’uno né all’altro fronte, in un mondo giornalistico dove Enzo Biagi viene additato come “criminale” nello svolgimento della sua professione di cronista. La più bella denuncia è la cronaca. E la cronaca è la stampa, bellezza.
Gabriele Rosana

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