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LIBRI IN PRONTA CONSEGNA
Antonio Caldarella
La luna sfogliata dal vento
1991, 8°, pp. 56
ISBN 978-88-6954-196-4
€ 10,00acquista

 
La luna sfogliata dal vento

È difficile parlare di poesia e di poeti: oltre che nel convenzionale, si cade presto in discussioni antologiche e metafisiche. Anche perché ciò che scrive Antonio Caldarella non vale in quanto tale, ma per gli spunti che gli offrono un modo di abbrivio. Egli, per esempio, non intitola i brani e assai spesso esclude le maiuscole che indicherebbero un inizio, un inizio dopo una stasi. C'è, di immediata, quest'idea di un quaderno di annotazioni, quasi un susseguirsi di momenti frammentati che sono poi quegli stessi istanti del nostro raccapezzarci di essere umani. Momenti che si incollano all'emergere della sensibilità - visiva, olfattiva, tattile, uditiva e riciclati dalla parola: una parola "giusta", la sua, in questo stare tra l'immaginifico della cosa sentita e il suo trasferirsi nella cosa detta.

La sua "stranezza", per dirla un po' alla Sandra Penna, è tutta racchiusa in qualcosa di brusco che immediatamente lacera una stesura peraltro pacata: il paesaggio, come il pensiero, il sentimento, come il movimento, subiscono all'improvviso uno scarto violento che li allontana fino all'estremo limite della disposizione organica, fino al massimo sbilanciamento possibile da una sorta di equilibrio iniziale. L'immagine prima e il seguito di riflessioni che l'accompagnano vengono distorti verso una direzione, un senso di cui, all'inizio, non si poteva immaginare la destinazione. L'effetto gioca tanto più all'interno della nostra sensibilità che il materiale inventivo d'approccio è fatto di poche, semplicissime, cose e di elementi tratti fuori dalla più modesta quotidianità, come se in essa fossero trovati per caso, lì, davanti a sé, come quando s'apra una porta e le cose non vi saltino addosso, ma si presentino nel loro assetto più naturale e dunque, in fin dei conti, più convincenti. Che è vivere all'interno una fenomenologia delle "piccole cose".

E la torsione di questo modo di raccontare se stesso come frammento e quindi legato al nostro costante divenire "piccole cose", ci allontana stranamente da un clima che, a tutta prima, ci si aspetterebbe da tale scrittura, cioè quello "territoriale". Vi è anzi una anti-mediterraneità costante che cerca di dissipare arsure e asprezze per una più modulata presenza autunnale, intrisa di leggiadre malinconie, di progressive cancellature dell'ego che sostituiscono i fasti del tragico con una timida, tremula, quasi femminea mestizia, e anche una turgida sensualità. Entrambe riassorbite forse da quel tenue filo di Arianna che è l'indirizzo o l'evocazione dell'altro come persona, ma soprattutto come assenza pensata e che si sviluppa all'interno dell'insieme con una certa fragilità.

Vi è, mi sembra, infine, un modo particolare di scrivere dell'attore, diverso da altri modi. Prima che sulla carta, l'attore mette in bocca ciò che pensa o che sente; ne viene fuori un parlare, una sonorità diversa, fatta di timbri e soffiati diversi da quelli più comuni, che incide sulle cose una distanza, come un'eco, e più che un sussurro o un dire, un mormorarsele tra sé e sé.

 

Jean-Paul Manganaro

 
   
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ISBN 978-88-6954

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