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.: Autore :: Giovanni Stella
.: Titolo :: La crisi economica mondiale: riflessi e pianificazione nella impresa nazionale
.: URL sito web :: http://www.libreriaeditriceurso.com/Giovanni_Stella.html
.: ICQ Number :: Non Disponibile
.: Messaggio :: La crisi economica mondiale: riflessi e pianificazione nella impresa nazionale*
di
Giovanni Stella


Presidenti, Signore e Signori ma soprattutto Giovani Dottori Commercialisti, a Voi mi rivolgo con animo grato e pieno di ammirazione per la Vostra scelta professionale che oggi vede mille problemi, non ultimo quello della crisi, se è pur vero che il Corriere Economia di ieri in prima pagina anticipava che 300 mila professionisti sono in crisi di lavoro.
Giovani, non abbiate paura di avere coraggio, non cedete mai alla paura. Lottate, continuate a credere e a servire la professione e alla fine vincerete, vinceremo.
Anche qui da Siracusa (che nel parallelo è più a Sud di Tunisi), provincia di confine, porta di uscita e di ingresso al Vecchio Continente, oggi intendiamo parlare della crisi (dal greco crisis, discontinuità), economica che investe tutto il Pianeta e che qui patiamo e subiamo forse più che altrove.
Vi invito quindi a questa mia breve conversazione che vuole essere soprattutto un dialogo, che come avvertì Goethe sta più in alto dell’oro e della luce.
L’inizio del Terzo Millennio è stato caratterizzato da tre date, da tre eventi, che già sono impressi nella Storia dell’umanità:
• l'11 settembre 2001, triste evento che rievoca il crollo delle torri gemelle e New York, l’attacco terroristico politico-economico alla opulenza statunitense e in un certo senso all’Occidente in genere. Da quel momento capimmo che il mondo non sarebbe più stato lo stesso: e non lo è, poiché muta costantemente in termini politici, economici, sociali.
• l'elezione nel 2008 di Barack Obama, uomo di colore, afro-americano – di grandi qualità e capacità, di straordinaria intelligenza che ha già consegnato il suo nome alla Storia – a Presidente degli Stati Uniti con largo suffragio popolare. Evento che fino a pochi decenni fa era impensabile. Basti pensare alle lotte grandi negli anni Sessanta negli USA per la conquista dei diritti civili dei neri, con un movimento capeggiato da un pastore protestante, Martin Luther King. La vittoria giunse dopo lunghe fatiche (famoso il suo discorso I have a dream, oggi realizzato). M.L.K. fu gratificato dal conferimento del premio Nobel per la pace, ma poi fu assassinato con un colpo di fucile nel 1968.
• il 6 ottobre 2008, data in cui il crollo di Wall Street trascinò nel baratro, in poche ore le borse di tutto il mondo, col rischio di far saltare tutto il sistema, se i governi dei Paesi interessati non avessero bruciato trilioni di dollari a debito dei contribuenti presenti e futuri, modificando gli equilibri della finanza pubblica e sacrificando logiche di cercato e investimenti nel globo.
Era la fine del capitalismo e del mercato?
No era la fine della degenerazione dell’uno e dell’altro.
Comunque era ed è crisi economica mondiale.
Le avvisaglie gravi si hanno nell’estate del 2008 con la crisi dei mutui immobiliari, trovano la “bolla” con il fallimento il 14 settembre 2008 della Lehman Brothers, e si compendiano nel terremoto economico finanziario accaduto il 6 ottobre.
Molti paragonarono la crisi finanziaria attuale a quella del 1929, ma lo storico americano Scott Reynold Nelson spiegò che il riferimento più pertinente era alla grande depressione del 1873, assai più simile, germinata dalla crisi del settore immobiliare in Europa e propagatosi negli Stati Uniti, con conseguenze molto forti poi anche nel settore industriale e ferroviario della durata di 65 mesi, con conseguente aumento del protezionismo commerciale e il passaggio del testimone della leadership economica del mondo dall’Europa agli Stati Uniti.
La crisi del 1929 invece fu di natura meramente finanziaria e fu debellata da Roosevelt, Presidente degli Usa, con forti interventi nel settore pubblico (sussidi alla disoccupazione, modifiche al sistema pensionistico, assicurazione dei depositi bancari, creazione di un regolatore dei mercati) ma con un prezzo alto pagato, poiché furono interventi ai limiti e taluni in violazione della Carta americana, tant’è che si verificarono anche gravi danni conseguenti nel sistema economico.
Un forte attacco è stato sferrato dai Politici agli Economisti, per non aver previsto ed informato per tempo della crisi, ma questi si sono difesi sostenendo in primo luogo la difficoltà oggettiva di avvertire una vicenda di tali proporzioni e che un allertamento avrebbe procurato nel mercato nocumento innescando ancor più panico. Certamente ci si sarebbe scontrati con il Congresso Usa che era impegnato politicamente a sostenere il sogno di una casa per tutti gli americani, sostenendo la crescita a dismisura dei mutui immobiliari, germe della “bolla immobiliare americana”, che poi avrebbe travolto e investito tutti i mercati finanziari del mondo.
È crisi, sì. Ma spesso i fenomeni vengono da molto lontano … È bene fare il punto di orientamento: dove siamo, da dove veniamo, dove andiamo.
“Voglio lasciarvi con il pensiero che l’Asia debba conquistare l’Occidente … se unite i vostri cuori, non solo le vostre menti, e capite il segreto dei messaggi che i saggi uomini d’Oriente ci hanno lasciato … allora capirete facilmente che la conquista dell’Occidente sarà completata e che questa sarà amata anche dall’Occidente stesso”.
Parole pronunciate nel 1947 quando i villaggi dell’India erano un mucchio di letame e a proferirle era un uomo minuto, avvolto in un lenzuolo bianco, provvisto di calzari, occhiali su un viso scarno con la testa rasata e pochi denti, che si nutriva solo del latte di una capretta, fedele sua compagna e del rigore morale dei suoi princìpi cui mai venne meno. Si chiamava Gandhi, il Mahatma, la grande anima, l’uomo che spese tutta la sua vita (fu assassinato nel 1948 con un colpo di rivoltella) alla lotta non violenta per l’indipendenza dell’India. L’uomo che fece tremare gli Inglesi e che Churchill chiamava “L’avvocato di provincia vestito da fachiro”, mentre di lui Einstein disse “Faranno fatica le generazioni future a credere che in questo Pianeta sia esistito un uomo come Lui”.
La storia lavora di raspa e di lima e macina piano ma fino. Ebbene sì, le grandi rivoluzioni o avvengono con le guerre e spargimento di sangue o con le lotte di lungo periodo innescate da uomini come Gandhi e M.L. King, che molto raramente transitano sul Pianeta che ci ospita quali semplici usufruttuari di beni altrui.
Dobbiamo pur considerare che nel Pianeta vivono oltre 4 miliardi di persone, che Cina ed India costituiscono più di un terzo della popolazione e che le condizioni di questi due grandi popoli sono totalmente mutate negli ultimi anni. Basti pensare che la Cina ha invaso tutti i mercati del mondo, che essa è il termometro di quel che oggi accade in Occidente, che l’India ha acquistato colossi europei e americani e che sforna i migliori ingegneri del mondo formati in patria.
Gli USA contano 220 milioni di persone e fino a pochi anni fa detenevano circa l’80% della ricchezza del Pianeta. Senza dire che l’Africa, dove ancora muoiono costantemente bambini per denutrizione, è in procinto di sedersi con gli altri Continenti al tavolo della Economia mondiale …
Phànta Rei, tutto muta e velocemente. Bisogna riflettere, meditare, adeguarsi.
Oggi a N.Y. non occorre prenotare al ristorante, sulle strade più importanti i negozi offrono sconti fino al 70% e in tutti gli USA la disoccupazione è del 10% con punte del 15% nel Michigan.
Cose tutte mai esistite fino ad un anno fa.
Cenni di fine della recessione negli USA sono annunciati in questo periodo. Attendiamo il riscontro reale, evidenziando che una prima regola è la “trasparenza” in tutto, quindi la fiducia, elemento essenziale che è venuto meno in questa crisi.
Il 7 settembre scorso si è tenuto presso l’Università Bocconi di Milano un dibattito in occasione della presentazione del volume Lezioni per il futuro, edito da Il Sole-24 ore, libro di sicuro interesse, contenente scritti redatti da economisti di alto profilo, così come altrettanto interessante è stato il dibattito. Da entrambi si possono cogliere utili elementi.
Il prof. Tremonti, ministro dell’Economia, intervenuto al dibattito, ha detto che la strategia per uscire dalla crisi sarà europea concertata con gli Stati Uniti con una gestione unitaria, un coordinamento e la governance globale.
Ha poi insistito sugli Eurobond come idea politica di cui ne ha difeso la bontà lamentando che le banche non sono molto propense ad applicare tale strumento anti-crisi.
Ha poi detto testualmente “La vera questione del nostro paese è la questione meridionale: il problema non è rendere più produttivo il Nord, ma pensare a come far risalire la parte meridionale del paese ai livelli del Nord”.
Parole sacrosante. Noi in Sicilia sopportiamo una crisi atavica, alla quale si è aggiunta questa globale che rischia di porre in ginocchio l’economia dell’Isola piena di bellezze naturali che tutto il mondo ci invidia e che dovrebbe, da tempo, essere una sorta di California d’Europa e l’industria principale dovrebbe essere quella del turismo, fonte primaria di ricchezza.
Invece no. Paghiamo i costi delle tasse e dei servizi come al Nord (costruito in buona parte col sacrificio e le braccia dei meridionali) ma siamo privi delle strutture ospedaliere, stradali, ferroviarie, ecc., nella misura ed efficienza del Nord.
Non è mancato chi in dibattito ha ravvisato la necessità di far dialogare l’economia e il diritto ed a tal proposito si è detto che la Luiss ha istituito un corso di laurea in Giurisprudenza nella facoltà di Economia con una fortissima attenzione al diritto dell’economia. Diritto ed Economia insomma parti integranti dello stesso corpo, come cuore e cervello: l’uno non è senza l’altro e viceversa.
I cinesi, e non solo loro, chiedono una moneta unica: molti economisti e banchieri concordano ed è un progetto su cui lavorare.
Certo non è fallito il Capitalismo, ma nulla sarà come prima.
Il mercato, seppur imperfetto, rimane inevitabile, perché quando ci sono squilibri si aggiusta da sé.
In queste condizioni, aspettando che la crisi vada via prima o poi, c’è da dire che l’impresa in crisi ha necessità di apposite e pertinenti cure di sostegno per ripristinare lo stato di benessere.
Così come l’essere umano quando accusa uno stato di malessere generale provvede ad un ricovero sanitario per un check up, col quale individuare le patologie e quindi procedere alle pertinenti terapie, parimenti l’impresa la cui vita è paragonabile a quella dell’uomo (nascita, sviluppo, maturità e declino), può entrare in crisi per cause esogene od endogene.
La crisi può essere prevedibile o non prevedibile e le soluzioni riguardano una riorganizzazione o una ristrutturazione, se ve ne sono le condizioni o la liquidazione, il concordato e il fallimento, nelle circostanze più difficili.
La impresa deve poggiare su tre equilibri costanti: economico, finanziario, patrimoniale.
Un business plan in caso di crisi è indispensabile.
Iniziare con una riclassificazione di bilancio anche se (esemplificando, contrariamente ad un elettrocardiogramma che evidenzia il cuore al momento) il bilancio riporta dati storici, esprime dati contabili ancorati a leggi civilistiche, tributarie e regole ragionieristiche, il tutto spesso con valori molto distanti da quelli reali.
Risanare l’impresa significa adottare tutte le procedure scientifiche che, caso per caso, la tecnica richiede. Sarà il medico dell’impresa (Dottore Commercialista o altro professionista preparato in materia) in simbiosi con l’imprenditore, il quale ha l’azienda nel cuore per affezione, a predisporre una pianificazione elaborata e concludente che riporti in superficie ciò che momentaneamente è sotto il livello del mare.
Giovanni Stella

* Trascrizione del testo registrato ed emendato della parte generale della relazione svolta il 22 settembre 2009 durante il Seminario tenutosi a Siracusa nella sede della Confindustria, da questa e dall’Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti contabili aretuseo organizzato.
.: Data :: 25/09/2009
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