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6) ninorochan  Maschio
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Sabato, 22 Settembre 2007 18:05 Scrivi un commento Invia una E-mail

La meditazione attiva
di Sri Aurobindo

Quando ci si siede, con gli occhi chiusi per fare il silenzio mentale si è immediatamente invasi da un torrente di pensieri che sorgono da tutte le parti, in maniera confusa e aggressiva. Non esiste un manuale con diversi metodi per venire a capo di questo baccano infernale; non c'è che da tentare e tentare ancora, pazientemente, ostinatamente. Soprattutto non c'è da commettere l'errore di lottare mentalmente contro la mente; bisogna spostare il centro.

Ciascuno di noi possiede al di là della mente o ancora più in profondità, un'aspirazione; quella stessa aspirazione che ci spinse verso il sentiero dello yoga. Un bisogno intimo dell'essere, come se fosse una parola d'ordine con virtù solamente per noi, per noi soli. Aggrappandoci a questa aspirazione, il lavoro riuscirà più facile giacché passeremo da un'attitudine negativa ad un'attitudine positiva. Più ripeteremo la nostra parola d'ordine, più essa acquisterà potenza. Ma si può ricorrere anche ad un'immagine, come per esempio: quella di un mare immenso, senza una sola increspatura, sul quale ci abbandoniamo galleggiando fino a divenire parte di quella tranquilla immensità. Ci si lascia andare, dolcemente, seguendo il moto ondoso fino a che, a poco a poco, si viene assorbiti da quella tranquilla pace.

Avremo in tal modo non solo il silenzio, ma anche lìallargamento della coscienza.

Ognuno deve trovare il metodo che più gli si addice e quanto più completo sarà l'abbandono, più presto si riuscirà.

Si può cominciare con qualsiasi sistema che normalmente richiederebbe un lungo lavoro ed essere afferrati fin dal principio da un rapido intervento o da una manifestazione del silenzio, e ottenere effetti assolutamente sproporzionati ai mezzi utilizzati. S'incomincia con un metodo, ma il lavoro preso in mano da una grazia proveniente dall'alto, da ciò a cui si aspira o dall'irruzione delle immensità dello Spirito. In questo modo io stesso ho trovato il silenzio assoluto della mente, inimmaginabile per me prima di aver avuto l'esperienza concreta (Sri Aurobindo, On Himself, 1953 pag. 135).

Abbiamo toccato qui un punto di singolare importanza, giacché saremmo indubbiamente tentati di pensare che queste esperienze yogiche sono veramente belle e interessanti, ma che in fondo sono ben lontane dalla nostra umanità ordinaria. Com'è possibile che noi così come siamo possiamo arrivare fin là? L'errore consiste nel fatto che si giudica con un ''sì attuale'' delle possibilità che appartengono ad un altro ''se stesso''. Infatti, per il solo fatto di essersi messi in cammino, lo yoga sveglia automaticamente una gamma di facoltà latenti e di forze invisibili che vanno molto al di là delle possibilità esteriori del nostro essere e che possono fare per noi quello che normalmente saremmo incapaci di compiere.

E' necessario chiarificare il passaggio tra mente esteriore ed essere interiore...
perché la coscienza yogica e i suoi poteri sono già in voi
(D. K. Roy, Sri Aurobindo Came to Me, 1952, pag.219)

e il miglior sistema per ''chiarificare'' quello di fare il silenzio mentale. Non sappiamo ancora chi siamo e nemmeno quello di cui siamo o non siamo capaci.

Ma gli esercizi di meditazione, a dire il vero, non sono la vera soluzione del problema quantunque, al principio, la loro spinta sia necessaria per dare l'impulso perché potremmo anche arrivare ad un relativo silenzio, ma... appena messo il piede fuori dalla nostra stanza o dal luogo di isolamento scelto per la meditazione, ricadremmo ancora una volta nella ressa abituale e continuerà l'eterna separazione del ''di dentro'' dal ''di fuori'', della ''vita interiore'' dalla ''vita mondana''. Noi abbiamo bisogno di una vita completa, abbiamo bisogno di vivere la verità del nostro essere, tutti i giorni, in ogni momento, non solamente qualche volta oppure nella solitudine.

Rischiamo di incrostarci nella nostra reclusione spirituale.. . e dopo, trovar difficile proiettarci al di fuori, vittoriosamente, per applicare alla vita quello che avremo conquistato nella Natura Superiore. Quando vorremo annettere questo regno dell'esterno alle nostre conquiste interne, ci troveremo troppo abituati ad un'attività puramente soggettiva e non potremo esercitare una pressione efficace sul piano materiale. Avremo gran difficoltà a trasformare la vita esteriore e il corpo. Oppure ci accorgeremo che la nostra azione non risponde alla luce che ci illumina interiormente, ma che obbedisce ancora ai vecchi imperfetti influssi; un abisso doloroso separerà ancora la Verità che è in noi, dal meccanismo ignorante della nostra natura esteriore... come se vivessimo in un altro mondo, più vasto e più sottile, ma senza presa divina, o può darsi senza presa di nessuna specie sull'esistenza materiale e terrestre (Sri Aurobindo, The Synthesis of Yoga, 1955 pag. 105).

La sola possibile soluzione è quindi di praticare il silenzio mentale nell'ambiente e nel posto dove apparentemente sembra più difficile: in strada, in metropolitana, al lavoro e ovunque. Invece di passare quattro volte al giorno per il Boulevard Saint Michel come poveracci stanchi e obbligati a camminare svelti, si pu?? passare le stesse quattro volte coscientemente, come ricercatori. Invece di vivere in un modo qualsiasi, sperduto in una moltitudine di pensieri non solamente privi di interesse, ma che esauriscono sfibrando l'essere si possono riunire i fili sparsi della coscienza e lavorare, lavorare su se stessi ad ogni istante. Allora la vita comincerà a prendere interesse, un interesse assolutamente inaspettato, perché le minime circostanze diventeranno l'occasione di una vittoria su se stessi. Avremo allora un orientamento, sapremo dove andare invece di camminare alla cieca.

Lo yoga non è una maniera di fare, ma una maniera di essere.

Adattato da: Satprem. Sri Aurobindo. L'avventura della coscienza. Galeati. Imola. 1968
5) sonia  Femmina
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Venerdì, 29 Giugno 2007 23:31 Scrivi un commento

Ciao Samantha.
Non so come fare per risponderti e sono costretta ad utilizzare questo spazio.
Ho chiesto a Francesco il tuo indirizzo e-mail ma probabilmente non ha ricevuto il mio messaggio.
Non è bello utilizzare il sito per comunicazioni personali ma per una volta me lo concedo(nel Giardino di Zen che mi sembra la sezione più adatta).
Puoi immaginarti l'effetto che mi ha fatto leggere ciò che mi ha scritto.
Ci siamo persi di vista che eri solo una bimbetta, intelligentissima e molto matura, e ritrovo una giovanissima donna alle prese con gli ostacoli e le delusioni che ognuno di noi incontra, a lungo andare, in ogni settore della vita in cui attuiamo il nostro divenire storico.
Grazie per ciò che hai detto e per l'affetto con cui l'hai detto.
Quando mi capita di contattare o rivedere miei ex alunni divenuti giovani immersi nella vita 'dei grandi' mi capita di pensare, automaticamente, all'enorme fortuna che ho avuto di poter svolgere un lavoro come il mio.
Un lavoro che mi mette a contatto con anime in evoluzione, integre, innocenti, naturalmente speranzose, ignari dei complessi e assai difficoltosi processi relazionali propri degli individui adulti.
Sono convinta, comunque, che queste prerogative perdurino fino a quando si resti adolescenti e che l'adolescenza non sia solo una fase di crescita corporea.
Voglio dire che l'adolescenza non è per me solo il periodo della vita che va dai 12 ai 18 anni circa. Secondo me l'adolescenza è uno stato di grazia mentale in cui l'individuo si trova fino a quando riesce a credere che tutto pu?? diventare possibile , che ogni traguardo pu?? essere raggiungibile nonostante le difficoltà, che ogni sogno può essere carezzabile, che ogni ideale può essere vagheggiato e che i valori umani non sono chimere stravaganti ma un sistema di idee verosimili e attuabili tramite un sapere e un fare dinamici, capaci di continui e imprevedibili riadattamenti.
Adolescenza come purezza di pensiero e purezza nell'agire, quindi.
E allora capirai come il mio stesso sfogo in 'Voglio urlare la mia opinione' sia uno sfogo da persona non più adolescente.
Ho perduto, infatti, lo stato di grazia mentale che non mi faceva vedere il male negli altri perché esso non era in me.
Noi, infatti, tendiamo a vedere fuori di noi ciò che è dentro di noi.
Quindi Samantha, 'riprendo' le mie urla cercando di sostituirle ad un agire meno pretenzioso e più comprensivo perché gli altri, in fondo, sono lo specchio di ci?? che siamo noi.
Ti abbraccio forte anch'io augurandoti ogni bene e la fiducia adolescenziale di poterlo avere e dare.
4) Carmela Monteleone  Femmina
carmelamonteleone@alice.it
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Avola
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Mercoledì, 24 Maggio 2006 16:56 Scrivi un commento Invia una E-mail

''L'uomo dispone della facoltà di poter realizzare tante cose. Un'aquila vola ma non va sott'acqua, un pesce vola ma non s'arrampica. L'uomo ha la facoltà di essere polivalente: è una bellezza poetica potersi cimentare in queste attività.''

Angelo D'Arrigo

NeSo Domenica, 6 Agosto 2006 02:08
L'essere umano non volerà mai come un aquila e non nuoterà mai come un pesce, così come loro non correranno mai su due gambe.
E' la bellezza della diversità che mi fa apprezzare la vita. Ognuno si muove in modi diversi trovando il proprio ruolo e mantenendo vivo questo grande sistema, la terra.
NeSo

[www.vitainaustralia.com]
Venitemi a trovare sul sito se vi va! wink
3) Carmela Monteleone  Femmina
carmelamonteleone@alice.it
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Giovedì, 18 Maggio 2006 10:38 Scrivi un commento Invia una E-mail

La leggenda della Luna Piena

In una calda notte di luglio di tanto tempo fa un lupo, seduto sulla cima di un monte, ululava a più non posso.

In cielo splendeva una sottile falce di luna che ogni tanto giocava a nascondersi dietro soffici trine di nuvole, o danzava tra esse, armoniosa e lieve.

Gli ululati del lupo erano lunghi, ripetuti, disperati. In breve arrivarono fino all'argentea regina della notte che, alquanto infastidita da tutto quel baccano, gli chiese:

- Cos'hai da urlare tanto? Perché non la smetti almeno per un po'?

- Ho perso uno dei miei figli, il lupacchiotto più piccolo della mia cucciolata. Sono disperato! Aiutami! - rispose il lupo.

La luna, allora, cominciò lentamente a gonfiarsi. E si gonfiò, si gonfiòl, si gonfiò, fino a diventare una grossa, luminosissima palla.

- Guarda se riesci ora a ritrovare il tuo lupacchiotto - disse, dolcemente partecipe, al lupo in pena.

Il piccolo fu trovato, tremante di freddo e di paura, sull'orlo di un precipizio. Con un gran balzo il padre afferrò il figlio, lo strinse forte forte a sé e, felice ed emozionato, ma non senza aver mille e mille volte ringraziato la luna. Poi sparì tra il folto della vegetazione.

Per premiare la bontà della luna, le fate dei boschi le fecero un bellissimo regalo: ogni trenta giorni può ridiventare tonda, grossa, luminosa, e i cuccioli del mondo intero, alzando nella notte gli occhi al cielo, possono ammirarla in tutto il suo splendore.

I lupi lo sanno! E ululano festosi alla luna piena.
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