Guestbook Lascia una tua riflessione | Amministrazione
Martedì, 7 Ottobre 2008 00:08
Grazie per aver visitato questo spazio dedicato a VOGLIO PARLARVI DI UN LIBRO. Parla liberamente e cita autore, titolo ed editore. Qui puoi lasciare la tua riflessione.
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Nome Riflessioni con eventuali Commenti
32) Salvo Pignato  Maschio
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Avola
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Sabato, 23 Agosto 2008 23:28 Host: 89-97-35-72.ip15.fastwebnet.it Scrivi un commento

Un bel capolavoro si e’ rivelato il libro "LA CATTEDRALE DEL MARE”  DI FALCONES, Longanesi ediz.
Basta leggere la retro copertina del libro per comprendere la sua caratura.
Il compito di questo libro secondo il mio parere è quello di comunicarci che delle forze Divine governano il destino degli uomini; basta lasciarsi andare, il risultato è che nell’arco di tre generazione il destino di un padre e di un figlio ebbero dei risvolti possibili anche se non di facile realizzazione.  L’abnegazione di un giovinetto rimasto solo a lottare per la sopravvivenza, ma che con le armi della perseveranza  dell’onesto  duro lavoro e della lealtà  verso l’uomo riesce a realizzare un impero economico, al quale non ha mai anteposto sani principi etici e  nobile morale, accettando le angherie di chi gestiva il potere, “Parliamo come collocazione temporale del 1300 circa in Spagna, dove ancora le caste regnanti davano e toglievano il diritto supremo della vita.”
Libro che mi ha parlato dell’amore in tutte le sue  forme e credetemi sono tante e si può affermare che ci sono state riportate intatte per oltre i mille anni che ci separano dai fatti avvenuti..Libro che mi ha parlato della faziosita’ della chiesa che allora professava l’inquisizione.
In questo libro ci si scivola piano e ci si lascia emozionare a volte con impeto, oltre con dolcezza, ma mi rendo conto che è difficile segnalare
tutti i  messaggi, gli usi, i costumi di un popolo che pur latino come il nostro, di cui ne abbiamo avuto la dominazione e che, nonostante tutto,
molte cose ci sono ignote.
Se vi capita di avere ancora voglia di leggere un bel libro reduci da una bella vacanza, penso che questo di cui vi ho parlato non vi deludera’.



Salvo Pignato
31) pigafetta67 
alethifra@virgilio.it
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Lunedì, 9 Giugno 2008 16:02 Host: host177-45-static.35-88-b.business.telecomitalia.it Scrivi un commento Invia una E-mail

VORREI SOTTOPORRE ALL'ATTENZIONE DEI PALATI FINI, QUALI ALCUNI DI QUELLI CHE "BAZZICANO" PER LA LIBRERIA/CIRCOLO/RITROVO/ETC. ETC. IL LIBRO-TESTIMONIANZA DI BORIS PAHOR - NECROPOLI UN LIBRO CHE NON HA BISOGNO DI PRESENTAZIONI CONSIDERATO LO SPESSORE CULTURALE DELL'AUTORE ED IL TEMA TRATTATO RIVIVENDO LE TRAGEDIE DELL'OLOCAUSTO SOTTO UN NUOVO ASPETTO CHE NON E' SOLO QUELLO DI NARRARE I FATTI MA DI ESALTARE UNA UMANITA' MAI DEL TUTTO ANNIENTATA.
LIETO DI AVERE COMMENTI IN MERITO A PRESTO

CIAO CICCIO

NON VEDO ANCORA FUORI DALLA LIBRERIA
L'ALBERO DI ULIVO CON LA "QUATTARA" PER
RINFRESCARSI IN PROSSIMITA' DELLE IMMI-
NENTI CALURE ESTIVE!!

SE MAOMETTO NON VA ALLA MONTAGNA,
LA MONTAGNA VA DA MAOMETTO!!
30) Salvo Pignato  Maschio
salvatorepignato@virgilio.it
Località:
Avola
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Giovedì, 8 Maggio 2008 01:02 IP: 151.53.144.158 Scrivi un commento Invia una E-mail

Edwards Kim, Figlia del silenzio, Garzanti, Euro 18,60

Invio le mie riflessioni sul romanzo Figlia del Silenzio terminato di leggere da un bel po’ e già sedimentato dentro la mente e l’anima.
Premesso che per me l’apprestarmi alla lettura di un nuovo romanzo è come iniziare un rito al quale mi predispongo con la speranza che non porti con sé una delusione, ma un messaggio che dia emozioni e insegnamenti.
Quello che mi è rimasto impresso dalla lettura di questo sofferto romanzo che parla d’Amore, è come l’Amore che per antonomasia è il bene, la gioia portatrice di felicità, qualche volta ha dei risvolti spiacevoli, quando lo offri filtrato dalle esperienze personali non è più il grande Sentimento.
L’amore, in questo libro mi fa pensare che sia come un liquido in un regale recipiente dal quale incrinatosi fuoriescono rivoli che si avviano per destinazione ignote, la certezza è che tutte originano dal sacro sentimento universale ma non tutti raggiungono i destinatari, procurando il bene insito nella Sua natura.
Un po’ è quello che accade al padre medico del romanzo, decide per amore, in virtù della sua esperienza di dolore vissuto, a voler evitare una sofferenza a quanti da Lui amati.
Il risultato è alquanto sorprendente, logica vuole che l’amore cresca con l’amore, e non si trasformi in sordo dolore o in mancanza di stimoli di vita.
Per fortuna che il tutto fa parte di un romanzo, e il percorso potrebbe essere cambiato, ma pensate, se fosse, come sembra essere, un’esperienza reale, quanta attenzione bisogna porre in modo particolare quando si Ama, questo sentimento va protetto, nutrito, e vegliato in modo che se dovesse sfuggirne un rivolo dal nostro cuore, traboccante contenitore, non si trasformi in Evitabile dolore.

Salvo Pignato
29) Sonia Alia 
Località:
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Sabato, 16 Febbraio 2008 02:34 Host: host236-100-dynamic.11-87-r.retail.telecomitalia.it Scrivi un commento

Gabriella Tiralongo

La Disputa
Le trivellazioni nel Val Di Noto


Editori Associati Sampognaro & Pupi



Il testo è un dossier che fornisce un’approfondita relazione riguardo alle dinamiche conflittuali generatesi tra soggetti giuridici, politici e istituzionali coinvolti,dopo la maturazione del silenzio assenso, nell’avvio della realizzazione del pozzo “Eureka est”da parte della compagnia texana Panther Oil, per la ricerca di idrocarburi liquidi e gassosi all’interno di alcuni territori dei paesi di Vizzini, Mazzarrone, Licodonia Eubea, Grammichele, Caltagirone, Avola, Noto, Rosolini, Buscemi, Modica, Giarratana, Comiso, Monterosso Almo, Chiaramente Gulfi e Ragusa.
Il lavoro, portato avanti con il doveroso rigore scientifico proprio dell’inchiesta giornalistica, compila un rapporto meticolosamente documentato su persone, avvenimenti, tesi, controversie, materie legislative che hanno generato la faccenda “ Trivellazioni nel Val di Noto”.
L’autrice evita sempre qualsiasi esegesi personale riguardo alla disputa: “ Trivellazioni si “- “Trivellazioni no” ma nonostante il suo riferire impersonale e analitico riesce benissimo a destare le coscienze di chi legge.
Chiudendo il libretto non ho potuto fare a meno di pensare, istintivamente, a Verga.
Si, proprio lui: Giovanni Verga.
Quello del movimento letterario del Verismo.
Quello del ciclo di Vinti.
Quello che, all’interno di un ambiente sociale descritto, anonimo e non coinvolto nella vicenda, s’immedesimava nei suoi personaggi tanto da "vedere le cose con i loro occhi ed esprimerle con le loro parole" e che intendeva studiare il tema del progresso dell'umanità da una prospettiva antipositivistica rendendo tutti gli uomini vittime della "fiumana del progresso".
Noi Siciliani che usciamo dall’inchiesta della Tiralongo non siamo ancora molto lontani dai Siciliani descritti dal Verga….
Fatalisti, rassegnati, deleganti, statici….
Non sappiamo ancora che la Politica altro non può essere che l’interprete dell’etica collettiva!
Ma si può avere etica senza consapevolezza?
Ma la consapevolezza non è la condizione indispensabile per potere effettuare le scelte?
La Tiralongo lo suggerisce citando Popper, a pagina 72: ” Il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza”.
E la vigilanza, in uno stato democratico, spetta esclusivamente ai cittadini.
I cittadini devono sapere, informarsi, partecipare alle questioni d’interesse pubblico.
I cittadini devono assumersi l’incarico della partecipazione diretta alle decisioni comuni.
I cittadini devono pretendere di fare sentire la propria voce tramite referendum per le questioni più pressanti.
Al di là dei colloqui, incontri, vertici, riunioni dell'intera classe politica che discute su quali questioni approvare o legiferare, sono i cittadini che devono pretendere la possibilità di potersi esprimere e dire la propria.
Norberto Bobbio in “ Il Futuro della Democrazia” scrive: “E’ assurdo o meglio inconcludente vagheggiare un modo diverso di fare politica con attori e mosse diverse senza tener conto che per farlo bisogna mutare le regole che hanno creato quegli attori e predisposto quelle mosse".
28) Benito Marziano  Maschio
benito.marziano@virgilio.it
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Noto
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Lunedì, 28 Gennaio 2008 23:56 IP: 151.53.147.67 Scrivi un commento Invia una E-mail

Salvatore Di Pietro, Nella valle dell’ozio, 2008, 8°, pp. 176, Euro 13,00
Nella valle dell’ozio intitola, Salvatore Di Pietro, questa silloge di brevi racconti scritti, dice, nei momenti di ozio. E mi viene di pensare, già dopo avere letto le prime pagine, che, se questi sono i prodotti del suo ozio, mi auguro, per il piacere di chi legge, che in ozio trascorra molto tempo.
“Brevi racconti” li definisce lui. A me più che racconti sembrano capitoli di un’originale autobiografia, o, forse più appropriatamente, delle istantanee di momenti della sua vita. Dove, però, il racconto degli avvenimenti, anche quelli della più normale quotidianità sono, soprattutto, un pretesto per mettere a fuoco un ricordo, un momento ormai lontano, come, appunto, accade guardando una vecchia istantanea, e da lì avviare una vera e propria analisi introspettiva condotta, dal nostro, con rigorosa onestà, senza niente nascondersi. Sì, insisto sul niente nascondersi, perché Di Pietro scrive per se stesso non per un lettore che, nel momento poietico, non esiste affatto per lui.
La decisione di pubblicare, infatti, maturerà più tardi, anche per consiglio di alcuni amici fra i quali il sottoscritto che fu tra i primi, se non addirittura il primo, a leggerne il manoscritto e a consigliargliene la pubblicazione. Di questo, pertanto, me ne attribuisco buona parte del merito.
Che siano racconti o capitoli di un’autobiografia o istantanee, come piace a me definirli, questi scritti accompagnano il lettore nel mondo complesso e travagliato di Di Pietro attraverso una narrazione giocata spesso sui toni del surreale e dell’assurdo, del kafkiano, direi, nel senso delle tante sfumature della sua interiorità che affiorano nella sua scrittura.
Oltre che all’assurdo, di cui ho già detto, ora si affida, infatti, a una sottile ironia, ora alla nota dello scetticismo, ora al disincanto, ora alla dignità del dovere ma sempre con un linguaggio accurato e con una notevole capacità di creare situazioni narrative dagli imprevedibili sviluppi ed esiti che il lettore potrà anche divertirsi a immaginare.
Io mi sono divertito a farlo, e a leggere queste piacevoli e interessanti pagine.
Benito Marziano
27) Sonia Alia 
Località:
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Lunedì, 21 Gennaio 2008 03:37 Host: host9-111-dynamic.1-87-r.retail.telecomitalia.it Scrivi un commento

A una Venere appena sconosciuta
Autore: Emanuele Savasta
Libreria Editrice Urso

La copertina nera su cui spiccano lettere bianche e l’immagine di una giovane impressa come in una radiografia e frammentata in una sorta di puzzle da ricomporre, è l’emblema perfetto per questo testo di poesie d’amore per la donna.
Amore generoso, capace di proiettarsi verso l’esterno ed incapace di indugiare nell’introspezione egoistica del proprio sentire o patire individualistico.
Nella descrizione delle svariate situazioni affettive che l’autore evoca, non esiste neanche una frase contenente acredine o autocommiserazione.
Al contrario, i sentimenti espressi sono unicamente di riconoscenza, rispetto, stupore verso l’amore che la donna sa dare e anche non dare.
E in ogni verso la figura della donna emerge solenne tramite parole accostate l’una all’altra con la stessa efficacia che, in un dipinto pregevole, hanno i segni e i colori quando imprimono e trasfigurano la realtà tanto da riuscire ad entrare in comunicazione con chi li osserva.
Attraverso lemmi musicali e pacati come nenie, l’autore narra i suoi sentimenti amorosi allacciandoli
alla descrizione di elementi biotici e abiotici che egli scorge con gli occhi dell’animo e canta con la maestria dei poeti.
Nel libro, tramite la citazione di alcuni pensieri, per alcuni istanti emergono dalla loro dimensione Dante, Neruda, Bufalino, D’Annunzio, Dostoevskij, Blake, Aeport.
Il loro parlare si intreccia a quello dell’autore aggiungendogli pregio perché, come quei grandi, anche lui con il suo dire è in grado di destare il cuore.
26) CARLO  Maschio
ASSCA23@YAHOO.IT
Località:
EMPOLI
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Giovedì, 17 Gennaio 2008 05:53 Host: 85-18-136-72.fastres.net Scrivi un commento Invia una E-mail

AUTORE: ALESSANDRO PERUZZI.
TITOLO OPERA: "AVEVO QUINDICI ANNI, LA COSTRUZIONE DI UN UOMO".
EDIZIONI BASTOGI.WWW.BASTOGI.IT
OTTIMO TESTO, BEN STRUTTURATO. ADATTO AGLI ADOLESCENTI E AGLI ADULTI, RAGAZZI DI IERI big grin
25) Giovanni Stella  Maschio
guntba@tin.it
Località:
AVOLA
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Lunedì, 24 Dicembre 2007 23:07 IP: 151.53.145.10 Scrivi un commento Invia una E-mail

Antonio Caldarella
Detto fra noi
Libreria Editrice Urso, Avola 2007, pp. 63, € 8,50




***

L’autore è nato a Siracusa nel 1959 ed ha conseguito la laurea in Scienze Politiche all’Istituto Orientale di Napoli. È poeta, drammaturgo, attore e regista. Lavora in teatro, cinema e televisione dal 1977.
Con la medesima casa editrice ha pubblicato La luna sfogliata dal vento (1991) accreditata dalla prefazione di Jean-Paul Manganaro, noto traduttore e critico letterario, professore all’Università di Lille, già professore alla Sorbona di Parigi città dove vive.
La raccolta ora data alle stampe è dedicata “di cuore, o meglio di polmone, al professore Umberto Veronesi” e agli altri della sua équipe per averlo “riportato sull’isola… che c’è”.
Non v’è bisogno di aggiungere altro per dar contezza del dolore e della sofferenza patiti da questo bel giovane poeta che anche con i versi ha sconfitto la malattia.
Questo libro testimonia perciò anche, ove mai ve ne fosse bisogno, del dolore e della gioia per la rinascita, cui il verso ha concorso sensibilmente.
Antonio Caldarella, nei versi e coi versi, è riuscito a coniugare con ottimismo, gioia di vivere e amore… anche per la sua terra, i conterranei, le cose del reale, descritte con semplicità e trasparenza di linguaggio e di immagine.

***

Circostanze queste che nella serata di presentazione del libro nella fredda ma poi calda serata del 22 dicembre scorso nel salone comunale di Avola organizzata dall’infaticabile editore Ciccio Urso e presentata con garbo e stile da Libero D’Agata, egli ha saputo rappresentare, sia nella lettura dei versi, sia nelle risposte alle domande del pubblico, una persuasiva determinazione.
Ricorrente è stato il tema dominante nelle domande e negli interventi del pubblico: chi è il poeta? Cos’è la poesia?
Ungaretti diceva che fino a diciotto anni tutti scrivono poesie. Dopo lo fanno solo i poeti e gli sciocchi.
Il poeta – io credo – è un uomo come altri, che a differenza di altri riesce a far affiorare in superficie quanto viceversa resterebbe nel sommerso, nei suoi fondali.
E perciò comunica ed esteriorizza ciò che nel suo profondo alberga e da esso promana: le sofferenze, i dolori, le gioie, gli amori… e quant’altro la vita e la storia ci regalano quotidianamente. Granelli di stati d’animo, momenti di confronto con se stesso.
E lo fa con l’uso della parola, ma di una parola sensibile, che confina con la musica, perciò poesia, mezzo al fine. Così quelle parole, quei versi gli si appartengono fin quando restano nel ventre del vulcano, ché una volta spifferati sono lapilli da lasciar macerare in fondo a uno dei tanti cassetti, finché le fiamme della purgazione, prima o poi, non le divorano. Ma se cede alla tentazione di pubblicare, quei versi non gli si appartengono più, sono di tout le monde, perciò dei lettori, che al di là della critica letteraria li apprezzeranno o meno, secondo un proprio metro di valutazione e un personale convincimento che attribuisce a quelle poesie un significato che magari prescinde interamente dallo stato primigenio, intenzionale, dell’autore nel momento del parto. Perciò Bufalino scrisse che “Simile a un colombo viaggiatore / il poeta porta sotto l’ala / un messaggio che ignora”.
Chi è il poeta dunque? Un uomo sensibile nei confronti del quale si possono dare tante definizioni. Qui privilegiamo quella di Pessoa “Il poeta è un fingitore, / finge così completamente / che arriva a fingere che è dolore il dolore che davvero sente”.
Senza dimenticare la definizione che della poesia diede Montale nel ricevere a Stoccolma il premio Nobel nel 1975”… un prodotto assolutamente inutile quasi mai nocivo”.
E nella società di oggi da tanto tempo ci si domanda se c’è un futuro per la poesia. Quasimodo da poeta siculo-greco come amava definirsi non poteva che conclamarne la perenne attualità.
E Addamo, forse profeticamente, scrisse che “Solo un poeta / potrà dichiarare estinta l’era dei poeti”.

***

Le poesie di Antonio non hanno titolo perché, come lui stesso ha spiegato, “la vita non ha titolo”.
Questa raccolta, in ogni caso e indipendentemente dalle circostanze che l’hanno germinata, rappresenta un notevole passo avanti e un ulteriore salto di qualità nei confronti della precedente, datata oltre quindici anni fa. Tre lustri che si notano e… si leggono.
“Mani piccole e grandi gesti / storie e mignoli / unti di bugie / E poi rossetti e calze smagliate, sudate”. / Così i versi di esordio del volume. Poi “Quante rose nascono, muoiono, / diventano pane per gli uccelli”. Il passaggio altalenante dall’uomo ai fiori e agli animali con estrema sintesi è fulmineo.
Tutta la raccolta è una piacevole mescolanza di sensazioni umane, di effetti della natura che si alternano e poi sfilano come in un palcoscenico per la gioia degli occhi, la dolce musicalità del verso, la forte emozione e sensazione che riesce a comunicare anche quando si riferisce all’Isola, ai suoi figli alle sue cose, con il linguaggio originale della terra che ci ha dato i natali e che ci ospita.
“Clandestino di me stesso”, ecco chi è e come si vede, ancora in una fulgurazione, il poeta, che come tale, continua “a sognare un ponte che porti alla luna”, a quella meta ideale da sempre di poeti e innamorati. E poi, ben conscio, ammonisce “Generalmente non si scrive / si correggono solo i fogli bianchi”.
È quel che ora ho fatto anch’io usando i fogli dono di Ciccio, che col suo consueto sorriso sornione sotto baffi inesistenti, mi ha incitato a scrivere.
E adesso sono io a invitare il lettore a leggere la raccolta di Antonio. Giuro che non si pentirà.

Giovanni Stella
24) Giusi Blanco  Femmina
giusi.blanco@virgilio.it
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Busto Arsizio (Varese)
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Martedì, 20 Novembre 2007 16:41 IP: 151.53.146.218 Scrivi un commento Invia una E-mail

Angelo Rullini, Ai figli di Marte (Collana di poesia Araba Fenice n. 22), 2006, 8°, pp. 56, Euro 8,00

INCONTRO AL TEMPO

Angelo Rullini offre con i “Figli di Marte” alle generazioni future la possibilità di un viaggio affascinante incontro al tempo della storia e, soprattutto, del mito nel regno delle emozioni e della fantasia.
Cullati dalle onde del tempo si salpa dalla riva di una terra incantata e ci si immerge in un mare di ricordi, inseguendo tracce del passato alla scoperta della propria identità, alla scoperta del proprio essere, vivo e capace di emozionarsi.
Rullini ricerca continuamente il mare, il sole, i sapori, i profumi, i colori della sua Sicilia dove mare e cielo, cristallizzati dal mito, sono inconfondibilmente unici ed eterni. Questi elementi naturali, semplici, nudi ma universali portano lontano in un paesaggio mitico e trasmettono la verità, una verità fatta da eventi e segni del passato che danno senso all’esistenza.
Egli, dunque, ricerca il mito nella vita, il mito riflesso dalla natura perché chiave di lettura e di interpretazione della vita che si realizza nel tempo ma si vive nella dimensione mitica. Il mito rende capaci di sognare e comprendere ogni goccia del mare, ogni granello di sabbia che riportano alla mente pensieri e giorni andati.
Grande protagonista un tempo mitico, cristallizzato dove passato, presente e futuro coesistono, coincidono; scorporando i tre tempi non è possibile coniugare l’essere, realizzare e vivere un’esistenza significativa.
Nel suo viaggio a ritroso verso le origini osserva il lungo andare delle nubi all’infinito; vede ogni lontano passato rivivere grazie al sole; ascolta l’antico raccontato da pietre.
Il vento con il suo manto assapora, scorre e vivifica ogni cosa e sussurra al tempo, fra vicoli solitari, segreti comprensibili solo dai bambini perché capaci di sognare. Anche la luna, viaggiando sul mare, attraverso le notti del tempo, canta favole e miti e, nella magia della sera, conduce all’orizzonte dove perdersi per poi ritrovarsi come esseri con il cuore.
Egli si estranea in luoghi immensi e solitari, trasferisce la sua mente e il suo animo nel mare e nel deserto, regni del silenzio eterno, testimoni della storia e del mito: l’acqua protegge e racconta il passato, le tempeste di sabbia coprono e conservano il tempo.
E così fra nudi scogli e sassi, fra nude foglie e maglie di pescatori, tra vuoti di tristi tonnare scordate dal tempo Rullini ritrova se stesso e paragona la sua esistenza ad “una tela sgangherata, tarlata dal rammarico e dal rimpianto”.
Il linguaggio semplice è giocato sui suoni, i ritmi e le cadenze e ben si adatta ad una poesia delle origini, del mito, della quotidianità di un tempo intriso di odori e sapori, di colori e ricordi della sua infanzia e della sua terra.

Giusi Blanco
23) Nino Muccio 
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Mercoledì, 22 Agosto 2007 00:10 IP: 151.53.146.176 Scrivi un commento

Aldo Messina, Nuove dalla Nunziata, marzo 2007, 16°, pp. 128, Euro 9,00

Ogni scrittura è in rapporto con l’antico. Se questo è un dato di fatto, ogni archeologia è in rapporto con la scrittura. Ad essa è riservato il compito di raccontarla. Non c’è scrittura che non merita di essere raccontata. Al racconto l’archeologia non può sottrarsi, quando c’è la necessità di riportare alla luce i simulacri cari allo scrittore.
Al cospetto dei propri rimossi, lo scrittore non si tira mai indietro. Da questo punto di vista, la scrittura archeologica è una sorta di regolamento di conti con se stesso. Nasce da qui la necessità di allargare il fronte della narrazione. Non solamente la parola, intesa come oralità, si può attribuire il compito di raccontare: con la parola non c’è rimozione del senso. Quindi la parola non può testimoniare il tempo che è senso rimosso. Questo non si può dire della scrittura. Essa, a partire da quegli oscuri luoghi da cui un giorno la coscienza si è emancipata, pone in essere le sue simbologie nella rappresentazione del senso traslato, cioè del solo senso che consegnandosi alla trascendenza si salva. La scrittura archeologica trova il senso nel nulla e salva lo scrittore, il cui racconto si autosostiene su un abissale fondamento di libertà. C’è il sospetto che non salva l’uomo: l’uomo che è antecedente allo scrittore non può rinunciare al dolore. Lo scrittore è colui che ha accettato questo lascito di sofferenza. Il compito che gli spetta è di strappare dalle mani del tempo il senso di questo dolore privo di senso.
La scrittura archeologica, libera da ogni arcaico fondamento sacro, ha preso definitivamente congedo da quegli spazi enigmatici e bui che risolvevano nel racconto mitico la primigenia follia degli uomini. Non c’è possibilità di sopprimerla la follia, ma solo allontanarsi da essa, tenersi distante, confonderla, come fa la scrittura archeologica che è scrittura traslata o scrittura stratificata.
Il libretto di “narrativa archeologica” (così ha pensato di definirlo il suo autore) “Nuove dalla Nunziata” è un alto esempio di scrittura stratificata, cioè di scrittura capace di de-scrivere l’arte, cioè una scrittura che metta l’uomo in condizione di scoprire i modelli che contengono la sua essenza attraverso la negazione del divino, come può succedere a un collezionista di madonne che non può fare a meno di contemplare le sue icone prima di pensare, di viaggiare, di amare.
“Nuove dalla Nunziata” non è racconto sfuggente, pur se basato su qualcosa di comunicativo ed estetico nello stesso tempo: strade inesistenti, fenditure della roccia, incisioni che non si leggono quasi più, trafugamenti e trafugatori, imposture e impostori. Ogni traccia, ogni segno attiene al campo dello spirito, forse anche agli affetti ancestrali, ai legami indissolubili: un padre che muore più volte, una madre dietro ogni sacra icona. Buttandola su Freud ci sarebbe da scialare, ma è meglio lasciar perdere. Meglio non correre il rischio di sfondare porte aperte.
In conclusione, se è arte è arte, può star bene il riso e può star bene il pianto, perché ognuno vi si riconosce. Il prof. Aldo Messina è uno che ha imparato a piangere e a non dividere le sue lacrime tra la vita dell’uomo e la vita dell’arte. Con ciò dimostrando d’aver capito che cos’è un “uomo” e che cos’è “arte”. Egli non è percorso da un reale conflitto di sentimenti e non fa fatica a portarsi alla vera altezza dell’uomo e alla vera altezza dell’arte: un uomo è un uomo solo se può appartenere all’arte, e l’arte è arte solo se può contare su un uomo che la sostiene.
Andrea Camilleri, autore del romanzo “La concessione del telefono” si è guardato bene dal dire che si trattava di narrativa burocratica. Lo stesso avrebbe dovuto fare il prof. Aldo Messina, perché ciò che egli ha scritto è pura narrativa. Ah, dimenticavo: bella narrativa. Complimenti!



Nino Muccio
Avola, 18 agosto 2007
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