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69) Leonardo Miucci  Maschio
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Martedì, 10 Luglio 2018 23:14 IP: 62.170.75.133 Scrivi un commento Invia una E-mail

PER “LE MANETTE – Dramma in tre atti” di Teocrito Di Giorgio

È molto difficile fare e parlare di cultura al giorno d’oggi perché si rischia di non essere capiti o, peggio ancora, di essere derisi. Esistono tuttavia ancora baluardi, che si pongono autenticamene e caparbiamente e, aggiungerei, instancabilmente il proposito di portare avanti questa missione impossibile in un’epoca nichilista come la nostra.

Certamente uno di questi baluardi è costituito dalla Libreria Editrice Urso di Avola, che non ha mai smesso un solo attimo di organizzare eventi culturali – aperti a tutti e senza onere per alcuno –, capaci di restituire la perduta identità della nostra città.

È risaputo che il patrimonio culturale di una comunità, piccola o grande che sia non ha importanza, esprime il significato della nostra identità: chi siamo, possiamo capirlo soltanto se non trascuriamo la conoscenza del nostro patrimonio cultuale e la sua tutela.

E d’altronde, un motivo ci sarà stato se anche i padri costituenti hanno avvertito l’esigenza di consacrare all’art. 9 della Costituzione, quindi tra i principi fondamentali (che non possono essere oggetto di modifica alcuna), il riconoscimento e la tutela del patrimonio culturale e paesaggistico.

Tutelare il patrimonio culturale significa, nella sostanza, custodirlo per le generazioni future perché queste possano apprendere della loro origine e capire ciò che sono.

Ciò dovrebbe essere compito di ognuno di noi – e principalmente delle istituzioni preposte e degli amministratori locali – fare in modo che la conoscenza delle opere, degli autori, dei monumenti, del patrimonio culturale nel suo complesso, che ha segnato la nostra comunità non venga dimenticato o ignorato.

Uno degli ultimi lavori edito dalla Libreria Editrice Urso di Avola si indirizza proprio in questo senso con la pubblicazione del dramma teatrale “Le Manette” di Teocrito Di Giorgio, a cura dell’avvocatessa Maria Suma, che ne ha appunto curato la pubblicazione e la prefazione al testo.

Teocrito di Giorgio era un figlio della nostra città di Avola, avvocato e giurista, personaggio poliedrico, come lo definisce la stessa Maria Suma, per essere stato poeta, scrittore, musicista ed altro ancora.

Ma Di Giorgio è pressoché sconosciuto ad Avola nonostante due precedenti pubblicazioni: il racconto “Per un pugno di case” dello stesso Di Giorgio, edito da Trevi; e la biografia “Teocrito Di Giorgio. Poeta, scrittore, traduttore” di Salvatore Salemi, pure edito dalla Libreria Editrice Urso di Avola.

Maria Suma non si è limitata a pubblicare l’opera teatrale “Le manette”, ma ha svolto una ben più approfondita e scrupolosa ricerca sulla persona del Di Giorgio, ricerca che tuttavia non trova spazio nella presente pubblicazione ma che ci auguriamo venga restituita alla collettività in una prossima pubblicazione.

L’opera teatrale “Le manette” è stata presentata sabato 7 luglio 2018, nel cortile di quella che fu l’abitazione di Teocrito, ora abitata dal figlio Enzo, alla presenza della stessa curatrice avvocatessa Maria Suma, che, dopo aver tracciato la biografia dello stesso Teocrito, ha spiegato magistralmente il senso dell’opera, nonché alla presenza dell’editore Ciccio Urso e di un numero considerevole di partecipanti.

Già dalla presentazione di Maria Suma ho avuto la sensazione che l’opera si innestasse nel solo culturale inaugurato dal grande drammaturgo siciliano quale è stato Luigi Pirandello; la conferma ne è poi venuta dalla lettura del testo.

Senza voler svelarne l’intero contenuto, anche per rispetto di chi volesse leggere il testo, cosa che personalmente invito a fare sin da subito, si tratta della storia possiamo dire di un “dissidio” tra due giudici, i quali discutono attorno alla responsabilità penale di un giovane avvocato accusato di appropriazione indebita, ed uno dei due, di stampo colpevolista e tutto “sicuro di sé”, è persuaso che alla condanna di un individuo possa pervenirsi attraverso l’applicazione dei principi di diritto; e l’altro, invece, ritiene che debba tenersi conto della persona incriminata, del suo essere persona e quindi decidere della sua colpevolezza tenendo bene a mente la dimensione umana, esistenziale oserei dire.

L’epilogo è drammatico non solo per l’esito del dissidio, che non sto qui a rivelare, ma soprattutto per le forti implicazioni giuridiche-esistenziali, se così posso dire, e al tempo stesso filosofiche che a mio parere sembrano scaturire dall’opera.

Uno dei due protagonisti, il giudice Clemente, paradigmatico il nome scelto dall’autore – come afferma la stessa Maria Suma –, si pone un problema di coscienza: come può un giudice condannare un suo simile pur sapendolo innocente? In altri termini, come può un giudice condannare un uomo solo sulla base dei principi del diritto, nonostante i fatti storicamente accaduti depongono a favore della innocenza dell’incolpato?

La coscienza, ritengo, sia un po’ la questione nodale di tutta l’opera, ossia quella componente del nostro “Io” che ci interroga incessantemente e ci pone di fronte alle nostre responsabilità. Chi non ricorda, per citare un’opera letteraria di conoscenza planetaria quale è “Delitto e castigo” di Dostoevskij, dove il giovane Raskòl'nikov, dopo essere stato devastato dai morsi della coscienza, decide di confessare l’atroce crimine e di assoggettarsi alla relativa pena?

La società scopre la coscienza attraverso l’opera di Freud, il quale la descrive attraverso le tre topiche dell’Io, dell’Es e del Super-Io, assegnando a ciascuna di esse una ben precisa funzione.

La letteratura fa sua questa ricostruzione e l’opera di Pirandello partorisce capolavori quali “Uno, Nessuno e Centomila”, e “Il fu Mattia Pascal”, per citarne alcuni.

Teocrito Di Giorgio è, a tutti gli effetti, un pirandelliano perché, attraverso il giudice Clemente del dramma “Le manette”, pone sul tappeto una questione fondamentale: la coscienza.

Ma l’opera contiene anche altri significati.

Se dobbiamo paragonare Di Giorgio alla figura di Pirandello, non possiamo trascurare l’epoca in cui i due vissero e produssero le loro opere letterarie.

L’epoca è il 900, e il Romanticismo, quale movimento culturale che poneva alla base del suo pensiero lo spirito, aveva lasciato il posto al Positivismo, quale movimento culturale che pone a base del suo ideale il progresso scientifico.

Ma siamo anche nell’epoca del “Nichilismo”, come profetizzata da Friedrich Nietzsche, nella quale tuttora viviamo, che si caratterizza per la totale mancanza di valori a cui l’uomo possa ancorarsi, manca, in altri termini, una risposta, che sia una, al “perché”.

Siamo nell’epoca della alienazione dell’uomo, il quale è diventato merce di scambio in un processo consumistico e capitalistico nel quale egli assume valore solo nella misura in cui è in grado di vendere la sua forza lavoro.

I tre maestri del sospetto, Marx, Freud e Nietzsche, hanno sviscerato, ognuno secondi i rispettivi ambiti, molto bene la condizione in cui versava (e tuttora versa) l’uomo moderno.

Dalla fallacia dell’esistenza umana ne nasce uno spaesamento dell’uomo, una frammentazione dell’Io, perché egli non riesce a capacitarsi del fatto che le sue certezze, proprio come il giudice colpevolista del dramma “Le manette”, non possono essere definite tali; non riesce a trovare una risposta al “perché”.

Ecco, io credo che l’opera “Le manette” di Teocrito Di Giorgio, curata da Maria Suma, voglia dirci soprattutto di questo spaesamento dell’uomo, di questa forma crudele di nichilismo alla quale come farmaco sembra esserci solo la pazzia.

Una considerazione finale va fatta anche alle accezioni giuridiche che l’opera importa.

Vi è un moto di coscienza da parte dell’autore, ma vi è anche una esigenza di verità.

Di quale verità?

Nel libro “Il Maestro e Margherita” di Michail Bulgakov, Ponzio Pilato, nell’interrogare Gesù, gli chiede: “E perché tu, vagabondo, nel bazar sobillavi il popolo raccontando della verità, di cui non hai idea? Che cos’è questa verità?” … Oh dèi! Gli pongo domande inutili ai fini del processo … la mia ragione non mi obbedisce più … La verità è innanzitutto nel fatto che ti duole il capo, e ti duole tanto forte da suggerirti vili pensieri di morte. Tu non solo non hai la forza di parlare con me, ma ti è persino difficile guardarmi. E ora io involontariamente sono il tuo torturatore, e questo mi addolora”.

La verità cui tende il processo, e in particolar modo il processo penale, è una verità processuale alla quale si accede attraverso lo svolgimento del processo secondo le norme che lo disciplinano: il giusto processo, come mirabilmente affermato in sede di presentazione la curatrice avvocatessa Maria Suma.

Al processo non interessa la verità storica, ossia la verità scaturita dai fatti fenomenologicamente verificatisi; quei fatti, perché possano dirsi a fondamento della responsabilità penale del soggetto imputato, debbono cristallizzarsi davanti agli occhi di un soggetto terzo ed imparziale, quale è il giudice, che dovrà poi in relazione alla loro sussistenza o insussistenza giudicare, quindi condannare o assolvere.

Capite allora quale compito immane spetta al giudice, quello di trovarsi di fronte a fatti anche di una certa crudeltà e tuttavia assumere decisioni prescindendo dagli stessi qualora non risultassero provati secondo le norme.

Come dire che forse sono le norme le sole portatrici di verità, di tante verità o di nessuna verità.

Come vedete, siamo a Pirandello o, se preferite, a Teocrito Di Giorgio.

Infine, desidero esprimere il mio ringraziamento a Maria Suma per avermi fatto conoscere quest’opera di Teocrito di Giorgio, a me sconosciuta, e per l’eccellente lavoro di ricerca svolto, che, come innanzi già detto, ci auguriamo possa trovare in tempi brevi la necessaria pubblicazione a beneficio della collettività.

Un ringraziamento lo devo anche a Ciccio Urso per la sua instancabile attività culturale che quotidianamente svolge in favore della collettività avolese, sebbene questa non ne dimostri riconoscenza.

Un particolare omaggio voglio indirizzarlo alla bella Liliana che, con la sua dolcezza, è riuscita ancora una volta a solleticare le corde del cuore con le sue canzoni ed in particolare con il brano “Salve sono la Giustizia” dei Nomadi, a me totalmente sconosciuto.

Come vedete, non si smette mai di imparare.

Ecco, questa potrebbe essere la verità!

Avola, 8 luglio 2018

Leonardo Miucci
68) Angelo Fortuna  Maschio
fortunangelo@tin.it
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Martedì, 30 Maggio 2017 14:51 IP: 176.32.21.6 Scrivi un commento Invia una E-mail

Giuseppe Pignatello
Il dialetto della mia terra natia
(Il Siciliano della mia Avola)
2017, 8°, pp. 616, ill.
€ 27,00


Considerazioni su “Il dialetto della mia terra natia…” di G. Pignatello


L’opera postuma, complessa e corposa, “Il dialetto della mia terra natia al vaglio dell’esperienza critica e dell’assimilazione personale (il Siciliano della mia Avola)” di Giuseppe Pignatello esige, per chi vi si accosta, un chiarimento preliminare. Anzitutto, il ripetersi già nel titolo dell’aggettivo possessivo “mia terra natia” e “mia Avola” rivela una incondizionata adesione emotiva e un amore senza misura per la sua città natale da parte dell’Autore, che ad essa ha dedicato il più e il meglio della sua produzione letteraria. Basti fare, a tale riguardo, un semplice riferimento ai due volumi di “Avola degli Anni Trenta” (Catania, Istituto Siciliano di Cultura Regionale, 1978), alla “Guida di Avola” (Ispica, Martorina, 1980, seconda edizione 1993) e ad “Avola dalla Preistoria al Duemila” (Rosolini, Santocono, 2007), per rendersi conto di questo suo viscerale attaccamento al suolo natio.
In secondo luogo, va subito evidenziato come il suddetto titolo sia fortemente riduttivo rispetto alla copiosa materia trattata con sicura competenza e meticolosa applicazione, dopo lunga e meditata preparazione. Non siamo dinanzi a una semplice lista di vocaboli tratti dal vernacolo avolese, a una fredda raccolta di termini in ordine alfabetico del patrimonio lessicale locale.
“Il dialetto della mia terra natia al vaglio del’esperienza critica e dell’assimilazione personale (il Siciliano della mia Avola)” è il risultato di un vasto progetto di lavoro articolato, multiforme e originale nella sua impostazione: una summa, una trattazione organica dei modi di essere, elaborati, praticati e passati al vaglio di molti secoli di esperienza dalla 'gens hyblensa', da sempre distintasi per la sua laboriosa operatività, che le ha consentito di affrontare con dignità fasti e nefasti della sua comunitaria avventura esistenziale.
Siamo dinanzi al frutto di una fatica certosina che solo la curiosità intellettuale e la dedizione costante di un innamorato dell’avolesità poteva concepire e portare a compimento, lumeggiando il genio della comunità sociale di Avola, che si esprime attraverso il suo particolare dialetto, rigorosamente autonomo rispetto alle parlate dei centri viciniori.
La plurisecolare saggezza e l’identità culturale e umana degli avolesi trovano, secondo il Pignatello, la loro sedimentazione più convincente in quello che egli identifica come “sermo cotidianus”. Egli è persuaso che il “parrari a carcarara” vada praticato nella quotidianità, proprio per evitare alle nuove generazioni di avolesi il rischio della perdita della ricchezza delle proprie radici. Della suddetta espressione, “parrari a carcarara”, lo scrittore offre con immediatezza la spiegazione, chiarendo che l’espressione deriva da “carcara”, fornace calcinatoria dove “u carcararu” cuoceva la calce viva, “caucina virgini”; pertanto in dialetto stretto equivale a parlare alla buona. Si tratta insomma della rivalutazione del “sermo humilis” che, secondo lui, “s’avissa a sturiari ni li scoli” (si dovrebbe studiare nelle scuole).

Ecco perché esterna il proprio compiacimento nel constatare come il suo desiderio non sia un’utopia. Con ogni probabilità egli si riferisce alla legge regionale n. 85 del 8 maggio 1981 sull’insegnamento del siciliano nelle scuole di ogni ordine e grado, che, peraltro, non ha mai avuto reale applicazione. Allo stesso modo, più di recente, un ulteriore disegno di legge in tal senso, approvato dalla Commissione Cultura del Parlamento Regionale nel 2011, è rimasto lettera morta. Il che non mortifica ma potenzia il valore del suo voluminoso lavoro linguistico-filosofico-letterario-sociale: un dono alla comunità avolese e non solo.
Una così meticolosa attenzione alla parlata locale della città dell’Esagono si spiega anche con il timore che si voglia toglierle diritto di cittadinanza in nome di una malintesa emancipazione culturale, che si esprime nel pregiudizio secondo cui il dialetto, posto incautamente per ignoranza alla stregua di una rozza deformazione della lingua nazionale, profanerebbe l’inviolabile tempio del sapere accademico. È questa anche una frecciata contro gli ammalati di snobismo, che vorrebbero confinare nell’oblio la ricchezza culturale e umana di cui il dialetto è veicolo privilegiato.
Gli si farebbe torto, però, se la sua ricerca di modelli comportamentali che costituiscono il modus essendi degli avolesi fosse interpretato come invito a una sorta di chiusura paesana: un’incongruenza al tempo del “villaggio globale” teorizzato da Marshall McLuhan. In realtà, la sua particolareggiata incursione nel cuore della avolesità è un appello a battersi “per la crescita morale e civile della comunità avolese” e un invito a non trascurare “il sermo cotidianus” perché “molta parte della nostra vita trova in esso riscontro”.
Un’opportuna precisazione chiarisce il taglio specifico della sua densa trattazione: “Non essendo opera di un glottologo o filologo – dichiara – (questo lavoro) non ha la pretesa di una rigorosa ortodossia nell’analisi etimologica di tutti i termini, ma di evidenziare il senso in essi racchiuso, talora il più recondito”. Ciò non toglie che egli abbia consultato svariati e autorevoli dizionari del siciliano dall’ “Introduzione allo studio del Dialetto Siciliano” di Corrado Avolio (Noto, Zammit, 1882) al “Nuovo Dizionario Siciliano-Italiano” di Vincenzo Mortillaro (Palermo, Vittorietti, 1971), al celebre “Vocabolario Siciliano” in cinque volumi di Giorgio Piccitto, portato a compimento dopo la prematura scomparsa dell’entusiasta iniziatore da Giovanni Tropea e infine da Salvatore Carmelo Trovato (Catania – Palermo, Centro di Studi Filologici e Linguistici Siciliani, 1997 – 2002), al “Vocabolario Etimologico Siciliano” di Alberto Varvaro (Palermo, C.S.F.L.S., 1986) e a tante altre opere che hanno curato particolarmente l’aspetto dell’etimologia. Certamente notevole è l’aiuto che il Pignatello ne ha ricavato. Va precisato tuttavia che, il più delle volte, quanto all’etimo dei termini, egli ha adottato il criterio della verosimiglianza, “fondandosi sull’intuizione, sulla critica, sull’esperienza, sull’assimilazione personale, aiutate e confortate dalle (sue) reminiscenze classiche”.
Queste qualità troviamo agevolmente nell’impegnativa introduzione su “La facoltà del parlare ed il linguaggio”, trattata dal punto di vista filosofico, fisiologico, psichico e sociale, senza escludere le sue convinzioni religiose. Che cosa rappresenta per lui il cervello? “E’ il ponte di coniugazione fra la realtà spirituale e quella materiale, che, nel loro complesso armonico, formano l’uomo; è lo strumento delle operazioni dello spirito umano”. Non ci stupisce dunque che l’Autore citi a questo punto San Tommaso d’Aquino, là dove il doctor angelicus affermava che l’anima, pur essendo ovunque nel corpo con la sua piena essenza, si manifesta con potenza diversa nelle varie parti di esso. Tale premessa gli serve per affermare che la “mirabile sintesi di senso, intelletto e movimento, ricca di quell’altissima carica psicologica che solo la natura possiede, si attua nella funzione del linguaggio”.

Queste espressioni richiamano irresistibilmente alla memoria le elaborazioni filosofiche di Louis de Bonald (Millau, 1754 – 1840), fondatore della sociologia ben prima di Emile Durkheim (Epinal, 1858 – Parigi, 1917) e precursore dello strutturalismo. Come è noto, lo studioso francese, specialista dei meccanismi della facoltà del parlare, individuava nel linguaggio, non solo la radicale differenza ontologica tra l’uomo e l’animale, ma anche la prova più evidente dell’esistenza di Dio. Il che è implicito anche nel Pignatello, allorché non esita a sostenere che “per l’uomo il linguaggio esprime tutta la sua natura razionale, la sua potenza spirituale, la sua ricchezza interiore, quel quid imponderabile che trascende la materia”. Che cosa sia per lui, cristiano-cattolico convinto e praticante, quel quid è facilmente intuibile dalla seguente conclusione: “La parola è veramente λόγος (logos)”. Il che Louis de Bonald avrebbe sottoscritto senza indugio.

Di fondamentale importanza per penetrare all’interno dello spirito dell’opera e riviverne l’avventura è il primo capitolo: “Il Dialetto della mia terra natia al vaglio dell’esperienza critica e dell’assimilazione personale”. L’Autore esplicita il ruolo e il significato che la parlata popolare assume nella vita di ciascuna persona: “Il dialetto è il linguaggio che occupa il posto predominante nella vita di relazione e quindi ha strettissimi rapporti con parecchi momenti del nostro curriculum vitae”. Il Pignatello ricorda con particolare commozione “che le nostre mamme ci hanno trasfuso il dialetto assieme alle cure e all’alimentazione infantile”. Irresistibilmente allora il suo pensiero vola al periodo pre-scolastico e alla scuola elementare dove apprese “il sillabario ed i primi rudimenti della nostra lingua nazionale assieme alla lettura e allo scrivere”. Da quel momento il dialetto fu per lui, come, d’altra parte, per la totalità dei fanciulli suoi coetanei, veicolo di conoscenza diretta ed immediata dell’anima popolare, degli usi, costumi e folclore locale. Nel corso della sua esistenza, in nessun momento considerò l’espressione vernacolare come una limitazione o una profanazione del tempio del sapere. Al contrario, lo studio dell’italiano, del latino e del greco gli permise di scoprire e di porre in evidenza le ricchezze nascoste nel “sermo humilis”.
Una volta fatte queste precisazioni, l’Autore si impegna in una full immersion nel vernacolo avolese, che, insieme a indubbie e sostanziali affinità con le altre parlate siciliane, ha caratteristiche sue proprie, nella terminologia, nella pronuncia, nell’intonazione, nella scrittura.
È a questo punto che, segnalando il mutamento della d in r (dente – renti), della b in v (banco – vancu) ecc., prendendo a modello l’italiano, si sofferma sul cambiamento della doppia ll nella doppia dd, vale a dire nella cacuminale DD, il cui suono si articola appoggiando la parte anteriore della lingua al palato (quello – chiDDu, capello – capiDDu, stella – stiDDi e così via). In tutta l’opera egli trascrive la cacuminale DD appunto con due d maiuscole. Si tratta, beninteso, per intenderci, della famosa doppia d sonante, tipica della maggioranza dei vernacoli siciliani, assai vicina nella pronuncia alla d della lingua inglese, per es. del verbo “to do” (fare).
Il resto del primo capitolo è una puntuale analisi degli aspetti grammaticali e sintattici del dialetto avolese, su cui il lettore potrà indugiare per le sue personali riflessioni in merito a certe particolarità e diversità rispetto ai dialetti dei centri vicini. Per quanto ci riguarda, ci soffermiamo soltanto sull’imperfetto indicativo dei verbi della prima coniugazione, le cui desinenze sono completamente diverse da quelle riscontrabili in tutti gli altri dialetti di Sicilia. Se prendiamo ad es. il verbo “cantari”, notiamo che l’imperfetto in avolese è il seguente: “Iu cantàia, tu cantàitu, iddu cantàia, nui o nuiàutri cantàimu, vuiàutri cantàivu, iddi cantàinu”. In vernacolo netino, pachinese, rosolinese ecc., invece, così suona: “Iu cantava, tu cantàvutu, iddu cantava, nuiàutru cantàvumu, vuiàutri cantàvutu, iddi cantàvunu”.
Un’altra annotazione di sicuro rilievo per la collocazione geografica e le particolarità del dialetto avolese riguarda il fatto che Avola costituisce la città-soglia nella quale il chiù tipico del dialetto siracusano e degli altri centri del nord della Sicilia si trasforma in ciù. In una parola, “a chiavi appizzata o chiovu” diventa nella città dell’Esagono “a ciavi appizzata o ciovu”, come avviene in tutti gli altri centri del sud-est siculo.
Altra particolarità della parlata avolese è costituita dall’uso molto moderato delle dittongazioni: l’esatto contrario di quanto avviene nella Perla Barocca a sette chilometri di distanza, dove in dittongazioni si abbonda al punto che ivi Noto nel dialetto locale si pronuncia Nuotu. Ma su questo punto gli esempi potrebbero essere centinaia. Ci limitiamo soltanto ad alcuni termini avolesi come ventu, sentu, serra, vegnu, tempu, che, a Noto e in tutto il sud-est diventano vientu, sientu, sierra, viegnu, tiempu. Altra specificità linguistica esclusiva della città esagonale è la trasformazione di stra e stru in scia e sciu, per cui minestra diventa minescia e mastru masciu. Ben nota l’espressione siciliana che recita: “O ti mangi sta minestra o ti jetti ra finestra” che, ad Avola, così suona: “O ti mangi sta minescia o ti jetti ra finescia”.
Ma eccoci pervenuti al capitolo centrale, il secondo, che rappresenta circa i quattro quinti dell’intera opera e riguarda il “Dizionario Dialettale Comparato”, che ha pure un sottotitolo “Demopsicologia (Endoscopia Popolare)”. Va subito precisato che il suo Dizionario non si esaurisce in un comune vocabolario, “ma si propone il fine di far conoscere, nei suoi vari aspetti, il mondo della gente che parlava la lingua che costituisce l’argomento di questo modesto lavoro”. Va rilevato che il dizionario non si limita alla elencazione alfabetica dalla a alla zeta di vocaboli dell’avolese, ma contiene detti, proverbi, locuzioni proverbiali, adagi, massime, sentenze, espressioni tipiche popolari, motti, aforismi, facezie, arguzie, anch’essi alfabeticamente trascritti utilizzando la lettera iniziale della prima parola di ciascuno di loro per stabilirne la collocazione in seno al Dizionario.
Una puntigliosa verifica delle voci registrate nell’opera ci pone dinanzi alla presenza di circa 4200 termini, a cui bisogna aggiungere un migliaio di detti, precisando che con questo termine indichiamo l’insieme dei suindicati proverbi, adagi, sentenze ecc. Dunque, nel complesso siamo dinanzi a circa 5200 voci, a cui vanno annesse 100 locuzioni proverbiali dialettali che il Pignatello ha collocato in un capitolo a parte, dal titolo “Antologia di cento locuzioni proverbiali dialettali fuori testo”, prese dalle miriadi – così asserisce espressamente – esistenti nel dialetto di “Avola di ieri” e ancora fiorenti ai nostri giorni.
A tutto ciò, bisogna associare un altro migliaio di detti, riportati e il più delle volte tradotti e comunque spiegati in italiano. Numerose sono anche le citazioni di termini arabi, greci, latini, italiani, francesi, spagnoli, turchi ecc. che, a suo avviso, aiutano a spiegare l’origine e la presenza nel vernacolo avolese delle parole e locuzioni da lui registrate nel Dizionario. Non di rado, poi, quando il risalire all’etimo è dubbio o non convincente, l’Autore si affida al suo fiuto di uomo di cultura, alla sua erudizione e alla sua esperienza di vita.
A questo punto non possiamo eludere alcune considerazioni che ci vengono imposte dai conteggi numerici effettuati e sopra riportati. Il Pignatello registra dunque circa 4200 vocaboli del dialetto avolese che arricchisce con i numerosi detti. Malgrado tutto ciò, se consideriamo che un normale vocabolario – italiano, francese, tedesco, spagnolo, ma anche siciliano – contiene da 20000 a 30000 voci e oltre, ci chiediamo quale sia stato il criterio dell’Autore nell’escludere gran parte dei vocaboli peraltro di uso comune. Ci limitiamo a qualche esempio per meglio intenderci. Non c’è traccia nel suo Dizionario di termini di uso quotidiano come “maestru”, “prufissuri”, “bidellu”, “divanu”, “segretariu”, “caccia”, “cacciaturi”, “miningiti o meningiti”, “pleuriti”, “tila” (tela), “sacristanu o sarristanu”, “sogghiru/a” (suocero/a), “jenniru” (genero), “nora” (nuora), “cucinu/a” (cugino/a), “ziu/a”, “ottobri o utturuu”, “ricembri o ricemmuru”, “novembri o novemmuru)”, “campusantu”, “firraru” (fabbro ferraio), “pinnula” (pillola) et cetera et multa cetera.
Non avendo la possibilità di confrontarci con lui per ottenere una chiarificazione plausibile, non possiamo esimerci dall’obbligo di formulare alcune ipotesi esplicative. In primo luogo, è probabile che egli abbia limitato il suo interesse ai vocaboli che maggiormente caratterizzavano il dialetto stretto avolese degli Anni Trenta del Novecento. Se così fosse, verrebbe potenziata la convinzione, che poi è un dato di fatto, che suo obiettivo nel redigere il Dizionario è di sostenere la memoria storica dell’essere avolese in forma simpaticamente estremista, fornendoci una summa della condizione esistenziale dei suoi concittadini con particolare riguardo a quelli di modesta condizione, prima che il vento di una dubbia emancipazione e di uno sviluppo schizofrenico, disordinato e senza progetto ne scuotesse dalle fondamenta i valori umani conquistati nei secoli, esponendo l’essenza della avolesità al rischio di estinzione, tutt’altro che peregrino nell’epoca della globalizzazione.
Ad ulteriore conferma di questa ipotesi osserviamo l’esclusione di vocaboli come “radiu”, “televisioni”, “schermu”, “canali”, “comodinu”, “settimanili”, “terrazza”, “albergu”, “nuvula”, “cassettu”, “immagini”, “cuperta”, “linzolu”, “tavulu”, “vacca”, ma l’elencazione potrebbe continuare con centinaia, anzi migliaia d’altre voci mutuate dalla lingua italiana e non originariamente sorte in seno al dialetto né sottoposte alla sua mediazione. A maggior ragione, l’assenza totale di termini attinti o desunti dalla cibernetica, dall’informatica, dalla telematica e dalle neuroscienze non ha bisogno di alcuna spiegazione. Nulla essi hanno a che vedere con il dialetto stretto che, negli anni pre-bellici e fino a buona parte degli anni Cinquanta, era predominante ad Avola, come in tutto il resto della Sicilia, rispetto alla lingua nazionale che già subiva, a sua volta, le prime contaminazioni dall’inglese e dai linguaggi scientifici internazionalizzati. Non si tratta – è bene chiarirlo – di opposizione acritica ai fenomeni della modernità e post-modernità, ma di semplice fedeltà alle finalità che egli si proponeva nel suo vastissimo e impegnativo lavoro, da cui emerge la palpitante identità culturale e la ricchezza spirituale del popolo avolese e del suo molto colorito vernacolo.
L’impegnativo lavoro di Giuseppe Pignatello, modello esemplare dell’avolese laborioso, tenace e determinato nel portare a termine ogni fatica a qualunque costo, contiene un capitolo, il quarto, intitolato “Le Denominazioni”, che elenca in ordine alfabetico ben 226 toponimi del territorio avolese, assicurando sempre un’adeguata spiegazione della loro origine e significazione.
Al punto b del capitolo quarto troviamo una lista di 92 nomi propri di persona, ma con tutta evidenza volontariamente non esaustiva, al punto da escludere, solo per attestarci a un solo esempio tipico, il nome di Sebastiano, “Vastianu” o “Janu”, che è di gran lunga il più comune ad Avola grazie al fatto che il compatrono locale, accanto alla patrona Santa Venera, è San Sebastiano. L’Autore sceglie e riporta, in realtà, i nomi propri sovente con i diminutivi caratteristici se non esclusivi del luogo e precisa che ha considerato l’onomastica avolese “nell’uso, nel costume e nell’humour popolare della Avola di ieri”. Ecco perché nomi propri come Vastianu o Armandu, così per dire, non avrebbero aggiunto alcunché a quanto già metabolizzato linguisticamente dalla popolazione avolese.
Pregevole infine è l’appendice con componimenti di tre poeti dialettali locali. Struggenti i versi che il contadino analfabeta Antonino Inturri, inteso Lucerta, analfabeta, cieco e abbandonato dai figli, compose in memoria di sua moglie Angela Cassibba, morta tragicamente il 1° novembre 1881 in contrada Cavalata, in seguito allo straripamento del torrente a causa delle incessanti piogge.
Ne trascriviamo alcuni: “Arma di lu mè pèttu Angilìna/ a lu to spùsu mmèmzu ‘e vài lassàsti,/ n-n’avìssi agghiurnàtu mai ssa matìna/ jòrnu ri tutti li Santi ‘nnuminàtu” (“Anima del mio cuore Angelina/ il tuo sposo hai lasciato in mezzo ai guai,/ ah se non si fosse fatto giorno quella mattina/ giorno di tutti i Santi nominato”).
Ci sembra questa una conclusione idonea per porre in evidenza, più che l’opportunità, la necessità storica del voluminoso trattato di Giuseppe Pignatello, che, con scienza, coscienza, umiltà e sapienza ha rappresentato con grande efficacia la straordinaria vitalità e i notevoli pregi del dialetto avolese, del “sermo humilis” della sua amata terra natia.
Un tesoro che spetta agli avolesi, ma anche ai linguisti e agli appassionati di demologia, custodire rispettosamente e con amore.

Angelo Fortuna
67) Gracia Maria Schirinà 
graziamaria.schirina@gmail.com
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Lunedì, 17 Ottobre 2016 17:30 IP: 151.35.146.61 Scrivi un commento Invia una E-mail

Umberto Confalonieri
È gioia anche per voi – POESIE
2016, 8°, pp. 56
Libreria Editrice Urso
Collana "ARABA FENICE" n. 229
€ 10,00 – ISBN 978-88-6954-060-8


Salone Paolo VI, Avola 14 ottobre 2916

Nuove note per Umberto: È gioia anche per voi

Da settembre a settembre, un percorso che nell’immaginario poetico dura un anno, un anno nel quale si cerca di fare chiarezza, anche se da Settembre a Un altro settembre, gli ossimori presenti lasciano presagire che in questa ricerca c’è ancora una fase di incompiuta indeterminatezza. Così il tepore che avvolge, nella prima lirica, diventa straziante e, nell’ultima, le ferite sono gioiose. Ma settembre è il mese d’inizio in cui ci si rimette in movimento dopo la pausa estiva, che ci ha regalato momenti vari e diversi; è il mese del bilancio e della speranza, tempo di fine e di inizio di nuovo cammino e di nuove speranze.
È il periodo del bilancio, ma, la cosa più importante, in questo percorso, è avere la consapevolezza di avere conosciuto il sé nascosto nelle intime fibre del proprio cuore (36).
In tutto 45 liriche in versi liberi e di varia lunghezza, testimonianza di vita vissuta nella sofferta ricerca del senso da dare alla propria vita.
Da queste liriche si deduce la sensibilità del poeta, la gioia di vivere e la volontà di fare chiarezza nelle scelte di vita, allontanando il superfluo che addobba il fuori e inaridisce l’animo (18). Non consiste nel culto dell’esteriorità l’amore che andiamo cercando (pag. 42); l’amore per il quale si vive non appartiene al mondo fisico, non è fatto di materia ma di puro spirito, anche se la sua manifestazione fisica la possiamo vedere trasparire attraverso lo sguardo, riflettendo le pupille in quelle dell’altro, soprattutto quando l’altro è un’umanità sofferente, bisognosa di aiuto. È un amore disinteressato. Quando ciò si verifica e si entra in sintonia, lo stesso sguardo inebria e fa cadere in amore (20), quasi in un processo estatico e purificante nello stesso tempo.
I contenuti sono critici e riflessivi nei confronti dei comportamenti personalissimi e di chi gli sta accanto, volti alla ricerca di sé tramite un linguaggio lirico e composito allo stesso tempo, nel quale predomina un Tu ora scritto in maiuscolo ora in minuscolo, a fare notare la differenza concettuale del proprio percorso, in un atteggiamento che va dal Trascendente all’uomo e viceversa. A volte un po’ oscuro, il linguaggio adoperato è tuttavia carico di una forte spinta emozionale, determinata dalla adesione vissuta alla tematica trattata.
Il dubbio e la ricerca di sé, che pervadono tutta la silloge, s’incrociano col bisogno dell’altro che non può essere dimenticato (11); solo con l’ascolto ogni incomprensione può essere dissipata e la parola diventa latrice di conforto e schiude il cuore alla speranza.
Se tuttavia l’apertura all’altro è importante, e ne è testimonianza anche il tu generico di riferimento, mi piace cogliere in questi versi un percorso in solitudine, perché solo facendo deserto si può entrare nell’intimo e ritrovare non solo se stessi, ma addirittura un dialogo con il Trascendente, un intimo conforto di cui si va alla ricerca (12).
Come si diceva, i temi fondamentali sono quelli relativi alla scelta di vita (13), al tempo che avanza con la paura che sia infruttuoso (15) e alla consapevolezza degli errori commessi, anche quando dopo le cadute c’è sempre la capacità di rialzarsi, di guardare con bonaria serietà alle proprie difficoltà (34) e di andare incontro ai propri sogni (17); la paura inoltre che le proprie preghiere non vengano ascoltate e di non riuscire a operare secondo il progetto di vita che lo riguarda (18).
La vita, sebbene il dono di sé è vero e appassionato, non è mai facile, perché le fatiche riescono a piegare il corpo.
Ogni tanto fotogrammi del precedente vissuto riaffiorano alla memoria quasi a voler evidenziare un prima e un poi dello spaccato di tempo vissuto; spezzoni di vita diversa e certamente più spensierata rispetto alla nuova consapevolezza (19/30), che sembra di tanto lontana e che invece è ancora alle porte, anche se sentirsi legato a una storia, seppur piccola, determina il senso dell’appartenenza a una comunità, ed è rassicurante fare parte di un tutto al quale si appartiene (38); l’orizzonte ora si fa più chiaro ma la situazione di crescita comporta un senso di dolore anche fisico che stringe il cuore mentre la vita va avanti e la mente vola oltre (24) e si dirige verso gli affetti più cari, al calore misericordioso del padre (25) e alla carezza della madre (27) sul cui volto, quandanche stanco, risplende il sorriso (40), alle preoccupazioni di entrambi dinanzi alle quisquilie quotidiane (37).
Ma bisogna imparare a conoscersi, a sapere qual è il progetto di vita personale, il colore e il sapore della vita e la risposta, che il poeta si dà, è che, solo vivendo il dono di cui si è portatori inconsapevoli, si troverà la chiave dell’amore (26). Solo infiammati così si può andare avanti con fiducia e percorrere il cammino assegnato.
Se poi, come è il caso del nostro autore, a infiammare è la fede, allora tutto diviene realmente più semplice e la gioia della vita verso cui si tende, pur quando la fatica del cammino intrapreso sarà pesante (35), diventa la realizzazione di un sogno, il proprio sogno, che non bisogna mai dimenticare (32); in definitiva, diventa Amore (31) per l’umanità intera.
Cuore e testa, se riescono ad andare in sintonia, riusciranno a produrre i fotogrammi della vita tra i sogni e la realtà (21), a trovare la necessaria forza di decidere in autonomia e scansare l’umana indifferenza (44).
L’uomo è solo sempre di fronte alle scelte individuali, ma la solitudine è proficua, perché apre le porte della comprensione, dell’ascolto e della giustizia (50); e tuttavia le sue giornate, se vissute in sintonia con se stessi, saranno piene di gioia, di speranza nel dolore e di promesse di certezze (45): sarà gioia anche per lui. Certamente il periodo intercorso tra un settembre e l’altro ha aperto cuore e mente in solitudine e ascolto, ha determinato nuove conoscenze ed esperienze che hanno favorito una nuova maturità. Si può dunque ripartire verso una nuova ricchezza.
Grazia Maria Schirinà
66) Benito Marziano  Maschio
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Giovanni Stella, Gelsomino d'Arabia, Libreria Editrice Urso, Avola

Giovanni Stella, Gelsomino d’Arabia, Libreria Editrice Urso, Avola

“Mi fanno pensare sia al Cantico dei Cantici ‒ scrive Giorgio Bárberi Squarotti di queste poesie di Giovanni Stella ‒ per la splendida esaltazione dell’amore, dei sensi e dell’anima, sia la poesia araba e persiana dei secoli antichi, luminosamente erotici”.
Tali parole dell’illustre critico sintetizzano pienamente l’essenza di questo lungo canto d’amore, uno splendido sogno che l’amico Giovanni Stella regala al piacere dei lettori. Dirne qualcosa, dopo tale autorevole giudizio, da parte mia, potrebbe apparire un po’ una presunzione, ma le mie brevi considerazioni non vogliono essere altro che l’espressione delle emozioni che da lettore ho avvertito nel leggere questo fantasioso inno d’amore dedicato non a una donna, ma alla donna, alla donna essenza della vita, o della primavera, come lui la definisce: Odalisca, fiore tra i fiori, cupido nascosto / che colpisci a morte, della primavera / sei l’ essenza pura.
È l’amore di ogni uomo, quello che canta Stella nei suoi versi, o, più esattamente, l’amore di ogni essere umano, quell’amore che riporta alla completezza dell’unicità le due parti che si ritrovano e ricostituiscono l’essere che Giove aveva separato, perché … l’essere umano da solo / è la metà del suo intero, / come avvertì Platone nel Simposio.
L’amore è veramente completo quando coinvolge interamente come un solo essere i due amanti che vivono interamente l’uno per l’altro, e la lontananza è sofferenza e spasmodico desiderio di un nuovo incontro, di amarsi ancora.
È l’eterno binomio dell’amore: presenza ‒gioia‒ euforia : assenza ‒ dolore‒ abbattimento, dove incerti sono i confini fra l’uno e l’altro dei due termini.
Ma l’amore è anche carnalità, sensualità, elementi che ne costituiscono la sostanza prima, esaltati sin dall’origine dei tempi, dal giuoco di offrirsi e ritrarsi, di mostrarsi e nascondersi, di inseguire e lasciarsi inseguire, se è vero che Salomè nel giuoco di mostrare e celare le sue forme mentre danza fa impazzire di desiderio Erode. Ed è comprensibile che accada a ogni uomo di sentirsi totalmente irretito dalle arti seduttive della donna che sa giocare sulle trasparenze e la nudità, su quel mostrare e nascondere, su cui, a volerci pensare, ha molto aggio la moda femminile. E così accade al Nostro: Così mi piaci, Odalisca dai tanti veli / multicolori.
E prevedere la naturale decadenza, la sfioritura di quel corpo così desiderato e amato addolora l’amante già ora mentre ancora ne gode con tutti i suoi sensi la bellezza e la freschezza delle carni. E lo rode il desiderio assurdo, impossibile di conservare per sempre quella sua bellezza e quella sua giovinezza. E, come sogno, il poeta lo risolve: novello Ulisse scalerà monti, attraverserà luoghi impervi, navigherà per mari in tempesta alla ricerca dell’elisir di lunga giovinezza / perché possa conservarti, / oggi e sempre, / così come sei, / dolce indescrivibile splendore.
Sarebbe però, a mio giudizio, errato limitare all’amore fisico, passionale la cifra di questo componimento poetico, perché, come il poeta stesso ci chiarisce, “Odalisca” è la donna idealizzata, irreale che sta tra l’onirico e l’immaginario, eterea, incorporea: come la nuvola evanescente che ti ha / generato… Non è più soltanto l’incarnazione della seduzione e della passionalità, il corpo che profuma d’Arabia, ma è, anche, più che la donna, la personificazione del desiderio. Se fosse reale, potrebbe, come dice il poeta, cambiare la vita dell’innamorato: Come l’Araba fenice / sono ritornato a nuova vita.
Quella vita che è veramente tale soltanto accanto a lei … gioia nella gioia, / che merita di essere vissuta / interiormente intensamente / è questa, soltanto questa. / Non altra.
“Tutto il resto è noia”, ci verrebbe da aggiungere, ricordando Leopardi.

Benito Marziano


   
65) Benito Marziano 
benito.marziano@virgilio.it
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Salvo Di Pietro, Viaggi da Fermo, Libreria Editrice Urso, Avola 2014  

… Scrivere è viaggiare da fermo, andare lontano, ritornare migliori di quanto si è partiti,… Queste poche parole che non esito a dichiarare senz’altro se non l’unica, certamente, la più vera e più profonda molla dello scrivere, sono quelle iniziali del primo di quattro brevi motti che Salvo Di Pietro appone in esergo al racconto che dà il titolo a questa silloge di otto “storie”, come a lui piace chiamarle. Silloge piccola nel formato, ma notevole nei contenuti.
Sono quasi dei viaggi interiori, in noi stessi, quelli dei protagonisti di questi racconti, quei viaggi che, solitamente, quando siamo soli, intraprendiamo andando a scandagliare i penetrali più reconditi della nostra coscienza, che ci mondano, in un certo qual modo, ponendoci di fronte alle nostre meschinità nel confronto immaginario con persone reali. E ce ne possono derivare nuove convinzioni, nuovi sentimenti e, magari, possono suggerirci maggiori indulgenze verso gli altri e il coraggio di ridimensionare, di contro, quelle verso noi stessi.
E, chissà, che questa sorta di catarsi non possa originare in noi frammenti di quella felicità che, ci ricorda Di Pietro, consiste di attimi rubati alla malinconia.
Malinconia che aleggia in tutti questi racconti, senza che l’autore si lasci mai pienamente avvinghiare dal pessimismo. I protagonisti di queste storie vivono le loro vicende dolorose, a volte drammatiche, con dignitosa sofferenza, senza mai cedere a stati di esasperazione. Così, in 10 Da Fermo, dove i sogni abbastanza realistici di Fermo, di potere giocare in una vera squadra di calcio, e che come tutti i sogni, forse è meglio lasciarli nei cassetti, vanno a infrangersi nella malaugurata rottura dei legamenti del ginocchio sinistro,perché più che realizzarsi, i sogni, facilmente, si tramutano in pesanti delusioni. E Fermo, da promettente calciatore in campo col numero 10, si riduce a un 10 da fermo.
Ma ciò non comporta per lui il lasciarsi andare e il compiangersi nell’inerzia, perché vivere da10 è vincere anche nelle sconfitte. Non sono singole persone, infatti, i numeri 10 di Di Pietro, sono categorie di lottatori, lo sono alcuni calciatori come Maradona e altri, ma lo sono anche Pasolini per tutto ciò che diceva e per come lo diceva; Gino Strada è un 10 da fermo perché ci fa sentire tutti degli stopper; e Neve perché ha sempre un sorriso per tutti.
In questa varia galleria di casi umani incontriamo, soprattutto, i più deboli, i più esposti, i più indifesi di fronte alle avversità del vivere; persone che affrontano i loro tanti problemi, le loro inquietudini, le loro quotidiane difficoltà, ma anche le lotte che a volte sono costretti a intraprendere per conquistare un minimo di dignitose condizioni di vita. Questo ci ricorda il racconto La memoria del cuore, che ci riporta indietro nel tempo alle lotte dei braccianti di Avola di quel maledetto 2 dicembre 1968, quando questi lavoratori dovettero combattere un’assurda lotta impari, pietre contro mitra, hanno vinto le pietre, scrive, quasi a confermare che quando l’uomo si batte per i suoi diritti può vincere anche contro un avversario assai più forte, pur in questo mondo ingiusto, imperfetto, dice Savvo, perché ingiusto era allora ed è ancora il mondo. In un mondo perfetto non si lotterebbe per avere diritto all’aumento di 300 lire, scriverà Savvo, che fu tra i protagonisti di quelle giornate, in una lettera a futura memoria a quel figlio che non avrebbe neanche visto nascere.
Vivono, a volte, tormenti e angosce, a volte, sembrano caratterialmente più semplici e superficiali, i personaggi che ci mostra Di Pietro, ma mai sono banali né loro né le loro vicende.
Tormentata, in … ti amo, Punto…, è la vita di quella povera madre e di riflesso quella del figlio, che è scesa dalla vita lo stesso giorno che quella di Corrado (il marito), si è fermata. La sola cosa di cui la poveretta ormai ha veramente coscienza è il cruccio che l’affligge: il pensiero che morendo lei, il figlio rimarrà da solo, e per tale motivo si dibatte tra il desiderio di vederlo sposato e l’angoscia: … e io arrestu sula?... che lamenta quando il figlio la sera vuole uscire proprio allo scopo di trovare una ragazza che possa essergli compagna. E quelle parole, è solo un modo per dirti ti amo, che il ragazzo rivolge alla madre riflettono quello stesso amore di quelle e io arrestu sula? della povera donna che non vorrebbe perdere neanche per un attimo la vicinanza di quell’unico affetto che le è rimasto.
La cupidigia e la vanità umana ci appaiono veramente come misere cose di fronte allo scorrere rapido e inesorabile del tempo: Il denaro toglie l’anima alle persone e alle cose. Tutto è niente, tutto è inutile. Quello che hai oggi, domani è già vecchio, dice Io in Fragolina che regala bolle di sapone al mondo. E le stesse gioie sono di breve durata e, generalmente, di un breve tempo della vita: A 19 anni basta poco per essere felici. Ma anche: Basta poco per essere infelici.
I racconti, dicevo, sono un campionario di casi umani e di vicende che non sembrano scostarsi molto dalla normale vita e che in essa, certamente, trovano ispirazione. È questo, il caso forse più tragico e che ancora rimane come ricordo doloroso in quanti vivemmo quei terribili giorni, della tragedia di Vermicino. Era un giorno nel mondo imperfetto … la notte tra il 10 e l’11giugno del 1981 (La voglia), la notte nella quale ci sentimmo aggrediti da quell’angoscia che attanagliò l’intero paese ancora per alcuni giorni nella speranza rivelatasi poi vana di salvare Alfredino, il povero bambino finito in un pozzo, che tutto il paese pianse.
Sono tante le corde che riesce a toccare Di Pietro di quegli strani strumenti che sono, in fondo, le vite degli uomini con le loro tante varietà. Una corda che risuona anche in altri racconti, trova la sua più alta sonorità in Paso. Il giovane protagonista che, come i ragazzi di quegli anni (ma io direi di ogni generazione), voleva cambiare il mondo, paga un prezzo molto alto per avere creduto in quell’‘isola che non c’è’. Gli vengono strappati, la ragazza che ama e che gli darà un figlio, Jacopo, che lui non saprà di avere avuto e non lo riconoscerà neanche quando il giovane a cui da bambino era stato fatto credere che lui fosse morto, ormai uomo, conosciuta la verità su se stesso e sul padre, lo andrà a trovare nel manicomio dove da anni è rinchiuso, dopo avere trascorso circa cinque anni in galera, prima che venisse accertata la sua innocenza. E da quella prigione ha portato con sé il triste bagaglio della malattia psichica.
È questo, a parer mio, il racconto che tocca più profondamente le corde del cuore, perché la malattia mentale è, forse, quella che più emargina e isola dal contesto sociale, soli nel loro mondo, dice Jacopo dei malati di mente.
Sono questi più o meno i temi che si ripetono, pur nel variare di personaggi e vicende, in tutti i racconti, la cui lettura è sempre piacevolissima e interessante. È, quella di Di Pietro, una scrittura non priva di un’affabulante originalità che appassiona anche il lettore più distaccato o disincantato. È uno stile molto personale, direi. Nelle sue “storie”, il protagonista e il narratore coincidono, e l’autore sembra quasi identificarsi con i suoi personaggi e la narrazione assume a tratti un po’la forma del flusso di coscienza.
Non da critico, ché non lo sono, ma da lettore appassionato di racconti e di romanzi non esito a dire che da un po’ di tempo non leggevo racconti così intriganti e piacevoli. E mi auguro che Di Pietro di “storie” ce ne possa raccontare tante altre.
64) Ettore Spataro  Maschio
ettorespataro@libero.it
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Siracusa
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Domenica, 22 Dicembre 2013 17:00 Host: 93-46-29-244.ip105.fastwebnet.it Scrivi un commento Invia una E-mail

LA CHIUSA DI CARLO di Giuseppe Schirinà


In un palazzo settecentesco, nella Sicilia sud-orientale, dimora il barone Vincenzo Di Frau, insieme alla moglie, donna Nelly e ai due figli Carlo e Cettina. Nello stesso palazzo, oltre alla servitù, vive Saro, nato da una relazione del fratello del barone con una contadina; il barone, per una promessa fatta al fratello, morto durante la grande guerra, lo tiene sotto la sua custodia. Tra Carlo e Saro non si è mai instaurato un buon rapporto, infatti, il figlio del barone fa prevalere la sua posizione di padrone, mantiene un atteggiamento sprezzante nei confronti di Saro, lo tratta con astio e freddezza, ritenendolo un intruso ma soprattutto un rivale. La rottura definitiva, avviene a causa di una donna, che porta la disputa a conseguenze tragiche. Dopo quegli avvenimenti, Saro decide di partire per il Sud America in cerca di fortuna. Tenace e intraprendente, riesce a raggiungere il suo scopo: fare soldi in qualsiasi modo. L’opportunità gli si presenta quando viene assunto come autista da un’azienda malavitosa. Trascorsi diversi anni, ormai ricco e facoltoso industriale, Saro conosce un giovane ingegnere, in visita nella sua industria per apprendere il progresso nel settore chimico. La scoperta, che l’ingegnere era suo compaesano, lo riporta con la memoria negli anni della sua gioventù e pertanto decide, insieme alla sua giovane figlia, di ritornare al suo paese per rivivere il suo passato.
Il tema del romanzo, dal sapore verghiano, analizza il contesto storico, sociale e culturale del popolo siciliano. Il rapporto di sudditanza, un tempo verso nobili, mezzadri e briganti, oggi con i potenti di turno, sottomettendoli ad una cultura di servilismo e rassegnazione. Questi concetti, vengono espressi dall’autore con un linguaggio appropriato, con uno stile descrittivo e fluido facendo prevalere la dimensione spaziale ed emotiva, riesce a cogliere la realtà facendo entrare in gioco tutti i canali sensoriali.

Ettore Spataro
Siracusa 21 dicembre 2013

LA CHIUSA DI CARLO 1984, 8°, pp. 288, € 10,00
Libreria Editrice Urso, Collana "Mneme" n. 4

per saperne di più: http://www.libreriaeditriceurso.com/schirinagiuseppe.html
63) Leonardo Miucci  Maschio
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Martedì, 29 Gennaio 2013 22:09 Host: host149-24-dynamic.55-79-r.retail.telecomitalia.it Scrivi un commento

Giuseppe Marletta, "Le verità inattese", edizioni "C'era una volta"

Ci sono storie che si narrano da sé nel senso che l’autore le ha dentro e non deve fare altro che metterle nero su bianco. Ed è questo ciò che penso dell’ultima fatica letteraria compiuta da Giuseppe Marletta, scrittore di narrativa alla sua seconda esperienza, che con il suo ultimo libro “Le verità inattese” edizioni “C’era una volta” sono certo non tarderà ad imporsi all’attenzione del grande pubblico. Il libro, che è stato presentato il 24 gennaio u.s. presso la Provincia Regionale di Siracusa, ha ottenuto i patrocini gratuiti del Comune di Mineo e dell’Assessorato alle Politiche Culturali e del Centro Storico di Roma Capitale.
Ma veniamo al romanzo.
La storia ha come sfondo un paesino della Sicilia orientale negli anni 60 e 70 del Novecento e la trama è incentrata su due protagonisti principali ed altri secondari ma non di minore importanza. Due ragazzi, poco meno che adolescenti che si incontrano tra i banchi di scuola e che il destino farà prima allontanare, poi rincontrare e ancora allontanare e poi… Al centro della storia ci sono i carabinieri della locale Stazione che indagano per un omicidio di una persona, figlio di un ricco e potente imprenditore dello stesso paesino. L’opera può definirsi di genere giallo, ma solo in apparenza. Certo del giallo ha tutti gli ingredienti: un bell’intreccio, una coinvolgente suspense, una particolare e curata descrizione tecnica degli elementi investigativi e, infine, l’esito delle indagini che costituisce, e non tradisce, il titolo del romanzo la cui attesa nel lettore riesce, come si suole dire, a tenerlo incollato – letteralmente – dalla prima all’ultima pagina. La natura “giallista” (mi sia consentito il termine) è insita nell’autore non foss’altro perché egli è un ufficiale dei carabinieri, attualmente in servizio nella provincia di Parma, e può vantare al suo attivo diverse e diversificate esperienze di natura investigativa. Ma il romanzo apre, invero, anche ad altre riflessioni. La trama narra le vicende di due famiglie povere, quella di Andrea e Giulia, i due protagonisti principali. I loro padri sono rispettivamente operaio e contadino che sbarcano il lunario grazie alla forza delle loro braccia. Essi, nel momento in cui le condizioni lavorative peggiorano, sono costretti a fare scelte radicali per assicurare il pane alle rispettive famiglie: emigrano in cerca di ulteriori possibilità. E quelle scelte si ripercuoteranno, nel bene e nel male, sui figli che le dovranno, loro malgrado, accettare. Quelle vicende familiari e il susseguirsi degli eventi mettono in evidenza sul piano esistenziale l’assunto di marxiana memoria secondo cui le condizioni umane di ognuno sono dettate dalla ricchezza e dunque, detta in altre parole, la vita di ognuno di noi appare drammaticamente imposta dalle condizioni materiali, cosicché l’uomo, benché reputandosi padrone del proprio destino, non lo è affatto.
E la storia di Andrea e Giulia sembra drammaticamente confermare questa teoria. Ma c’è anche dell’altro. Nella tragica scelta di Giulia ho visto la sua dichiarata accettazione alla vita; vi ho scorto in quella giovane donna una laica Rita da Cascia, che consapevolmente accetta su di sé le sventure della sua famiglia e se ne fa carico. Devo dire che Giulia è il personaggio che in assoluto mi ha commosso. La tragicità del romanzo e della vita in esso narrata (e d’altronde che cos’è il romanzo se non la narrazione della vita), dunque, è tutta in questa giovane donna che consapevolmente accetta il tragico divenire, sebbene alla fine… L’autore ha dimostrato di possedere, inoltre, una accurata competenza storica ed una consapevole coscienza civica, oltre che una provata erudizione nel campo dell’arte e della letteratura. Nel dipanarsi della trama, infatti, egli non ha omesso di mostrare, attraverso una concreta dialettica volutamente instaurata tra i vari personaggi in causa, per esempio le atrocità compiute dal regime fascista; gli scempi di una irrazionale opera di devastazione ambientale condotta in nome del progresso scientifico in particolare nella provincia aretusea e le sofferenze che i nostri connazionali dovettero affrontare del tragico fenomeno migratorio verso il Nuovo Continente che segnò l’inizio del secolo scorso. Come si noterà il romanzo è qualcosa di più di un semplice giallo; è un romanzo complesso e poliedrico, ricco di riferimenti storici, sociali ed economici realmente accaduti. Particolarmente curata è nel libro la descrizione architettonica delle chiese del paesino dove ha luogo la storia, e molti sono i riferimenti alla letteratura russa, francese e italiana, in particolare quella che fa capo al clima del Neorealismo francese e Verismo italiano col quale la trama sembra avere specifiche e dirette affinità. Un ultimo breve riferimento mi sembra doveroso farlo alla scrittura di Marletta. Essa è assolutamente coinvolgente, capace di tenere fermo il lettore sulle oltre 480 pagine e farlo attendere in attesa che gli eventi si dispieghino.
Dimenticavo un aspetto importante: è un bel romanzo, leggetelo!

Avola (SR), 29 gennaio 2013
Leonardo Miucci
62) Fabiana 
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Luca Gianotti "L'arte del camminare" (Ediciclo, 2011)

Vi segnalo un libro che mi è stato molto utile per il cammino: Luca Gianotti "L'arte del camminare".
Sul sito dell'autore trovate qualche bel commento di altri pellegrini che lo hanno apprezzato: [www.lucagianotti.it]
Un libro profondo ma leggero come una piuma, un anti-manuale da leggere tutto d’un fiato, che non pretende di dare risposte definitive ma che contiene infiniti spunti di riflessione.
Chi cammina deve imparare a vivere “il qui e ora”, ama dire l’autore, e quindi essere sempre attento, curioso, reattivo. Per questo il libro non contiene verità assolute ma consigli ed esperienze, che il lettore potrà rielaborare per trovare da se il sentiero giusto, sviluppando una sua personale filosofia del camminare.

Francesco Urso Martedì, 29 Gennaio 2013 22:28
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Non sono mai superflue le parole e i consigli per chi deve mettersi in strada, e imparare a rigenerarsi e resettarsi, dopo avere intuito che era necessario farlo.
Grazie Fabiana
61) Ettore 
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Elizabeth Strout
Olive Kitteridge
Fazi Editore


Olive Kitteridge di Elizabeth Strout

Leggere il romanzo della Strout è stato come sfogliare la partitura di un’opera musicale. Le parole sono un complesso linguaggio di suoni che esprimono sentimenti ed emozioni. L’autrice, attraverso il personaggio centrale del romanzo, Olive Kitteridge, ci rivela le storie dei suoi concittadini di un piccolo paese nordamericano; storie che ci si appiccicano addosso, che possono riguardare ognuno di noi, che penetrano nell’animo e ci costringono a riflettere sul senso della vita. La schiettezza quasi brutale di Olive, il suo sarcasmo, nasconde la paura che non ci rende liberi: “Non abbiate paura della vostra fame. Se ne avrete paura, sarete soltanto degli sciocchi qualsiasi”, è la frase che rivolge ai suoi alunni, e credo serva ad esorcizzare la sua paura, indossando la maschera della severità e della durezza. Illuminanti sono i capitoli dove Olive è protagonista; nelle pieghe della sua esistenza convenzionale (la scuola, la pensione, il figlio Cristopher e il rapporto col marito Henry), l’autrice fa una riflessione sulla vita di ognuno di noi che, tranne in casi eccezionali, non è fatta di grandi avvenimenti ma di piccoli accomodamenti e di splenditi illuminazioni: dai momenti persi, alle cose non dette, all’amore inespresso quando ancora si poteva amare. Come quando Olive va a trovare il figlio a New York e lui le dice gelido: Sei capace di far stare malissimo gli altri. Hai fatto stare malissimo il papà”, o quando il marito Henry le dice: “Lo sai Ollie, in tutti gli anni in cui siamo stati sposati, non credo che tu abbia mai chiesto scusa una volta. Per nulla”. Un romanzo malinconico e di profonda intensità psicologica che ci parla della solitudine e della tristezza che accompagnano il trascorrere degli anni, ma Elizabeth Strout, in un capitolo del romanzo, “Concerto d’inverno” ci dice che la vita è un dono e che uno dei pregi dell’invecchiare è la consapevolezza che molti momenti della vita non sono soltanto momenti, ma doni.
Ma come si fa, dico, a non leggere questo stupendo romanzo!


  
60) carlo russo  Maschio
caval48@hotmail.com
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Lunedì, 3 Settembre 2012 00:35 Host: host112-49-dynamic.49-79-r.retail.telecomitalia.it Scrivi un commento Invia una E-mail

Carlo Valentini - ELVIRA LA MODELLA DI MODIGLIANI - Graus editore

Perchè mi è piaciuto ? Perchè mi ha fatto immergere nella Parigi, che avrei amato, quella degli artisti, da Picasso a Renoir, da Cézanne a Matisse, la città della Belle Epoque, della mondanità e delle corse dei cavalli, dell’invasione tedesca nella prima guerra mondiale, ma soprattutto la Parigi di Modigliani coi suoi eccessi, la sua creatività, i suoi patimenti e la sua umanità, narrata attraverso la vita rocambolesca di una delle protagoniste di quel periodo, Elvira la Quique, che di Modigliani fu modella e amante. E'una biografia-romanzo in cui si ripercorre tutta l’avventura artistica e personale di Amedeo Modigliani, ricostruendo il legame che unì il pittore alla modella di alcuni dei suoi celebri nudi, allo stesso tempo casti e ammiccanti.
Attraverso Elvira, eroina quasi inconsapevole di una delle stagioni più esaltanti della recente storia artistica europea, l’autore, con stile stringato, quasi da reportage giornalistico, ci conduce nel cuore della Parigi bohemienne, ci fa conoscere i suoi abitanti poi divenuti famosi e ci guida in quelle irripetibili atmosfere in cui si intrecciavano libertà e gioia, frustrazioni e amarezze, illusioni e disillusioni, amori e tradimenti. Si tratta di una riproposizione della vita artistica di Modigliani da un’ottica assai originale che attinge anche a documenti inediti e che conferma come spesso la genialità nel mondo dell’arte venga riconosciuta solo dai posteri, non a caso l’artista morì di stenti mentre l’8 novembre 2006 la casa d’aste Sotheby’s ha aggiudicato a New York un suo quadro per 31 milioni di dollari.
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