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Salvo Di Pietro, Viaggi da Fermo, Libreria Editrice Urso, Avola 2014  

… Scrivere è viaggiare da fermo, andare lontano, ritornare migliori di quanto si è partiti,… Queste poche parole che non esito a dichiarare senz’altro se non l’unica, certamente, la più vera e più profonda molla dello scrivere, sono quelle iniziali del primo di quattro brevi motti che Salvo Di Pietro appone in esergo al racconto che dà il titolo a questa silloge di otto “storie”, come a lui piace chiamarle. Silloge piccola nel formato, ma notevole nei contenuti.
Sono quasi dei viaggi interiori, in noi stessi, quelli dei protagonisti di questi racconti, quei viaggi che, solitamente, quando siamo soli, intraprendiamo andando a scandagliare i penetrali più reconditi della nostra coscienza, che ci mondano, in un certo qual modo, ponendoci di fronte alle nostre meschinità nel confronto immaginario con persone reali. E ce ne possono derivare nuove convinzioni, nuovi sentimenti e, magari, possono suggerirci maggiori indulgenze verso gli altri e il coraggio di ridimensionare, di contro, quelle verso noi stessi.
E, chissà, che questa sorta di catarsi non possa originare in noi frammenti di quella felicità che, ci ricorda Di Pietro, consiste di attimi rubati alla malinconia.
Malinconia che aleggia in tutti questi racconti, senza che l’autore si lasci mai pienamente avvinghiare dal pessimismo. I protagonisti di queste storie vivono le loro vicende dolorose, a volte drammatiche, con dignitosa sofferenza, senza mai cedere a stati di esasperazione. Così, in 10 Da Fermo, dove i sogni abbastanza realistici di Fermo, di potere giocare in una vera squadra di calcio, e che come tutti i sogni, forse è meglio lasciarli nei cassetti, vanno a infrangersi nella malaugurata rottura dei legamenti del ginocchio sinistro,perché più che realizzarsi, i sogni, facilmente, si tramutano in pesanti delusioni. E Fermo, da promettente calciatore in campo col numero 10, si riduce a un 10 da fermo.
Ma ciò non comporta per lui il lasciarsi andare e il compiangersi nell’inerzia, perché vivere da10 è vincere anche nelle sconfitte. Non sono singole persone, infatti, i numeri 10 di Di Pietro, sono categorie di lottatori, lo sono alcuni calciatori come Maradona e altri, ma lo sono anche Pasolini per tutto ciò che diceva e per come lo diceva; Gino Strada è un 10 da fermo perché ci fa sentire tutti degli stopper; e Neve perché ha sempre un sorriso per tutti.
In questa varia galleria di casi umani incontriamo, soprattutto, i più deboli, i più esposti, i più indifesi di fronte alle avversità del vivere; persone che affrontano i loro tanti problemi, le loro inquietudini, le loro quotidiane difficoltà, ma anche le lotte che a volte sono costretti a intraprendere per conquistare un minimo di dignitose condizioni di vita. Questo ci ricorda il racconto La memoria del cuore, che ci riporta indietro nel tempo alle lotte dei braccianti di Avola di quel maledetto 2 dicembre 1968, quando questi lavoratori dovettero combattere un’assurda lotta impari, pietre contro mitra, hanno vinto le pietre, scrive, quasi a confermare che quando l’uomo si batte per i suoi diritti può vincere anche contro un avversario assai più forte, pur in questo mondo ingiusto, imperfetto, dice Savvo, perché ingiusto era allora ed è ancora il mondo. In un mondo perfetto non si lotterebbe per avere diritto all’aumento di 300 lire, scriverà Savvo, che fu tra i protagonisti di quelle giornate, in una lettera a futura memoria a quel figlio che non avrebbe neanche visto nascere.
Vivono, a volte, tormenti e angosce, a volte, sembrano caratterialmente più semplici e superficiali, i personaggi che ci mostra Di Pietro, ma mai sono banali né loro né le loro vicende.
Tormentata, in … ti amo, Punto…, è la vita di quella povera madre e di riflesso quella del figlio, che è scesa dalla vita lo stesso giorno che quella di Corrado (il marito), si è fermata. La sola cosa di cui la poveretta ormai ha veramente coscienza è il cruccio che l’affligge: il pensiero che morendo lei, il figlio rimarrà da solo, e per tale motivo si dibatte tra il desiderio di vederlo sposato e l’angoscia: … e io arrestu sula?... che lamenta quando il figlio la sera vuole uscire proprio allo scopo di trovare una ragazza che possa essergli compagna. E quelle parole, è solo un modo per dirti ti amo, che il ragazzo rivolge alla madre riflettono quello stesso amore di quelle e io arrestu sula? della povera donna che non vorrebbe perdere neanche per un attimo la vicinanza di quell’unico affetto che le è rimasto.
La cupidigia e la vanità umana ci appaiono veramente come misere cose di fronte allo scorrere rapido e inesorabile del tempo: Il denaro toglie l’anima alle persone e alle cose. Tutto è niente, tutto è inutile. Quello che hai oggi, domani è già vecchio, dice Io in Fragolina che regala bolle di sapone al mondo. E le stesse gioie sono di breve durata e, generalmente, di un breve tempo della vita: A 19 anni basta poco per essere felici. Ma anche: Basta poco per essere infelici.
I racconti, dicevo, sono un campionario di casi umani e di vicende che non sembrano scostarsi molto dalla normale vita e che in essa, certamente, trovano ispirazione. È questo, il caso forse più tragico e che ancora rimane come ricordo doloroso in quanti vivemmo quei terribili giorni, della tragedia di Vermicino. Era un giorno nel mondo imperfetto … la notte tra il 10 e l’11giugno del 1981 (La voglia), la notte nella quale ci sentimmo aggrediti da quell’angoscia che attanagliò l’intero paese ancora per alcuni giorni nella speranza rivelatasi poi vana di salvare Alfredino, il povero bambino finito in un pozzo, che tutto il paese pianse.
Sono tante le corde che riesce a toccare Di Pietro di quegli strani strumenti che sono, in fondo, le vite degli uomini con le loro tante varietà. Una corda che risuona anche in altri racconti, trova la sua più alta sonorità in Paso. Il giovane protagonista che, come i ragazzi di quegli anni (ma io direi di ogni generazione), voleva cambiare il mondo, paga un prezzo molto alto per avere creduto in quell’‘isola che non c’è’. Gli vengono strappati, la ragazza che ama e che gli darà un figlio, Jacopo, che lui non saprà di avere avuto e non lo riconoscerà neanche quando il giovane a cui da bambino era stato fatto credere che lui fosse morto, ormai uomo, conosciuta la verità su se stesso e sul padre, lo andrà a trovare nel manicomio dove da anni è rinchiuso, dopo avere trascorso circa cinque anni in galera, prima che venisse accertata la sua innocenza. E da quella prigione ha portato con sé il triste bagaglio della malattia psichica.
È questo, a parer mio, il racconto che tocca più profondamente le corde del cuore, perché la malattia mentale è, forse, quella che più emargina e isola dal contesto sociale, soli nel loro mondo, dice Jacopo dei malati di mente.
Sono questi più o meno i temi che si ripetono, pur nel variare di personaggi e vicende, in tutti i racconti, la cui lettura è sempre piacevolissima e interessante. È, quella di Di Pietro, una scrittura non priva di un’affabulante originalità che appassiona anche il lettore più distaccato o disincantato. È uno stile molto personale, direi. Nelle sue “storie”, il protagonista e il narratore coincidono, e l’autore sembra quasi identificarsi con i suoi personaggi e la narrazione assume a tratti un po’la forma del flusso di coscienza.
Non da critico, ché non lo sono, ma da lettore appassionato di racconti e di romanzi non esito a dire che da un po’ di tempo non leggevo racconti così intriganti e piacevoli. E mi auguro che Di Pietro di “storie” ce ne possa raccontare tante altre.
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