![]() |
|
| Lunedì, 6 Ottobre 2008 23:51 Grazie per aver visitato questo spazio dedicato ai PERIPATETICI DI ELORO. Qui puoi lasciare la tua riflessione. |
| Nome | Riflessioni con eventuali Commenti | ||||||||
|
Leggere poeti e scrivere poesie: istruzioni per l’uso. “Theoria” è insulso gioco se Calliope turbata ha in uggia stile fioco. Sta ninfetta accantucciata. Non hai voglia neanche un poco di metafora stuprata. E dond’arde inutil foco è prosodia stremata se l’epigono più roco fa l’elegia reclinata. Acque chiare e fresche poco: pure Urania s’è offuscata nel pensiero del bizzoco. Oh madonna sii laudata! In aulente e ameno loco piange Tersicore svenata o l’idillio è solo gioco per dama pia risuscitata? Quando la rima invero fa la musa dissente affiora un guardar nero pel dire inconcludente di un essere insincero cioè d’un suo far dolente. Gran giudice severo dall’alito più possente cui più non pare vero se a un tavolo cadente d’un lupanare austero anche chi più si pente dice di sé: “Io c’ero”. O: “Di affogar la mente posso sperar davvero”. In un eremo indecente gli epigrammi del pensiero il pinzochero li sente? Dove più luce splende ti fa sembrare vera la gloria che rapprende colui che non dispera se il sole non s’accende e lo ghermisce la sera: la sera che si vende alla pietà più nera di colui che già l’intende quell’arte più severa, la sola che comprende la genialità più vera. L’estro che non offende in quell’orrida bufera in cui tutto si prende con troppa mano leggera e con la rima accende l’anima tutta intera. Antonino Muccio Avola 28-12- 07 |
||||||||
|
IL CAVALIERE ERRANTE
Un primitivo non riesce a supporre una realtà diversa da quella naturale; egli vede le cose della realtà naturale così come esse sono, cogliendone l’essenza, cioè il senso del loro essere. E’ attraverso l’ente, termine impiegato per indicare ogni determinazione della realtà, che ciò che determina l’ente come ente, si concede al primitivo, vale a dire che è l’essere che si dà. Se non trova un primitivo a cui darsi, l’essere non si dà: l’assenza del primitivo è causa dell’assenza dell’essere. Il primitivo comprende il proprio essere in base all’ente a cui si rapporta, il quale dovrà mostrarsi da se stesso e in se stesso. Quando il primitivo è assente, l’essere avverte la necessità di non darsi, ovvero si nega. Nell’atto di darsi al primitivo attraverso le cose, l’essere coglie la pienezza del suo senso, cioè il senso del suo esser così: è perché in quanto essere si offre al primitivo. Ma in quanti modi l’essere si dà? Se l’essere si dà in molti modi, vuol dire che questa essenza è mutevole. Dove sta il carattere di immutabilità dell’essere se l’essenza è mutevole? Se l’essere si dà in un solo modo, potrebbe, per una volta sola, il primitivo, non interessarsi a esso, non curarsene. In questo caso crolla l’immutabilità dell’essere, cioè dell’essere che sempre è in quanto si dà. Ma l’essere non può non essere immutabile. L’essere che muta, a limite, potrebbe diventare l’essere che non è: ciò andrebbe a confutare il tutto. Confermando la sua immutabilità, attraverso le cose della realtà l’essere si dà sempre al primitivo. Il senso dell’essere, tuttavia, può risultare mutevole essendo connaturato ad una presenza che se rimane inaccettata dal primitivo si rivela infondata: il primitivo riconosce l’essere ma può non rispettare la necessità che esso ha di darsi (un’offerta si può anche rifiutare). Egli decide se accettare o meno la presenza di un essere bisognoso di darsi: consiste in ciò la mutevolezza del senso dell’essere che appartiene alle cose, nella finitezza delle cose mutevoli Appartiene all’infinito ciò che è immutabile: l’essere che si dà è immutabile. La consapevolezza della sua immutabilità lo rende tranquillo e assolutamente fiducioso in se stesso: sa quel che fa. Non occorre che altri gli spianino la strada. Nessuno meglio di lui sa dove mettere i piedi: è pratico del cammino. Lo osserveremo attentamente quando avremo la fortuna di imbatterci in esso. Ma sarà possibile avvicinarlo? O tutto questo è precluso agli umani? Non esistono ragioni tanto buone da giustificare un dialogo possibile con l’essere, cioè con l’eterno. Tanto vale far finta di niente, anzi è più conveniente sopprimerlo, non prima di averlo catturato. Per ridurlo a cosa del mondo. Sembra un’idea folle e assurda, eppure il pensiero lo ha pensato: il pensiero pensa di ridurre l’essere come uno schiavo in catene per poter dominare il mondo. Il dominio sul mondo, solo l’essere lo può esercitare. L’essere, che è nel mondo per una sua volontà (necessità) di dominio, non può essere dominato. Il pensiero non può dominare l’essere: ciò che appartiene agli umani nulla può contro l’eterno. L’essere che è nel mondo, cioè l’essere che esiste, nega il pensiero. Ci fu un tempo in cui il pensiero dominò l’essere. Era il tempo in cui il pensiero non pensava. Nel primitivo il pensiero pensa solo ciò che può essere pensato. L’altro dal solo ciò che può essere pensato è il non pensato del pensiero del primitivo. Al di fuori dell’essere, il primitivo non pensa perché il suo pensiero non sente la necessità di pensare. Il primitivo che sta nel mondo non pensa, perché il mondo gli è “familiare”. Per entrare in possesso delle cose del mondo, il primitivo non ha bisogno di pensare. Ogni proiezione ontologica che ricade sul primitivo pone in essere una familiarità che egli sa apprezzare. Al punto di poter dire che l’essere è ciò che rende il mondo “familiare”, ovvero che la familiarità è la mutevolezza del senso dell’essere. Il pensiero, in quanto altro dall’essere, è ciò che rende ostile il mondo agli umani. Un mondo segnato da una costitutiva assenza dell’essere, non può che essere ostile: gli umani hanno deciso di stare in un mondo “ostile”, dove l’essere si fa vedere solo a distanza. Per essi, ciò che conta è un pensiero che pensa il mondo. Un mondo debole, da essere facilmente dominato. Ma ci può essere familiare un mondo che a tutti i costi si vuole dominare? Se il mondo ci è familiare, ci appartiene. E’ nostro, perché noi siamo stati gettati in esso. Nel mondo familiare agli uomini non ha senso l’edificazione del dominio. La volontà di dominio appartiene al mondo ostile che gli uomini hanno pensato. L’impossibilità del dominio apre al pensiero una prospettiva che è capace di far vedere le cose prive di sostanza, negandone la loro pienezza ontologica. La prospettiva del pensiero è un niente su cui non val la pena di esercitare alcuna funzione di dominio. Tuttavia, su quel niente pensato come altro dall’essere può essere conveniente progettare il dominio. Il mutevole senso dell’essere può scongiurare il pericolo di un mondo dominato dal pensiero, cioè di un mondo ostile agli uomini. L’ostilità del mondo è un’ostilità gnoseologica. Dice Eraclito: ”le molte cognizioni non insegnano a pensare”. Infatti, il senso dell’ostilità del mondo è il senso del disorientamento di chi lo abita: l’incapacità di codesti abitatori a conoscerlo fino in fondo. La “familiarità”, cioè la mutevolezza del senso dell’essere, può salvare il mondo dalla “ostilità”, cioè da una realtà in cui si nega la pienezza ontologica delle cose del mondo. Ma qui sta il punto. Nel considerare la familiarità come un processo in cui la fusione fra essere e mondo si compie in senso ontologico. Questo è l’evento decisivo: da tale evento dipende la sorte degli uomini. Nell’evento, fatto che accade, si compie il divenire: l’andare e tornare dall’essere al nulla. Se il fatto accade, viene compreso: il divenire del fatto rende possibile la sua comprensione. L’istanza che pone il divenire, cioè l’accadere del fatto, è chiara: il divenire in quanto accadere va compreso ma alla maniera dell’essere che si nega, cioè alle condizioni che questo essere si lascia imporre. Al di fuori di queste condizioni, solo il nulla è disposto a comprendere l’accadere del fatto. C’è una via d’uscita rappresentata dall’ente metafisico pronto a correre in aiuto del fatto desideroso di essere compreso. Ma può la comprensione metafisica consentire l’interpretazione dell’evento in quanto fatto che diviene? Siamo al limite, la metafisica finisce qua e assieme ad essa le avventure di un cavaliere errante, oltrechè pazzo. Immagini di un cavaliere errante Nel piccolo borgo, ad eccezione della morte, tutto quel che accade è già accaduto. Il morire non è un evento del presente, è un evento che non è mai presente. La morte è un evento che non c’è, né ci può essere. Non ha nulla da togliere a nessuno: sono già tutti morti da un pezzo. Compreso il vecchio che dorme, o fa finta di dormire, seduto davanti al piccolo bar della borgata, come fa da sempre, da una vita si potrebbe dire. Se anche li aprisse gli occhi, una sola cosa gli andrebbe di fare: guardare il mare. “ O guardo te, o guardo il mare”, dice al fotografo che gli ha fatto scoppiare un palloncino di carta all’altezza di un orecchio. Non c’è altro da fare, ora. E lui quello fa: o dorme o guarda il mare. Smettendo di fissare il cielo: de-siderando, appunto. Con lo sguardo proiettato nella dimensione orizzontale del mondo, su ciò che sta in basso. A meno che non ci sia qualcuno con cui parlare. Con la gente che vive nella borgata non c’è molto da dire; per tutti costoro la vita scorre sempre alla stessa maniera. Oggi fra gli avventori del bar è capitato il fotografo. E’ uno giovane che se ne va sempre in giro con la macchinetta fotografica appesa al collo. Ma non si è trovato lì per caso. C’è venuto apposta ad interrogare il vecchio che trascorre le sue giornate a sorvegliare l’orizzonte. “Ne sono sbarcati molti ieri notte?” Il vecchio non è di molte parole e affetta l’aria con un largo gesto della mano. Sembra che non abbia nient’altro da fare, ma è già qualcosa se c’è il mare da guardare. Attenzione: il mare, senza andare oltre; oltre il mare è il cielo e lui non alza mai gli occhi verso l’alto, perché è in basso che bisogna guardare se non si vuol far morire l’unica prospettiva del desiderio: la speranza. Non si spera in ciò che non si desidera. Ma in cosa ha sperato il vecchio per tutto questo tempo? Che il giovane fotografo si presentasse a lui a chiedergli quali novità era in grado di dargli. In attesa di poter raccontare una o millanta storie, il vecchio passa il tempo a dormire: desidera un mondo che non c’è e non riesce a pensarsi diverso dall’essere che esso stesso è. Nel tempo in cui nulla è accaduto, solo i desideri accadranno. E i desideri sono storie da raccontare. Il mondo che il vecchio desidera è un mondo letterario che non dipende dal mondo reale. E’ il mondo di Don Chisciotte, eroe del desiderio costretto a tribolare per una imperfetta percezione del reale. Il cavaliere errante finisce tristemente le sue avventure quando altri pensano di regolare e nel contempo educare i desideri da cui si sente incessantemente scosso, anche se lo fanno con saggezza e moderazione. Ma il giovane fotografo possiede un dispositivo perfettamente capace di scoprire ciò che sfugge e si nasconde dietro l’incarnato del viso. La macchina fotografica, come la spada dell’hidalgo, difende la verità di un volto, nell’impossibilità di comprenderlo attraverso la maschera quale finzione che sfocia nell’enigma. Ma difende anche il soggetto che non c’è qui esposto, ma starà, forse, altrove, certo non nel mondo. Il vecchio licenzia il giovane fotografo invitandolo ad andare, come se avesse una missione da compiere, delle urgenze da sbrigare. C’è da scattare foto, ma i volti che incontra per strada non gli interessano. E’ grazie a Raffaele che può scampare alle ire di un fidanzato geloso. Ma quanto ha dovuto correre per evitare che quello gli rompesse la macchina in testa. Per sua fortuna ogni Don Chisciotte ha il suo Sancho Panza. E quello di Sebastiano, il giovane fotografo, si chiama Raffaele. Un tipo mezzo scemo che se ne va sempre in giro portando in spalla una enorme radio a transistor che tiene sempre accesa. Non è la prima volta che Raffaele evita guai al suo amico fotografo, facendosi trovare sempre al posto giusto nel momento giusto. Ed è sempre lui a suggerire a Sebastiano le coordinate del viaggio. Una linea che separa acqua e terra è l’itinerario; la strada da percorrere non è agevole: nella consistenza silicea della sabbia si va avanti a fatica. Ma è lì che Sebastiano troverà le sue avventure. Nino Muccio 23 febbraio 2007 |
||||||||
|
Viandante insieme ad altri alla ricerca della verità
Da lettore per passatempo, a lettore per passione (e per vizio), a scrittore di poesie (poche) ad (anti)Peripatetico di Eloro, a… In queste poche righe si potrebbe sintetizzare il mio rapporto con la lettura e i libri. Un rapporto iniziato all’incirca una dozzina di anni fa, con il solo scopo di trascorrere qualche ora pomeridiana all’insegna del non futile, ma non immaginando che da tale incontro potessero scaturire occasioni di bellezza oltre che di godimento e di scoperte. Scoperta della bellezza del linguaggio e delle poesie contenute nei testi letterari, in opposizione al linguaggio banale e deprimente del parlato quotidiano e televisivo. A proposito della TV, si dice che il suo avvento abbia unito gli italiani in un’unica lingua nazionale, ma non si dice che questa “unione” sia avvenuta sotto il segno della mortificazione e dell’impoverimento della stupenda lingua italiana; per non parlare poi dei dialetti ridotti a idiomi anacronistici ed obsoleti del cui utilizzo bisognerebbe vergognarsi. A me invece piace parlare e scrivere qualche poesia in dialetto; ritengo oltretutto che non bisogna abbandonare la propria lingua madre, perché un popolo che perde la propria lingua perde la propria identità. Grazie ai libri e alla mia passione per loro sono diventato, forse inconsapevolmente, un (anti)peripatetico di Eloro, viandante insieme ad altri alla ricerca della verità, sapendo che solo la ricerca è l’unica verità a portata dell’umano, una ricerca continua e mai definitiva, fonte di stupore e di meditazioni sull’essere, sul nulla e le sue infinite potenzialità di libertà. Voglio concludere con una citazione tratta dallo “Zibaldone” di Giacomo Leopardi: “I fanciulli trovano il tutto nel nulla, gli uomini il nulla nel tutto”. Forse noi (anti)Peripatetici di Eloro non abbiamo trovato il tutto, ma essendo rimasti in parte fanciulli, nutriamo ancora la segreta speranza di arrivarci. Enzo Amato 22-02-2007 |
||||||||
|
Cosa sento in fondo al cuore
Sono quella che segue portando il suo bambino per amore di ascoltare discussioni belle e dotte. Lo porto anche affinché la sua mente si abitui alle discussioni belle e dotte. Lei ha ragione quando dice che la filosofia è ricerca della verità; a me insegna a vivere ogni giorno e ad avere rispetto per me stessa e per gli altri. Mi auguro di trasmettere l’amore per il sapere a mio figlio e a non smettere di chiedersi il perché delle cose (mi ricordo che da piccola mi facevo sempre domande e me le faccio ancora adesso). Amore è sentire in fondo al cuore la letteratura, la poesia, la musica, la filosofia, ecc… In questo momento, mentre io scrivo, lui è sul divano che sfoglia i libri delle sue favole. Nina Coletta 22-02-2007 |
||||||||
|
SOLO DUE PAROLE
Ho come l’impressione di avere in tasca un piccolo tesoro, o forse un segreto, da custodire. Ma è solo un foglio di carta dattiloscritto. L’ascensore mi porta al quarto piano, a casa mia. Durante l’ascesa sbircio lo scritto, ma ne ricavo ben poco: l’ascensore arriva subito al quarto piano. Entro in casa, scambio velocemente una parola con mia moglie; il divano mi accoglie, e riprendo la lettura. L’avidità mi assale, consumo quel foglio in un batti baleno; indugio; mi rispecchio; mi rivedo e mi vedo cresciuto e tuttavia “bambino”; e soprattutto mi ricordo… Iniziavo così il mio vero, autentico cammino una sera d’autunno: era il mese di ottobre del 2001. Entravo in libreria, in quel luogo che forse da molto, troppo tempo come una sirena mi tentava; ed accettai, cedendo alle lusinghe e alle sirene. Vi trovai un uomo dal sorriso sincero al quale chiedevo un certo libro sul Buddismo e forse proprio la particolarità di quel libro, oppure il fiuto infallibile di quell’uomo, diede il là a ciò che sarebbe diventato da quel momento in poi l’inizio del mio, del nostro, cammino. Quel libro, oggi, porta la data e una dedica di mio pugno che richiamano quei momenti, come una lapide a futura memoria. E fu Dante, con il suo "Inferno", Leopardi, con il suo "Infinito", Sciascia, Bufalino, e sentivo che non mi bastava, che avevo bisogno di altro ancora; quasi volutamente mi creavo ciò che poi ho definito “intrecci curiosati”: leggevo un autore e contestualmente ne leggevo un altro. Avevo come l’impressione di non avere molto tempo ancora a disposizione per leggere, per conoscere; l’idea della morte imminente mi ha sempre tormentato e non tanto per l’evento in sé, quanto piuttosto per la sottrazione di tempo che essa mi avrebbe procurato alla lettura, alla conoscenza. Sarei riuscito a leggere tutti i libri che nel tempo mi sono detto di leggere? Forse mi servirebbe un’altra vita, o forse due vite. Con due vite al massimo dovrei farcela. Si, credo proprio di potercela fare. E venne poi il momento del dubbio, della curiosità, dello stupore; e fu la volta dell’Arché e quindi di Eraclito, col suo divenire, di Parmenide, col suo “essere”, del Maestro che della maieutica e dell’ironia ne ha fatto vessillo del suo pensare, e ancora Cartesio, col suo “cogito”, Nietzsche, il filosofo che spoglia, Severino e Galimberti, con il loro uomo tecnologico. E Calvino, lo “scoiattolo della penna”, con la sua fantastica realtà e la sua leggerezza, ed Epicuro, che sembra aver risolto il dilemma della felicità dell’uomo (si badi: della felicità, e non dell’infelicità), e Lucrezio, che con “semplici”, naturali riflessioni sembra aver risolto l’enigma dell’esistenza. E ora sono qua, con il sapore della scoperta e l’eccitazione di quanto ancora resta da scoprire. Avola, 2 febbraio 2007 Leonardo Miucci |
||||||||
|
Fondare significa tessere reti, La dimensione “fantastica” della realtà degli (anti)peripatetici di Eloro Ritengono i libri una occasione di bellezza e di godimento. La poesia, il linguaggio per loro non sono solo un mezzo di comunicazione, ma possono essere pure una passione e una gioia. Sanno che la filosofia è stupore, stupore che ammira. Si accostano alla filosofia per ricerca della verità, ma capiscono che il mito è racconto che rimanda la spiegazione del significato. Apprezzano la metafora, il modello della vita che è sogno, la sensazione secondo cui la vita sarebbe un sogno: “noi siamo di natura uguale ai sogni”. Camminano insieme, sanno che è il cammino lo scopo e la meta. Molti di loro si fanno carico del proprio cammino nella loro solitudine e indifferenza al divino. Senza null’altro attendere che quel che la strada, resa più dignitosa e percorribile, possa offrire e insegnare in quest’unica vita. Senza alcun baratto che il farne intensamente esperienza. Scrutano la linea dell’orizzonte, con la consapevolezza di vivere nella fluidità della postmodernità. Amano Cervantes e il suo cavaliere errante, le sue inquietudini il sogno il dubbio la visione letteraria della realtà la rottura delle consuetudini la fuga, l’amore per la giustizia l’obbedienza ai “precetti religiosi” la lotta contro i “giganti” il Seicento come secolo di rottura con la sua riconquistata fluidità della modernità. Godono degli insegnamenti di Epicuro e della sua concezione della felicità. Leggendo Lucrezio capiscono quanto l’Umanità abbia perduto dalla sua rimozione collettiva. Il caso, l’indeterminazione della luce di Democrito fino a Heisenberg, sono oggetto di approfondite discussioni che arrivano fino al dissolvimento della realtà in una o più dimensioni fantastiche, eppur concrete. Amano Magris e i suoi saggi sulla letteratura e la fuga e il ritorno. Sanno, alla luce di Calvino, che la leggerezza è dimensione letteraria, poetica e scientifica. E dissoluzione, frantumazione atomizzazione della solida realtà, e visione profonda oltre la superficie. Si addentrano nei labirinti mentali eppur reali delle costruzioni di Kafka. Riconoscono nel Nulla l’infondato fondamento dell’Essere e l’espressione massima della libertà nelle sue infinite potenzialità senza alcuna predeterminazione. Indagano sulla Scienza e sulla Tecnica, espressione massima del dominio occidentale sul pianeta e sulle conseguenze di questo dominio sulla condizione dell’uomo. Con Severino ricercano le strade parmenidee del sentiero del giorno dimenticate dall’Occidente. Amano Leopardi nella sua concezione dell’Arcano mirabile e spaventoso. Discutono continuamente sul senso del tragico come dalla tradizione greca e nella sua attualità. Ricercano con Gadamer la concezione extra metodica della verità nella dimensione artistica-estetica. Amano il godimento delle visioni mediterranee dei loro cammini. Qualcuna canta le struggenti canzoni della vita della nostalgia dell’amore. Qualcuno gioca con le stramberie della vita reale sapendo che di questo è fatta e le rappresenta in una dimensione ludico fantastica. Organizza tutto per gioco e per godere e fare godere ”fanciullo invitto”. Qualcuno meraviglia per l’originalità delle sue ricerche sentite e per il suo percorso culturale. Qualcuno ha trovato la sua profonda inclinazione nella strada del gruppo e costruisce la sua dimensione culturale e umana in una continua ascesi. Qualcuno manifesta lo stupore iniziale dell’uomo che scopre la bellezza del pensare nelle occasioni della realtà. Qualcuno realizza nel gruppo le sue aspirazioni alla fuga. Qualcuno approfitta per recuperare il tempo perduto leggendo tutto quello che nella sua vita non ha letto, facendo suo il detto di Borges: ” l’uomo è ciò che legge”. Qualcuna legge stupendamente poesie, sviscerando la sua anima. Qualcuna segue portando il bambino per amore di ascoltare discussioni belle e dotte. Qualcuno, veramente scrittore e poeta, partecipa in pectore non riuscendo a vincere la sua “pigrizia camminandi”. Qualcuno viene per il gusto dell’amicizia. Stanno entrando nella dimensione di Borges e della sua visione della vita come labirinto di libri e come dimensione spazio temporale fantastica. Sicuramente tutti vedranno l’Aleph! 02/02/2007 Michele P.S. (anti) perché si oppongono alla concezione degli “elementi” di Aristotele propugnata dai Peripatetici e propendono per quella atomistica corretta di Democrito Lucrezio, Epicuro, Boyle, Descartes, Lemery, Lefèbre, Newton, Lomonosov, Dalton e della scienza moderna. |
||||||||
|
APPUNTAMENTO
domenica 8 OTTOBRE alle 9,30 nella Piazzetta di Lido di Noto La passeggiata filosofica e culturale nel raduno dei Peripatetici di Eloro Con l'inizio della nuova stagione "didattica" riprendono le attività culturali ed intellettuali dei cosiddetti </>Peripatetici di Eloro</i>. Il nuovo appuntamento è previsto infatti per la seconda domenica del prossimo mese, l’otto ottobre, presso la piazzetta di Lido di Noto. Il "raduno" dei cultori e dei filosofi è previsto per le ore 9,30 e la loro camminata e la loro discussione filosofica si protrarrà per circa due ore. I partecipanti percorreranno un tragitto che li farà giungere fino all'antica città di Eloro. Il tema della prima giornata, dopo la lunga pausa della stagione estiva, è Dalle ''non parole'' alle ''parole''. L’argomento della giornata, anche se già prefissato dagli organizzatori della manifestazione, lascia comunque liberi i partecipanti di esprimersi, raccontarsi e narrarsi in libertà. Ogni partecipante potrà portare infatti libri, testi, poesie di propria o altrui creazione, e racconti che li accompagneranno lungo il percorso. Durante la cammminata ognuno dei presenti potrà tranquillamente chiedere la parola e recitare o narrare ciò che rientra nel titolo della giomata. Durante le due ore di "camminando e filosofeggiando", potranno essere allacciate discussioni, "díbattiti" e chiarimenti culturali. Tutti gli itinerari percorsi dai Peripatetici hanno a che fare con la cittadina ed il territorio di Eloro. Le numerose escursioni hanno infatti già portato i cultori avolesi in particolari itinerari tra la spiaggia, la collinetta. le rocce, i campi solcati dai carri dell'antico territorio della città di Eloro. verso la riserva naturale di Vendicari, i resti della villa romana del Tellaro e l'antica colonna di contrada Pizzuta. Alla prima manifestazione della stagione autunnale prenderanno sicuramente parte coloro che da sempre intraprendono discussioni filosofiche sull'antico territorio di Eloro come Francesco Urso, organizzatore della manifestazione, Orazio Parisi, responsabile dello sportello Informagiovani (del Comune di Avola) e della segreteria distaccata dell'Università di Catania, Liliana Calabrese, Salvatore Elera, e Leonardo Miucci. Mara Di Stefano in LA SICILIA 28-09-2006 |
||||||||
|
13 novembre 2005. Terzo Millennio dopo Cristo. Siamo nel post-Postmoderno: grazie a Dio, il Mode-rno (ed il postmoderno) dovrebbe essere finito! Sì, finito: finito il tempo delle “mode”, quelle iperboli ipertrofiche ipercaloriche iperbariche (sì sì, pensateci bene, sono proprio così) che trasformano i capricci in dettami apodittici ed, a volte, in oppressione, forse non fisica, - ma non è detto che quelle psicologiche siano meno fastidiose. Mi auguro, combatto – in fondo, vivere è un lottare sempre, finché non si cessa di lottare non si è sconfitti - affinché sia finito, insieme al Moderno, il tempo delle polemiche: la “pòlemos”, la guerra: essa ha lasciato sui campi tedeschi decine di milioni di morti nel 1600 e sui campi europei in generale molti milioni nel 1700, essa ha bruciato milioni di uomini nelle guerre napoleoniche, in quelle franco-tedesche e nel colonialismo, e tutto nei soli 100 anni del 1800, e infine ha acceso roghi anche atomici di centinaia di milioni di uomini nel 1900 con la “ovvia” (!?) estensione planetaria.
Se fossimo tutti persone serie, la “polemos”, la guerra, dovrebbe essere definitivamente caduta in discredito e sostituita dal sinodo, “sin-odus”, camminare insieme – il che non vuol dire che non si debba con-versare molto per scegliere una meta! Tanto, LA meta è sempre la stessa. Siamo nani sulle spalle del gigante: è il gigante che si alza, noi siamo sempre i soliti nani, da Alcibiade ( e prima ancora…) in poi, e veniamo così spesso crudelmente sconfitti all’Asinaro, lontani da casa, là dove ci ha portato chissà chi, chissà quale ambizione ….. od acquiescenza alle ambizioni altrui! Ecco, ci salva il mettersi personalmente in cammino, ci salva il Cammino: periodare la nostra vita con ritmo, fisico e spirituale insieme, più vigoroso del solito e tanto più fecondo quanto più ci spingiamo a non ascoltare la nostra pigrizia, la nostra abitudinarietà, a rivedere i nostri panorami intellettuali e psicologici quotidiani. Nessuna giornata è perduta quando la nostra coscienza può dire: bonum certamen certavi hodie! E la speranza, la virtù che finisce, nel Cammino diventa palpabile e ci martella: se non oggi, domani; cammina, ragazzo, cammina, finché hai voglia di camminare la meta è alla tua portata! La meta. L’importante è che non sia solo la metà! LA |
||||||||
|
Scritto da Leonardo Miucci in data: sabato 11 giugno 2005 alle ore 23.28
Non possiamo fare a meno del Nichilismo Nel parlare del Nichilismo non possiamo non dare accenno all’attuale contesto sociale, meglio conosciuto in ambito filosofico come età della Post-modernità della quale il Nichilismo ne rappresenta un particolare aspetto caratterizzante. Il prefisso Post non vuole significare semplicemente un qualcosa che viene dopo, ma intende specificare una rottura radicale con tutto ciò che è stato prima, la Modernità, appunto. Essa, periodo filosofico storicamente compreso da Cartesio a Nietzsche, si manifesta come un complesso di certezze e verità assolute (è questo il periodo particolarmente fecondo del Positivismo e dell’Illuminismo, dove la ragione e la scienza la fanno da padrone), ma anche di verità metafisiche, che sovrintendono alla vita dell’individuo, soprattutto quella spirituale. E’ un periodo caratterizzato da pensieri forti, appunto perché costituiti da verità e certezze assolute, non altrimenti discutibili. La Post-modernità rifiuta tale impostazione del pensiero, rompendo definitivamente, mettendo in crisi, in discussione ogni certezza acquisita, soprattutto quelle metafisiche, dedotte sic et simpliciter. E’ questo il periodo dei pensieri deboli, dell’incertezza se non della inesistenza dei punti di riferimento, del post-metafisico; è questo il periodo della morte di dio, per dirla alla Nietzsche. Il passaggio dai pensieri forti della Modernità ai pensieri deboli della Post-modernità segna il nascere del Nichilismo, come fenomeno filosofico, considerato come la perdita di valori assoluti. L’uomo post-moderno, per dirla ancora alla Nietzsche, scivola dal centro alla X. E, mutuando dal pensiero di Vattimo (uno dei maggiori filosofi contemporanei), il Nichilismo scaturente dalla Post-modernità è un Nichilismo che non va affatto combattuto, anzi va assunto come nostra unica chance. Infatti, agli uomini del XX secolo non rimane che abituarsi a “convivere con il niente”, ovvero ad esistere senza nevrosi in una situazione dove non ci sono garanzie e certezze assolute. Semmai, il vero problema consiste nel fatto che l’uomo della Post-modernità è ancora troppo poco nichilista. Quindi, l’uscita dal Nichilismo si presenta solo come un'opportunità di convivenza con esso, si presenta come l’unica via per convivere con il nulla, arché dell’essere. Un suggerimento per la lettura: “La fine della modernità”, G. Vattimo, Garzanti, Milano 1990. Leonardo Miucci |
||||||||
|
RIFLESSIONI SU UN BREVE CAMMINO
Si racconta che in tempi lontani, in un giorno d'estate, uno scarafaggio, percorrendo una strada sterrata, giunto in prossimità di un passaggio a livello con barriere abbassate, fu raggiunto da un gregge di pecore, che il pastore dovette fermare prontamente in attesa che transitasse il treno, per poi proseguire fino alla meta stabilita. L'immenso polverone sollevato dal camminare delle pecore, imbiancò in modo uniforme il piccolo corpo dello scarafaggio. A questo punto, impressionato dal singolare evento, rivolgendosi alle pecore che gli stavano vicino chiese: "Avete notato quanta polvere siamo riusciti a sollevare da terra?”. Una di esse lo guardò e gli domandò: "Anche tu riesci a sollevare polvere?”. ”Certamente!” rispose lo scarafaggio, "Non sono anch'io in mezzo a voi?”. Nel breve cammino fatto insieme a voi attorno al luogo, dove in tempi remoti sorgeva l'antica città di Eloro, anch'io per certi versi, specie alla vista di quel cancello chiuso, che ne ostruiva l'entrata, ho provato la netta sensazione di somigliare a quello scarafaggio, non nella presunzione, ma nel sentinni piccolo e perciò incapace di sollevare polveroni, bensì di subire quelli sollevati da altri. Da parte vostra, mi lusinga la facilità con cui, tramite la lettura di poche righe, scritte con molta saggezza da grandi pensatori, possiate riuscire a caricarvi di tanto entusiasmo che facilmente perdiamo nel momento in cui una semplice buca si presenta improvvisa nel nostro cammino. Tutto ciò è dovuto alla paura dell'uomo. Essa somiglia molto ai bambini vivaci, l'uomo cerca in tutti i modi di tenerla addormentata, ma quando rare volte crede d'esserci riuscito, d'improvviso essa riapre gli occhi e così il suo risveglio sarà accompagnato dalla stessa prepotenza di sempre. Molte sono le cose che da voi o da altri avrei voluto e vorrei ancora imparare, come molti sono anche i perché masticati e mai ingeriti perché molto più grandi di me o se più piccoli poiché di sapore molto amaro. Mi auguro perciò che queste mie riflessioni, non siano interpretate da voi "miei amici" come espressioni di critica sul vostro comportamento, considerato da me sano ed istruttivo. Detto questo aggiungo, che sarà per me un grande piacere esservi sempre vicino, non per darvi, ma per ricevere saggi e mansueti insegnamenti, con la viva speranza che un giorno, finalmente, insieme riusciremo a capire chi siamo, da dove veniamo e ancor più dove andremo. Nell'attesa io mi rifugerò nella fede, che è l'ombra di tutti i perché. Emanuele Tiralongo Cassibile 22 aprile 2004 |
||||||||