CAMERA DEI DEPUTATI SENATO DELLA REPUBBLICA
XIII LEGISLATURA
COMMISSIONE PARLAMENTARE DINCHIESTA SUL FENOMENO DELLA MAFIA E DELLE ALTRE ASSOCIAZIONI CRIMINALI SIMILARI
(istituita con legge 1° ottobre 1996, n. 509)
(composta dai deputati: Lumia, Presidente, Vendola, Mancuso, Vice Presidenti; Acierno, Albanese, Borghezio, Bova, Brunetti, Carrara, Crucianelli, Fumagalli, Gatto, Iacobellis, Lamacchia, Maiolo, Mantovano, Martusciello, Miccichè, Molinari, Napoli, Neri, Rizzi, Scozzari, Veltri e Veneto e dai senatori: Diana Lorenzo, Curto, Segretari; Calvi, Centaro, Cirami, De Zulueta, DOnofrio, Erroi, Figurelli, Florino, Greco, Lombardi Satriani, Marini, Mungari, Nieddu, Novi, Papini, Pardini, Peruzzotti, Pettinato, Rigo, Russo Spena, Veraldi, Viserta Costantini, Wilde)
RELAZIONE CONCLUSIVA
(Relatore: Onorevole Giuseppe LUMIA)
approvata dalla Commissione in data 6 marzo 2001
Comunicata alle Presidenze il 7 marzo 2000 ai sensi dellarticolo 1, legge 1° ottobre 1996, n. 509
La Relazione conclusiva dei lavori della Commissione parlamentare dinchiesta sul fenomeno della mafia e delle altre associazioni criminali similari si apre con una descrizione analitica dellattività che la Commissione stessa ha svolto nel corso della XIII legislatura, nellambito delle diverse strutture interne in cui essa si articola: sede plenaria, Ufficio di Presidenza e singoli Comitati, nonché attraverso le numerose missioni che la stessa Commissione ha compiuto.
Le proposte avanzate dalla Commissione e illustrate nella parti successive della Relazione si concentrano, in sede di analisi, sui profili di discontinuità del fenomeno mafioso, con riferimento sia alle caratteristiche strutturali delle organizzazioni criminali sia alle esigenze di contrasto da parte della magistratura e delle forze di polizia.
È innegabile che si sono ottenuti risultati importanti sul piano delle conoscenze del fenomeno mafioso e della cattura di molti esponenti dei vertici delle varie organizzazioni mafiose; con la stessa chiarezza bisogna affermare che il fenomeno mafioso mantiene altissimi livelli di pericolosità per la nostra convivenza civile e per la struttura economica e democratica del nostro Paese, e, oggi, dellintero contesto internazionale.
Le organizzazioni criminali sono, infatti, sempre più in grado di mutare velocemente ed efficacemente le proprie caratteristiche organizzative e di strategia operativa; tutto ciò nasce dal loro tentativo di sfruttare al massimo grado le opportunità offerte dalla evoluzione degli scambi commerciali e finanziari e dalla maturazione di nuovi mercati dove sperimentare nuovi interessi illeciti, ampie possibilità di reperimento di "mano dopera", nonché nuove alleanze, o comunque nuovi rapporti, con formazioni criminali emergenti anche di origine straniera.
Tale mutamento di caratteristiche organizzative e di strategia operativa è motivato, inoltre, dallesigenza di dover rispondere in maniera repentina e mirata alle iniziative e allattività di contrasto che le Istituzioni, a tutti i livelli, hanno posto in essere negli anni passati. Anche da questo versante, le organizzazioni mafiose dimostrano tutta la propria pericolosità ed efficienza criminale, tentando di passare da una strategia incentrata sullo scontro frontale con lo Stato ad unaltra strategia che privilegia maggiormente, allopposto, un metodo di convivenza con le strutture legali della società, magari anche attraverso una gestione più "politica" che militare degli interessi contrapposti.
Uno degli aspetti di più attuale e innovativa pericolosità delle organizzazioni criminali su cui la Commissione ha ritenuto di doversi soffermare in sede di Relazione conclusiva è quello rappresentato dal pericolo derivante dallinfiltrazione della criminalità organizzata nelleconomia; lenorme quantità di ricchezza accumulata attraverso le attività illecite e le opportunità offerte dalle nuove tecnologie pongono le premesse per una intensa attività di riciclaggio in grado di inquinare vasti settori delleconomia legale e di attrarli così nel circuito criminale a cui originariamente erano estranei. Le attività di estorsione, alle quali si dedicano pressoché tutte le organizzazioni criminali, nonché quelle di usura, cui sono dedite solo alcune organizzazioni criminali e solo in alcune aree, sono poi in grado di falsare in vaste zone del Paese il dispiegarsi delle regole del libero mercato dei beni, dei servizi e del lavoro, incidendo in modo distorsivo sui costi di tutti e tre i fattori, nonché sulla qualità dei beni e dei servizi.
Il lavoro svolto dalla Commissione durante la XIII legislatura ha, inoltre, evidenziato la pericolosità dellaffermarsi in Italia delle cosiddette "nuove mafie" provenienti soprattutto dallEst europeo e dal continente asiatico. Tali organizzazioni criminali appaiono, infatti, già prepotentemente inserite in diversi settori delle attività criminali tradizionali e si dimostrano soprattutto capaci di differenziare i propri interessi attraverso lo sviluppo di ulteriori attività illecite quali la tratta degli esseri umani. Proprio la pericolosità di tali organizzazioni criminali e la convinzione che lattuale fase di accumulazione di ricchezza da parte di queste ultime sarà seguita da unattività di "reinvestimento" dei profitti illeciti e quindi dal loro ingresso nel circuito finanziario e commerciale, ha dato motivo alla Commissione di presentare, anche in tale ambito, proposte normative e amministrative che mirano a dotare la magistratura e le forze dellordine di strumenti di contrasto simili a quelli già utilizzati per la lotta alle mafie tradizionali.
È, peraltro, opinione della Commissione che lazione di contrasto nei confronti della criminalità straniera non debba significare lidentificazione tra fenomeno criminale e immigrazione.
Tale quadro dei fenomeni criminali e la conoscenza della loro capacità di mutare caratteristiche, mantenendo sempre costante il livello di pericolosità, permette alla Commissione di avanzare, infine, con convinzione, una proposta complessiva di lotta alla criminalità nella quale, al momento repressivo-giudiziario (formalizzazione di un sistema di "doppio binario" normativo ed amministrativo per la lotta alla criminalità organizzata, rafforzamento degli apparati investigativi) e repressivo-finanziario (aggressione ai patrimoni mafiosi) si affianchi il momento preventivo della formazione sociale alla legalità.
Il lavoro svolto dalla Commissione è, infine, anche il risultato di un intenso e proficuo rapporto con i rappresentanti della magistratura, in particolare delle Direzioni distrettuali antimafia, delle Prefetture, della Polizia, dei Carabinieri, della Guardia di finanza, della Direzione investigativa antimafia e della Polizia penitenziaria, nonché del mondo del volontariato, della scuola, dellassociazione "Libera", delle realtà antiracket e antiusura e del movimento sindacale e imprenditoriale. A tutti va un sincero ringraziamento per il fondamentale ausilio prestato allattività della Commissione. Un particolare ringraziamento, in considerazione della peculiarità del lavoro degli uffici da lui diretti, va al dottor Piero Luigi Vigna, Procuratore nazionale antimafia.
A tutti i componenti della Commissione e, in particolare, al senatore Ottaviano Del Turco, che lha presieduta fino al mese di aprile del 2000, va un sincero ringraziamento per lo spirito istituzionale con il quale hanno interpretato il proprio ruolo e quello della Commissione.
PARTE PRIMA
LATTIVITÀ DELLA COMMISSIONE PARLAMENTARE DINCHIESTA SUL FENOMENO DELLA MAFIA E DELLE ALTRE ASSOCIAZIONI CRIMINALI SIMILARI NELLA XIII LEGISLATURA
Dati e notizie di carattere generale.
Giunti al termine della legislatura, la relazione conclusiva, prevista dallarticolo 1, comma 1, lett. d), della legge istitutiva si prefigge lo scopo, da un lato, di portare allattenzione del Parlamento e dellopinione pubblica quanto è stato sino ad oggi fatto dalla Commissione, e, dallaltro, di fornire un quadro generale di riferimento da consegnare alle Autorità preposte a combattere il fenomeno criminale.
In generale, in questi cinque anni di attività, la Commissione ha presentato al Parlamento 17 relazioni (1) (la cui elaborazione nel tempo è evidenziata nella successiva tabella) nelle quali il fenomeno del crimine organizzato è analizzato sotto diverse angolazioni, riflettenti differenti approcci metodologici, a significare, innanzitutto, la varietà e complessità delluniverso criminale mafioso: ricorrente, ad esempio, è il criterio territoriale, la cui scelta, probabilmente, dipende dal fatto che esso agevola una migliore definizione dei fenomeni. Ma, anche in questi casi, lattenzione della Commissione passa dallinchiesta micro-settoriale sulle attività criminali mafiose in un quartiere di Palermo (2) ad uno sguardo dinsieme su fenomeni criminali che abbracciano territori ampi quanto una provincia.
Un altro aspetto ricorrente, nella scelta del "taglio" del lavoro, risiede nellanalisi di nuovi fenomeni criminali: un esempio significativo è offerto dalla relazione sul traffico degli esseri umani, nella quale linchiesta nel suo complesso si fonda sulla differenza tra le diverse forme di approfittamento della persona del migrante clandestino (3).
A tale caratteristica risponde anche lultima Relazione, in ordine di tempo, approvata dalla Commissione sul fenomeno criminale del contrabbando di tabacchi lavorati esteri in Italia ed in Europa.
In molti casi, poi, la Commissione ha posto la sua attenzione sulla efficacia della risposta repressiva, indagando sia sulla situazione dellorganizzazione degli apparati giudiziari e di polizia, sia sullapplicazione di taluni istituti processuali di vitale importanza a tali fini, qual è, ad esempio, listituto dei testimoni di giustizia.
Infine, la Commissione si è cimentata anche con lindagine giudiziaria in senso stretto: ne è testimonianza la "Relazione sul caso Impastato", esempio, come è stato affermato, "di una ricerca autonoma, di documentazione, di informazione e controinformazione su un importante delitto politico-mafioso...." (4).
Proprio in riferimento ai lavori per la elaborazione della Relazione sul "caso Impastato" e per lorganizzazione delliniziativa per la presentazione della Relazione stessa presso il Consiglio comunale di Cinisi, svoltasi l11 gennaio 2001, è importante sottolineare la collaborazione fornita dal Centro di documentazione siciliano "Giuseppe Impastato" che ha svolto una funzione importante di analisi, di informazione e di ricerca su decisivi aspetti del fenomeno mafioso.
Nel corso della legislatura la Commissione ha tenuto complessivamente in sede plenaria 104 sedute. I Comitati (5), nei quali la Commissione, secondo quanto previsto dallarticolo 1, comma 4, della legge istitutiva, può organizzare i propri lavori, hanno tenuto complessivamente 151 sedute, mentre lUfficio di Presidenza della Commissione integrato dai rappresentanti dei gruppi ha tenuto 97 sedute. Nella tabella che segue si illustra analiticamente, per ogni anno della legislatura, tale attività.
La Commissione ha effettuato, inoltre, 54 missioni, visitando 70 località e ha complessivamente audito, sia in sede sia nellambito delle missioni svolte, 1.283 persone.
Il lavoro svolto dalla Commissione è attestato, altresì, dai documenti pervenuti al 6 marzo 2001, pari a 2.442. Sono, inoltre, pervenuti 3.493 esposti e 651 anonimi. Tra la corrispondenza in arrivo e quella in partenza sono stati protocollati 16.215 atti.
Particolarmente significativa è stata anche lattività di organizzazione, da parte della Commissione, di convegni e seminari nelle materie di sua competenza.
Con tali iniziative la Commissione ha, infatti, inteso porre allattenzione dellopinione pubblica soprattutto temi sui quali fino ad oggi non sempre erano state fatte puntuali analisi e valutazioni.
In tal senso, si ricorda il convegno su "Bilanci e prospettive della lotta al riciclaggio" organizzato a Palermo, il 9 e 10 luglio 1998, nel quale, da un lato, si è fatto un bilancio della lotta al riciclaggio, e, dallaltro si sono analizzate le prospettive future in questo campo.
Il secondo convegno, sul tema de "La lotta alle mafie nel territorio. Legalità e sicurezza nelle grandi aree metropolitane e nelle altre zone a rischio", fu tenuto a Napoli il 26 e 27 novembre 1998.
Il 12 ottobre la Commissione ha presentato, nel corso di un Convegno organizzato di concerto con il Ministero della Pubblica Istruzione, il volume "Conoscere le mafie. Costruire la legalità", successivamente distribuito a tutte le scuole dItalia di primo e secondo grado (6).
Attraverso lorganizzazione di tale Convegno, la predisposizione di tale volume e la sua distribuzione alle scuole, la Commissione ha cercato di diffondere un messaggio di legalità che trova origine nel convincimento che la sola opera di repressione, per quanto necessaria, appare insufficiente per sconfiggere realmente le organizzazioni criminali, se non supportata dalla diffusione di una cultura della legalità soprattutto tra le giovani generazioni.
A tal fine la Commissione ha anche sollecitato una particolare attenzione da parte del Ministero della pubblica istruzione per lutilizzo quali supporti didattici dei film: "Placido Rizzotto", "I cento passi", "Il piccolo eroe borghese".
Il successivo convegno su "La costruzione dello spazio giuridico europeo contro il crimine organizzato" (7), svoltosi a Roma nel mese di novembre 2000 alla presenza di delegazioni dei Parlamenti di Francia, Spagna e Inghilterra, è stato promosso dalla Commissione al fine di analizzare le iniziative e le proposte provenienti da diverse esperienze nazionali e internazionali nel campo della lotta alla grande criminalità organizzata operante a livello transnazionale, anche al fine di giungere a una visione concertata tra i maggiori Paesi europei delle questioni di politica criminale più rilevanti. Nella circostanza furono anche affrontate le problematiche connesse ai contenuti della bozza di Convenzione predisposta dalle Nazioni Unite in materia di lotta al crimine organizzato, successivamente discussa e solennemente sottoscritta a Palermo nei giorni 11-15 dicembre 2000. Ai lavori della Conferenza ONU sulla criminalità organizzata transnazionale ha partecipato una delegazione della Commissione parlamentare Antimafia che, attraverso la presenza dei delegati e gli interventi del Presidente Giuseppe Lumia e del senatore Michele Figurelli, ha testimoniato, anche in questa sede, la sua attenzione al tema della criminalità internazionale.
Tali temi erano stati, daltronde, approfonditi dalla Commissione anche in occasione dellincontro del Comitato sullusura, il racket e il riciclaggio con una delegazione parlamentare dellAssemblea nazionale francese tenutosi il 23 marzo 2000.
Il 28 febbraio 2001, alla presenza del Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, ed in collaborazione con il Comitato parlamentare Schengen-Europol, la Commissione ha organizzato un convegno per la presentazione della Relazione sul traffico degli esseri umani. Con tale iniziativa la Commissione ha inteso fornire una ulteriore testimonianza del lavoro da essa svolta su tale tematica di importante attualità, avanzando al contempo proposte concrete sul piano normativo ed amministrativo per contrastare tale nuovo fenomeno criminale.
I contenuti delle Relazioni approvate dalla Commissione.
Nelle pagine precedenti sono stati messi a fuoco gli elementi generali e comuni che evidenziano il senso complessivo dellattività della Commissione in questi anni.
Questa Relazione ha, peraltro, il dovere, sia pure in breve, di ricostruire le ragioni delle singole inchieste ed i risultati cui la Commissione è pervenuta.
La prima Relazione di tipo "territoriale" ha riguardato "Le risultanze dellindagine concernente lattività di repressione della criminalità organizzata nella provincia di Messina" (doc. XXIII, n. 7), relatore il senatore Ottaviano Del Turco.
Dalla Relazione si legge "che la decisione di effettuare il sopralluogo a Messina fu assunta allunanimità dallUfficio di Presidenza allindomani dellomicidio del professor Matteo Bottari, della Facoltà di medicina dellUniversità di Messina, avvenuto il 15 gennaio del 1998".
"Quel territorio mostrava un volto tranquillo che non richiedeva, ad una osservazione superficiale, una collocazione di primo piano nel lavoro di indagine della Commissione. Ma si trattava, appunto, di una interpretazione superficiale: Messina presentava caratteri, problemi, contraddizioni, emergenze che richiedevano, al contrario, un esame più urgente ed attento per comprendere il ruolo e la collocazione di quel territorio nel contesto della situazione siciliana".
La specificità del caso Messina risiedeva "nella particolare degenerazione del sistema dei rapporti tra i vari uffici giudiziari fino a punte di esasperazione sulle quali la Commissione non ha potuto non richiamare lattenzione delle autorità di sorveglianza...".
Dallanalisi svolta dalla Commissione è emerso come in alcune realtà si fosse giunti ad un livello particolare di degenerazione dei rapporti istituzionali, gerarchici e personali.
La Commissione ha constatato successivamente le innovazioni positive introdotte nella realtà messinese con linsediamento del nuovo Procuratore della Repubblica e del nuovo Rettore dellUniversità.
A differenza del "caso Messina", la Commissione già conosceva la realtà della città di Brindisi.
Nondimeno, appariva utile tornare sulle relazioni precedenti anche per far rilevare come ad un buon livello di analisi e ad una puntuale enucleazione dei problemi, non fosse sempre seguito uno sforzo adeguato per la loro soluzione ("Relazione sullo stato della lotta alla criminalità organizzata nella provincia di Brindisi", doc. XXIII, n. 31, relatore il senatore Ottaviano Del Turco). La Commissione parlamentare antimafia non può limitarsi, infatti, a fornire letture ed analisi approfondite delle realtà locali senza esaminare con spirito critico le risposte che le istituzioni sono chiamate a dare. Un documento votato dalla Commissione dinchiesta non può rimanere un atto parlamentare utile per studiosi e curiosi. La Commissione stessa ha voluto sottolineare lesigenza di unattività di vigilanza sulle conseguenze che si traggono dalle analisi che essa svolge, giacché, nel corso di questi ultimi anni, alle gravi questioni connesse alle tradizionali attività illecite dei gruppi criminali (contrabbando di tabacchi e traffico di stupefacenti), se ne sono aggiunte altre (immigrazione clandestina innanzitutto) connesse ai rivolgimenti politico-istituzionali
degli Stati che vi affacciano sul canale dOtranto. In Puglia, infatti, continua la penetrazione delle organizzazioni criminali a tutti i livelli della vita economica, con riflessi gravi sulla vita della società e delle istituzioni della regione.
Le ragioni di una inchiesta "territoriale" su Catania, sono da rintracciare nella volontà della Commissione di verificare alcune radicate concezioni che hanno spesso portato i mezzi di informazione a rappresentare la mafia siciliana come una realtà unitaria ed omogenea, nella quale sopravvivono tradizioni, forme e riti di iniziazione, strutture organizzate in maniera rigorosamente gerarchica e verticistica, e naturalmente attività
criminali connotate da particolare efferatezza. Le differenze con altre organizzazioni criminali vengono dunque spesso evidenziate solo se il confronto avviene tra Cosa nostra e la ndrangheta calabrese, la camorra napoletana e la Sacra corona unita.
Invece, dallistruttoria finalizzata alla redazione della Relazione su lo stato della criminalità organizzata nella città di Catania (doc. XXIII, n. 48, relatore il senatore Euprepio Curto), è emerso come, allinterno dello stesso universo mafioso siciliano, siano profonde le divergenze riscontrabili tra lorganizzazione mafiosa palermitana e quella catanese. In particolare, la struttura della mafia palermitana si caratterizza per un sistema di gerarchie di tipo piramidale, mentre la mafia catanese risulta stratificata orizzontalmente, con la presenza di più gruppi antagonisti tra loro, sui quali la supremazia viene esercitata dal gruppo, appartenente a cosa nostra, e storicamente guidato da Nitto Santapaola. Si è evidenziato come la criminalità catanese abbia subìto una evoluzione nella sua tradizionale struttura genetica. Il suo modo di operare negli anni si era infatti sempre contraddistinto più per la creatività e lastuzia - eranodiffusissime le truffe ed i reati commessi con il concorso dellingegno - che per la efferatezza; il rapporto con le Istituzioni e le forze di polizia improntato ad un formale rispetto e luso della violenza, sia pure frequente e spesso efferato, diffuso solo nelle lotte tra componenti dei clan rivali. Oggi la criminalità catanese appare invece particolarmente efferata, forse la più feroce delluniverso criminale siciliano; propensa al compimento di vendette trasversali che vedono spesso cadere vittime innocenti; spietata ed irresponsabile nella esecuzione delle azioni di fuoco, commesse ad ogni costo, spesso con il coinvolgimento fisico di passanti e di persone estranee.
Nello stesso tempo la mafia catanese si presenta capace di esprimere una forte "capacità economica" interferendo sulle procedure di aggiudicazione degli appalti, sulla vita amministrativa di alcuni comuni della provincia e nellattività economica di importanti gruppi imprenditoriali.
Nelle Relazioni "sullo stato della lotta alla criminalità organizzata in Calabria e Campania" (docc. XXIII, nn. 42 e 46, relatori, rispettivamente, i senatori Michele Figurelli e Luigi Lombardi Satriani) e nella Relazione sul traffico degli esseri umani (doc. XXIII, n. 49, relatore la senatrice Tana de Zulueta) la Commissione ha tratteggiato un profilo socio-criminale dellorganizzazione mafiosa che, nel caso ad esempio della ndrangheta costituisce il novum rispetto ai contributi elaborati dalle Commissioni antimafia nel corso delle passate legislature.
Così, la diversità rispetto alle precedenti relazioni è legata a significativi cambiamenti intervenuti nelle condizioni reali, nella conoscenza del fenomeno, nel contrasto quale è stato indicato dalla normativa e quale è stato messo in atto dalle istituzioni.
Non era stata mai fatta sino ad oggi una relazione della Commissione antimafia che concentrasse lattenzione su quella particolare associazione criminale che risponde al nome di ndrangheta, e che non è affatto riducibile ad una mafia \periferica e \locale.
È apparso alla Commissione non solo necessario, ma anche possibile, uscire dallo stereotipo duro a morire di un fenomeno tipico dellarretratezza, di unorganizzazione rozza e arcaica, rinchiusa in Calabria o perfino solo in Aspromonte nella monocultura dei sequestri di persona. E ancora di più dallo stereotipo della strutturale, e assoluta, immutabilità della mafia calabrese. Oggi appare non solo necessario, ma anche possibile, bruciare il ritardo di conoscenza, di comprensione e di azione, eliminare il conseguente status di impunità di cui la ndrangheta ha potuto godere e di cui ha fatto uso per rafforzare, estendere e riprodurre, a seguito dei colpi subiti, ogni sua ramificazione e attività. Occorre, dunque, superare definitivamente lisolamento in cui sono rimaste specifiche denuncie e allarmate e allarmanti analisi fatte da diversi inquirenti lungo tutti gli anni Ottanta.
La possibilità di questa indispensabile svolta è data innanzitutto dal grande salto di qualità e di quantità compiuto attraverso le acquisizioni fatte in questi ultimi anni dalle indagini (non solo quelle promosse o fatte allinterno della Calabria, e non solo quelle condotte dalle Direzioni distrettuali antimafia) e dal lavoro di impulso della Direzione nazionale antimafia.
La Commissione ha evidenziato come il salto di qualità e di quantità che è stato operato avrebbe potuto, e potrebbe, essere moltiplicato attraverso una azione nuova, decisa e diffusa di rottura dellomertà, come sta a dimostrare il fatto che il fenomeno del cosiddetto "pentitismo" vi ha generalmente avuto, e continua ad avere, un ruolo del tutto marginale, una incidenza niente affatto determinante o paragonabile a quella che si è registrata per la conoscenza e il contrasto di Cosa nostra e di altre organizzazioni mafiose. È proprio il salto di qualità e di quantità della conoscenza prodotta dalle indagini di questi ultimi anni che induce ad apprezzare diversamente rispetto al passato la forza, la pericolosità, la diffusione nazionale e internazionale della ndrangheta e la sua collocazione allinterno del sistema criminale. Lordinanza di custodia cautelare del processo Olimpia, la prima sentenza già emessa e il proseguimento del dibattimento attualmente in corso a Reggio Calabria per altri tronconi del processo Olimpia, forniscono una prova esemplare di questo salto di qualità e di quantità della conoscenza e danno allo Stato democratico la possibilità di percepire quale sia sul presente il peso della storia della ndrangheta che viene ricostruita per lultimo trentennio illustrando le gravi conseguenze prodotte dallignoranza, da parte dello Stato democratico, di questa realtà lungo tutto questo tempo. Dal lavoro svolto dalla Commissione, emerge soprattutto una specificità della ndrangheta che ha sempre teso a lavorare al coperto, lontano e distante dai riflettori dei mass media. Solo in alcuni momenti la ndrangheta è stata al centro dellattenzione, e segnatamente durante alcuni sequestri di persona, nel corso della guerra di ndrangheta a Reggio Calabria o in seguito ad omicidi particolarmente significativi, a faide sanguinarie o a stragi come per esempio quella di Oppido Mamertina, fino agli omicidi di Strongoli e di Isola Capo Rizzuto del febbraio 2000, o a delitti politico-mafiosi come quello dellonorevole Ligato o del dottor Antonino Scopelliti che si predisponeva a sostenere la pubblica accusa nel maxi processo contro Cosa nostra pendente davanti alla Corte di cassazione. In merito a questultimo, grave, fatto di sangue rimangono ancora del tutto aperte alcune questioni essenziali: la causale e i mandanti dellomicidio e la natura dei rapporti - certo non occasionali o legati solo a quel particolare momento del maxi processo tra ndrangheta e Cosa nostra.
La mafia calabrese, nel silenzio e nellindifferenza, ha oltrepassato nei decenni scorsi i confini regionali e si è impiantata stabilmente al Nord. Oggi è lorganizzazione sicuramente più diffusa in Piemonte, in Lombardia, in Emilia-Romagna, in Trentino Alto Adige e in Liguria. Inoltre è diffusa anche a livello internazionale; la ndrangheta si presenta, infatti, come unorganizzazione con un forte radicamento non solo in Australia, ma nei Paesi dellEst, in Europa, in Canada e in America Latina.
Nel caso della Relazione sullo stato della criminalità in Campania, il lavoro della Commissione è consistito soprattutto nella presa di coscienza che se la sottovalutazione del passato ha reso più difficile lapproccio conoscitivo non vi è dubbio che un ulteriore elemento di particolare difficoltà è costituito da alcuni dati strutturali della camorra medesima.
In primo luogo a parte alcuni tentativi egemonici - quali quelli di Cutolo nei primi anni 80, di Alfieri da metà degli anni 80 fino ai primi del 90 o quelli più recenti di Licciardi e del famoso cartello di Secondigliano - la struttura della camorra, infatti, è sempre stata, in particolare quanto più forte è stata lattività repressiva alquanto pulviscolare.
Tra le forme di criminalità organizzata, la camorra si distingue, in pratica, per la mancanza di una "autorità" di vertice al di sopra dei gruppi che operano sul territorio e per la struttura prevalentemente orizzontale dei diversi sodalizi, che perseguono i propri interessi economico-criminali con un processo continuo di aggregazione e riaggregazione.
Sul territorio campano hanno operato un elevato numero di clan, gelosi della loro autonomia e pronti a darsi battaglia non appena si verificasse anche una piccola invasione di campo.
Le stesse articolazioni camorristiche fra di loro hanno caratteri tuttaltro che omogenei; accanto a strutture che hanno mutuato rituali e caratteri dai mafiosi siciliani - si pensi, a titolo esemplificativo, al clan Fabbrocino o a quello dei casalesi sotto la gestione della diarchia Bardellino-Iovine, entrambi tipici sodalizi mafiosi - vi sono organizzazioni locali che paiono mutuare più che i caratteri dellassociazione mafiosa quelli delle classiche bande criminali, tipiche delle periferie delle città europee.
È chiaro che una disomogeneità come quella evidenziata rende certamente più problematico un qualsivoglia approccio di conoscenza.
Un ulteriore elemento di complessità evidenziato dallindagine condotta dalla Commissione non può non essere rappresentato dalla estrema capacità di gran parte dei fenomeni camorristici di pervadere il tessuto sociale nel quale operano. Lomertà individuata in alcuni contesti della città di Napoli o della provincia di Caserta non è soltanto dettata da paura ma, almeno in alcune occasioni, da condivisione di un modus vivendi alternativo rispetto al modello comune.
Se non vi è dubbio che lhumus ideale per lo sviluppo della criminalità organizzata sono il disagio sociale, le situazioni di emarginazione e di sottosviluppo, unanalisi onesta e completa del fenomeno camorra non può che smentire come valida sempre e comunque lequazione "questione criminale"="disagio sociale". La criminalità camorristica - ed in particolare i suoi vertici - non necessariamente nascono in situazioni di povertà e di sottosviluppo. Da questo proviene gran parte della manovalanza criminale, spesso sacrificata nelle lotte tra i clan, ma in molte occasioni i reali gestori delle attività delle consorterie criminali sono soggetti che vi si dedicano per fare il salto di qualità dal punto di vista economico - forse che il pentito Galasso non è un macroscopico esempio che conferma la validità dellassunto - e per acquisire rispetto nei loro ristretti ambiti locali. La Commissione ha avuto modo di accertare come i camorristi degli anni 90 e del 2000 vestano sempre più i panni dei "colletti bianchi" ed assumano i connotati tipici di chi si propone di fare a tutti i costi una scalata sociale alla grande ricchezza ed al grande potere. Solo personaggi di tal tipo possono avere la capacità - necessaria per la sopravvivenza di questa forma di criminalità - di tenere i contatti con i più svariati ambienti delle istituzioni. Il dato sopra indicato introduce senza dubbio unulteriore variabile che non può non rendere più complesso lapproccio con questa criminalità organizzata.
In tale contesto la Commissione ha apprezzato le indicazioni fornite dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Napoli - Direzione distrettuale antimafia sulla necessità di un salto di qualità nellazione di prevenzione e di contrasto in grado di dotare le istituzioni di una strategia globale contro il fenomeno della camorra.
A testimonianza dellattenzione da parte di tutte le componenti politiche presenti in Commissione al tema della lotta alla criminalità organizzata in Campania è da ricordare la presentazione da parte dei senatori Emiddio Novi e Michele Florino di due distinte relazioni di minoranza (docc. XXIII, n. 46-bis e 46-ter) con le quali si è voluto fornire un ulteriore contributo per la comprensione del fenomeno criminale in Campania.
Lapporto della Relazione sul traffico degli esseri umani è assolutamente nuovo nel panorama dellattività di questa Commissione, che mai prima di questa legislatura si era occupata del problema, la cui entità, peraltro, ha assunto solo negli ultimi anni una valenza così preoccupante.
La storia dellumanità, nel corso dei secoli, ha già conosciuto fenomeni riconducibili al traffico di esseri umani. Quello che attualmente colpisce e distingue il passato da quanto accaduto nellultimo decennio del 900, è costituito dallo sviluppo e dalla diffusione impressionanti che il traffico di esseri umani ha fatto registrare in tutto il mondo.
Ancora oggi non si dispone di dati precisi ed univoci su questo mercato nero, a testimonianza di come sia ancora piuttosto deficitaria una organica conoscenza sia da parte degli stati che delle strutture nazionali e internazionali deputate ad occuparsi del
contrasto alla criminalità organizzata e, nello specifico, al traffico degli esseri umani.
Lanalisi del traffico delle persone, oltre che su dati forniti dagli apparati investigativi nazionali ed internazionali, si basa attualmente su una pluralità di stime, elaborate da diversi enti internazionali e da organizzazioni non governative. Queste stime presentano, in alcuni casi, valori molto diversi tra loro. Pertanto, se da un lato esse denotano un pregevole sforzo finalizzato alla riduzione dellincertezza conoscitiva sulle dimensioni e le dinamiche del traffico, dallaltro impongono a ciascuno di approcciarsi alla loro lettura in forma critica dato che, non sempre, sono esplicitati i criteri di rilevazione e le fonti dalle quali provengono i dati forniti.
Secondo lInternational Center for Migration Policy Development di Vienna, sarebbero circa quattrocentomila le persone introdotte ogni anno illegalmente nel continente europeo. Su una popolazione di circa trecentosettanta milioni di abitanti, si stima che siano dai tre agli otto milioni gli immigrati clandestini che vivono nellUnione Europea; in pratica, ogni tre immigrati entrati in Europa, uno ha utilizzato un canale clandestino.
La gravità del traffico degli esseri umani, è testimoniata altresì dalle cifre fornite da organizzazioni non governative, che stimano in uno-due milioni allanno, il numero di donne oggetto di traffici finalizzati al loro successivo inserimento nel mercato della prostituzione coatta. In Europa occidentale sarebbero cinquecentomila le donne coinvolte nel traffico finalizzato allo sfruttamento sessuale e, nella sola Ucraina, un numero uguale a quello appena citato quantificherebbe le potenziali vittime di questo mercato criminale. In Giappone, sarebbero più di centomila le donne sfruttate per fini sessuali, in particolare Tailandesi e Filippine; sempre più elevato, inoltre, risulta il numero delle minorenni coinvolte.
In ambito nazionale, una recente inchiesta della Procura della Repubblica di Trieste, denominata "Oriente 1", ha stimato che tra il secondo semestre 1999 e i primi mesi del 2000, attraverso il confine italo-sloveno, alcuni importanti trafficanti cinesi e croati hanno favorito lingresso clandestino in Italia di almeno cinquemila immigrati orientali, realizzando un fatturato criminale pari a circa centotrenta miliardi di lire.
Lindagine svolta dalla Commissione ha fatto emergere come i capitali accumulati vengano investiti dai trafficanti, da un lato per finanziare il traffico degli esseri umani e altri tipi di mercati illeciti, per corrompere burocrati, politici, diplomatici, membri delle forze dellordine, e altro personale addetto a svolgere funzioni di controllo, in primis, alle frontiere e, dallaltro, come il denaro sporco venga riciclato allinterno dei circuiti economico-finanziari legali, avvalendosi di qualificati professionisti e delle più avanzate e moderne tecnologie.
Con la Relazione "sul fenomeno criminale del contrabbando di tabacchi lavorati esteri in Italia e in Europa" (doc. XXIII, n. 56, relatore lonorevole Alfredo Mantovano), la Commissione si è data il compito di accertare le caratteristiche attuali del fenomeno del contrabbando attraverso:
Alla luce della realtà accertata dalla presente inchiesta, la Commissione si è posta il problema di quali possano essere la più efficaci strategie di contrasto ed ha evidenziato, nel corso della Relazione, le proprie valutazioni e proposte.
Appariva anzitutto urgente la riforma legislativa del settore.
Lapprovazione della legge "Modifiche alla normativa concernente la repressione del contrabbando di tabacchi lavorati esteri", intervenuta successivamente allapprovazione della Relazione e in merito alla quale la Commissione aveva svolto nei confronti delle Camere un intensa attività di sollecitazione indicandola come una delle priorità per la lotta al fenomeno del contrabbando, potrà fornire alla Magistratura, alle Forze di polizia e alla Amministrazione finanziaria dello Stato, più aggiornati strumenti per combattere tale traffico.
Le gravi conseguenze del contrabbando, sul piano dellordine pubblico come su quello degli interessi finanziari dello Stato e della Unione europea, impongono di intervenire con la massima determinazione nei meccanismi fondamentali di tale illecito sistema, per interrompere o almeno contenere il più possibile il flusso illegale di sigarette in Italia e in Europa. La Commissione ha evidenziato come lazione dello Stato debba sempre più articolarsi sui due fronti, quello della repressione e, soprattutto, quello della prevenzione; per ciascuno di essi sono stati illustrati i profili normativi, amministrativi e operativi ritenuti di maggiore efficacia.
Sotto questo aspetto, grande merito va riconosciuto allazione delle forze della Guardia di Finanza, della Polizia di Stato, dellArma dei Carabinieri e della Magistratura, oltreché dellAmministrazione finanziaria dello Stato.
Gli importanti risultati conseguiti negli ultimi tempi, specie con loperazione Primavera, stanno a testimoniare che quando lazione di contrasto è organizzata ed efficace, il contrabbando può essere contenuto e limitato. E ciò può accadere se il contrasto delle forze di polizia e della magistratura è sostenuto da una adeguata politica estera verso quegli Stati che, storicamente, hanno offerto una sponda favorevole al contrabbando.
Questa Commissione ha avuto modo di affermare, forse prima di altre Istituzioni, come quella del contrabbando fosse una grande questione di politica estera. Le Nazioni dellaltra parte dellAdriatico, infatti, sono destinate a svolgere un ruolo importante su temi centrali per la sicurezza e lo sviluppo dellintera Europa.
A questo proposto, la Commissione parlamentare antimafia ha manifestato un convinto sostegno alla linea che lUnione europea ha intrapreso attraverso liniziativa giudiziaria intentata nei confronti di due società multinazionali del tabacco; il sostegno della Commissione a tale iniziativa è stato sottolineato anche attraverso la visita che una delegazione della Commissione antimafia, composta dal Presidente, dallonorevole Nicola Vendola e dal senatore Euprepio Curto, ha effettuato a Bruxelles, il 27 novembre 2000, unitamente al Ministro delle finanze Ottaviano Del Turco, per rappresentare al Presidente Romano Prodi la piena condivisione della linea intrapresa.
Un argomento di estrema attualità, per tutti gli anni novanta è stato quello dei sequestri di persona, sul quale per la prima volta una Commissione parlamentare ha presentato una relazione organica (doc. XXIII, n. 14, relatore il senatore Alessandro Pardini).
Il Comitato, che ha svolto il lavoro istruttorio, e la Commissione sono stati consapevoli, al momento della redazione della Relazione, e sono tuttoggi convinti che il Parlamento e il Paese si attendono proposte concrete in grado di contenere e di far cessare uno dei più odiosi reati di cui si può macchiare un criminale. Il sequestro di persona, infatti, più di altri delitti, genera allarme e inquietudine, produce un senso di insicurezza e provoca richieste di misure repressive più drastiche. Spesso molti episodi di sequestro sono stati accompagnati e seguiti da campagne di stampa, tutte caratterizzate da una forte spinta emotiva e da una disputa sui mezzi adottati per reprimere il fenomeno.
Il sequestro di persona è un fenomeno complesso che ha richiesto da parte della Commissione unanalisi attenta e razionale che non fosse sottoposta alle sollecitazioni del singolo momento. Proprio per questo la Commissione ha inteso ripercorrere - seppure a grandi linee e nei limiti contenuti di una relazione parlamentare - lintera storia dei sequestri di persona, da quelli a scopo di estorsione a quelli che hanno avuto altre matrici e altre finalità. Inoltre, ha ritenuto opportuno illustrare levoluzione legislativa e le modifiche intervenute; gli strumenti operativi approntati nel tempo e lefficienza degli stessi; landamento statistico dei sequestri di persona lungo un arco di tempo molto ampio, dal 1969 al 1997; la percezione dei sequestri - con lemergere di diverse sensibilità - che si è avuta negli incontri e nelle audizioni.
Un ultimo gruppo di Relazioni si è occupato delle questioni attinenti alla funzionalità dellapparato repressivo e di prevenzione, evidenziando, a seguito di una ricognizione dei vari problemi, le possibili soluzioni del caso. Nella Relazione sulla funzionalità degli Uffici giudiziari (doc. XXIII, n. 1, relatore lonorevole Giuseppe Scozzari) si è sostenuto come sia "di tutta evidenza come le numerose e croniche scoperture nelle piante organiche degli uffici giudiziari incidano, in generale, negativamente sulla qualità della risposta alla richiesta di giustizia da parte dei cittadini e, nello specifico delle regioni meridionali, nonché di quelle del Centro-Nord nelle quali le organizzazioni criminali si stanno insediando o consolidando.
Lattuale ordinamento rende impossibile garantire la integrale copertura delle piante organiche degli uffici anche in concomitanza di un ruolo organico completo e ciò per alcune peculiari situazioni quali:
A questa Relazione fa in qualche modo da necessario complemento la "Relazione sullo stato degli organici delle forze di polizia" (doc. XXIII, n. 3, relatore il senatore Carmine De Santis), la cui attualità nasce dal delicato ruolo da esse assunto.
Infatti, le forze di polizia sono sottoposte ad una pressione che ha pochi precedenti nella storia del Paese. Sia sul terreno della lotta alla criminalità comune, sia su quello dellazione di contrasto alla criminalità organizzata, la domanda di maggiore efficienza e presenza dello Stato si è fatta assai forte. Da queste considerazioni deriva la grande crescita di attenzione e di preoccupazione verso le attività di prevenzione, di controllo del territorio, di repressione e di contrasto verso ogni forma di criminalità.
La domanda di sicurezza è altissima. Non cè realtà del Paese che non rivendichi una quota aggiuntiva di uomini e mezzi da parte dello Stato. Inutile dire che, da solo e non accompagnato da altre misure, questo sforzo può non essere sufficiente per ricreare un tessuto di legalità diffusa, di sicurezza garantita. E, oltretutto, richiede disponibilità di bilancio assolutamente straordinarie. Questo tema è diventato, in Italia come in altri paesi sviluppati, un tema centrale del confronto politico e dello scontro elettorale.
Non cè stata audizione della Commissione che non abbia avuto al centro questo argomento. Ed anche quando la discussione verteva su questioni più generali e distanti dalla concretezza quotidiana esso riappariva con grande forza come questione decisiva.
La Commissione, pertanto, nellambito di tale Relazione, ha richiesto al Governo limpegno a predisporre i necessari provvedimenti:
Un contributo importante ad un chiarimento della posizione di soggetti che, mettendo a repentaglio la propria vita e quella dei propri cari, ha fornito la Relazione sui testimoni di giustizia (doc. XXIII, n. 11, relatore lonorevole Alfredo Mantovano).
Infatti, nella legislazione vigente al momento della redazione di tale Relazione si parlava genericamente di misure di protezione e di assistenza nei confronti delle persone esposte a grave e attuale pericolo per effetto della loro collaborazione o delle dichiarazioni rese nel corso delle indagini preliminari e del giudizio (articolo 9 del decreto-legge del 15 gennaio 1991, n. 8, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 marzo 1991, n. 82); vi era cioè una considerazione unitaria della condizione dei testimoni e di quella dei collaboratori di giustizia; e in tal modo la vicenda dei primi veniva accomunata a quella di chi, dopo aver militato in organizzazioni criminali e dopo aver commesso gravi delitti, decide di collaborare con lautorità giudiziaria. Ma esiste una profonda differenza fra gli uni e gli altri: i cosiddetti pentiti hanno consuetudini criminali che li hanno abituati a una certa spregiudicatezza, ma anche a essere considerati dai soggetti con i quali trattano come persone che hanno un passato tuttaltro che cristallino; i testimoni di giustizia sono invece persone che, non avendo mai avuto a che fare con le forze dellordine e con le aule di giustizia, sono già turbati dalla necessità di recarsi in un tribunale e di presentarsi davanti a un giudice. Le privazioni, i trasferimenti e i danni morali e materiali che la loro scelta civile impone di subire provocano frustrazioni e umiliazioni, che sono poi ulteriormente accentuate dalla circostanza di essere trattati alla pari dei pentiti. Ai disagi si è sommato spesso labbandono della persona e dei suoi familiari alla disperazione, per lestrema difficoltà di trovare un reddito onesto, e alla vendetta dei complici degli accusati.
Lapprovazione nel mese di febbraio 2001 da parte delle Camere della legge di "Modifica della disciplina della protezione e del trattamento sanzionatorio di coloro che collaborano con la giustizia nonché disposizioni a favore delle persone che prestano testimonianza" ha portato a compimento il percorso, iniziato ed incentivato anche dalle iniziative della Commissione, che ha condotto ad una disciplina differenziata e più puntuale per i testimoni di giustizia.
La Relazione sulle intercettazioni della telefonia mobile (doc. XXIII, n. 25, relatori gli onorevoli Salvatore Giacalone e Tiziana Maiolo), infine, ha sottolineato come tale tema sia stato tra gli oggetti di interesse di questa Commissione con una indagine volta ad appurare se ci fossero differenti risposte, in tema di intercettazioni di telefoni cellulari e quindi in tema di attività di contrasto alla criminalità organizzata, da parte delle due aziende in quel momento in concorrenza nel settore, cioè TIM (Telecom Italia Mobile S.p.A.) e OPI (Omnitel Pronto Italia S.p.A.).
Ulteriore attività dei Comitati di lavoro.
A conclusione dellesame delle Relazioni approvate dalla Commissione, occorre dar conto del lavoro svolto dal Comitato di controllo sulle zone non tradizionalmente interessate dal fenomeno mafioso, coordinato dal senatore Alessandro Pardini, che ha svolto una attività compiuta sotto il profilo istruttorio.
Dai numerosi sopralluoghi effettuati è emerso che la situazione nelle aree non tradizionalmente mafiose è profondamente cambiata rispetto a quella descritta nella relazione a firma del senatore Smuraglia, approvata dalla Commissione antimafia nella XI legislatura (8).
Sintetizzando i fenomeni che si sono determinati da quel periodo ad oggi è possibile affermare che le mafie tradizionali italiane (in particolare la ndrangheta) continuano a mantenere per intero il loro radicamento nel territorio del Centro e del Nord nonostante i colpi inferti dalle numerose indagini condotte dalla diverse DDA e dalle sentenze di vari tribunali che in questi ultimi anni si sono succedute. In effetti la capacità di queste organizzazioni criminali di rigenerarsi resta comunque elevata, anche perché esse rimangono in collegamento con le aree tradizionali di riferimento e perché sono capaci di localizzarsi con la criminalità italiana del luogo.
Naturalmente i criteri di selezione della manovalanza criminale non sono più quelli tradizionali e di conseguenza le organizzazioni criminali diventano più facilmente aggredibili.
Rimane da esplorare il fenomeno della immigrazione clandestina per verificare quanto essa riesca a costituire lanello di congiunzione tra le mafie tradizionali e quelle nuove che costituiscono il vero elemento di novità dellultimo scorcio di secolo.
Nellimmigrazione clandestina ci sono due figure: la prima è costituita da una piccola minoranza di delinquenti che vengono appositamente in Italia per svolgervi i loro traffici illegali; questi sono collegati direttamente con criminali e mafiosi del loro paese di origine. La seconda figura comprende gli immigrati clandestini che nellimpossibilità di trovare una regolarizzazione della loro posizione ed un lavoro stabile rischiano spesso di diventare preda dei loro connazionali criminali.
È importante, quindi, ribadire che è profondamente sbagliato parlare di una equivalenza tra immigrazione e criminalità anche se è vero che quella parte di immigrazione che sfugge alle regole e si mantiene in clandestinità, volontariamente oppure no, costituisce il terreno più adatto per lo sviluppo dei traffici della criminalità organizzata. Nelle nuove mafie del resto, questi stessi clandestini che per sopravvivere si vedono costretti a dedicarsi a piccoli reati come i furti, gli scippi e le rapine possono diventare strumento utilizzato dalla criminalità organizzata, per creare un clima di violento allarme sociale, che sposta lazione di contrasto dello Stato contro questi obiettivi, trascurando i ben più lucrosi traffici delle mafie. Da qui linteresse generale nel trovare ogni strada per regolarizzare tutti i clandestini che vogliono rimanere in Italia per lavorare.
Laffermazione delle mafie di origine straniera è avvenuta nel corso degli anni senza che si producessero scontri cruenti con le mafie tradizionali, da una parte perché queste ultime sono state indebolite dallazione di contrasto dello Stato, dallaltra perché le nuove mafie hanno occupato territori e settori criminali storicamente abbandonati dagli italiani. Il fenomeno della prostituzione così come oggi è presente su tutto il territorio nazionale ma in particolare nelle regioni del Nord ha assunto via via proporzioni ed aspetti mai conosciuti prima, proprio perché da parte soprattutto di mafiosi slavi, albanesi e nigeriani si è dato vita ad una vera e propria industria il cui elemento distintivo, ed anche più nuovo, è la riduzione in schiavitù delle donne La convivenza tra mafie tradizionali e nuove mafie ha assunto via via diverse caratteristiche che andavano da una iniziale e reciproca indifferenza quindi a rari scontri, per approdare ben presto a forme di saltuaria collaborazione nelle quali non sempre i mafiosi stranieri svolgevano ruoli subalterni; anzi in alcuni casi particolari, verificatisi, ad esempio, in Lombardia, ndranghetisti calabresi hanno lavorato agli ordini di slavi ed albanesi.
Sinteticamente, secondo quanto ampiamente riportato da altri documenti acquisiti dalla Commissione antimafia, le mafie straniere maggiormente presenti nel nostro paese sono la slavo-albanese, la russa, la cinese, la turca, la nord-centro-africana e la colombiana.
Le loro sfere dazione vanno dalla prostituzione al traffico degli stupefacenti ma anche dal traffico di armi a reati contro il patrimonio.
La percezione nelle zone non tradizionalmente mafiose della presenza della criminalità organizzata continua a rimanere molto bassa al punto che, spesso, magari da amministratori locali che male interpretano la difesa dellimmagine dei propri territori, ne viene contestata la stessa esistenza. In realtà, la differenza sostanziale degli insediamenti criminali nelle zone del Centro-Nord rispetto a quelle più tradizionali del Sud è che mentre in questi ultimi le mafie storicamente hanno ricercato e realizzato il controllo anche militare del territorio e linfiltrazione massiccia delle istituzioni, altrove il vero obiettivo è quello della infiltrazione subdola e invisibile del tessuto socio-economico. Questa strategia è evidentemente ben più difficilmente contrastabile perché non produce né allarme sociale né tantomeno una mobilitazione generalizzata presente in altre zone del Paese.
Durante le visite che il Comitato ha effettuato nelle regioni nel Nord esso ha trovato conferma che allallarme, regolarmente lanciato dai magistrati inquirenti e dai responsabili delle forze dellordine, corrispondeva una generale sottovalutazione, se non addirittura una negazione del pericolo mafie da parte di amministratori locali e responsabili di istituzioni economico-finanziarie.
A tal proposito, basterebbe ricordare laudizione del Vice Presidente di Assolombarda, che riferì come il loro sportello antiracket fosse stato chiuso per mancanza di segnalazioni a significare lassenza del pericolo estorsioni nel milanese.
Ed ancora, sembra significativo riferire delle difficoltà denunciate dalla DDA di Milano nel portare a termine approfondite indagini bancarie in vari istituti di credito lombardi per la manifesta opera di resistenza passiva, se non addirittura di vero e proprio boicottaggio, degli istituti stessi.
Nellambito dei lavori svolti dal Comitato, merita una menzione lindagine svolta a cura del senatore Peruzzotti relativa allomicidio di Giancarlo Ortes e di Naza Sabic (9).
Si tratta di unapprofondita ricostruzione di quellomicidio: Ortes è luomo che materialmente ha permesso a Maniero di evadere dal carcere di Padova, e nella relazione sono posti in evidenza, con dovizia di particolari, aspetti inquietanti sul comportamento degli inquirenti nella gestione delle indagini e soprattutto sulla gestione della collaborazione di Ortes poi ucciso dai sodali di Maniero.
A tal proposito, si auspica che nella prossima legislatura, questa relazione sia posta quanto prima nellagenda di lavoro della Commissione, per poter fare piena luce su questo episodio e sui tanti perché rimasti senza risposta.
Di rilievo, inoltre, appare lattività svolta dal Comitato di lavoro sulla criminalità organizzata internazionale operante in Italia, sul traffico delle armi, della droga e sullecomafia, coordinato dal senatore Tana de Zulueta, che, il 17 febbraio 1999, approvò una Relazione sulla cooperazione internazionale contro la criminalità organizzata (10).
Lanalisi si è mossa sul presupposto che la dimensione transnazionale dei fenomeni criminali richieda una adeguata risposta sul piano delle politiche di contrasto. Il Comitato ha svolto una attività istruttoria dalla quale è emersa la complessità del quadro di valutazione, articolato sui concorrenti livelli della cooperazione di polizia e di cooperazione giurisdizionale, nonché su quello, prettamente normativo, finalizzato alla predisposizione di modelli convenzionali per la regolamentazione delle relazioni tra Stati.
Il Comitato ha svolto numerose audizioni dalle quali è emersa la difficoltà per la realizzazione di unattività di armonizzazione normativa degli ordinamenti giuridici nazionali.
Il lavoro svolto ha costituito una premessa per lanalisi delle attività delle differenti organizzazioni criminali operanti in Italia di cui si è poi trattato diffusamente nella "Relazione sul traffico degli esseri umani".
Lattività dello "Sportello" per la scuola e il volontariato.
La Commissione parlamentare Antimafia della XIII legislatura, percependo lesigenza della società civile impegnata nella lotta contro le mafie, di poter usufruire di un apposito punto di riferimento istituzionale con il quale rapportarsi direttamente ed essere sostenuta nella sua azione di prevenzione - consistente nel contrasto della mentalità mafiosa - ha deliberato di istituire uno "Sportello per le scuole e il volontariato", rivolto direttamente al mondo scolastico e dellassociazionismo.
La finalità dello "Sportello" - coordinato in una prima fase dallonorevole Rosario Olivo e successivamente dallonorevole Tiziana Maiolo - è stata quella di contribuire a promuovere e a diffondere nel Paese una cultura della legalità democratica, attraverso la predisposizione gratuita di tre specifici servizi, quali: a) la fornitura di tutto il materiale parlamentare esistente sul fenomeno mafioso; b) linvio di consulenti quali relatori ad iniziative di studio e di sensibilizzazione sui temi delle mafie e delleducazione alla legalità; c) la fornitura di una consulenza per lelaborazione di progetti di educazione alla legalità.
In seguito a specifiche delibere del "Comitato di controllo sugli Sportelli della Commissione verso il mondo della scuola, del volontariato e degli enti locali, sui rapporti tra mafia e politica e sulle misure di risanamento sociale ed economico" (11), è emersa la necessità di un accordo operativo tra il Ministero della pubblica istruzione e il Dipartimento degli affari sociali della Presidenza del Consiglio dei ministri.
I ripetuti contatti tra i consulenti della Commissione e i funzionari delle istituzioni testè menzionate, hanno prodotto la redazione di uno specifico "Protocollo dintesa sulleducazione alla legalità e alla solidarietà", firmato a Vittoria (Ragusa) il 3 giugno 1998 dal Presidente della Commissione parlamentare antimafia e dai Ministri della Pubblica Istruzione e degli Affari Sociali.
Dopo una attenta analisi delle richieste avanzate dalle scuole e dalle associazioni, sono stati predisposti appositi dossier di documentazione che, in una prima fase, sono stati concepiti come strumenti idonei ad un primo approccio con leducazione alla legalità e alla solidarietà mentre, in un secondo tempo, sono stati non solo aggiornati, ma hanno avuto per oggetto anche altre tematiche, tra le quali, la criminalità minorile, il bullismo, la dispersione scolastica e lambiente.
In base a quanto specificamente previsto dal Protocollo dintesa e in considerazione del fatto che la maggioranza delle domande delle scuole e delle associazioni ha riguardato la richiesta di materiale informativo relativo al fenomeno mafioso, è stato deliberato di redigere un dossier di documentazione in grado di veicolare una conoscenza chiara, semplice e fruibile delle mafie e delle strutture dello Stato predisposte al loro contrasto. Il dossier, intitolato "Conoscere le mafie, costruire la legalità", presentato ufficialmente il 12 ottobre 2000, dal Presidente della commissione parlamentare antimafia, dal Ministro della pubblica istruzione e dal Presidente della Camera dei deputati, oltre ad essere disponibile sul sito Internet della Commissione - come tutti gli altri materiali prodotti dallo "Sportello" - nel corso del
mese di dicembre dellanno 2000 è stato inviato a tutte le scuole italiane (circoli didattici, scuole medie, istituti superiori), riscontrando un interesse particolarmente significativo, come hanno dimostrato le numerose richieste ulteriormente pervenute allo Sportello.
Le scuole e le associazioni, inoltre, per il tramite dello "Sportello", hanno potuto usufruire anche delle relazioni della Commissione e di documentazione ministeriale sul fenomeno mafioso di cui ignoravano lesistenza ovvero la possibilità di consultazione.
Lattività dello "Sportello" si è esplicitata anche nellambito di gruppi di studio interistituzionali, in particolare, con il Ministero della Pubblica Istruzione, con il Provveditorato agli studi di Roma, con la Fondazione Italiana del Volontariato (F.I.VOL.) e con lassociazione di associazioni LIBERA. Tra le diverse iniziative svolte, merita particolare evidenza il progetto attuato in collaborazione con il "Gruppo operativo interistituzionale", tra i cui membri figurano il Provveditorato agli studi di Roma e lUniversità "La Sapienza", che ha portato allelaborazione di un testo, disponibile sul sito Internet del Provveditorato, intitolato "Linee di indirizzo per la formazione nellarea delleducazione alla legalità democratica".
I rapporti instaurati con le associazioni di volontariato e, in particolare con la F.I.VOL. e LIBERA, hanno consentito, innanzitutto, di rendere visibile lazione dello "Sportello" al di fuori del mondo scolastico, mediante la partecipazione ad iniziative come la "Giornata della memoria e dellimpegno" in ricordo delle vittime delle mafie e la "Carovana antimafia". La collaborazione con il mondo della società civile organizzata, inoltre, ha generato una serie di reciproche sollecitazioni che, da una parte, hanno reso più efficiente lattività dello "Sportello", dallaltra hanno avvicinato maggiormente e, con un approccio diverso, i cittadini alla Commissione.
A livello internazionale, infine, nel 1998 e nel 1999, alcuni parlamentari della Commissione e i consulenti dello "Sportello" hanno incontrato una delegazione di ragazzi del Parlamento giovanile europeo, composta di ragazzi italiani impegnati in una ricerca sul tema del narcotraffico e del ruolo delle organizzazioni mafiose in questo mercato illecito. Ad essi, nel corso della discussione successivamente svolta, è stato fornito uno specifico dossier di documentazione predisposto dai consulenti dello "Sportello" ed è stata manifestata la piena disponibilità alla fornitura di ulteriore
materiale documentale.
Su esplicita richiesta dello "Sportello", i giovani del Parlamento giovanile europeo, molte scuole ed associazioni, hanno inviato alla Commissione i loro progetti didattici ed i loro lavori di ricerca. Tutto questo materiale è stato successivamente raccolto in modo ordinato ed è stato versato presso larchivio della Commissione. A partire dal 25 settembre 1997 e sino al 6 marzo 2001, lo "Sportello per la scuola e il volontariato" ha fornito documentazione sul fenomeno mafioso, progetti di educazione alla legalità precedentemente raccolti e consulenza gratuita per lelaborazione di progetti didattici di educazione alla legalità a 275 soggetti del mondo scolastico e a 132 del mondo dellassociazionismo. In particolare, da un punto di vista quantitativo (Tab. 1 e 4), i dati evidenziano come la maggior parte dei contatti sia provenuta da scuole secondarie superiori (40%), soprattutto da istituti tecnici, seguiti da licei e da istituti professionali mentre, nellambito della scuola dellobbligo, le scuole medie sono risultate più numerose
rispetto a quelle elementari.
A questo proposito, dallosservatorio dello "Sportello" si evince la necessità di stimolare maggiormente le scuole a svolgere attività formative in ambito curricolare, dirette a studenti e a docenti e finalizzate a concretizzare forme di partecipazione attiva e responsabile, fondate sullosservanza delle regole e sulla gestione dei conflitti secondo modalità democratiche.
Dal punto di vista territoriale, sono stati gli istituti scolastici del sud Italia, soprattutto quelli siciliani, campani e pugliesi, quelli che maggiormente hanno richiesto i servizi dello "Sportello", seguiti da quelli del centro e del nord Italia, mentre nessuna scuola o ente scolastico delle regioni Valle dAosta, Friuli Venezia Giulia e Molise ha fatto pervenire alcuna richiesta.
Anche nellambito dellassociazionismo, le regioni meridionali italiane risultano al primo posto, seguite - a differenza di quanto accaduto per le scuole - da quelle del nord e da quelle del centro (Tab. 5). I dati (Tab. 2) evidenziano, inoltre, come i servizi messi a disposizione dallo "Sportello" siano stati particolarmente richiesti anche da enti locali, da centri di ricerca, da alcuni uffici della pubblica amministrazione, da biblioteche.
Nellambito dellassociazionismo sono state inserite alcune realtà e soggetti, classificati nella categoria "altro", tra i quali vanno menzionati: sacerdoti, sindacalisti, comunità di recupero di tossicodipendenti e di minori a rischio, giornalisti italiani e stranieri, una scuola interna ad un carcere, magistrati, parlamentari non componenti della Commissione.
Anche nellassociazionismo si è registrata una totale assenza di richieste dei servizi dello "Sportello" da parte di alcune regioni, in particolare del Friuli Venezia Giulia, dellUmbria, delle Marche, dellAbruzzo e del Molise.
I consulenti dello "Sportello", su richiesta delle scuole e delle associazioni, oltre che su indicazione della seconda Presidenza della Commissione, hanno svolto 62 missioni (Tab. 3), la maggior parte delle quali, in Sicilia, Calabria, Veneto, Puglia ed Emilia Romagna.
Durante queste visite, nel corso di incontri-dibattito e di corsi di aggiornamento specifici, i consulenti hanno avuto modo di incontrare circa duemila insegnanti e diecimila studenti ai quali sono stati illustrati il funzionamento dello "Sportello" e della Commissione, è stata fornita in loco una consulenza finalizzata alla redazione di progetti didattici sulleducazione alla legalità, sono state svolte relazioni sul tema del fenomeno mafioso e sullazione di contrasto svolta dallo Stato. Le missioni si sono dimostrate innanzitutto un servizio particolarmente apprezzato dalle scuole e dalle associazioni, che hanno avuto modo di confrontarsi con la Commissione in modo rapido e diretto ed hanno potuto usufruire di suo personale specializzato per affrontare la lotta contro le mafie secondo una logica di prevenzione basata sulla progettualità. Inoltre, le visite periodiche sul territorio italiano svolte dai consulenti dello "Sportello", hanno consentito alla Commissione, da una parte, di constatare direttamente le difficoltà quotidiane e limpegno profuso da tanti ragazze e ragazzi, docenti, volontari, sacerdoti, amministratori pubblici, per contrastare efficacemente le mafie e la mafiosità, dallaltra, ciò ha permesso di verificare costantemente lefficacia delle modalità utilizzate per fornire i servizi dello "Sportello".
A tal proposito e, in conclusione, occorre ricordare che uno dei risultati più significativi ottenuti dallazione dello "Sportello", proprio grazie allo svolgimento delle missioni, è stata la promozione di un gemellaggio tra la scuola media di Francofonte (Siracusa) e quella di Camponogara (Venezia), i cui presidi e giovani studenti hanno potuto contattarsi e conoscersi reciprocamente grazie allopera di mediazione svolta dai consulenti della Commissione.
PARTE SECONDA
STATO DELLA LOTTA ALLA MAFIA OGGI
Dalla mafia delle stragi alla mafia sommersa.
Lattacco più violento e più devastante portato avanti da Cosa nostra nei confronti dello Stato e dei suoi rappresentanti istituzionali è stato sicuramente quello che si è realizzato agli inizi dellultimo decennio del Novecento con le stragi di Capaci e di via DAmelio nelle quali hanno perso la vita, assieme alle donne e agli uomini delle loro scorte, i magistrati Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e Paolo Borsellino.
Queste stragi furono seguite, a distanza di poco tempo, da quelle di Milano, di Roma e di Firenze, a dimostrazione dellaccresciuta potenza mafiosa e della capacità di colpire al di fuori delle aree dove Cosa nostra era nata e si era affermata per un lungo periodo storico. Tra il 1992 e il 1993 si è dispiegata per intero e in tutta la sua virulenza la linea stragista dei corleonesi, con il suo carico di morti e di lutti.
Lattuale fase, invece, sembra essere caratterizzata dalla totale assenza di stragi e da una così netta diminuzione degli omicidi mafiosi da aver indotto di recente qualche osservatore a ritenere che Cosa nostra sia del tutto, o quasi, scomparsa perché oramai definitivamente vinta.
È bene dire, sin dallinizio e con la massima chiarezza, che Cosa nostra non è scomparsa e che non è stata definitivamente sconfitta.
Essa esiste, continua ad essere radicata, soprattutto in Sicilia, ed è ancora molto pericolosa sebbene abbia in gran parte mutato le forme di presenza sul territorio ed abbia ridotto notevolmente gli aspetti che lavevano resa visibile sul piano nazionale e su quello internazionale.
In una parola, ha abbandonato la linea stragista e le azioni più scopertamente violente per scegliere una condotta meno appariscente, di \inabissamento comè stato detto con felice espressione, ma non per questo di più bassi profilo.
In termini più generali, la criminalità di tipo mafioso nel nostro Paese non è certamente scomparsa perché essa è ancora viva ed operante sia nei territori dantico e storico insediamento mafioso come la Sicilia, la Calabria, la Campania e la Puglia sia, seppure a macchia di leopardo e con diversa intensità da una zona allaltra, nei nuovi territori delle regioni del Centro e del Nord Italia.
Nonostante lattività di contrasto dello Stato e gli indubbi successi ottenuti con la disarticolazione di numerosi sodalizi mafiosi, le varie organizzazioni - Cosa nostra, ndrangheta, Camorra e Sacra corona unita - continuano ad essere vitali ed operanti.
La loro pericolosità ed il loro radicamento, seppure diminuiti rispetto al più recente passato, sono ancora molto allarmanti e preoccupanti.
Le stragi mafiose del 1992 e del 1993 erano state precedute da lunghi anni caratterizzati da una violenza omicida che aveva contraddistinto tutte le principali organizzazioni mafiose e che, per intensità e durata, non aveva precedenti nella storia dellItalia repubblicana.
I dati delle morti violente, provocate per lo più da conflitti interni alle singole organizzazioni e determinate generalmente da cruenti e selvaggi scontri di potere, sono molto eloquenti. Nel 1990 si erano contati cinquecentocinquantasette omicidi attribuiti dalle forze dellordine alle varie organizzazioni mafiose, lanno successivo, il 1991, si arrivò addirittura a raggiungere il tetto di settecentodiciotto omicidi; il 1992 si chiuse con quattrocentocinquantatré casi che avrebbero rappresentato linizio di una nuova fase che da quel momento in poi avrebbe assunto tutte le caratteristiche di una netta inversione di tendenza.
I risultati conseguiti contro la mafia delle stragi e i limiti dellazione contro la mafia sommersa.
Il 1992 è sicuramente un anno tanto particolare da meritare la definizione di anno bifronte sia perché segna il punto di massimo attacco allo Stato da parte della mafia sia perché è un anno di svolta nellattività di contrasto da parte dello Stato che dimostra con i fatti una notevole incisività e una più decisa determinazione nella lotta alla mafia, a partire dalla ripresa della capacità di indagine da parte della Procura della Repubblica di Palermo che, seppure duramente provata dalle uccisioni di Falcone e di Borsellino, diventerà uno dei punti più sensibili della rinnovata controffensiva antimafia.
Un primo, significativo e particolarmente simbolico, risultato arriva a distanza di pochi mesi dalle stragi, il 15 gennaio 1993, quando i carabinieri di Palermo catturano Totò Riina, il capo dei corleonesi che era riuscito a diventare il principale esponente di Cosa nostra e a rimanere latitante per lunghissimi anni, con unazione sicuramente brillante ma con risvolti tali da suscitare non poche polemiche su determinati aspetti che ancora attendono di essere chiariti.
In questo periodo esplode il fenomeno dei collaboratori di giustizia che colpisce al cuore diverse famiglie mafiose, inizialmente e in modo particolare quelle di Cosa nostra; poi, con il passare del tempo, anche le altre organizzazioni mafiose saranno colpite, seppure in misura e con intensità diverse.
Le dichiarazioni di una quantità davvero eccezionale di ex uomini donore consentono lindividuazione di numerose associazioni mafiose e la loro completa disarticolazione, lavvio di significative inchieste giudiziarie e la celebrazione di importanti maxi processi caratterizzati dal notevole numero dimputati che arrivano a volte a contare centinaia
di persone.
È da sottolineare il lavoro svolto dalle procure antimafia di Palermo e Caltanissetta che hanno consentito di portare alla luce il disegno stragista di Cosa nostra e di assestare colpi mai prima subiti dalle organizzazioni mafiose. È un lavoro che deve continuare, soprattutto nella direzione dellindividuazione dei mandanti esterni di quella stagione stragista che ha insanguinato lItalia, nel biennio 1992-1993, da Palermo a Milano e delle collusioni politico-affaristiche coltivate dalla mafia dei corleonesi.
Va pure continuato il lavoro di inchiesta intorno ai grandi delitti politico-mafiosi sullesempio dellomicidio Impastato di cui la Commissione si è occupata direttamente.
Sul fenomeno dei collaboratori di giustizia, comunque lo si voglia valutare, si può tranquillamente affermare che, soprattutto nella fase iniziale, esso ha dato un formidabile impulso allattività investigativa contribuendo alla cattura di numerosi killer e conseguentemente alla salvezza di numerose vite umane.
Nello stesso tempo, laumentata attività di contrasto da parte delle forze dellordine tesa ad individuare e a catturare in Italia e allestero mafiosi che erano rimasi latitanti per lunghi anni, ha segnato degli indubbi successi.
I latitanti catturati in Italia e allestero dal 1992 al 31 dicembre 2000 sono 2569, una cifra significativa in termini assoluti (13). Accanto a questo dato generale, per quanto riguarda le singole organizzazioni mafiose e considerando sia i latitanti inseriti nel programma speciale dei trenta sia quelli inseriti nella lista dei cinquecento latitanti più pericolosi (14), dal 1° gennaio 1996 al 13 febbraio 2001, sono stati catturati: cento appartenenti alla mafia, centosette appartenenti alla camorra, settantaquattro appartenenti alla ndrangheta e diciassette appartenenti alla criminalità pugliese (15). Il bilancio complessivo, quindi, di questo periodo può essere complessivamente considerato in termini positivi.
Rispetto ad altre fasi storiche della lotta alla mafia nel nostro Paese il decennio appena trascorso ha registrato degli indubbi risultati, mai prima di adesso raggiunti.
Sono stati fortemente incrinati storici pilastri del sistema mafioso come la segretezza, lomertà e limpunità.
Al di là di alcuni eccessi, grazie al contributo dei collaboratori di giustizia, fenomeno che ormai si è trasformato fino a raggiungere caratteristiche diverse da quelle che abbiamo conosciuto inizialmente, lomertà non è più lantico ed inviolabile scudo protettivo di un tempo.
È stata violata la segretezza della struttura interna, delle regole, delle gerarchie e del loro funzionamento, dei rituali e delle iniziazioni.
Infine, la cattura di numerosi capimafia che erano componenti di alto profilo della Commissione di Cosa nostra e di altri importanti capi delle organizzazioni mafiose calabresi, campane e pugliesi ha incrinato limpunità che per anni, troppi e lunghi anni, vuoi per incapacità degli apparati dello Stato vuoi per complicità o per corruzione, era stata accuratamente coltivata dai capimafia.
Il prestigio, lalone di rispetto, di invincibilità, di potenza illimitata e senza controllo hanno subito, dunque, uno scossone significativo e salutare.
A ciò ha contribuito anche il particolare regime penitenziario, il famoso 41-bis o.p., che tutti i più importanti capimafia sono stati costretti a subire non certo per una volontà di vendetta dello Stato, ma semmai per una elementare necessità di autotutela dal momento che storicamente era accaduto che anche dal carcere i capi della mafia fossero riusciti a comandare e ad impartire ordini ai loro associati che erano allesterno.
Essere riusciti ad impedire lesercizio di questo potere, da una parte ha assicurato il controllo dello Stato nelle carceri, dallaltra parte ha diminuito il potere dei capimafia, ne ha leso il prestigio e ne ha intaccato la supremazia.
Lazione di contrasto e i risultati ottenuti hanno scompaginato molte famiglie mafiose, soprattutto del palermitano e del catanese; a tal proposito, lAvvocato Generale presso la Corte dAppello di Palermo, in occasione dellinaugurazione dellanno giudiziario 2001, ha comunicato che nellambito del distretto di Palermo nellultimo anno sono state confermate in appello o inflitte ben centosedici condanne allergastolo.
Tali risultati hanno indotto i capi mafia scampati alla bufera giudiziaria a mutare linea di condotta per sopravvivere nella speranza di una ripresa futura.
Sotto questo aspetto è stata determinante lazione di guida esercitata da Bernardo Provenzano, il vecchio capomafia che ha battuto tutti i record di latitanza, anche quelli, già notevoli di Riina.
I mutamenti rispetto al passato sono del tutto evidenti tanto sul terreno strutturale, cioè delle trasformazioni organiche dentro la struttura più intima di Cosa nostra, quanto su quello sovrastrutturale che ha coinvolto la linea di condotta di tutta lorganizzazione.
In una parola, si può dire che la gestione della Commissione provinciale da parte di Provenzano abbia introdotto significativi mutamenti nella struttura interna e nelle regole che da tempo immemorabile i mafiosi erano soliti seguire e far rispettare.
Innanzitutto sono state modificate le forme di reclutamento che, contrariamente al passato, ora sono più selettive e più rigorose.
Le affiliazioni e i relativi giuramenti non avvengono più alla presenza di numerose persone e tengono in maggior conto i legami di sangue, in ciò facendo tesoro del modello seguito dalla ndrangheta che è riuscita a sopportare più agevolmente londata, per altri devastante, dei collaboratori proprio perché la struttura fondata sulla famiglia di sangue del capobastone calabrese si è rivelata più impermeabile di quella tipica di Cosa nostra.
Tra le organizzazioni mafiose Cosa nostra è quella che più di tutte le altre è stata colpita dal fenomeno dei collaboratori; anche la Camorra e la Sacra corona unita hanno annoverato tra le loro fila collaboratori di un certo peso, mentre solo la ndrangheta ha avuto meno collaboratori e soprattutto nessuno di loro è stato un capofamiglia importante.
Il legame di sangue tra i diversi associati delle ndrine, cioè delle famiglie mafiose calabresi, ha costituito il motivo più profondo della tenuta del segreto; infatti uno ndranghetista che avesse deciso di collaborare con la giustizia veniva comunque a trovarsi nella non piacevole condizione di dover denunciare per prima cosa i familiari più stretti, padre, figlio, fratello, nipote, cugino, ecc.
La ndrangheta si è avvantaggiata di ciò, così come si è avvantaggiata del fatto che per lunghi anni le inchieste hanno appena lambito le strutture mafiose calabresi perché sono state concentrate soprattutto su Cosa nostra che era ritenuta la mafia più pericolosa.
Questo periodo è stato utilizzato dalla ndrangheta per espandere le proprie strutture al di fuori della Calabria.
Famiglie mafiose calabresi sono presenti in tutte le regioni del centro e del Nord Italia oltre che in numerosissimi paesi stranieri europei ed extraeuropei come lAustralia, gli Stati Uniti dAmerica, il Canada, ecc.
Molte inchieste e numerosi processi svolti hanno dimostrato come la ndrangheta sia oggi lorganizzazione mafiosa italiana più radicata e numericamente più forte sia in Italia sia allestero.
Nella sola Lombardia gli ndranghetisti individuati dalla DDA e giudicati dai tribunali lombardi sono stati circa 2.000, nel solo decennio degli anni novanta.
Uno dei fattori che ha reso potente la ndrangheta è la sua invisibilità, la sua particolare attività criminale che si svolge senza particolari clamori e possibilmente senza richiamare lattenzione degli inquirenti o dei mass media.
Tornando ai mutamenti delle antiche regole vigenti allinterno di Cosa nostra, appare come esse si siano in gran parte modificate, se non addirittura sconvolte, a cominciare da quella della circolazione delle notizie interne a Cosa nostra.
La regola della \presentazione che ha sempre rappresentato un modo, concreto e simbolico insieme, di far conoscere tra loro i mafiosi facendoli sentire parte di un mondo molto grande, ben più vasto del loro paese di origine, è stata fortemente ridimensionata fin quasi ad essere abolita.
Si è andata via via accentuando la necessità di celare agli altri capifamiglia gli uomini donore, soprattutto quelli nuovi o di più recente affiliazione.
È un modo, concreto ed efficace, per rendere ancora più clandestina, più segreta e più impermeabile allesterno la struttura mafiosa, la sua composizione e il suo funzionamento.
Cosa nostra si sta ristrutturando sempre di più in compartimenti che, per ragioni di cautela, comunicano tra loro sempre di meno e, comunque, con più strati di segretezza rispetto al passato.
Lossessione che gli uomini donore possano decidere in seguito di collaborare con la giustizia fa sì che aumentino le forme di segretezza e i filtri tra i vari livelli; tutto ciò comporta che solo i capi delle diverse famiglie si conoscano tra di loro e che solo tra di loro trattino, traffichino, facciano gli affari più importanti e prendano le decisioni più rilevanti, quelle che inevitabilmente coinvolgono lintera organizzazione.
A capo dei diversi mandamenti oggi sono collocati uomini di assoluta fiducia dellattuale vertice di comando; attraverso di loro il vertice è in grado di assicurare il controllo periferico delle strutture.
Anche in Calabria la ndrangheta ha realizzato una sua ristrutturazione interna costituendo tre mandamenti, uno nella città di Reggio Calabria, uno a Locri nella zona jonica e uno a Palmi nella zona tirrenica.
Tale ristrutturazione corona il lungo periodo di pace interna e completa una decisione assunta nel 1991, anno nel corso del quale si concluse una sanguinosissima guerra tra le famiglie mafiose che era iniziata nel lontano 1985 con luccisione di Paolo De Stefano, lesponente più rilevante della ndrangheta reggina.
I tre mandamenti rispondono alla necessità di trovare un raccordo tra le diverse ndrine per la gestione in comune degli affari più rilevanti tanto in Calabria quanto nelle regioni del nord e in numerosi paesi stranieri dove gli insediamenti della ndrangheta sono diventati negli ultimi anni molto consistenti e assai numerosi.
Diversa rispetto a Cosa nostra e alla ndrangheta la situazione esistente nella Camorra campana dove la frammentazione tra i vari clan permane molto acuta perché non si è riusciti a formare una direzione unitaria e ciò ha determinato a una forte conflittualità per il controllo del territorio e per il potere interno.
La frammentazione è particolarmente visibile nella città di Napoli dove i principali clan, raccolti sotto la cosiddetta alleanza di Secondigliano, sono entrati in rotta di collisione determinando un cruento e sanguinario scontro che ha provocato un notevole numero di morti e ha coinvolto anche persone innocenti che sono rimaste vittime incolpevoli di scontri tra camorristi.
In Campania altra situazione particolarmente interessante sotto il profilo criminale è quella della zona del casertano, regno incontrastato del clan camorristico dei casalesi guidato da Francesco Schiavone fino al luglio del 1998 quando venne catturato.
In questa realtà si è costruita nel corso degli anni una singolare esperienza criminale che ha saputo fondere i modelli della mafia siciliana e di quella calabrese in una struttura coesa, robusta ed estremamente pericolosa che è stata in grado di incidere e di influenzare i rapporti sociali e politici dellintera zona.
Un posto di tutto rilievo è riservato dal vertice di Cosa nostra agli uomini donore che ritornano dal carcere; essi, per il prestigio che avevano e che sono riusciti a mantenere non scegliendo la via della collaborazione ma mantenendo fede al
giuramento mafioso, ora vengono riutilizzati in posizioni chiave essendo ormai dimostrata la loro fedeltà ed affidabilità, al di là di ogni ragionevole dubbio e delle tipiche diffidenze esistenti in ogni organizzazione mafiosa, nessuna esclusa.
Anche nei confronti dei collaboratori si avverte un significativo mutamento poiché mentre un tempo si cercava di impedire la collaborazione uccidendo parenti stretti dei collaboratori ora, al contrario, si punta ad un loro recupero e ad un pieno reinserimento allinterno dellorganizzazione.
Questo processo di pacificazione interna ha lo scopo essenziale, di alto valore simbolico oltre che pratico, di dimostrare la convenienza del ritorno sotto lombrello protettivo di Cosa nostra che in tal modo può mostrarsi più capace, più efficace e in grado di assicurare una protezione più duratura rispetto a quella promessa e concretamente mantenuta da parte dello Stato.
Provenzano ha cercato di chiudere, limitando al minimo i danni, la stagione delle stragi e ha inaugurato un nuovo periodo di confronto con lo Stato che non prevede il ricorso sistematico, e persino ossessivo, alla violenza omicida, ma contempla, al contrario, la convivenza, il dialogo, la trattativa.
Provenzano, così facendo, è diventato un punto di riferimento e di aggregazione per i mafiosi in carcere e per quelli in libertà, favorito dalle sue indubbie e riconosciute capacità di mediazione e agevolato dal punto di equilibrio che è riuscito sinora ad assicurare tra le esigenze dei boss reclusi nelle carceri in regime di 41-bis o.p. ai quali ha indicato la via della coesistenza con le istituzioni come la più utile ed efficace per risolvere quei problemi che le stragi non solo non erano riusciti a risolvere ma avevano addirittura aggravato - e i boss emergenti ai quali ha indicato la necessità e lurgenza della riappropriazione del territorio come requisito essenziale per gestire lenorme flusso di denaro pubblico che arriverà in Sicilia e nellintero Mezzogiorno nei prossimi anni.
Tale linea è stata contrastata allinterno di Cosa nostra; il contrasto, tuttavia - ed è la prima volta che ciò accade - non ha dato vita ad una guerra sanguinosa.
Lopzione stragista e quella della coesistenza con lo Stato si sono confrontate duramente anche allinterno delle singole famiglie come è accaduto a Catania dove si sono trovate davanti lala che fa capo a Nitto Santapaola, e che ha come riferimento Provenzano, e quella di Santo Mazzei, esponente dellala dura che si richiama alle posizioni dei corleonesi e del boss Vito Vitale.
Lassenza di stragi e di attentati violenti indirizzati nei confronti di rappresentanti dello Stato conferma che è prevalsa, dentro le famiglie mafiose, la linea di Provenzano, più prudente e più cauta, più attenta anche a cogliere eventuali segnali che dovessero essere inviati dal mondo della politica.
Si può dire, da questo punto di vista, che negli ultimi anni si è realizzata una gestione "a prevalenza politica" di Cosa nostra rispetto alla recente gestione, caratterizzata dalla leadership di Riina, a "prevalenza militare".
È sempre utile ricordare che Provenzano non è un pacifico e vecchio signore senza alcuna responsabilità per il passato, compreso quello più efferato degli omicidi eccellenti e delle stragi.
Egli è stato condannato con sentenze passate in giudicato, è latitante da lunghissimo tempo. La nostra democrazia non può sopportare una latitanza che dura da più di trentotto anni; una volta catturato sarà importante chiarire tutte le alleanze che Provenzano ha saputo creare nella politica e nelleconomia, e le protezioni di cui ha potuto usufruire.
Sotto la gestione Provenzano non sono scomparsi gli omicidi mafiosi; semplicemente si è cercato di ricorrere allomicidio solo quando ogni altra via si è rivelata impraticabile o, per le ragioni più diverse, è stata preclusa.
Non si spara più in modo indiscriminato, ma si selezionano attentamente gli obiettivi; omicidi come quello di Domenico Geraci, dirigente sindacale candidato a sindaco di Caccamo, o di Filippo Basile, funzionario della Regione siciliana, rientrano nella categoria degli omicidi selettivi di Cosa nostra.
Nuovi percorsi della mafia e metodologie di contrasto.
Tutto ciò non significa che la mafia poiché non ammazza più in modo indiscriminato sia meno pericolosa di prima.
Né significa che si sia avviato un irreversibile processo di ritorno alla vecchia mafia in grado di riprodurre, con le necessarie varianti da adattare al tempo trascorso e alle nuove situazioni, la politica di Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti che sarebbe più affidabile e più conveniente per le istituzioni.
Non cè una \vecchia mafia che è buona e una \nuova mafia che è cattiva.
Questa è una antica dicotomia che non aveva prima e non ha, a maggior ragione oggi, alcun fondamento.
La mafia - la si voglia definire vecchia o nuova ha poca importanza - costituisce un pericolo per la vita sociale, per la sicurezza, per la tranquillità e la libertà del singolo cittadino, per leconomia, per la società, per la libertà di voto, per la libera concorrenza fra le imprese, per la democrazia; un pericolo mortale che va contrastato con fermezza fino alla sua totale eliminazione.
Nei decenni passati è stato commesso il grave errore di ritenere possibile una coabitazione di settori dello Stato con la \vecchia mafia, considerata buona per definizione.
La coesistenza con le istituzioni è stata devastante per la credibilità delle istituzioni non certo per la mafia perché ha permesso e consentito rapporti e frequentazioni dei mafiosi con uomini politici e uomini delle istituzioni che hanno irrobustito la forza dei criminali mafiosi, il loro potere e il loro prestigio che sono stati usati per vendere morte trafficando droga e armi, per penetrare nelleconomia, per occupare posizioni di potere.
Durante il periodo della coesistenza si sono verificati numerosi delitti eccellenti; alcuni di questi sono stati decisi e anzi sono stati ritenuti necessari perché i capimafia non potevano tollerare che uomini politici o rappresentanti delle istituzioni facessero il loro dovere senza piegarsi a questo patto non scritto.
La coesistenza, oltre che immorale, è stato un danno molto serio per la democrazia italiana.
La storia, recente e antica, ha dimostrato che Cosa nostra non si batte con la coesistenza o con la trattativa tra lo Stato e il potere mafioso.
Tra Riina che ordinava le stragi per poter trattare da una posizione di forza con lo Stato e Provenzano che chiude con le stragi nella speranza di trattare da una posizione di forza con lo Stato cè una differenza apparentemente sostanziale che, però, a ben vedere, si distingue solo per i metodi adottati, luno più violento dellaltro; in realtà tale differenza non deve oscurare lobiettivo di fondo che è comune a entrambi perché entrambi intendono assicurarsi la sopravvivenza della mafia e la continuità del suo potere e la salvaguardia delle sue ricchezze.
I mafiosi, o, per essere più precisi, i capimafia sono ancora ricchi, enormemente ricchi.
Il loro potere risiede proprio in questa ricchezza che non è stata ancora intaccata seriamente.
Gli anni che ci lasciamo alle spalle hanno colpito al cuore laspetto militare, i soldati e i generali che hanno imbracciato i fucili o hanno azionato i telecomandi per le stragi, ma i cervelli finanziari, le menti economiche, gli uomini in grado di attivare gli enormi canali per il riciclaggio del denaro sporco non sono stati colpiti nella stessa misura.
I capimafia sono stati aiutati da professionisti di varia natura che hanno agevolato soprattutto loccultamento, in Italia e allestero, dei capitali di illecita, oltre che illegale e criminale, provenienza,
Finché ci sarà unenorme massa di denaro nelle mani dei capimafia essi continueranno ad essere in grado di ricostituire lorganizzazione sostituendo gli uomini finiti in carcere, di comprarsi il silenzio dei carcerati pagando la loro prigionia e sostenere i rispettivi familiari che stanno a casa, di mantenere funzionante ed in piena attività le strutture criminali e di avere la necessaria disponibilità economica per poter corrompere funzionari pubblici, amministratori locali, imprenditori.
Togliere i capitali e le proprietà dalle mani dei mafiosi non è solo lobiettivo principale, ma è, oggi, il punto cruciale da realizzare se si vuole dare un colpo mortale alla mafia.
La strategia militare è stata seriamente colpita ed intaccata; essa appare, oggi, in forte difficoltà al punto che i vertici di Cosa nostra, come si è visto, sono stati costretti ad inabissarsi, a rendere meno visibile la loro presenza.
Ora bisogna ridimensionare gli interessi economici e finanziari delle organizzazioni criminali operando su tre livelli: il primo, impedire che la mafia possa fare nuovi affari approfittando degli investimenti che arriveranno al Sud; il secondo, concentrare uomini e tecnologie nellindividuazione dei patrimoni di cui si sono impossessati i mafiosi e procedere alla confisca delle ricchezze e degli immobili; il terzo, assicurare che questi patrimoni e tutti gli immobili possano essere gestiti dalla società civile o siano trasformati in servizi sociali, scuole o in presidi delle forze dellordine.
Tutto ciò ha un valore molto concreto perché si impoveriscono tutte le organizzazioni mafiose e nel contempo ha un valore altamente simbolico perché dimostrerebbe che i beni acquisiti con il crimine dai mafiosi non sarebbero goduti dagli stessi.
Un altro aspetto da sottolineare è quello rappresentato dalla drammatica diffusione e della dimensione sommersa dei fenomeni estorsivi che costituisce una piaga che ha radici profonde soprattutto in alcune realtà meridionali quali la Sicilia, la Calabria e la Campania.
Tale problema è stato evidenziato direttamente dalle istituzioni che hanno sollecitato lopinione pubblica e le associazioni di categoria ad un impegno diretto, sottolineando che quanto appare attraverso le denunce o le indagini, è solo laspetto emergente del problema: percentuali altissime di operatori economici sono costrette a confrontarsi ogni giorno con il problema dellestorsione, come confermano anche le analisi delle forze dellordine.
In questo contesto, la Prima Conferenza nazionale contro lestorsione e lusura, alla presenza e con il patrocinio del Capo dello Stato, è stata loccasione per fare il punto sul dibattito e sulle strategie intorno al fenomeno: sono infatti intervenuti autorevoli esponenti del Governo e della società civile, da sempre impegnati nella lotta al racket.
Nel corso dellultimo periodo si registra una situazione singolarmente contraddittoria del fronte antimafia: da una parte ci sono gli apprezzabili risultati di cui si è detto, dallaltra cè un indubbio calo della tensione e dellattenzione attorno al problema delle mafie.
Oggi cè sicuramente un maggiore allarme per la criminalità comune che molti ritengono indotta e provocata dallimmigrazione clandestina che avrebbe dato vita a nuove mafie di origine straniera dedite al traffico degli esseri umani, alla prostituzione e al traffico di droga e di armi, nuove mafie straniere che avrebbero soppiantato quelle italiane, soprattutto nelle grandi città e regioni del Nord.
Qualcuno si è spinto ad affermare che in Italia il pericolo maggiore sarebbe ormai quello delle mafie straniere essendo la mafia italiana se non tramontata, perlomeno avviata al suo tramonto ed anche perché le mafie straniere sarebbero più violente e più spregiudicate essendo più giovani ed avendo la necessità di affermarsi sul mercato criminale con azioni clamorose in grado di richiamare lattenzione.
Tale analisi non risponde alla realtà per come essa si presenta poiché le mafie straniere hanno come loro territorio privilegiato il Nord e non il Sud - e ciò per la buona ragione che al Sud comandano ancora le mafie italiane - e nelle porzioni di quelle regioni del nord iniziano ad operare con dei con patti sottoscritti da uomini delle mafie italiane.
È opportuno, tra laltro, evidenziare come le organizzazioni criminali straniere non si caratterizzino per la capacità di controllo capillare del territorio che invece ha da sempre caratterizzato loperare delle mafie italiane tradizionali.
La recente riunione dellONU a Palermo ha messo in evidenza come il problema della criminalità organizzata sia avvertito a livello mondiale.
La convenzione sottoscritta è importante perché si tratta di un trattato giuridicamente vincolante che impegna le nazioni firmatarie ad una lotta più incisiva contro il crimine organizzato.
La Convenzione dellONU premia la cultura e il patrimonio giuridico italiano a cominciare dai capisaldi della legge Rognoni-La Torre e dal riconoscimento del reato di associazione a delinquere di stampo mafioso che erano estranei alle legislazioni di molti paesi stranieri - nella lotta contro la criminalità organizzata che ormai è diventato un fenomeno transnazionale.
Il problema mafia deve sempre più occupare un posto centrale e figurare, in modo sistematico, tra le priorità dellagenda politica nazionale.
In questa logica, il problema mafia non può ritornare ad essere interpretato come una questione legata allemergenza come avveniva fino a qualche anno addietro.
Il problema mafia non deve essere espunto dallagenda politica perché così facendo si darebbe credito allopinione di chi, ritenendo che la mafia non costituisca più un problema, abbassa la guardia e riduce i controlli sui flussi finanziari in arrivo nel Mezzogiorno dItalia.
E ciò soprattutto nel momento in cui in molte parti del paese viene segnalato un consolidamento, seppure discreto e più impalpabile, della presenza e della attività mafiosa nel campo dellusura e delle estorsioni.
Occorre, quindi, aprire una ulteriore fase della lotta antimafia che sappia far tesoro del passato, valorizzando le esperienze positive e correggendo gli errori che pure ci sono stati.
Una strategia integrata che sappia tenere insieme tre diversi livelli della lotta alle mafie:
A tal proposito si segnala, in particolare, lattenzione della Chiesa di Palermo per il processo di beatificazione di Padre Puglisi e il lavoro svolto dai Vescovi di Caserta e Locri.
Questa strategia integrata che sappia colpire a livello del territorio - perché le mafie non hanno assolutamente abbandonato lantico, sicuro e protettivo territorio, quello di sempre, che ha dato loro i natali e le ha fatto forti e ricche - e a livello internazionale perché oramai la lotta alle mafie è una lotta transnazionale per individuare e colpire oltre che i cartelli della droga e delle armi, i canali del grande riciclaggio, quello miliardario, quello che solo persone esperte nei grandi misteri della finanza internazionale riescono a far funzionare e a fruttare.
In questi anni cè stato un forte attacco non alluso dei collaboratori di giustizia come pure è stato detto prendendo a pretesto alcuni errori di gestione da parte di qualche magistrato, ma alla figura del collaboratore in quanto tale ritenuta di per sé, quasi per principio, uno strumento inadatto o, peggio ancora, pericoloso per combattere la
mafia.
I tempi lunghi dellapprovazione della legge sui collaboratori di giustizia non hanno certo favorito o incentivato il ricorso alla collaborazione.
Ormai ci sono pochi nuovi collaboratori di giustizia e dal profilo diverso rispetto al passato, essendo caratterizzati da ruoli operativi e con minori funzioni strategiche allinterno delle stesse organizzazioni criminali.
Lo stesso clima che si è venuto a creare intorno ai collaboratori, al di la delle giuste critiche per i limiti che possono esserci stati, non favorisce di certo il fenomeno della collaborazione che comunque rimane non lunico ma un importante strumento di conoscenza e, quindi, di contrasto.
Il danno è del tutto evidente sia perché la mancanza di nuovi collaboratori non consente di conoscere nei dettagli quanto sta succedendo in Cosa nostra dopo le scelte di inabissamento e le nuove forme di segretazione sia perché mancano recenti collaboratori in grado di raccontare quanto è a loro conoscenza dei meccanismi di occultamento e di riciclaggio dei capitali mafiosi.
Nello scorso mese di febbraio le Camere hanno approvato la legge di "Modifica della disciplina della protezione e del trattamento sanzionatorio di coloro che collaborano con la giustizia nonché disposizioni a favore delle persone che prestano testimonianza"; anche in considerazione di tale intervento normativo sarà fondamentale perseguire una gestione non penalizzante o eccessivamente burocratizzata dei collaboratori e soprattutto dei testimoni di giustizia la cui posizione finalmente, con questo nuovo testo di legge, riceve una puntuale e differenziata disciplina.
È necessario, infine, escludere e contrastare del tutto qualsiasi tentativo dei capi di Cosa nostra, oggi detenuti nelle carceri in quanto condannati allergastolo, di proporre la cosiddetta dissociazione. I capi di Cosa nostra hanno una sola via per instaurare un rapporto con le Istituzioni: quella della collaborazione prevista dalla legge.
Sono state individuate tre categorie di pericolosità dei latitanti in ordine decrescente:
gli "altri pericolosi latitanti".
PARTE TERZA
MAFIA ED ECONOMIA
Mafia ed economia.
Lanalisi dei rapporti tra fenomeno mafioso e processi economici ha costituito uno dei temi preminenti della Commissione, impegnando intensamente anche lattività dei comitati di lavoro, e, in particolare, il III comitato di lavoro sullusura, il racket e il riciclaggio, coordinato dal senatore Michele Figurelli; il VI comitato di lavoro sulla criminalità organizzata internazionale; coordinato dalla senatrice Tana de Zulueta; il VII comitato di lavoro sul contrabbando, coordinato dal deputato Alfredo Mantovano; lVIII comitato di lavoro sulle zone non tradizionalmente interessata dallattività mafiosa, coordinato dal senatore Alessandro Pardini.
Il carattere prioritario di questo tema (16), per i suoi molteplici aspetti, ha comportato numerose audizioni (17) e unapprofondita attività istruttoria, ed ha visto impegnati segreteria e consulenti in unintensa attività di acquisizione di dati statistici, di reperti giurisprudenziali, di analisi e pubblicazioni specialistiche italiane e straniere.
La tematica è stata inoltre al centro di numerosi forum e convegni.
Tra questi vanno ricordati:
Tutto il lavoro svolto è stato impostato muovendo da una opzione metodologica qualificante, pienamente condivisa da tutti i Commissari: la scelta di riconoscere importanza uguale ai sistemi della prevenzione e della regolamentazione amministrativa rispetto ai sistemi della repressione penale.
Dispositivo preventivo e dispositivo penale nel contrasto allinquinamento mafioso delleconomia.
Questo riequilibrio, tra dispositivo preventivo e dispositivo penale, è stato innanzi tutto segnato da una costante e specifica attenzione al tipo di risposte amministrative ai rischi di inquinamento dei rapporti economici e, conseguentemente, ha consentito di analizzare, fino in fondo, le perduranti e acute debolezze dellazione della P.A. in
questo complesso e difficile ambito.
Si è voluto in tal modo superare quelleffetto di mascheramento derivante dalla primazia delle questioni giudiziarie e, quindi, dalla (apparente) prevalenza del ruolo della giustizia penale e della politica penale sulla politica criminale.
Una scelta di metodo, questa, ispirata ad una concezione moderna delle strategie di contrasto alla criminalità organizzata e, in specie, alla criminalità mafiosa: una scelta fondata sulla definizione di modelli di politiche di prevenzione razionalmente orientate e sulla valutazione degli effetti concreti delle normative messe in campo.
Non più dunque un appiattimento sulla fenomenologia giudiziaria e sui risultati dellattività repressiva. Quasi che la lotta alla mafia dipendesse esclusivamente dai processi penali e che la pubblica amministrazione e la società civile potessero mantenere un ruolo "normale" e di minore coinvolgimento rispetto ad essa, o comunque di secondo piano. Quasi che la liberazione delleconomia dalla presenza mafiosa fosse una missione affidata esclusivamente a poliziotti e giudici e che i territori, le imprese, gli enti una volta "liberati" dallintervento giudiziario non corressero più il rischio di venire "rioccupati" dalle cosche, grazie alle carenze complessive del dispositivo preventivo e, in generale, dallaffanno delle istituzioni a difendere le condizioni della libertà di impresa e le regole della democrazia.
A questo proposito si può sottolineare come negli ultimi dieci anni si sia consolidato, per esempio, un nuovo modello di lotta allestorsione, quello della associazioni antiracket. In primo luogo le associazioni costituiscono uno strumento per vincere la solitudine. È innegabile che proprio questa condizione sia quella che rende tanto debole la vittima quanto forte il criminale. La vittima ha sempre paura quando è sola ed è questa paura a rendere vincente lattività intimidatoria della mafia. Sconfiggere la solitudine significa dare un colpo mortale agli estortori.
In secondo luogo lassociazione costituisce uno straordinario strumento di raccordo tra le vittime e le istituzioni. In un campo così delicato, nel quale non è possibile concepire unazione di contrasto senza un ruolo attivo delle vittime, avere un soggetto capace di svolgere attività di mediazione è assolutamente necessario.
In terzo luogo lassociazione garantisce una valida prospettiva di sicurezza. È proprio la natura collettiva della denuncia che salvaguarda dai rischi di rappresaglia.
Si è quindi dispiegata liniziativa per il potenziamento delle varie esperienze associazionistiche: è stato ed è un obiettivo strategico la crescita di queste esperienze, nuovo modello di lotta al racket e alla mafia. Il tema delleffettività delle misure di contrasto.
La Commissione, consapevole della necessità di avviare una verifica a tutto campo della qualità della risposta delle pubbliche istituzioni al pericolo di inquinamento mafioso dei rapporti economici, nellaffrontare questo nodo, e la complessità delle tematiche che esso implica, ha inteso ricercare ed individuare una serie di indicatori, per definire intorno ad essi i risultati da valutare e gli strumenti della loro analisi.
Questa impostazione, di cui di seguito si darà brevemente conto, è stata orientata anche a migliorare la qualità dellattività di inchiesta, attraverso la costruzione di vere e proprie linee guida per lesame dellazione periferica dei poteri pubblici e per un puntuale e complessivo apprezzamento dello stato di applicazione della normativa antimafia.
Lopzione metodologica, in sostanza, è consistita nella costruzione di uno schema di approccio critico alla cosiddetta copertura amministrativa della legge, ai dati e alle statistiche, per consentire la valutazione del grado di effettività del sistema.
E una volta stabilita la priorità del tema della effettività, con lausilio dei consulenti e degli esperti di settore, si è ritenuto appunto utile e necessaria la definizione di una serie di parametri tecnici di osservazione del fenomeno mafioso, per poter evidenziare questioni non sempre adeguatamente considerate nei resoconti "ufficiali" e per accertare e valutare la natura e le caratteristiche dei mutamenti e delle trasformazioni delle mafie, e il loro impatto sulle realtà economiche e finanziarie nei diversi contesti posti sotto osservazione o interessati dai sopralluoghi.
Coerentemente a questi obiettivi, anche nellelaborazione delle relazioni "territoriali" si è voluta riservare una particolare attenzione al dispositivo di prevenzione e di contrasto allaccumulazione e alle circolazione di ricchezze di origine criminale.
In relazione ai fenomeni estorsivi, per esempio, uno dei principali strumenti di contrasto è la nuova legge n. 44 approvata dal Parlamento nel febbraio del 1999, frutto di unampia convergenza politica. Negli ultimi quindici mesi lUfficio del Commissario per il coordinamento delle iniziative antiracket ed antiusura si è impegnato in maniera predominante a renderla funzionante. Lapplicazione della legge era ed è infatti il punto cruciale attorno a cui va costruito un rapporto di fiducia tra vittime (e potenziali vittime) e Stato. Il nuovo Comitato, che ha avuto dalla legge il compito di gestire lunificato Fondo di solidarietà per le vittime dellestorsione e dellusura, ha iniziato ad operare il 21-12-1999: fino alla fine del 2000, in dodici mesi di attività, si è riunito ottantatré volte, ha esaminato novecentocinquantanove istanze, e centoventisette operatori economici vittime di estorsione hanno ricevuto più di ventuno miliardi.
Una considerazione di carattere generale: questa legge non è solo una forma di solidarietà per chi ha subito un danno, è un decisivo strumento per lazione di contrasto. Sicuramente, per un commerciante è importa