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cent'anniCent’anni nella Macondo dei Buendia
Commenti al romanzo
"Cent’anni di solitudine"
di G. G. Marquez

  Sin dalle prime pagine avevo capito che “Cent’anni di solitudine” non sarebbe stata una lettura semplice.
Se avessi peccato di concentrazione, infatti, avrei rischiato in molti punti di perdere il filo della trama.
Causa di ciò i numerosi flashback che rimandano i personaggi a tempi remoti, in cui si incontrano figure secondarie ma non meno importanti dei protagonisti principali.
Cercare di individuare un solo personaggio “principale” risulta impossibile, a mio avviso. Tutti coloro di cui Garcia Marquez narra nel suo romanzo giocano un ruolo fondamentale nell’evolversi della storia.
La vita di tutti ruota attorno a un villaggio, Macondo, attorno all’inerzia del tempo che passa inesorabilmente, attorno alla morte nella più completa solitudine.
Perché in effetti, e sembra un paradosso, tutti muoiono in solitudine, nonostante casa Buendia fosse sempre piena di gente, parenti e non.
Tutti arrivano alla fine dei loro giorni con rassegnazione, insoddisfazione e solitudine “morale”.
Per un gioco di omonimia “ereditaria”, tutti i personaggi maschili portano il nome di Josè Arcadio e Aureliano cosicché spesso si corre il rischio di non capire di chi si sta leggendo. Tuttavia ognuno ha delle caratteristiche distintive tali che lo smarrimento svanisce in un attimo.
Personalmente ho ammirato la figura di Ursula, matrona della grande casa dei Buendia. Forte, energica, cieca da anni ma talmente ostinata da aver imparato ad orientarsi e a “vedere”, utilizzando gli altri quattro sensi riuscendo a nascondere a tutti il suo handicap. Indimenticabile la frase con cui, insieme alle altre donne del villaggio, nel bel mezzo della guerra, sfida i militari asserendo che nonostante i vari titoli bellici e le medaglie, in qualità di madri avrebbero avuto sempre il diritto di sculacciarli!
Mi ha commosso anche la figura di Arcadio Secondo. Lontano da qualsiasi esempio di saggezza e rettitudine, era comunque di animo buono e generoso. Era dedito al puro divertimento, sempre al centro di feste e gare gastronomiche, fu per un periodo uno degli uomini più benestanti del villaggio grazie al suo allevamento di bestiame miracolosamente “prospero”.
Adultero, divideva la sua vita tra la castissima e religiosissima moglie Fernanda e l’amante Petra, che amava. Purtroppo perse tutto durante l’alluvione che mise in ginocchio il villaggio, ma non smise mai di provvedere alle due donne.
Quando si rese conto che la sua fine era vicina, a differenza dei suoi avi che si chiudevano in se stessi aspettando la morte, diede tutto se stesso, sopportando il dolore fisico, per mettere da parte il denaro necessario a mantenere la figlia avuta da Fernanda, Amaranta Ursula, in una prestigiosa scuola di Bruxelles come le aveva promesso.
Ci riuscì.
Mi è entrata  talmente dentro la bontà del suo cuore che mi sono ritrovata a leggere dell’addio alla figlia in partenza alla stazione con le lacrime agli occhi.
Simona Ruta
Modica 12-12-2005


“Il Profumo” di Suskind

il profumoNon conoscevo Suskind prima di leggere il suo bellissimo romanzo dal titolo “Il profumo” e devo ammettere di esserne rimasta colpita sia dal punto di vista della tecnica narrativa e descrittiva adottata, sia per l’originalità della storia.

Com’è facilmente intuibile Suskind parla di fragranze.

Non di semplici odori, bensì di profumo come vera essenza, come “anima” delle cose.
Tale concetto può certamente risultare ambiguo poiché parla di qualcosa di estremamente lontano dalla realtà di qualsiasi essere umano, di qualcosa di non concreto, che non si può toccare con mano, di qualcosa di estremamente soggettivo.

Il romanzo parla di un uomo dotato della capacità, del dono, oserei dire, di captare gli odori più impercettibili.

Di un fiore, ad esempio, non sente “il profumo del fiore” in sé, ma distingue nettamente l’odore dello stelo, delle foglie e dei petali.

Così succede per ogni oggetto o persona e impara in tal modo, da solo, a conoscere la realtà che lo circonda, perché al nostro protagonista, Grenouille, nessuno spiegò mai nulla.

Da piccolo passava da una balia all’altra.

Nessuno lo voleva: non lo volle la madre, non lo vollero i sacerdoti, non lo volle neppure la morte nel corso dei suoi anni, nonostante le gravi malattie che gli segnarono il corpo e le precarie condizioni in cui esso si trovava a vivere.

Non aveva ambizioni.

Viveva per arricchire la sua conoscenza del mondo degli odori e per imparare a distinguerne quanti più possibile.

Voleva creare un profumo straordinario, inebriante, che nessuno potesse non amare.

Voleva creare il “suo” profumo.

Grenouille, infatti, non emanava alcun odore. Credendo di essere, per questo, privo di una sua identità, decide di imparare le tecniche più innovative, adottate dai maestri profumieri francesi dell’epoca, per scindere le essenze dagli oggetti, comunemente fiori e piante e raggiungere così il suo scopo.

Ma egli non si limitò ai vegetali.

Non riconoscendo una differenza morale tra un oggetto e un essere vivente comincia a “rubare” l’odore di gattini, cagnolini e di esseri umani.

Diventa un assassino uccidendo le ragazze che riteneva “olfattivamente interessanti” per raggiungere il suo scopo e, alla fine, vince. Crea il suo profumo che lo rende speciale, bellissimo agli occhi della gente, la stessa che avrebbe voluto vederlo morto per punire quei delitti.

Tutti lo adorano come un Dio e lui si lascia “amare” finché non lo sventrano, lo squartano per poter possedere un pezzo di quel corpo.

Il corpo di JeanBaptiste Grenouille.

Il genio di Suskind, a mio avviso, sta proprio nella capacità di basare la rappresentazione di luoghi e personaggi sul fattore olfattivo.

Raramente si fa riferimento a colori, forme o a qualsiasi altro elemento ottico.

E man mano che si va avanti con la lettura non si può fare a meno di “sperimentare”, annusando, le “essenze” di ciò che ci sta intorno per concretizzare il concetto di profumo come anima delle cose trasformandosi in piccoli Grenouille.

Ruta Simona
Modica 29 dicembre 2005

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