  
Italico
Libero Troja
Alessandro Patti.
Un esiliato di Weimar che perdette il suo cuore ad Heidelberg
2007, 8°, pp. 80 (Collana
"MNEME"
n. 18)
EURO 10.00 
Alessandro Patti nacque
nella casa paterna di via Manzoni, al civico n. 32,
il 22 Novembre 1894, coi nomi battesimali di Antonino
Francesco Alessandro, dal padre Francesco, un catanese
trasferitosi ad Avola per motivi di lavoro, e dalla
madre Pasqualina Rizzotti. La madre era figlia di un
modesto agricoltore del luogo, Antonino Rizzotti, che
tanta parte ebbe nel futuro del precoce nipote, agevolandone
le aspirazioni e la svolta nella vita.
 Alessandro,
come veniva chiamato, visse i primi anni della sua infanzia nella casa
natale, circondato dall’affetto dei genitori, dei nonni (di uno
di essi portava il primo nome) e delle due sorelle Rosina e Grazietta,
delle quali la prima, che egli chiamava affettuosamente Sidda, andata
sposa ad uno svizzero di Basilea di nome Futterknecht, con la figlia
Ada assistette il fratello nell’ultimo tratto della sua esistenza.
La casa natale sorgeva, e sorge tutt’oggi, su uno dei sei
lati – la via Manzoni – dell’esagono, nel quale è racchiuso
il reticolo di strade e di case, di chiara impronta rinascimentale, che oggi
costituisce il centro e il nucleo principale della città, rifatta dopo
il sisma del 9 – 11 Gennaio 1693. È un palazzetto, costituito da
camere che, distribuite tra un terrano ed una sopraelevazione, si affacciano
parte ad oriente, verso uno slargo e la fiancata della chiesa, con una balconata
unica al piano sopraelevato e due balconcini al piano terrano, e parte ad occidente
verso l’interno del cortile.
Sullo slargo, che si apre nella Via Manzoni all’altezza della
fiancata ovest della monumentale chiesa barocca dell’Annunnziata, comunemente
detta chiesa della Badia, confluiscono, in senso normale tra loro, due arterie
del reticolo centrale cittadino, la Via Napoli e la via Manin detta “delle
Balate” per le lastre di pietra bianca che ne lastricavano il sedime. Sulle
due arterie si è svolta la prima parte della esistenza di Alessandro Patti,
sulla prima raggiungendo infante il vicino palazzetto di padre don Ciccio Piccione
(a vista dalla sua casa), sulla seconda servendosene adulto per godersi il quotidiano
svago della passeggiata in piazza.
Perduto ancora infante il padre all’incirca nel 1900, il piccolo
Alessandro, dopo avere avuto una prima istruzione elementare forse nella scuola
pubblica, fu affidato dal premuroso nonno materno alle cure ed all’insegnamento
del sacerdote Francesco Piccione, amico di famiglia. Costui, oltre agli impegni
religiosi che assolveva nella vicina chiesa della Badia, impartiva lezioni private
di lettere - attività
che esercitò fino alla morte, avvenuta il 30 Aprile 1945 - in
una stanzetta isolata del suo palazzetto, posto nella via Napoli al civico
n. 63, a circa un centinaio di metri dalla abitazione del suo giovane
allievo.
Circondato o, meglio, custodito dagli affetti della madre, delle
sorelle maggiori e del nonno materno, Alessandro, oltre ad aprirsi precocemente
al sapere, acquisì una larga conoscenza dei testi sacri, alla quale aggiungeva
la partecipazione ai riti durante le funzioni religiose; un’esperienza
la stessa, nella quale affonda le radici la futura composizione del poema Il
pomeriggio pubblicato postumamente, ma della quale non ebbe mai sospetto
chi ebbe la sorte di averlo maestro ed amico nell’ultimo tratto della sua
esistenza, tranne qualche riferimento alla Bibbia come importante fonte storica.
La vicinanza del dotto ed interessato precettore, gli aprì
presto il cammino degli studi. Poiché in quel tempo nella città di
Avola l’unica scuola post-elementare era l’Istituto di Avviamento
Professionale con indirizzo di contabilità e computisteria, piuttosto
che fargli frequentare il Ginnasio della vicina Noto che avrebbe costretto
lo studente ancora infante o a viaggiare o a trasferirsi, i familiari,
e soprattutto il nonno Rizzotti che gli era particolarmente vicino, preferirono
fargli completare e conseguire il quinquennio ginnasiale privatamente,
sotto la guida e gli insegnamenti dell’amico sacerdote. Ciò consentì al
validissimo docente privato di offrire ed allo sveglio ed intelligentissimo
discepolo di ottenere un apprendimento ed una formazione non al passo,
ma al di là dei programmi scolastici ufficiali. In quel tempo
il sacerdote non era stato colpito dalla cecità, che un disgraziato
accidente gli procurò
più tardi, a cinquant’anni circa, e che lo accompagnò nell’insegnamento
fino alla morte .
A distanza di molti anni, la sorella Sidda, che col fratello aveva
vissuto la maggior parte della sua vita, ricordava ancora il tempo quando questi,
ancora fanciullo, trascorreva la giornata studiando e dedicando poche ore al
sonno di notte. Per studiare egli poggiava i libri e i quaderni su un tavolino
mobile, che spostava agevolmente, la mattina nella stanza ad oriente e il pomeriggio
nell’altra ad occidente. Seguiva così il corso della luce e dei
raggi del caldo sole siciliano...
[...]Le ricerche eseguite e le note che seguono
presentano un uomo, il cui destino si legò indissolubilmente,
e malauguratamente, alle vicende che portarono la Germania,
patria dei suoi studi, alla catastrofe ed il mondo
civile alla sua metamorfosi. Di lui si può dire
ciò che scrisse, nel 1928, Erich M. Remarque ,
che appartenne cioè ad una generazione “distrutta
dalla guerra… anche se scampò alle sue
granate”.
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Libero Troja
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