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59) Sandra Carresi 
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POETA PRESENTA POETA

Sandra Carresi per I giorni, le ore (Poesie), di Paola Surano, Libreria Editrice Urso, Avola 2012

Definirei la poetessa, Paola Surano, una farfalla, delicata e colorata. Di innata raffinatezza ed eleganza.

Un intreccio di emozioni, tramutate in versi, sempre nel pensiero gentile e pacato che fa parte della sua personalità.

Trovo stupenda la sua poesia – I giorni – perché la ritrovo in ogni rigo che l’inchiostro ha scritto,
sul suo sentire e sul suo essere, (…giorni intrisi di antica saggezza, insensata stupidità, colorati di gioia, grigi d’angoscia, illuminati di speranza… e nonostante, viviamo).

Una velata malinconia, qualche rimpianto, e la solitudine, tuttavia, il suo sguardo va oltre e si sofferma su ciò che la circonda o le passa accanto, come…(lo stupore di un bambino che guarda affascinato una farfalla posata sul muro caldo di sole) – La Farfalla Sul Muro –

Di animo nobile e gentile, ascolta ed accetta in silenzio …(quei momenti, nella vita in cui ti senti come un giardino in inverno) – Come in un Giardino in Inverno - eppur, Ella, sa cogliere e gioire di quel sempreverde imperlato di brina, perché la sua educazione, il suo essere, la sua sensibilità, le hanno insegnato a saper vedere, riflettere e gioire sulla bellezza della Vita sapendo sempre guardare oltre, fino a scorgere lo sprazzo di luce.

La sua passione per il Jazz è notoria, tanto da poetare – Serata Jazz – e non faccio per niente fatica ad immaginarla piacevolmente affascinata, trasportata, rapita da questa musica che le colora le guance e le fa battere le mani.

Il suo poetare è rivolto anche all’Uomo della strada, allo sconosciuto, al Clochard – In Morte di un Clochard – sapendo trovare la bellezza anche in quel Mondo …(hai goduto di tutto e di niente del filo di fumo del falò che ti scaldava d’inverno, d’un fiore sbocciato, d’una stretta di mano…) quel Mondo così lontano dal suo modo di essere e di vivere, eppure colto e trattenuto nella sua mente, nel cuore, fino a portarlo sulla carta.

E l’Amore…, degli anni verdi che hanno dato, come a tutti, le pene al cuore, e dove oggi, in questa età matura e consapevole, riaffiora vivo il ricordo, tenendo stretta con tenerezza, la quindicenne innamorata. – Di Amori Acerbi –

Forse colgo un piccolo rimpianto: in un comportamento sempre sobrio e contenuto, a volte, la voglia di – gridare – avrebbe reso giustizia ai malesseri del cuore, oppure, anche sedersi sui marciapiedi della stazione, girare il mondo con zaino e autostop, avrebbe potuto rompere quella
sobrietà un po’ rigida e severa. – Vorrei Aver Voluto –

Ma non sarebbe stata: Paola Surano.

Il pensiero sulle fatiche ed i comportamenti del Mondo, è un pensiero che accompagna l’autrice in molte sue poesie – Pensieri D’Africa – E se Tu chiedessi Un Giorno – la rende speciale e sensibile
in un continuo lavoro che Ella con coraggio si impegna a portare avanti sempre e comunque.

Una bella farfalla che non ha paura, volando, di spezzarsi le ali.
58) Mary Di Martino  Femmina
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Mercoledì, 2 Maggio 2012 01:06 IP: 2.192.242.244 Scrivi un commento

POETA PRESENTA POETA: Mary Di Martino per

“Le nostre esistenze” di Sonja Alia
“Cerco l’infinito” di Lucia Bonanni
“Vibrazioni sconosciute” di Cettina Lascia Cirinnà
(Libreria Editrice Urso, Avola 2012)



“La poesia è un vomere che ara
e rivolge il tempo,
portando alla superficie
i suoi strati più profondi e fertili;
la sua terra nera torna alla luce.”
(Mandel'ŝtam)



La loro fioritura - un candido sbocciare in filari che dipingono incantevoli vie di fuga verso il cielo, là dove le nuvole cambiano continuamente forme e direzione, come i pensieri, come le sensazioni - è uno dei più poetici annunci di primavera che la natura siciliana sappia regalare allo sguardo... Ebbene, è proprio pensando ad essi, ai mandorli della mia terra, che mi sovviene un paragone con la variegata “esplosione” di poesie fiorite, da nord a sud, di questa bellissima primavera letteraria avolese, di quel dì di marzo, all’interno della splendida cornice in cui si è attuata e conclusa l’edizione 2011/2012 del Concorso: “Libri di-versi in diversi libri”.
Nelle eleganti e policromatiche vesti grafiche della Libreria Editrice Urso, i numerosi libri di poesie presentati in concorso sono stati scelti e pensati come tanti diversi tasselli di un grande mosaico emozionale sapientemente confezionato, come una mappa esauriente, un sistema aperto in uno spazio in cui sono venute a convergere le specifiche individualità degli scrittori emergenti e di talento, ognuno con le loro interiorità ed esperienze di vita, con le loro virtuosità poetiche e scritture differenziate. Ma uniti tutti dall’affinità delle loro anime e dal comune amore per la Poesia, intesa, secondo la concezione di Paul Celan, e che io condivido, come “luogo utopico”, ma pur sempre realissimo, di un possibile incontro con l’altro. Luogo che il poeta rumeno identifica con il “meridiano” (titolo omonimo della sua nota opera), figura immaginaria, metaforica, geografica, segno convenzionale e criterio di orientamento nello spazio e nel tempo. Una linea immateriale, ma allo stesso tempo terrestre, reale che indica una direzione attraverso svariati territori biografici e concettuali, su cui ogni individuo, (ogni poeta), ha la possibilità di tracciare il proprio cammino verso l’altro o ciò che è “altro”, dilatare lo sguardo al di là dei confini nazionali, scorgere connessioni nuove, congiungendo voci associate e fuse, provenienti da spazi, tempi, e lingue diverse.
Un pensiero, questo, capace - come afferma Mandel’štam ne “La parola e la cultura” - di muovere e rivoltare le zolle della cultura, avvalendosi di un “vomere” altrui, la poesia, appunto. Tendenza, a me pare, riscontrabile anche in quella che è stata l’anima del Concorso letterario organizzato da Ciccio Urso, per quel gesto di “meridiano” scambio empatico tra un poeta e l’altro che ha caratterizzato l’intero evento letterario, per quel mettersi in comunicazione, in simbiosi con l’interlocutore che diventa elemento dell’Io, fino ad esserne parte costitutiva. E', infatti, nello scambio, nel continuo confronto con il mondo circostante, che l’anima umana prende anche coscienza della sua complessità e ricchezza.
Questa, si può dire, l’essenza che sostanzia tre silloges d’esordio, fattemi dono dalle stesse autrici mie amiche, che, grazie all’irripetibile individualità di ognuna, concorrono a formare una koinè tutta al femminile, creativa e coinvolgente insieme. Si tratta de “Le nostre esistenze”, “Cerco l’infinito”, “Vibrazioni sconosciute” (Libreria Editrice Urso), rispettivamente di Sonja Alia, Lucia Bonanni e Cettina Lascia Cirinnà, tre donne diverse per personalità, ma accomunate da un’intelligenza marcata mista ad una estrema sensibilità.
Leggere i loro versi è stato come trovarmi di fronte a un potente afrodisiaco per l’anima, a un caleidoscopio di indescrivibili emozioni! Mi sono entrati subito nel cuore perché parlano sommessamente e semplicemente di ciò che sentiamo…
Da essi emergono tutte le peculiarità artistiche e culturali di ognuna, sottolineate in tutto il loro incisivo spessore. In particolare, si percepisce un sottile filo di senso, quasi invisibile, che lega non solo ogni parola all’altra, ma un mondo interiore all’altro, quasi a tracciare, pur con le differenze significative delle espressioni poetiche e della metrica, uno stile compositivo che riesce, con effetti e declinazioni assai diversi e personali, a coinvolgere chi legge come trascinato da una scia di vento, che ti prende e poi ti lascia andare, in una sarabanda semantica di visioni oniriche e reali... “Offrire una poesia, e la propria apertura ad esplorarla insieme, è dichiarare la propria disponibilità ad accompagnare l'altro nel suo sentire nascosto e pudico.”
Far correre la mente sulle parole di queste poetesse è come passeggiare su un arcobaleno, volare tra le galassie, navigare tra le stelle, vivere per un po' abbracciati alle loro anime così calde e radiose, così pulite, sottili, palpitanti… e così morbidamente femminili! Questo è il sussulto inebriante che a me ha offerto la loro poesia: tutto il canto dell’universo dentro di me, per quel valore supremo dell’immaginazione che diventa conoscenza, grazie al lavoro dell’artista che la rende eterna, in quanto “quel che l’Immaginazione coglie come cosa bella, quella deve essere la Verità.” (J. Keats).
“Entrare" come per magia nelle intenzioni che hanno scaturito la nascita di quelle parole è come scoperchiare ciò che non è esplicito, estrarre dalla polvere che ha ricoperto le pagine ricordi, sensazioni, turbamenti… Mi è sembrato quasi di vivere la stessa emozione d'un archeologo che scava nella terra, nel passato, nell'oscurità del tempo, per riportare alla luce ciò che era sepolto, sedimentato, dimenticato, celato sotto un sottile velo di terra. Per tirar fuori anche un solo bagliore, dove non si credeva di poterlo trovare…, un bagliore che renda giustizia a emozioni taciute e, forse, mai condivise, affinché riconduca al messaggio autentico di amore per la vita e possa creare empatia. Sì, proprio quell’empatia, di cui ho fatto cenno sopra, grazie alla quale, proprio in virtù di quel vecchio principio ermetico che da sempre conferma che “siamo tutti costantemente in contatto”, un “io” insieme agli altri “io” sarà capace di tessere questo grande arazzo che è il mondo, pieno di strappi, sì, ma non ancora troppo tardi per immaginarlo come il migliore dei mondi possibili.
E queste poesie, oltretutto simili a pregevoli e precise miniature di Holbein, sono la dimostrazione di quanto ciò si possa realizzare, nel loro tentativo di valutare il senso della vita e di raggiungere, in un mondo caratterizzato da miseria e sofferenza, qualcosa di permanente da conservare nel tempo.
In questo processo di analisi e di immedesimazione, nel quale “ è me che vengo a cercare... perché è in te che sono.” (A. Anzellotti), le voci delle tre poetesse diventano un tutt’uno con la bellezza del pensiero e la forza magica e trasformativa della loro poesia. Forza incantatoria che, attraverso il gioco delle parole, muta con meraviglia e lirismo nascosto forma, colore, sostanza a seconda delle sfumature che vuole comunicare ed imprimere al messaggio. Non sono più il pensiero e l’emozione a venire trasmessi per mezzo del linguaggio, ma è il linguaggio stesso a generare un suggestivo spazio semiotico, in cui il lettore diventa interprete attivo e creatore di senso.
E su questa superficie di senso e di segni, così finemente increspata, s’innesta la silloge poetica “Le nostre esistenze” di Sonja Alia, una raccolta variegata di stati d’animo stilati con l’inchiostro dell’emozione sul cuscino di versi e strofe che incantano per la loro sottile e leggera eleganza architettonica, in cui l’uso degli spazi bianchi e l’assenza della punteggiatura vogliono esprimere la volontà di un monologo tutto interiore, pause di silenzio che sono propri dello spirito e della mente.
Quelli della Alia sono versi che, come quei candidi fiori di mandorlo o come i petali dei fiori di ciliegio, profumano di delicato sentimento d’amore, di speranza e attesa, di “… un’attesa / che muti il silenzio in concerto / di suoni e rumori / che / riempiano l’aria ed il cuore / di nuove / e / di antiche parole”. E si tramutano in un’elegia teneramente proustiana del tempo perduto, in quanto “corrono gli istanti della vita… trasformando i palpiti del cuore in schegge di ricordi da assemblare con stupore…”.
Sono parole - note su quel pentagramma che è il foglio di carta della nostra vita, su cui la nostra poetessa compone ed imprime pensieri ed immagini che si fondono in una sinfonia dolce e malinconica, dove indelebili ritagli di felicità e dolore, memoria affettiva, sussurri di ricordi e sensazioni sono gli arpeggi delicati di una partitura impaginata con il filo rosso dell’Amore. Attraverso questa silloge, che ha una propria luce, è possibile respirare il sentire sincero e introspettivo dell’autrice avolese, entrare con sorprendente naturalezza tra le righe dei suoi versi, ricavandone tenue sfumature e un universo di sentimenti condivisi.
In Sonja l’uso vibrante della parola, condensata in immagini e metafore, e avvitata alla forza interiore, si converte in densità di pensiero, in emozioni… quelle stesse emozioni che battono nel suo cuore. Un cuore che “… fa pace col dubbio e il dolore… ”, e nel quale “… si avverte / profondo / il mistero della vita che nasce / ma che niente conosce… “, un cuore, comunque, “… sempre assetato d’arsura d’amore”, e dove l’anima, l’intima vita dell’essere sensibile vissuta con coscienza vigile e attenta, si rivela in termini rari e profondi.
La sua poesia, misticamente bella come l’Ave Maria di Schubert, calibrata sugli affetti familiari, sui rapporti umani, ma anche volta alla sensibilità per l’aspetto metafisico della vita, è essenzialmente ricerca, meditazione nelle parti più fragili del nostro essere. Quasi viaggio in “questo universo / d’incontri / di fatti / che / ignari se realtà o parvenza / noi vivi chiamiamo esistenza”, e dove “siamo pugni di anime / proiettate nell’indefinito / come lo sono le stelle / nel buio infinito” e “le nostre esistenze / (sono) identità / che / scivolano / ogni giorno / fluttuanti e diverse…”.
La silloge “Cerco l’infinito”, di Lucia Bonanni, è la poesia stessa… Quella poesia che, secondo il parere dell’autrice, “fra tutte le arti è la più genuina, per quel suo sgorgare repentino dall’animo”, attraverso il “muto fragore” delle parole “che tra le righe / frantumano pensieri… le simmetrie / di luce che tra le sillabe / prendono colore… / e… che sulla pagina intonsa / un frusciare d’ali / lascia di seta…”.
Indizi, questi, di una poesia ialina che predispone l’animo al sublime, alla chiarità di montaliana memoria e, al contempo, manifesta una sua profonda autenticità, una labirintica forza dettata, come lei stessa nota, dal “desiderio sempre inquieto di concretizzare le idee... di condividere le pene di molti e dare poesia agli uomini… “Ehi, tu…, uomo / del terzo millennio, / imbevuto di bit, giga e ciberspazi / e da mille fronzoli / attratto, / che dinanzi alla mia penna / con fare allucinato / passi distratto… / allenta un momento il passo…”.
Tentativo il suo che si concretizza nella poesia, al fine di raggiungere qualcosa di permanente, non effimero, di recuperare i valori dell’esistenza contro la civiltà del rumore e del fatuo, attraverso il dono di “quel caleidoscopio di emozioni”, proprio perché di quel “soffio vitale e trasparente non si può fare a meno…” Verità riecheggiante “nella riposata stanza” (G. Pascoli) della Poesia, appunto, che consente di penetrare nella melodia segreta delle sfere celesti e di dare, secondo la convinzione di Wordsworth, “un’ancora di stabilità” alla vita, “essendo la sola possibilità di compensazione di un vuoto abissale.” (S. Raffo).
La poesia della Bonanni, pregna di un’innegabile fermezza morale, e insieme, fusa nelle passioni e nei sentimenti che ha come sottofondo il rumore della vita, viaggia nei versi come un fiume in piena… Avvolge e coinvolge per la forza icastica ed il mistero rivelatore della parola, in un cercarsi e un cercare continui, in un divenire cosmico, non rassegnato, dove si cercano le proprie radici e le proprie ragioni di vita. Da essa traspare un’anima profonda e sensibile: quella della persona che sa, conosce la fragilità della vita, le condizioni sociali, i disvalori e cerca, nell’inconscia speranza, di comunicare agli altri il proprio amore e trovare oltre la parola il centro, l’equilibrio dell’anima.
I versi di Lucia sono intessuti di corpose ghirlande di aggettivi, simboli, metafore, talora fuori dal tempo reale, che si incrociano, si rincorrono e rilanciano un linguaggio innovativo di forte impatto emotivo, grazie a quelle “intermittenze del cuore” – per dirla con Proust – che ci riportano alla memoria eventi o persone rimaste in ombra e che servono per ritrovare se stessi, o magari, per reintegrare “vuoti” del proprio vissuto.
E su questa superficie cromatica, nutrendosi di quella libertà sintattica che coincide con la libertà dello spirito, i suoi versi si pongono quasi come un “parlar cantando”, respirano un’aria nuova, riescono ad illustrare, evocare nel bianco di una pagina, nel mistero e nei riflessi intensi di poche parole, tutta un’umanità con i suoi stati d’animo e le sue emozioni più recondite: il mondo degli affetti, dei ricordi, quello dei bambini, degli umili e indifesi… “Quel globo… / quel pianeta / da dita sorretto di quanti / in misteri di cosmica affinità / un futuro migliore sperano ancora…”.
Non sono però quasi mai quadri reali, definiti nei suoi contorni, quelli che i suoi versi tratteggiano con tanto scrupolo. Caratterizzate da azzurrità e luce, le parole di Lucia Bonanni sembrano dissolversi e ricomporsi, quasi in una sorta di confusa dissonante orchestrina, per quell’intrecciarsi di trascendente e contingente, per quell’avanzare lentamente in un “altrove” più evanescente e sognato, dove c’è un’attenzione, una premura tipica di quell’ansia che consente alla poesia il “volo dell’albatro”, secondo la struggente immagine di Baudelaire. “Volo” che è anche tensione interiore che vibra con le correnti del nostro cuore, anelito, sete di ricerca di libertà e d’infinito che prende l’anima e la trascina in un viaggio affascinante, senza alcuna limitazione di tempo e di spazio…
“Per andare dove amico?” – chiederebbe J. Kerouc, “On the road” – “Non lo so, ma dobbiamo andare e non fermarci mai, finché non arriviamo”. E per Lucia “quella dell’Infinito / è una sete che non si placa /e un vagabondare che non si arresta… desiderio di eternità… ombra che insegue (o) / tra dolci rime e colori sognanti…”, o “meta… nel sito sconfinato della (mia) memoria / così falsa e così vera”, che diventa “un ponte levatoio” tra “contrappunti di tinte e teorie di pensieri”, al confine tra sogno e realtà.
E in tali dimensioni e luoghi della mente, quando non si sa più dove finisce la realtà e comincia il sogno, tra l’interno e l’esterno, tra l’io e il mondo, tra i flussi inquieti e i riflussi arcani dell’anima si trova a cercare risposte anche Cettina Lascia Cirinnà, con la sua silloge poetica “Vibrazioni sconosciute”.
Vibrazioni, le sue, che si trasformano in versi intrisi di delicato sentimento, e questi in suoni, in cui la parola, come una corda di violino, non perde la sua essenza, ma viene investita di nuova energia. Sono parole che riescono a rubare l’impressione del momento, versi dallo slancio luminoso e fulmineo che si tramutano in schizzi colorati su una tela, la tela della vita. E come un “fascio di luce” illuminano i pensieri, “i petali puri e vergini di pensieri” che “affiorano dalla sabbia rovente / per dischiudersi / al chiarore della luna / e offrirsi così / senza reticenza alcuna / alle gioie dell’amore.”
Con accorata musicale limpidezza – quella stessa musicale limpidezza che connota gran parte delle malinconiche e struggenti melodie di Debussy – la poetessa scrive il suo sentimento scavando nell’alveo del tempo, “di un tempo presente / per sempre passato”, che delinea il carattere intenso e lacerante con cui affiorano “sopra un tavolino sgangherato / di memorie lontane…” affetti familiari, luoghi, persone e ricordi “stipati nella memoria / archiviati per stagione, per mesi, / per sospiri…”, in quella “scatola... colma di ninnoli e di foto / di un tempo / che non tornerà / mai più.”
I versi di Cettina si dispiegano come un vortice di sensazioni ed emozioni frammiste ai ricordi, come una spirale ascensionale che ci sorprende, ci fa gioire o soffrire, perdere la misura del tempo, ma senza mai farci perdere il filo della speranza! “Nel cerchio dell’esistenza / pareti bianche / si infrangono / ed io paziente / aspetto un fiore delicato / far capolino /da un terreno / avido /di speranze.”
Nella mente di Cettina rivivono situazioni e visioni trapuntate di nostalgica intimità, in un’evasione dell’Anima che “si dondola indifesa / tra i laghi e il mare / e raccoglie i cocci / di un cuore in eterno affanno.” E nel suo “acquario dell’Anima… / nuotano in ogni direzione (....) vestiti, oggetti regalati, fermacapelli, nastri colorati, bracciali, collanine…” che “in silenzio aspettano / di rivivere nei ricordi / di un passato recente…” Tutti tasselli colorati di un mosaico infinito nascosto “nei materassi della memoria”. In quella “memoria di corpi astratti” che “ riempie la mente,” e “svilita aspetta il domani /… diverso dall’oggi”, in un “divenire (che) si fa mistero e avvolge stanze vuote di vita.” Pensieri e vita, concetti e immagini si intrecciano, si accavallano come il susseguirsi delle onde marine! Le atmosfere sono allusive e sognanti, le rievocazioni, dai contorni indefiniti, sono rese con un commosso realismo descrittivo, dalle quali si possono scorgere lampi eterni con cui si “insaporiscono” i giorni della nostra vita.
Nella poesia della nostra autrice tutto può essere una “porta” che si apre; basta una lieve pressione e qualcosa può accadere! Può aprirsi “ uno spiraglio / di vita vissuta…”, attraverso cui “ombre e luci si rincorrono… / gioie e dolori si alternano…”; si possono aprire “orizzonti… sul mare infinito”, “strade senza margini / confini aperti all’infinito / senza steccati…” dove “i pensieri / corrono liberi / senza costrizioni.” E' l’afflato, la grazia spirituale che si manifesta, la porta dell’anima… la sola in grado di esplorare la vastità del cuore, poiché solo nell’immensità del cuore si trova l’accesso alla bellezza di tutte le cose, e la Poesia - come ce lo dimostrano Cettina, Lucia e Sonja - è la più bella risposta al richiamo dell’Anima… e alla sua eterna Bellezza.

Pachino, 11/04/2012 Mary Di Martino
57) nicola  Maschio
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nicola Venerdì, 27 Aprile 2012 17:27
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presi nella rete, di raffaele simone, guida amica tra testi ipertesti e contesti, da leggere
56) Leonardo Miucci  Maschio
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PER ''RANDAGI'' DI BENITO MARZIANO

Ho appena terminato di leggere il libro “Randagi” (sei racconti) di Benito Marziano, edito dalla Libreria Editrice Urso, di Avola. Preliminarmente desidero scusarmi con l’autore per non averlo ringraziato d’avermi fatto dono del prezioso volume all’indomani della sua uscita editoriale. Lo faccio ora, affidando a queste righe sia il mio ringraziamento sia il pensiero di ciò che ho dedotto leggendo il libro.
Benito Marziano non è nuovo in questo genere di impresa letteraria, avendo già pubblicato con la medesima casa editrice sue precedenti opere: “Don Agostino Salvìa e altri racconti”; “Juliette cara”; ed altre opere poetiche tra cui “Sisifu” e “Altri anni”.
Come recita il sottotitolo messo in parentesi si tratta di sei racconti che ritengo possano tutti ricondursi attorno ad una tematica che un po’ sprigiona fastidio: gli ultimi. Anch’io, come è stato detto da più parti e per ultimo sulla stampa, voglio, ma solo per il momento, affidarmi al conformismo e, quindi, dirò che in questo libro si parla degli ultimi. Almeno per il momento, come dicevo. Tornerò su questa nota polemica alla fine della mia recensione.
Il primo racconto, dal titolo “Ciccio e Lucia”, parla di due barboni che l’ipocrisia mediatica chiamerebbe clochard. Si tratta di due ubriaconi, marito e moglie, che trascinano la loro esistenza chiedendo elemosina, improvvisando strip per racimolare centesimi da spendere in qualche bettola a bere vino, unico scopo della loro vita. Un tempo erano stati giovani, belli, soprattutto Lucia, ed anche felici; la loro vita è precipitata nel baratro a causa della miseria che li ha costretti a vivere di stenti e, quindi, a darsi al vino. Colpisce in questo racconto l’antiteticità della visione esistenziale: se da un parte l’autore rivela tutto il sospetto marxiano attorno alle vicende umane e dunque la certezza che l’esistenza è determinata dalle condizioni materiali e, pertanto, non v’è via d’uscita dalla sua ineluttabilità; dall’altra, egli fa trasparire, tuttavia e ancora, tutta la speranza di poter cambiare il sistema che avvolge e costringe l’essere umano, che c’è ancora un margine di progettualità heidggeriana dell’esistenza, anche quanto la vita sembra essere lì lì per scivolare via e chiudere la sua partita. L’opera di Marziano, d’altronde, non è nuova alle concezioni di progettualità dell’essere: così anche nel romanzo Juliette cara. Ciccio “si ricordò di quando si erano sposati. Era bella allora. Miseria infame! Se non fossimo nati poveri, sarebbe stata altra cosa la nostra vita. Forse saremmo andati a scuola … saremmo stati felici. Come tanti”. “In quelle brevi pause che il dolore gli concedeva … lo prendeva più forte il desiderio di vivere, di cambiare vita … Tale è la natura umana che, per quanto possa essere triste e vuota la vita, misera, infelice, se è minacciata, ci si attacca disperatamente ad essa e con essa alla speranza che qualcosa possa pur cambiare in meglio”.
Leggendo il secondo racconto, “termini pasqualino detto lino”, mi è sembrato di scorgere ad un tempo un libro di Calvino ed una poesia di Montale. Il personaggio “viaggia”, infatti, con la sua mente tra l’inarrivabile, la solitudine e, per ultimo, la paura. Una paura che si manifesta nel procedere razionale del personaggio: partendo da domande che definiremmo esistenziali, quali sono quelle legate alla solitudine umana, egli perviene a risposte che sembrano più un paravento alla sua paura di vivere; ecco, credo che un tratto distintivo di questo personaggio sia proprio quello della paura, della paura di condividere la sua esistenza. Poi, attraverso una prosa atipica, in quanto non corredata di segni di interpunzione, che ricorda un po’ il grande scrittore e premio Nobel per la letteratura José Saramago, l’autore racconta in una sorta di monologo l’intera esistenza di questo soggetto traendo il pretesto da un fantomatico – o forse vero, ma ciò ha poca importanza – incontro di questi con la celebre attrice Monica Bellucci. Termini pasqualino detto lino si racconta così tutto d’un fiato, senza soluzione di continuità, attraverso mille pensieri che sembrano gettati l’uno dietro l’altro senza sosta, che fanno emergere una sostanziale solitudine rispetto all’accadere del mondo e alla sua indifferenza. La nostalgia del passato per un attimo sembra fare capolino attraverso i ricordi, che ai suoi occhi appaiono tutti brutti, anche quelli che un tempo furono belli.
La considerazione è implicita: i ricordi belli suscitano la nostalgia per i tempi andati che mai più torneranno; i ricordi brutti riaprono ferite che sembravano cicatrizzate. Il rimosso che inesorabilmente riemerge. Una vita consumata tra soggetti tipicamente freudiani: la madre oppressiva; il padre assente; la mancata realizzazione matrimoniale – esistenziale .
La solitudine che emerge dal personaggio ricorda un po’ la poesia di Montale, mentre la sua inarrivibilità un libro di Italo Calvino, “Gli amori difficili”, dove ogni personaggio di quei racconti, nel doversi confrontare con una sua fatica (il soldato nel tentativo di amare una donna; il lettore nel tentativo di leggere un libro, e via dicendo), mai vi riusciva. Rispetto alla fatica era, appunto, inarrivabile. Anche termini pasqualino detto lino è stato lì lì per riuscirci a raggiungere l’obiettivo, ma poi qualcosa o qualcuno ha impedito che ciò accadesse.
Il terzo racconto, Bolero, è – a mio avviso – quello più commovente, più tragico. E qui, mi sia consentita una nota di rimprovero a quanti hanno recensito il libro senza averne fatto cenno.
Racconta la storia di un ragazzo che per caso conosce e si innamora, dopo averla amata, della danzatrice Coruna Diaz.Tutto si esaurisce nel volgere di una sera: si incontrano, lei danzerà solo per lui nello spazio di una stanza, si ameranno; lui le confesserà il suo amore, dopo che le gli ha dato la forza di ribellarsi al padre violento e di liberarsene. Ma. C’è sempre un ma che travolge tutto. C’è sempre il caso che sconfessa il caso. Il ma consiste anzitutto nella differenza di età; lei è già sposata ed ha un figlio della stessa età del ragazzo fattorino e poi la tournée. Si lasceranno. Anzi lei lo lascerà e a lui non rimarrà che una musicassetta con su incisa la musica del Bolero, quella registrata dalla Coruna Diaz proprio quella sera che lei danzò solo per lui, e riascoltarla stando seduto davanti all’ufficio postale con degli stracci addosso, dimentico di tutti e di tutto e rispondendo al saluto sempre e solo con la solita parola: Bolero. “Visse tutta la sua vita in quella sera, gli sembrò di esaudire tutte le cose belle della vita in una serata”. Siamo di fronte ad una storia d’amore autentica e impossibile cui il caso ha voluto che finisse fisicamente ma che la mente umana ha voluto continuasse attraverso una musica, Bolero, che il ragazzo, ormai divenuto vecchio, ascolta ogni giorno, perpetuando così l’amore nei confronti della donna, l’unica donna che avesse mai amato.
Il quarto racconto narra la vicenda di un ragazzo tossicodipendente che in preda ad un’overdose viene ritrovato mezzo morto per strada. Falena, questo il suo soprannome per via della velocità con cui si muove, e Duccio il suo nome. Nel momento di cadere in terra in preda all’overdose, egli ripercorre tutta la sua esistenza in una sorta di flash back ricordano i momenti che lo hanno trascinato nell’eroina. E qui tutto si è verificato per “colpa” del caso: un incontro con una ragazza in discoteca, una serata d’amore che lo porterà alla rovina. Un paradosso soggiace a questa storia: l’amore che conduce alla morte; Eros e Thanatos. Ogni considerazione ulteriore la lascio alla sensibilità dei lettori.
Il quinto racconto, “Caro fratello”, ci racconta la vicenda di un uomo, Paolo il muto, un clochard, che un tempo lavorava alle dipendenze di un ingegnere che lo licenziò in tronco lasciando lui e la sua famiglia in mezzo alla strada. Paolo da allora dimenticò tutto, dimenticò il mondo e si “ritirò” in strada tra gli altri clochard vivendo di stenti. Aveva completamente dimenticato sua moglie e i suoi figli. Non ricordava niente: “non ascoltava nessuno e non parlava, perché non parlava più con nessuno da quel maledetto giorno, da quel maledetto giorno quando aveva dimenticato tutto: di cosa era stata la sua vita prima di allora non sapeva più niente … ciò che ignorava era perché lui vivesse a quel modo … né sapeva chi fosse lui”. L’ingegnere, suo carnefice, capitò che volle lavarsi la coscienza e lui, Paolo il muto, nell’intento lucido di salvaguardare la sua dignità di uomo, rifiutò di accordargli questa possibilità.
Il sesto ed ultimo racconto, “Marocco”, parla dell’indifferenza degli uomini. Un extracomunitario. Mi tocca, doverosamente per senso della mia coscienza, fare una precisazione. Non ho mai amato il termine extracomunitario perché, sebbene appartenga ad un registro lessicale coniato più dai media che dalle istituzioni, mi fa pensare a qualcuno che è oltre la comunità. Ma quale comunità? L’Unione Europea. E come dovremmo chiamare la comunità mondiale a cui tutti – senza nessuno escluso – apparteniamo? La domanda vuole essere provocatoria ed aprire ad un dibattito che ritengo non debba avvenire qui all’interno di questa recensione al libro di Marziano. Tuttavia sarebbe il caso di aprire una discussione sulla “possibilità” degli altri, sull’alterità, partendo proprio dalla dimensione “spaziale”. Ma questa è un’latra storia. In questo racconto dobbiamo parlare dell’indifferenza degli uomini, che ritengo sia la cattiveria più grande di cui sia capace un essere umano. Marocco, questo il soprannome affibbiato al ragazzo extracomunitario per identificarlo quale proveniente da un’altra terra, l’Africa (Africa e Marocco nell’immaginario collettivo è un’equazione), anche se lui precisava di venire dall’Eritrea. E questa è già la prima indifferenza: privargli della sua identità. Capita, poi, che il ragazzo è informe perché è affetto da una patologia alle gambe che non gli consente di camminare bene, né tantomeno di correre ed è così che una sera, mentre si trova a percorrere una strada trafficata, cade e non riesce a rialzarsi ed una macchina lo investe. Il conducente lo riconosce e si infastidisce perché gli farà passare dei guai e, soprattutto, gli farà fare tardi alla cena con alcuni suoi amici. Tamir, questo il suo nome, abbandonato da sua madre quando aveva pochi mesi di vita, era stato allevato da una famiglia nomade dell’Eritrea che lo aveva considerato sin dal primo giorno come suo figlio. Egli aveva deciso di venire in Italia perché era stanco di vivere nella miseria, era venuto in Italia per cambiare vita. E c’è da credere che ci sia riuscito per davvero.
Torno a riassumere ora alcune mie brevissime considerazioni a riguardo della nota polemica ad inizio recensione, quando ho fatto riferimento al significato del libro che parlerebbe degli “ultimi”. Che il libro parli degli ultimi non ho dubbi, il dubbio, però, mi avanza quando li definiamo ultimi in modo conforme. Sono veramente ultimi? Ma ultimi, poi, rispetto a cosa o a chi?
Si dice che queste persone siano state allontanate o abbandonate o ancora che siano emarginate dalla società. Ma mi chiedo: abbandonati o allontanati dal mondo, dalla società, o, piuttosto, essi, per loro intima scelta, non se ne siano allontanati, preferendo di vivere una vita di stenti piuttosto che vivere in un mondo di tal fatta?
Quante volte ci siamo chiesti perché uomini e donne scelgono di distaccarsi dalla società e quante altre volte, troppe, le risposte sono state sempre banali, superficiali, quando non offensive?
Personalmente ho avuto sempre una sorta di sentore che in realtà queste persone abbiano capito tutto troppo in fretta della vita e di ciò che noi convenzionalmente chiamiamo società: preso atto del lerciume cui è affetto il mondo, esse hanno preferito rinunciarvi. Hanno preferito dimenticare, proprio come Paolo il muto, che non sapeva più niente di quella vita. La miseria sì, indubbiamente gioca il suo ruolo, come pure le delusioni d’amore. Ma cosa è che determina la miseria e le delusioni d’amore se non il caso? E di fronte al caso, cosa può l’uomo se non assoggettarvisi? Il caso ed il vuoto, secondo Lucrezio nel Rerum natura, consentono l’esistenza. Assoggettarsi al caso, rinunciare alla progettualità è da folli. E la follia è l’unica razionalità possibile per Ciccio e Lucia, per termini pasqualino detto lino, per Tito, per Falena, per Paolo il muto, per Marocco. Una follia dettata dal caso, perché è stato il caso a farli nascere ed a farli volgere così.
La letteratura di Benito Marziano è di stampo alto, perché parla di cose “basse” di “bassifondi”, che infastidiscono il vivere civile, ma che al tempo stesso scuotono la coscienza e ci interrogano come uomini. Forse nessuno conosce risposte e pochi, molto pochi, si pongono domande.
----- Leonardo Miucci
San Severo (FG), 3 marzo 2012

Benito Marziano, "Randagi" (Sei racconti)
2011, 8°, pp. 88, Libreria Editrice Urso, Collana "Mneme" n. 35, ISBN 978-88-96071-52-6
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POETA PRESENTA POETA
Lucia Bonanni per “LE NOSTRE ESISTENZE” di Sonja Alia Terminello

“Sempre caro mi fu quest’ermo colle,/e questa siepe che da tanta parte/dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”, ( G. Leopardi, “L’infinito”) e dietro a quella siepe che esclude lo sguardo, ma non l’immaginazione e la fluidità di scrittura, ci sono “Le nostre esistenze”, ravvisabili altresì in quella forza centrifuga e in quella centripeta che al contempo la mano esercita su certe acque lattescenti di uno stagno immaginario; legge fisica di cerchi concentrici che si staglia sulla prima di copertina e diviene così immagine di un canzoniere i cui componimenti si susseguono secondo precisi criteri e legati fra loro da un refrain che evoca assenze e lontananze ed “aria lontana di memorie”(op. cit.) insieme a quella nostalgia mai sublimata e quella tristezza mai disciolta “nel tempo fluente” (ibidem).
“A volte si è tristi, a volte… A volte si è paghi, a volte… per un senso non svelato …per un senso ritrovato” (ibidem) e “tra odore di resina e mirto” (ibidem) “ risponde/ al pianto il canto/(del silenzio)/ che il pianto australe/ non impaura”. ( G. D’annunzio, “La pioggia nel pineto”)
Nell’opera di quest’autrice al registro linguistico assai colloquiale e spesso narrativo fa riscontro una sintassi essenziale, scarna e lineare, una sintassi che mai si addentra nel labirinto di una paratassi articolata in concatenazioni e legami complessi. Un costrutto, questo, che permette a chi legge di poter carpire con facilità i messaggi segreti e quelli palesi che ciascun componimento va ad enunciare e caratteristica e stile di scrittura diviene l’uso di versi brevi, formati anche da un solo vocabolo, da un solo elemento grammaticale, versi che talvolta diventano versi lunghi quasi a voler porre una cesura alla climax dei pensieri come pure a quella accumulazione di parole, allineate ordinatamente per dare risalto all’espressione concettuale e a quella ritmica che talvolta si fa incalzante. Espressione che denota, sì, un impianto stilistico analogico e simbolista, con belle metafore e similitudini, ma che si assimila al primo periodo della poesia ermetica e che denota anche un impianto ritmico, punteggiato qua e là da rime irrelate e rime perfette, e che per questo è da ricondursi alla poesia ermetica di un Caproni, di un A. Gatto, di un Betocchi, di un Bigonciari, di un Sinisgalli, di un Luzi, e non ultime a quelle forme intimistiche e contenutistiche di pascoliana memoria.
Anche gli spazi bianchi, usati con maestria dall’autrice, e disposti tra un verso e l’altro ed una strofa e l’altra, non sono qui mero artificio di modernità o semplice artificio di scrittura, bensì risultano essere finalizzati ad una pausa più lunga per motivare l’attesa in chi legge e conferire una più costante riflessione. Così le parole indefinito, infranto, ricordi sbiaditi, identità, ombra… si fanno testimoni di quel “male di vivere” che la poetessa, trafitta da “un raggio accecante di sole” (ibidem) vorrebbe fugare prima che sia “subito sera”, quella stessa sera “laudata (per quel suo) viso di perla/ e (per i suoi) grandi umidi occhi ove si tace/l’acqua del cielo” (G. D’annunzio, “La sera fiesolana”).
Nei propri versi la poetessa vorrebbe poter afferrare quel tempo passato di cui solo ha ricordo di “suoni lontani” (ibidem) e trasportarlo nel presente in cui “una brezza leggera e danzante” (ibidem) possa di nuovo riempire la mente.
Di grande impatto e coinvolgimento emotivo le letture dei versi che l’autrice enuncia e propone anche per quel desiderio di pace mai svelato “per il comune senso del pudore”, ma che tra una sillaba e l’altra si affaccia in attesa di essere colto come esile fiore di campo, desiderio che si fa temerario quando vuol donare “cieli azzurri e orizzonti tersi” (ibidem) e si rammarica perché solo la vita a questa sua creatura ha “saputo dare” (ibidem).
Questa che l’autrice crea è poesia del cuore e “la poesia del cuore non è che illusione di speranze e di ricordi” (ibidem), lirica pura in cui il tratto che fa da collante all’intera silloge è l’amore, l’amore denso di malinconia e rimpianto, di desiderio di quiete e, forse, di un ovattato senso di rassegnazione, l’amore filiale e quello di donna e di madre, l’amore verso gli ambienti e gli aspetti della natura in cui sempre compare quel senso di fondo “sempre uguale nel tempo” (ibidem), l’amore che sempre conduce a far pace col dubbio e col più acuto dolore perché ne “Le nostre esistenze” “non varrà/domani/ ciò che stasera sarà”.

Lucia Bonanni
San Piero a Sieve
7 aprile 2012
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Randagi sì, ma uomini non animali

Negli anni Cinquanta del Novecento a Roma in Piazza Vittorio due prostitute vengono uccise. Viene incolpato del delitto Otello Truzzolini, noto barbone che frequenta il luogo, già affetto da un cancro alla gola.

Lo difende in Corte di Assise Nicola Madía, uno dei più grandi penalisti del Secolo, pronunciando una appassionata arringa degna, come fu, di pubblicazione.

Truzzolini, pochi giorni dopo, giace all’obitorio, il corpo sul freddo bianco marmo.

Nessuno va a trovarlo tranne il suo difensore che dopo avergli fatto dono della difesa ora gli dà l’estremo saluto procurando di coprire il corpo inanimato con un mazzo di fiori che forse ancora resistono nel ricordo di un cuore grande e generoso e del seme semprevivo dell’avvocatura.

Altri tempi, altri uomini, altro stile … che non ritornano.

Perciò se incontrando un barbone cambiate strada oppure vi chiedete “ma perché non si cerca un lavoro”, ovvero “ma chi glielo ha fatto fare?”, interrompete subito la lettura di queste note.

Se, viceversa, vi affascina il mondo della sofferenza e della emarginazione – per scelta o per necessità – allora i sei racconti di Benito Marziano raccolti in Randagi hanno qualcosa da dirci e da dirvi.

L’autore, dopo varie pubblicazioni di poesia e prosa, con gli ultimi due lavori, prima Juliette cara, ora Randagi ha toccato, facendole vibrare a meraviglia, le corde del mio (e credo non solo mio) animo.

In Juliette c’è la passione travolgente di un amore forte, cogente, assoluto, verso una donna mi più rivista ma la cui vana ricerca lo impegnerà tutta le vita, facendogli dire e ritenere che vale la pena vivere una intera esistenza d’uomo per quei pochi irripetibili e indimenticabili giorni vissuti intensamente.

In Randagi Marziano narra storie di barboni, clochard, vagabondi, emarginati, derelitti: uomini fra gli uomini.

Storie vere o inventate quelle di Juliette o ora quelle di Randagi, qualcuno si chiederà?

Il confine fra realtà e finzione è così fragile, così labile, così invisibile, che entrambe si confondono, si intrecciano, si fanno dono vicendevolmente di linfa, sicché la domanda non ha ragion d’essere.

Spesso si fa sottile distinzione fra quelle del barbone che è una scelta di vita e quindi ne diventa una sorta di cultura e l’emarginato che si ritrova a vivere quella vita senza accettarla ma prendendola in modo tale da renderlo infelice.

Ciccio Urso giorni fa mi ricordava che ricorre il primo anniversario della dipartita di Nuccio, trovato morto dopo vari giorni a casa dove viveva in compagnia del solo pappagallino, immerso in un mare di … disordine (a dir poco e bene).

Nuccio, presidente del “covo” (la libreria di Ciccio), tale rimasto post-mortem, mai sostituito, era un clochard per scelta, ma provvisto di una grandissima cultura che alimentava quotidianamente e dispensava nelle frequenti incursioni in libreria.

A Roma Marco un barbone ammalato di cancro invitò alcuni amici al ristorante lasciando ai camerieri schifati di averli serviti una lauta mancia, sussurrando sottovoce ai commensali: “Bisogna essere signori soprattutto coi cafoni”.

Non manca chi rifiuta persino la banconota offerta, pago di vivere del nulla.

A Parigi tanti clochard dormono sotto i ponti lungo la Senna e spesso solidarizzano fra loro come soci di un club.

Sono uomini, tutti loro, che forse non hanno paura che la vita posa finire, ma non so se hanno paura che non posa mai cominciare.

L’incubo della morte è iscritto nella nostra stessa vita, ma per loro è una cosa diversa, più tenue, più blanda, è come se fossero forniti di una corazza protettiva che procura un effetto terapeutico.

Benito Marziano conosce bene questi esseri umani, uomini e donne come gli altri, forse in certi aspetti (problemi esistenziali, rigetto di un modello di società da contestare), più degli altri.

Il libro si avvale di una corposa prefazione di Orazio Parisi, interessante e puntuale.

La scrittura di Marziano ­– ci era già noto – è asciutta, semplice, chiara, invitante alla lettura. Randagi si inizia e si legge d’un fiato.

Il primo racconto che dà il titolo al libro parla di Lucia e Ciccio e a me ha subito ricordato Bernard e Juliette che trascorrevano l’intera giornata seduti su un cartone accanto al mio albergo parigino. Li accompagnava un fiasco di vino. Mi attendevano per conversare. Ho nitido il ricordo di quei due con cui feci amicizia.

La storia di Ciccio e Lucia conclude come spesso vuole la sorte: nessuno dei due se ne accorge …

Degli altri racconti non voglio parlarvi per non privarvi del gusto della scoperta.

Sarà qualche lettore a parlarmene. E lo ascolterò (o leggerò) con vero interesse.

Due personaggi di Woody Allen discutono con vigore. Uno chiede all’altro se a suo avviso “esiste una vita dopo la morte”; costui replica: “Esiste, secondo te, una vita prima della morte?”.

Marziano animo sensibile e profondo, scrutando nel proprio animo e in quello dei suoi simili, penso che con Randagi abbia tentato di dare una qualche risposta.



Avola, 20/2/2012

Giovanni Stella

Benito Marziano
"Randagi - Sei racconti"
2011, 8°, pp. 88
Collana "Mneme" n. 35
ISBN 978-88-96071-52-6
Euro 10,00
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Giovedì, 5 Aprile 2012 01:31 Host: 93-46-38-134.ip105.fastwebnet.it Scrivi un commento Invia una E-mail

POETA PRESENTA POETA

Lucia Bonanni
per "RITORNO AD ANCONA ED ALTRE STORIE"

“Ritrovarsi così… semplicemente!/Unire gli orizzonti e le attese,/le voci e i respiri,/le partenze e i ritorni./Salutarsi così… semplicemente,/con la luce negli occhi e la speranza nel cuore.” (ndr).
E con Sandra Carresi, dopo la bella esperienza di Vigevano, nella tarda mattinata di domenica 25 marzo 2012 ci ritroviamo in Corso Garibaldi, 41 lì ad Avola, davanti alla Libreria Editrice Urso per la giornata conclusiva del Concorso “Libri di-versi”.
“Tieni, portati un po’ di peso” mi dice Sandra nel farmi dono della sua ultima pubblicazione “Ritorno ad Ancona ed altre storie”, redatta a quattro mani con Lorenzo Spurio, saggista, redattore ed autore di riviste e testi letterari.
La cosa buffa è che Sandra ed io per quel nostro abitare nei luoghi che un tempo furono oggetto delle mire espansionistiche della Repubblica Fiorentina e che oggi si rivelano come i territori più belli dei dintorni di Firenze, siamo quasi vicine di casa.
“Sono già due volte che ci incontriamo fuori provincia, la prossima sarà di certo il 23 maggio prossimo in quel di Villa Bandini a Firenze in occasione della presentazione del tuo libro”, dico a Sandra con quel piglio d’allegrezza che sempre mi deriva dallo stare con gli altri e da un qualcosa di piacevolmente inatteso quale è il dono di questo libro.
“Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere” afferma Daniel Pennac nell’opera “Come un romanzo” ed io cerco di dilatare il mio tempo con delle buone letture ove non mancano mai quelle degli amici.
Mi incuriosisce molto la dicitura “Ritorno ad Ancona…” così inizio a leggere proprio dal racconto che assegna il titolo all’intera silloge per passare di seguito a “Telefonate anonime” e “Un cammino difficile”. “Ho pensato che l’anima mantiene la sua freschezza e la penna altro non è il fiume che l’attraversa” dichiara l’autrice nell’introduzione al proprio lavoro. Quindi anche per lei la scrittura è un bisogno irrefrenabile, una necessità forse “venuta meno a qualche minestrone” (ibidem), un’espressione del proprio essere ed anelito verso la scoperta di se stessa in quei personaggi esteriori che di volta in volta la sua anima va svelando attraverso al penna.
“Per quanto mi riguarda, credo che riflettere sul senso delle proprie scelte sia sempre doveroso” si legge nella prefazione di Anna Maria Folchini Stabile, dovere che mi sento di dire non sempre ottemperato e onorato con buona disponibilità d’animo e saggia maturità.
Spesso è più facile stornare il viso, illudersi che col tempo qualcosa potrà mutare, cercare stratagemmi o alterative per eludere la pressione esercitata da certi contesti di vita, percepiti come una scatola in cui ci si sente rinchiusi e da cui non si riesce a trovare vie di fuga, tutto a discapito di un dialogo aperto, costruttivo e fondante.
Sono questi i concetti espressi nei tre racconti il cui filo conduttore altro non è che l’amore, l’amore nella più ampia accezione del termine e che qui trova forma sia nel rapporto di coppia, in quello parentale e non ultimo quello tra fratelli.
Un filo d’Arianna il sentimento enunciato che lega non solo l’intreccio e la fabula di ciascuna narrazione, ma fa anche da unione non detta, ma annunciata tra i diversi racconti. Scritture, queste, strutturate nella logica del contrasto, artificio letterario che li rende ancor più intriganti e cattura l’attenzione di chi legge. Il contrasto è qui descritto come quelle serie numeriche che possono essere presentate sia in senso ascendente che in quello discendente, rispettando sempre la posizione ed il valore delle cifre. Ecco allora che in questi racconti vediamo i sentimenti scemare verso l’annullamento più completo o assumere la direzione di un ampliamento più sistematico. E sempre protagoniste indiscusse sono le donne, le donne con la loro sensibilità e la loro forza interiore, la loro connaturata capacità di donarsi e dare amore, le donne con le loro fragilità e quel loro saper trovare soluzioni agli eventi avversi, le donne che ricordano e riescono a dimenticare anche in nome di un sentire profondo, le stesse donne che si prendono cura dei loro figli anche venendo meno alle loro aspirazioni e ai loro bisogni. Ed ecco che sulla scena di questo libro si stagliano le protagoniste di sofferenze e rinunce nonché oggetto di abbandoni insensati e comportamenti talvolta ostili: Giada, Rebecca, Eva, protagoniste indiscusse di quel “cammino difficile” a fronte di esperienze di vita tessute per lo più in negativo.
“Un compagno (è) una presenza costante, una persona con la quale si cresce e si condividono affetti e esperienze” (o. c.), e giusto per questo, d’altro canto a Ruggero, Vincenzo e Alberto non può essere conferito tale titolo, da un lato per quel loro aspetto comportamentale che lascia perplessi e dall’altro per non aver saputo o voluto cogliere l’attimo fuggente dell’idea che “l’amore è fatto di tante sfumature, aspetti e comportamenti” (ibidem) e che per essere vero e ben coeso necessita di tanta fede, speranza e carità; fede nelle proprie scelte, speranza di dare corpo ai progetti, specialmente a quelli di carattere affettivo, carità verso la persona che ci sta accanto nel saperne comprendere a pieno le essenzialità più nascoste. Ecco anche perché un amore inatteso, nato in un contesto idilliaco come può essere quello di un’isola mediterranea, si scioglie come neve e nel nulla si dissolve allorché il protagonista si trova a doversi confrontare con una realtà diversa anche da quella dove abitualmente vive ed è attore indiscusso.
Ed ecco ancora perché una giovane donna viene lasciata a se stessa all’annuncio di una maternità inattesa, maternità che nel corso del tempo le riempirà la vita e le farà fare acrobazie per allevare una figlia tanto amata; quella stessa figlia che in età adulta si troverà faccia a faccia con Jacopo, fratello da parte di quel padre scanzonato e irresponsabile che salderà il proprio conto morale con il lascito di una cospicua eredità per entrambi i figli. “sai sono fidanzato con Francesca… vorrei che la conoscessi e che… insomma, che ci frequentassimo”, “siamo ancora in tempo, s vogliamo” (ibidem) e in “forte abbraccio” le tante telefonate anonime ricevute da Giada trovano un volto, trovano le sembianze dell’amore fraterno che riesce ad elevarsi al di sopra delle miserie umane.
Ecco infine perché Eva viene lasciata sola a dover sbrogliare la difficile matassa dell’educazione dei figli , bimbi presi in adozione per quel bisogno ancestrale e mai sopito di maternità, insito nel cuore e nella mente di ciascuna donna. “Ora cruciale/d’altissimo travaglio,/ dolore e sofferenza:/cambiati in gioia,/nascendo una stupenda/e meravigliosa creatura… soffio divino” recitano con grande sensibilità i versi della lirica “Parto” dell’amico-poeta Corrado Bono, mentre colui, il compagno di Eva, che in un primo momento era apparso in piena sintonia con lei, la donna della sua vita, e con il suo modo di essere, delira dal solco segnato e dinanzi ad impegni inattesi ed altresì gravosi, si spaventa e l’unica soluzione possibile gli appare la fuga dalle proprie responsabilità di uomo e di padre.
Quel medesimo uomo e quel medesimo padre che la vita mettere poi a confronto con vicende personali assai penose, facendogli toccare con mano lo scotto dell’abbandono e la cupa malinconia che ne segue; la vita che lo rendere freddo e incapace di appoggiarsi all’amore che quei bimbi saprebbero dare e all’aiuto che Eva in un moto di spontanea generosità e speranza adesso gli offre; Eva che è ben consapevole del fatto che “anche i periodi molto oscuri sono capaci di vedere la luce” (ibidem) e riesce così a ripristinare il centro del proprio cerchio di vita e ad “accorgersi (anche) che qualcuno non aspettava altro di vedere apprezzamento per quell’invito a cena mai prima accettato” (ibidem).
Un libro di non facile lettura questo di Sandra e Lorenzo per le implicazioni a carattere psicologico e sociale che si dipanano nei periodi e riescono a meravigliare il lettore.
Un testo con belle e particolareggiate descrizioni degli ambienti e delle persone , una scrittura che deriva le caratteristiche affettive di ciascun personaggio non dalle peculiarità del loro carattere bensì dai tratteggi di un sorriso, di gesto, di una postura, compendio del loro modo di essere e di porsi in relazione con la vita e a quanto di bello e meno bello può offrire.
Un libro dal linguaggio accessibile e la struttura sintattica lineare ed agevole, ma di grande impatto emotivo anche per quel rammentare luoghi a me conosciuti e quella forma lessicale che nell’espressione parlata talvolta porta a fare un diminuitivo che, forse, i puristi della lingua possono anche non accettare, ma che io tanto riconosco e che tanto mi piace usare, espressine che risulta poter essere un vezzeggiativo per un lemma che in questi racconti rivela a posteriori un uomo che non cambia né il proprio modo di essere e neppure quello di agire con se stesso e con gli altri. Una lettura, questa di “Ritorno ad Ancona…”, che induce a porsi domande sui grandi tempi della vita e a cercarne risposte esaustive anche in relazione al vissuto di ciascuno di noi perché come insegna J. W. Goethe, “Ogni libro è un capitale che silenziosamente ci dorme accanto, ma che produce interessi incalcolabili”, un capitale che nel testo di Sandra e Lorenzo si esplica nella forte capacità di analisi e nella spiccata sensibilità dei due autori nel saper narrare accadimenti e nel saper descrivere personaggi, lasciando così trasparire anche la bellezza della loro anima.

---- Lucia Bonanni ------
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Venerdì, 30 Marzo 2012 02:45 Host: host163-105-dynamic.16-87-r.retail.telecomitalia.it Scrivi un commento

   Lucia Bonanni, Cerco l'infinito, Libreria Editrice Urso

La parola è la facoltà più elevata dell'intelletto umano essendo voce che esprime concetto.
Nel linguaggio di ogni uomo non c'è parola che non implichi l’universo intero. Dire PANTERA è dire anche le pantere che l'hanno generata, le antilopi e le zebre di cui si nutre, l’habitat che la ospita, la terra che fa da madre a quell’habitat, il cielo che fa da volta, la luce che lo illumina durante il giorno, il buio che lo avvolge durante la notte.
Nel linguaggio umano, cioè, ogni parola enuncia infinite concatenazioni di eventi in maniera sia implicita, sia esplicita, sia in progressione, sia nell'immediato. Un solo vocabolo pronunciato contiene la pienezza del tutto e in esso sottostanno pure i misteri e i simulacri, le luci e le tenebre che costituiscono, anch'essi (soprattutto essi), le voci dell'individuo, voci ricche ma al contempo povere dato che tendono sempre, pure se inconsapevolmente, al Tutto, al Mondo, all'Universo.
Le poesie di Lucia Bonanni, raccolte nel volume: "Cerco l'Infinito" sono un altissimo esempio di cosa esse implichino nel contesto di quanto su esposto. La ricerca d’Infinito dell’autrice, infatti, si affida anche a percorsi di penetrazione delle parola per scandagliarle, purificarle, impreziosirle nella loro "...sgrossatura a posteriori che non deve essere semplice artificio, per non vanificare quello svolazzare di ali che si cambia in sillabe e che, ascoltando nel timbro e nel ritmo il suono della parola scelta, percepisce la poesia come musica di parole". (Lucia Bonanni)
La ricerca d’infinito da parte della Bonanni, allora, si esplica anche cesellando il linguaggio al fine di combinare immagini tra loro molto diverse e di accostare “cose” tra loro apparentemente distanti, ma che la poetessa, per illuminazione mentale, sa mettere in contatto, con profonda sensibilità e intelligenza, cogliendone analogie nascoste e poco osservabili al “comune” sguardo distratto. In tale ricerca attentissima, accurata e complessa la percezione dell’Infinito, da parte della poetessa, è spesso raggiunta sia per mezzo della meraviglia che le sollecita sensi, fantasia e ragione allorquando la realtà esterna s’introduce nel suo animo, e sia attraverso l’impiego di metafore concettuali che rendono spesso magnifico e splendente il linguaggio che così architettato è in grado di nobilitare, rendendola elevata, anche una misera realtà.
L’autrice ama intensamente e passionalmente la Vita ed ogni sua manifestazione e forma che canta nelle proprie poesie con versi dal ritmo dinamico e limpido i quali rispecchiano la notevole generosità di una intelligenza acuta che vede, avverte, partecipa, anima e sprigiona effervescenza e genialità.
Non è facile la lettura di “Cerco l’infinito” di Lucia Bonanni.
Ogni poesia racchiusa nel volume è come un complesso ricamo di multiformi orditi intrecciati così virtuosamente e con tale maestria che è necessaria molta attenzione per poterne focalizzare nitidamente forme, contorni e colori. E quando forme, contorni e colori sono pienamente focalizzati non può non sorprendersi ad ammirarne la grande bellezza e ad apprezzarne l’imponente impalcatura composta sempre con l’intento di onorare l’esistenza e di onorare ogni creatura che esiste, è esistita, ed esisterà. Imponente impalcatura composta pure per consentire a se stessa e a chi l’ascolta di tentare la scalata verso l'Infinito.
51) Salvatore Fugali 
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Venerdì, 3 Febbraio 2012 17:02 Host: 93-46-40-218.ip105.fastwebnet.it Scrivi un commento Invia una E-mail

Masters Paradise

  Siamo in un mondo che sta andando alla deriva, il sogno capitalista si è svegliato con il chiasso degli "Indignados" in tutte le piazze del mondo, le persone intellettualmente libere stanno muovendo una guerra contro i pochi ricchi che controllano la nostra società.
Raul un'haker professionista dopo aver perso tutto per colpa di questo sistema, si scatena contro alcune famiglie degli "illuminati" generando conseguenze che dureranno per decenni.
Masters Paradise, Il paradiso dei maestri è l'alternativa che la cultura post capitalista mette in campo, un'arma che non fà morti ma semplicemente fà cultura.
Masters paradise è un virus che dobbiamo diffondere nelle giovani menti dei lettori, affinchè un giorno possano organizzarsi in un futuro migliore.
50) Leonardo Miucci  Maschio
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Martedì, 31 Gennaio 2012 14:47 Host: 93-46-47-81.ip106.fastwebnet.it Scrivi un commento Invia una E-mail

Salvatrice Catinello
Come potrò dire a mia madre che ho paura?
a cura di Roberta Malignaggi
2011, 8°, pp. 128
Euro 14,00
Collana OPERA PRIMA n. 27
ISBN 978-88-96071-48-9


Ho letto il libro “Come potrò dire a mia madre che ho paura?” a cura di Roberta Malignaggi, edito dalla Libreria editrice Ciccio Urso di Avola, che narra la tragica vicenda personale e familiare di Claudio Macca, un ragazzo avolese tossicodipendente, morto nel 2010 di un male incurabile in conseguenza dell’uso di eroina. La storia è raccontata dalla madre di Claudio, signora Salvatrice Catinello, direttamente alla curatrice, la quale, al fine di metterla insieme secondo un registro narrativo, non si è negata la lettura delle lettere che Claudio mandava dal carcere alla madre, né l’ha preoccupata lo studio della documentazione che ha riguardato il giovane avolese nei suoi trascorsi giudiziari. Il libro si fa leggere tutto d’un fiato, cosa che ho fatto una delle trascorse sere fino alle due di notte. Il merito va ascritto, ovviamente, alla curatrice Roberta Malignaggi.
La lettura del libro mi ha suscitato alcune considerazioni che mi sembra doveroso mettere per iscritto. Anzitutto mi ha colpito la determinazione e la caparbietà di una madre che non ha mai smesso, neanche di fronte alle impossibilità, di lottare per cercare di recuperare il figlio, giungendo addirittura a denunciarlo e, quindi, a farlo trarre in arresto a causa di un furto e di alcune percosse in suo danno: sperava la signora che in carcere egli almeno non si sarebbe drogato. Alla signora Salvatrice Catinello va tutta la mia solidarietà per quanto la vita le ha riservato.
Il fenomeno della tossicodipendenza è concepito dalla società in modo banale ed è, pertanto, in altrettanto modo affrontato. Si è soliti pensare al drogato come ad un malato, mentre si trascura di considerarlo da un punto di vista esistenziale. In tutti i tossicodipendenti che ho avuto modo di incontrare, anche in ragione della mia professione, ho scorto in loro, nei loro sguardi in particolare, un senso di profondo smarrimento, una paura, e credo che quella paura sia addebitabile ad una sostanziale paura di vivere, di affrontare la vacuità della vita. Solitamente il tossicodipendente viene, invece, eluso, scansato e, dunque, emarginato. Ci si interroga poco o per niente sui motivi del drogarsi e siamo portati a giudicare secondo schemi, pregiudizi, dogmi, trascurando di ragionare partendo da una dimensione che vada oltre il tossicodipendente. Ma si sa che porsi in una dimensione meta-tossicodipendente, occorre una flessibilità di vedute, scevre da pregiudizi di sorta. E si sa anche che staccarsi dai dogmi è cosa assai ardua. La nostra forma mentis è strutturata in modo tale che qualsiasi fenomeno, prendiamo a studiarlo soggettivamente, a partire da ciò che ci appare davanti, senza curarci delle condizioni che hanno dato luogo a quel fenomeno. L’osservato e l’osservatore: chi dei due dice la verità?
Per capire il tossicodipendente occorre una rivoluzione copernicana: non bisogna osservare il drogato, ma sforzarsi di capire quali siano le condizioni che lo creano. E le condizioni sono sotto gli occhi di tutti, basterebbe osservarle: una società individualista, incapace di “curarsi” delle persone bisognose; una società assente riguardo gli emarginati; una società senza coscienza civica; una società in cui a vincere sono solo coloro che vengono rappresentati da rapporti di forza superiori; una società in cui le leggi di mercato ordinano la vita di ognuno senza che l’individuo possa avere la facoltà di decidere secondo le sue aspirazioni, la sua cultura, i suoi bisogni; una società in cui ormai neanche più il diritto riesce a regolamentare. In un modello sociale di tal fatta l’individuo più sensibile vive male, egli non sa come sfuggirgli, e cerca vie d’uscita. Va bene quando le trova, e qualcuno con un po’ di fortuna le trova; altri no. Pur cercandole in tutti i modi.
Credo, contrariamente al senso comune, che il tossicodipendente sia una persona che scopre improvvisamente una sorta di male di vivere dal quale non riesce a fuggire; non riesce, come direbbero gli analisti, a sublimare o a rimuovere, ché la sublimazione o la rimozione gli darebbe la garanzia di una vita “normale”; lui cerca una via d’uscita dalla verità esistenziale, troppo vera e troppo angosciante da accettare, una via che il poeta troverebbe nella poesia, l’artista nell’opera d’arte; il tossicodipendente la trova nell’eroina. Egli colma il suo vuoto riempiendosi di dosi. Il tossicodipendente si fa contenitore per riempire il suo vuoto.
Tra il drogato ed il poeta non vedo nessuna differenza, anzi vi scorgo una sostanziale continuità di pensiero, sebbene con modalità diverse. E mi viene in mente Baudelaire con la sua opera I fiori del male, metafora che il poeta usa per descrivere il suo fuggire dall’angoscia di vivere rifugiandosi nell’alcool e nella droga.
Oltre al problema della tossicodipendenza il libro pone all’attenzione della nostra coscienza di cittadini quello delle carceri, esperienza che Claudio Macca ha purtroppo maturato più di una volta. Il Ministro di Grazia Giustizia Paola Severino, nei giorni scorsi, dopo le visite presso alcuni penitenziari del nostro Paese, ha definito il carcere un luogo di tortura. Lo stesso ministro, nella sua prolusione pronunciata presso la Corte d’Appello di Catania, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, ha affermato che “dalle situazioni delle carceri si misura il livello di civiltà di un paese” e che “lo Stato non ripaga mai con la vendetta, ma vince con il diritto e l’applicazione scrupolosa di regole e legge”. Secondo l’ordinamento giuridico italiano, e precisamente in virtù dell’art. 27 della Costituzione, “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Una breve e sommaria esegesi della norma porta subito a considerare che il senso di umanità non può che consistere in quelle possibilità nelle quali l’essere umano possa trovare la sua totale realizzazione come persona. È ovvio, dunque, che una prima caratteristica estrinsecativa di questo senso non può che essere la necessaria condizione di libertà. Sia chiaro: non intendo dire che colui il quale commette reati debba rimanere impunito. Come dico che è giusto che il delinquente sconti la sua pena per i reati arrecati. Ma dico anche e semplicemente che la galera, vista come pena capace sia di risarcire il danno arrecato dal reato sia di rieducare il soggetto, ha pienamente fallito. E devo dire che anche in questo caso si evita di affrontare nel giusto modo il fenomeno, preferendo guardare il carcerato in quanto tale, piuttosto che le motivazioni che lo hanno indotto a diventare tale. Trascuro qui di considerarle in modo approfondito, perché le ritengo in linea di massima, fatte salve alcune specifiche eccezioni, tutte riconducibili a questioni di natura culturale ed economica; culturale perché, come i sistemi criminali insegnano, c’è una avversità ad accettare la presenza dello Stato quale unico soggetto detentore della forza, là dove per forza non dobbiamo intendere solo ed esclusivamente l’uso fisico di essa, quanto piuttosto la possibilità di applicare le regole del diritto, munite di sanzione: la mafia ha le sue di regole e per essa bastano e avanzano; economica perché, ed in questo caso è l’analisi marxiana ad insegnare, le condizioni di vita di ciascuno di noi sono dettate da fattori esogeni dalla volontà del soggetto e sono determinate sostanzialmente da lotterie economiche delle quali la persona non possiede il controllo.
Sembra emergere oggi una coscienza nuova attorno al fenomeno carcerario, una coscienza che proviene anzitutto dalle istituzioni che a quanto pare sembra abbiano assunto consapevolezza della drammaticità del problema. Mi preoccupa, tuttavia, il fatto che si tenti, come sempre, di affrontarlo con espedienti di contingenza, quali scarcerazioni facili, amnistie, detenzione domiciliare e quant’altro, e mai attraverso un proposta che prenda in esame, in modo coraggioso, la possibilità di un cambio culturale che si ponga l’obiettivo di creare modi di espiazione della pena diversi dal carcere. Come può un carcerato, che vive per anni insieme ad altri carcerati condannati per reati più o meno gravi, redimersi, interiorizzare le sue responsabilità e, dunque, capire d’aver sbagliato e proporsi un reinserimento nella società? Il più delle volte il carcerato avverte la pena detentiva come conseguenza ingiusta dei reati commessi e molto spesso il carcere, soprattutto quando è alla prima esperienza, diventa una sorta di iniziazione; molti mafiosi e non, dopo qualsiasi periodo di detenzione breve o lungo che sia, plaudano all’esperienza fatta perché ritenuta nel loro ambito culturale altamente formativa per il loro delinquere. È una specie di corso formativo riservato a chi decide di continuare su quella strada.
Chi è dunque il malato? Il tossicodipendente, il carcerato, o la società nel suo complesso di uomini cosiddetti normali, che non s’avvede, o preferisce non avvedersi, ché la verità fa male sentirsela dire?
Ecco allora che, attraverso la pubblicazione della sua tragedia familiare e quella del figlio Claudio, la signora Catinello, sebbene motivata ritengo da un inconsapevole bisogno di rimozione del senso di colpa per non essere riuscita a strappare il figlio alla morte, credo che abbia voluto rivolgere alla collettività un invito alla riflessione sul fenomeno della tossicodipendenza, stimolandoci a guardare oltre, e sul sistema penitenziario, che così concepito e strutturato annulla ogni possibilità di rieducazione del condannato, annientandolo come persona.
Il coraggio di questa madre è rappresentato dalla scelta consapevole di rendere pubblica la sua tormentata e tragica esistenza e quella del figlio tossicodipendente, nella speranza che ciò possa sensibilizzare la comunità nella quale la gente sana, normale e socialmente accettata crede di vivere.
“Come potrò dire a mia madre che ho paura?”
Nella crescita di ogni uomo la presenza della madre è determinante, perché è grazie alla madre che la persona diventa soggetto. È una brutta parola quest’ultima, che non mi piace, sa di tecnico e, quindi, di artificiale. Ma così è. Nel regno animale, sappiamo che il cucciolo appena nato è immediatamente accudito dalla mamma, che lo lecca, gli trasmette con il suo fiato un senso di sicurezza come a dirgli “non ti preoccupare, ci sono qua io, gli sciacalli staranno alla larga”. Il cucciolo appena nato ha paura della vita, perché ancora non la conosce ed anche quando inizierà a conoscerla avvertirà sempre quel senso di insicurezza, di disagio, di paura. Ma ci sarà sempre sua madre a proteggerlo, a difenderlo.

Avola, 29 gennaio 2012

Leonardo Miucci
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