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| Venerdì, 12 Marzo 2010 11:44 Grazie per aver visitato questo spazio dedicato a URLA LA TUA OPINIONE. Qui puoi lasciare la tua riflessione. |
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''LEGGERO'' DISASTRO AMBIENTALE IN VAL DI NOTO IL 18 GEN 2010
I NOSTRI TIMORI SUI RISCHI PER IL VAL DI NOTO SONO SEMPRE FONDATI... Danni ambientali considerevoli sono stati causati dalla fuoriuscita di petrolio allo stato grezzo dall’oleodotto Ragusa-Priolo Mostringiano in un affluente del Fiume Tellaro nei pressi della Città di Noto il 18 gennaio 2010. L' incidente ci dà una ulteriore conferma della bontà della battaglia, a suo tempo intrapresa, per evitare che avessero compimento le concessioni per le trivellazioni petrolifere in un territorio dalle forti vocazioni agricole e turistiche, patrimonio mondiale dell' Umanità. Abbiamo da sempre paventato, inoltre, il pericolo che tali interventi possono comportare per le falde acquifere e per gli eccellenti prodotti che il distretto offre (olio, mandorle, agrumi, cereali, legumi, frutta, ecc.). I nostri timori sono stati supportati da consulenze scientifiche autorevolissime. Nel recente passato la texana Panther Eureka s.r.l. aveva provato ad avviare un nuovo sfruttamento delle risorse del sottosuolo. Questo scellerato tentativo, voluto dal governo regionale di allora, aveva visto una fortissima reazione delle associazioni, delle istituzioni locali e delle comunità. Dopo questo scempio, facciamo l' ennesimo appello alle Istituzioni Regionali affinché siano presi provvedimenti adeguati per evitare di imboccare una strada che comporti ulteriori danni irreversibili all' economia ed al paesaggio per poter far sì, invece, che decolli definitivamente un modello di sviluppo ecosostenibile consono alle peculiarità del territorio. Il Comitato per le energie rinnovabili e contro le trivellazioni petrolifere in Val di Noto assieme a tutte le organizzazioni naturaliste, ambientaliste, culturali, agricole e turistiche vigilerà con grande attenzione ed è pronto a far in modo che si mobilitino tutti i soggetti interessati per impedire che ulteriori tentativi siano messi in campo. Pensiamo che siano maturi i tempi, invece, di realizzare il Parco degli Iblei poiche' permetterebbe grandi vantaggi e benefici per un futuro durevole e compatibile per la gente. Noto, 23 gennaio 2010 COMITATO NO TRIV COMUNICATO STAMPA DELL'ENTE FAUNA SICILIANA Del 19.01.2010 L’emergenza sembra passata ma i danni ambientali causati dalla fuoriuscita di petrolio allo stato grezzo dall’oleodotto Ragusa-Priolo Mostringiano che, a quanto pare, per uno smottamento del terreno, favorito dalle abbondanti piogge dei giorni scorsi, ha determinato l’incidente di lunedì 18 scorso con lo sversamento in un piccolo corso d’acqua affluente del fiume Tellaro, sono ancora da quantificare. L’evento, oltre ad allarmare gli imprenditori agricoli della zona interessata, ha preoccupato anche noi che del territorio ibleo abbiamo continua attenzione ed interesse. Questo incidente è, ancora una volta, una testimonianza lampante che la strada all’industrializzazione del nostro territorio, votata da qualcuno, ha dei grossi limiti in quanto, con le fragilità ambientali esistenti, questo rischia di subire sempre più danni irreversibili. Nel recente passato, la texana Panther Oil aveva provato ad avviare un nuovo sfruttamento delle risorse del sottosuolo. Questo scellerato tentativo, appianato dal governo regionale di allora, che aveva visto alzare contro gli scudi da parte di tutti noi ambientalisti oltre che dalle popolazioni locali, oggi confermano ancor di più che le manifestazioni e i convegni di allora, per dare l’altolà ai petrolieri, erano sacrosanti. Dopo questo ennesimo scempio invochiamo la politica a dare le definitive e giuste direttive per l’affermazione di uno sviluppo sostenibile che questa provincia merita. Noi crediamo che oggi l’idea dell’istituzione del Parco degli Iblei diventi sempre più attuale e che ciò sia imprescindibile per il futuro di questo territorio legandolo alla salubrità quale “marchio di qualità” dello stesso. F.to la Segreteria Regionale |
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Primarie PD: quello che nessuno vi racconterà è il modo in cui in Sicilia Ë nata la candidatura di Lumia a segretario regionale. Corrono molti giudizi sulla persona, del tipo "mipiace/nonmipiace", varie illazioni sul percorso che ha portato alla sua candidatura ma poche considerazioni sulle sue ragioni e prospettive politiche: sapere come sono andate le cose può aiutare a comprenderle.
1) » vero che Lumia aveva maturato da tempo la sua intenzione di candidarsi alla guida del Pd siciliano: ciò perché la direzione regionale del PD aveva deciso che il congresso siciliano si sarebbe svolto, in via straordinaria, nella primavera del 2009. Per un politico che ha maturato un'esperienza e una popolarità come le sue (importanti in elezioni aperte a tutti, come le primarie che faremo) scegliere di mettersi in gioco mi pare assolutamente normale e forse anche doveroso. Le dimissioni di Veltroni hanno poi fatto slittare tutto ma le ragioni di quella candidatura sono rimaste intatte. 2) Per la sua disponibilità a candidarsi, Lumia non ha mai posto la condizione d'essere appoggiato da uno dei candidati alla segreteria nazionale, ovviamente non escludendola. Ha chiesto loro che gli venisse garantita la possibilità di competere comunque, in primarie libere ed aperte. La cosa non deve apparire ovvia o superflua, se si pensa che nel 2007 ciò gli fu sostanzialmente impedito. 3) » vero che, sia Franceschini che Bersani hanno, in differenti occasioni, manifestato l'interesse ad indicare Lumia come proprio candidato alla segreteria regionale in Sicilia (di Marino non so dire). Certamente comprendendone il potenziale elettorale ma anche, devo ritenere, la capacità di guida del partito nell'isola. 4) Ad opporsi alla candidatura di Lumia in seno alle mozioni "nazionali" sono stati i loro rispettivi maggiorenti siciliani, in particolare quei deputati - quasi tutti nazionali - che da anni in Sicilia tengono in mano le sorti dei DS e della Margherita prima e del PD adesso, intendendo fermamente mantenerle. Sono loro che stanno dietro le brave persone candidate alla segreteria regionale. Quelli illustrati sono i fatti, tutti pacificamente dimostrabili, che mi permetto di non documentare a sola garanzia di privacy delle persone coinvolte, da nessuna delle quali potrà tuttavia provenire, in tutta onestà, una loro smentita. Quella che segue è invece la mia valutazione politica di tali fatti. Va da sÈ che una classe politica siffatta deve per forza avere partiti privi di effettiva partecipazione e collegialità nelle scelte, con gruppi dirigenti autoreferenziati e cooptati. Come infatti, con poche eccezioni, erano i nostri partiti ed è oggi il PD. » in questa luce che va inteso il contrasto fra la conduzione del gruppo del PD all'ARS, di cui mi assumo la corresponsabilità e che difendo, e quella parte del partito che, non a caso con in testa i principali esponenti delle mozioni Franceschini e Bersani in Sicilia, l'hanno apertamente osteggiata. Il mancato collegamento della candidatura di Lumia dalle mozioni nazionali è il prodotto della distanza da coloro i quali in Sicilia rappresentano quelle mozioni ed attraverso di esse intendono rappresentarvi i loro interessi. Collegare infatti il sottosviluppo dell'isola alla subalternit‡ delle nostre classi dirigenti ed a quella politica assistenzialista e predatoria che le ha negato autonomia vera, è fin troppo facile. Ma dire che i nostri partiti, attraverso coloro i quali li hanno "posseduti" e vogliono continuare a farlo, hanno avallato questa politica ed è ora di rompere questo tetro equilibrio, è il principio di fondo della candidatura di Lumia. Che proprio per questo si chiama "Prima di tutto la Sicilia". Per questo io sostengo Lumia. e chiedo di fare altrettanto il prossimo 25 ottobre a tutti coloro con i quali, da anni, condividiamo un comune percorso politico, fatto all'insegna del cambiamento e della speranza. E' in nome di questo percorso che non vedo possibile una diversa altra scelta. Roberto De Benedictis |
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La legge Ë uguale per tutti, anche per Berlusconi
Berlusconi e Alfano annaspano sorpresi dalla bocciatura del lodo. Dopo la cenetta coi due giudici della Corte Costituzionale non si aspettavano un voltafaccia del genere: evidentemente qualcosa non è funzionato. Forse, dopo la cena, i giudici sono tornati a dormire a casa. 9 voti contro 6 e il Lodo si è rivelato - come era chiaro che fosse - INCOSTITUZIONALE. Viola infatti il principio d'uguaglianza dei cittadini, stabilito dall'articolo 3, e l'obbligo di utilizzare leggi costituzionali (e non quelle ordinarie) per questa tipologia di "differenziazione". Ma Silvio vuole andare avanti, accusando le toghe di essere rosse e persino quel povero Presidente della Repubblica che tanto mansueto aveva firmato il Lodo, pur non avendo neanche un processo a proprio carico. Perché tutta questa paura? L'avvocato inglese Mills è stato condannato a 4 anni e 6 mesi di carcere per falsa testimonianza (retribuita con 600.000 dollari bonificati dalla Fininvest) in due processi in cui era imputato l'attuale Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, evitandogli una condanna per tangenti alla Guardia di finanza ed a All Iberian. Caduto il lodo, Berlusconi dovrà presentarsi davanti al giudice come un normale cittadino. Se le prove saranno schiaccianti sarà condannato, altrimenti il processo andrà in prescrizione o verrà archiviato, come accade di frequente. Ma lui teme perché sa. Cordiali Saluti Enrico Santus P.S.: Le informazioni riportate non sono "comuniste" come qualcuno ama definirle ripetendo, quasi fosse un papagallo, le parole del Premier. Tanto meno sono di sinistra: basta aprire il Corriere della Sera, che di sinistra certamente non Ë, per trovarle in caratteri cubitali. |
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Recessione e mafie - 2
Le nuove frontiere del narcotraffico di Carlo Ruta Fin qui emerge un dato di fondo. In tutti i continenti, negli ultimi decenni le economie di origine illegale hanno vissuto i trend dei mercati da protagoniste, correlandosi alle Borse come entità finanziarie imprescindibili. » andato stabilizzandosi per ciò stesso il raccordo delle mafie con i maggiori business, dalla speculazione immobiliare all'industria dei metalli, dalle energie naturali e rinnovabili all'acqua. Le classifiche di Forbes, che hanno visto scalare un gran numero di magnati dell'est europeo e asiatico senza passato, oltre che autentici gangster, ne danno la misura. La crisi attuale rischia di aprire tuttavia scenari nuovissimi. Sta sollecitando infatti degli aggiustamenti nelle economie clandestine più forti: il narcotraffico, il commercio di armi, le tratte degli esseri umani. E gli effetti sul sistema potrebbero essere non da poco. Negli ultimi due decenni, Ë emerso un incremento di tali traffici su scala mondiale, nonostante le attività contrasto venute dai governi. A dispetto altresì delle iniziative di organizzazioni sovranazionali, a partire dall'Onu, che, per esempio, negli ultimi anni novanta ha sollecitato, per la prima volta, alcuni paesi produttori di sostanze stupefacenti, l'Afghanistan e Birmania per l'oppio, Colombia Perù e Bolivia per coca e cannabis, alla soppressione di tali colture in cambio di aiuti. Ma cosa sta accadendo di preciso in questo tempo di crisi? I dati che vanno rendendosi disponibili, offrono già delle indicazioni, a partire appunto dal narcotraffico. I ritmi di modernizzazione, più o meno convulsi, dell'ultimo mezzo secolo hanno finito per incentivare il consumo di massa di stupefacenti, naturali e sintetici. Balzi decisivi di tale domanda sono andati correlandosi comunque con snodi particolarmente difficili. E quello di oggi è tale. Come documentano le cronache dell'ultimo anno, la recessione, che si vorrebbe considerare un capitolo chiuso, sta generando precarietà e vuoti di futuro in tutti i paesi, ricchi e poveri. Può essere in grado quindi di interagire a vari livelli con il mercato dei narcotici. » presto beninteso per poter comprendere l'incidenza degli eventi odierni sull'evoluzione del medesimo. Ma alcuni dati che emergono dal terreno, non del tutto concordanti con i numeri che di recente sono stati fatti dall'Unodc, Ufficio dell'Onu che sovrintende alla lotta al narcotraffico, appaiono significativi. Nel Sud America, capoluogo strategico dei narcos, la crisi globale ha fermato cinque anni di crescita. Sono state colpite le economie del rame, del petrolio, di altre materie prime. » stato penalizzato l'interscambio con gli Stati Uniti. Milioni di persone sono finite quindi in povertà. Il narcotraffico continua però a progredire. Le aree di coltivazione di cannabis e coca lungo le Ande vanno estendendosi, malgrado le politiche di contrasto dei governi. La produzione di oppio ed eroina si conferma in attivo. In tutte le regioni aumenta infine il consumo di narcotici, mentre migliorano le facoltà di produzione di droghe sintetiche. » quanto emerge da un rapporto pubblicato nel marzo 2009 dalla Latin American Commission on Drugs and Democracy, diretta da Fernando Cardoso, già presidente del Brasile, César Gaviria, già presidente della Colombia, Ernesto Zedillo, già presidente del Messico. » quanto affiora altresÏ da ricerche specialistiche. Nei mesi scorsi, su incarico dell'associazione Libera, un team di economisti delle università di Bologna e Trento Ë intervenuto sulla situazione in Colombia, passando al vaglio 30 mila dati, oggettivi, tratti soprattutto dagli archivi giudiziari. Ha concluso che nel 2008 sono stati prodotti in quel paese da 2.000 a 4.500 tonnellate di cocaina, a fronte di una stima dell'Unodc di appena 600. A dare conto delle cose sono altresì le emergenze civili sul terreno, che vengono riconosciute a tutti i livelli. Nelle favelas brasiliane, dove arrivano dalla Colombia grandi quantitativi di stupefacenti, i regolamenti fra bande, spesso con vittime innocenti, hanno raggiunto negli ultimi anni picchi inauditi, malgrado le iniziative di contrasto promosse dalla presidenza Lula. In Messico, anello di congiunzione fra le due Americhe, Ë stata registrata nel 2008 la cifra record di 6 mila uccisioni per affari di droga, mentre in Guatemala, El Salvatore e Venezuela il tasso di omicidi, nello stesso anno, Ë salito a oltre 100 per 100 mila abitanti, superiore cioè alla media mondiale di ben 16 volte. Per tali ragioni, il presidente dell'Organizzazione degli stati americani, Josè Miguel Insulza, ha potuto dichiarare che in Sud America il crimine organizzato uccide pi? della crisi economica e dell'Aids. Secondo il direttore dell'Unodc, Antonio Maria Costa, tali soprassalti di violenza proverebbero che il mercato della cocaina nei paesi latino-americani va contraendosi. In realtà la storia delle mafie, dalla Chicago anni trenta alla Palermo anni settanta, dalla Colombia degli anni ottanta alla Russia degli anni Duemila, indica che gli scoppi di tensione, pur originati da contesti di crisi e di rottura, recano spesso logiche e significati del tutto differenti, correlandosi con poste in gioco che, proprio in determinati frangenti, anzichè ridursi, si fanno pi? attraenti e remunerative. Alla luce dei fatti, la situazione non appare insomma rassicurante. Tanto più se si tiene conto delle riserve che proprio in questi mesi vanno manifestandosi in tante sedi, pure governative. Nell'ultimo rapporto del Government Accountability Office la guerra ai narcos sudamericani viene presentata come persa, con líavallo del vice presidente degli Usa Joe Biden, a fronte dei miliardi di dollari che le precedenti amministrazioni hanno erogato ai paesi produttori. LíOffice National Drug Control Policy suggerisce quindi svolte radicali, in senso strategico, a dispetto dei freni che permangono negli States. Il convincimento di una partita persa, che un recente sondaggio ha visto condiviso dal 71 per cento degli statunitensi, si fa largo altresÏ in America Latina, dove con forza sempre maggiore viene reclamata la sostituzione del paradigma, repressivo dalla produzione al consumo, che finora ha ispirato la lotta al narcotraffico. La Commissione di Cardoso, Gaveria e Zedillo ne indica uno nuovo, proponendo di trattare il consumo di droghe come problema di salute pubblica, con mezzi informativi ed educativi. E su tale linea convergono associazioni e altri alti esponenti della politica, come líex presidente del Cile Ricardo Lagos, che suggerisce, più espressamente, di legalizzare la cannabis. Orientamenti di questo tipo non mancano del resto nel governo brasiliano di Lula, oltre che nel Senato colombiano, con le rivendicazioni del liberale Juan Manuel Galan, mentre insiste nel programma di Evo Morales, presidente della Bolivia, líobiettivo di legalizzare il consumo delle foglie di coca, recante radici etniche, per contrastarne il traffico illegale. In definitiva, il business delle droghe, in Sud America, sta reagendo agli attuali frangenti con conferme e rilanci che risultano impossibili in altri ambiti. Ma non si tratta di un trend localizzato. Andamenti simili vanno registrandosi in ogni altre latitudini, con economie da narcotraffico che stanno riuscendo a imbrigliare i rovesci dei mercati, forti di una domanda che non demorde, di capitali ingenti e condizionanti, di guadagni che restano sicuri a dispetto della war on drugs. La recessione in Asia va esprimendosi in modo eterogeneo. In Giappone i collassi della domanda, interna ed estera, corroborati dai crolli borsistici degli ultimi anni, stanno frustrando economie dal passato fiorente. Nei paesi del sud-est, dal Laos al Vietnam, riavutisi dal tracollo del 1997 con un iter espansivo che ha raggiunto cifre da miracolo, si conteranno a fine 2009 2 milioni in pi? di disoccupati. Perfino in India e in Cina, che per certi versi hanno fatto argine al crollo, con il Pil saldamente in attivo, in virtù pure dei cambi monetari a loro favore, si è avvertita la scossa, con una vistosa riduzione dei ritmi di crescita. Eppure le economie della droga, lungo tutto il continente, stanno mostrando di non temere la crisi. Come in America Latina, contano anzitutto sull'abbondanza del prodotto base: nel caso, sulle coltivazioni di papaveri da oppio che ricoprono l'Afghanistan, la Birmania, il Laos, la Thailandia, il Nepal. LíOnu ha conseguito beninteso dei risultati, soprattutto in Laos e in Birmania, dove nel 2008 sono andate distrutte piantagioni per migliaia di ettari. Ma i dati sul terreno sono ben lontani da annunciare svolte, tanto pi? se si considera che sono gli stati stessi, interlocutori delle Nazioni Unite, a garantire líesistente, per il tornaconto, diretto o indiretto, che recano nel business, dal traffico in senso stretto al lavaggio di valute. Le movenze del regime di Than Shwe in Birmania sono nel caso esemplari. Le economie di questo tipo beneficiano comunque di altri fatti: l'aumento di produzione di droghe sintetiche, su scala continentale, e una corrispondente crescita nei consumi delle medesime. Non è poco, evidentemente. Le amfetamine e le metamfetamine contano oggi su una produzione distribuita in tutti i continenti. E ovunque la domanda Ë sostenuta dal basso prezzo, dalle mode edonistiche, dagli inarrestabili passaparola, probabilmente pure dal disagio, dal deficit di futuro che Ë proprio delle crisi. Centri strategici ne sono divenuti diversi paesi dellíEuropa, ma ancor pi? il Canada, in cui si confezionano forse i maggiori quantitativi di ecstasy. La diffusione del prodotto asiatico, corroborata appunto da un sensibile aumento di consumo nel continente, costituisce comunque un sintomo. Si consideri uníarea di forte concentrazione, quella del Grande Mekong, infeudata ai gruppi che trattano l'oppio: pakistani, thailandesi, indiani, birmani, cinesi. Lungo tale linea, che dallo Yunnan della Cina percorre l'intero territorio del Laos, con riverberi comunque nello Shan birmano, vengono prodotte, in quantità notevolissime, pasticche di crystal meth e di una variante detta ketamina, destinate in buona misura all'estero. Quale può esserne la logica, in una terra che abbonda fino all'inverosimile di papaveri da oppio? Di certo, non è la prova che le droghe tradizionali stiano entrando in crisi, perché il consumo di oppiacei, di eroina in particolare, nei primi mercati al mondo, l'Europa e il Nord America, proprio non demorde. Potrebbe essere invece l'esito di una studiata diversificazione, legata a un orizzonte di domanda che va ampliandosi, con esiti sempre maggiori nei paesi in via di sviluppo, in favore delle droghe meno costose. Il dato testimonia in ogni caso che le economie degli stupefacenti, anche in contesti di crisi, possono essere mosse da logiche aggiuntive ed espansive. E in altre regioni asiatiche le cose vanno appunto in tale direzione. Un caso emblematico Ë quello dell'Arabia Saudita. Diversamente che in Iran e in altri stati vicini, in tale paese il narcotraffico ha incontrato nei decenni passati ostacoli che apparivano irriducibili, di tipo culturale anzitutto, per gli stili di vita che vi reggono, legati alla tradizione islamica. Il controllo ferreo delle frontiere sul golfo Persico ha impedito altresì che i grandi deserti della penisola divenissero corridoi di transito degli oppiacei da Oriente a Occidente, contigui a quelli che collegano l'Afghanistan alla Turchia e all'Europa, attraverso le repubbliche ex sovietiche dell'Asia. Negli ultimi anni le cose sono mutate tuttavia in modo dirompente. L'Arabia Saudita risulta essere uno dei paesi in cui pi? vengono prodotti e si consumano droghe sintetiche, soprattutto ecstasy e amfetamine del tipo captagon. Prova ne è che nel 2007 ne sono stati sequestrati quantitativi record, pari a un terzo di quelli scoperti globalmente, a fronte dellí1 per cento registrato lungo il perimetro arabo nel 2001. Le droghe sintetiche, ma in una misura discreta pure le tradizionali, dal momento che le sfere di produzione e di distribuzione di massima coincidono, stanno intaccando insomma le frontiere pi? solide dell'Islam. E, sulla scorta dei dati che vanno emergendo, ciò motivo di ritenere che la recessione, pur trattandosi di aree ben compensate dalle economie del petrolio, stia alimentando tale trend. Vanno giocandosi in sostanza due partite, congiunte. Le droghe tradizionali formano un mercato stabile, che procede oggi senza scosse, si direbbe in modo ritmico, tanto pi? nei paesi d'Occidente, dove puÚ contare su un consumo inesausto. Il mercato dei prodotti sintetici, che muove gi‡ 100 miliardi di dollari allíanno, circa un terzo cioË del giro d'affari globale delle droghe, si manifesta invece, a fronte di minori investimenti, elastico, veloce, in grado di insinuarsi appunto nei paesi e nelle culture più difficili. Le mappe del narcotraffico vanno aggiornandosi di conseguenza, in favore delle aree e delle mafie che meglio stanno riuscendo a combinare tradizione e innovazione. E tutto questo, riguardo al continente asiatico, in cui la coesione fra i due livelli Ë probabilmente la più riuscita, evoca un mondo strutturato. Nel Grande Mekong, dove oppio e crystal meth formano appunto un continuum, un'offerta articolata, convergono, come si è detto, interessi molteplici: pakistani afgani, nepalesi, birmani, thailandesi. » decisiva comunque l'influenza delle Triadi cinesi, egemonizzate dalle compagini di Hong Kong e Taiwan: tanto pi? dopo gli accordi che le medesime hanno concluso con Khun Sha, che nel Triangolo d'Oro fa ormai da decenni le regole dell'oppio, forte di un esercito personale di 8 mila uomini. Il quadro degli interessi, per quanto diviso sul terreno, si dimostra in sostanza aperto. Se i potentati militari del narcotraffico, come nel caso dell'United Wa State Army birmano, usano muoversi infatti in spazi assegnati, perlopiù lungo le linee dei conflitti etnici, le Triadi, servite da un complesso di gruppi territoriali, sono in grado di animare scenari ben pi? ampi. Non Ë possibile definire beninteso quali possano essere gli effetti di tale situazione in questo particolare passaggio. Nuovi balzi in avanti nei traffici da Oriente appaiono tuttavia nell'ordine delle cose, possibili, con guadagni aggiuntivi per i signori del Triangolo d'Oro, ma pure per le mafie potenti che hanno scortato i transiti dell'oppio: da quella russa, che con il narcotraffico ha costruito imperi, oggi stimati e quotati nelle maggiori Borse internazionali, a quella turca, che si potrebbe candidare a nuovi ruoli. » il caso di soffermarsi su questo punto. I boss turchi hanno recato sempre una posizione di prim'ordine lungo le vie dell'eroina che dal sud est asiatico puntano in Europa, attraverso i Balcani. Forti della loro posizione mediana, hanno stretto relazioni con le mafie di ambedue i continenti. Hanno stabilito basi in Iran, in Turkmenistan, in Kazakistan, in altre repubbliche dell'Asia Centrale. Rivendicano, in aggiunta, il dominio delle regioni dell'Asia sud-occidentale, decisi a proiettare la loro egida fino al Golfo Persico, mentre non dissimulano le loro mire egemoniche lungo il Mediterraneo, che potrebbero trovare un appoggio decisivo nell'ingresso di Ankara in Unione europea. Quale nesso può correre allora fra tale progetto di dominio e l'erompere delle metamfetamine in Arabia Saudita, come, probabilmente, in altri paesi del Vicino Oriente? Al momento non è possibile rispondere. Comunque va tenuto conto di un dato: in quelle regioni, penetrate appunto da una solida tradizione islamica, non vengono registrate mafie che per disponibilità finanziarie e, soprattutto, facoltà logistiche possano competere con quelle turche. In definitiva, non sembra che la recessione abbia preso i gruppi del narcotraffico alla sprovvista, sulla scena globale. I capitalismi 'normali' in tempi di crisi vanno in affanno, caracollano, si disorientano. Fatte salve le situazioni di conflitto di taluni paesi, come in Sud America appunto, peraltro cicliche in determinati contesti, quel che emerge nei giri delle droghe è invece la capacità di fare gioco comune. Fatta salva la tradizionale inimicizia fra le Triadi e la Yakuza giapponese, sono appunto le mafie asiatiche a darne esempio, mantenendo oggi, a dispetto di tutto, una integrazione sufficiente. Va preso atto d'altronde che i signori della droga si sono dimostrati previdenti, agendo d'anticipo sulla crisi, diversificando, delocalizzando, puntando alla conquista di nuove aree, di produzione e di consumo, stabilizzando infine i mercati fondamentali, con ogni sorta d'incentivo. L'ultimo decennio ne offre una rappresentazione scenografica con la conquista, pianificata dai sudamericani e non solo, di un intero continente, che era rimasto a lungo marginale nei traffico di narcotici: l'Africa. Fonte: domani.arcoiris.tv |
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