Benvenuti sul sito della Libreria Editrice Urso, dal 1975 un angolo di cultura ad Avola. Novità del mese Offerte del mese Acquista per informazioni Cristina Tambacopoulos




Nota autobiografica di Cristina Tambacopoulos


"...But little by little, / as you left their voices behind / the stars began to burn / through the sheets of clouds, / and there was a new voice, / which you slowly / recognized as your own, / that kept you company / as you strode deeper and deeper / into the world, / determined to do / the only thing you could do / determined to save / the only life you could save."
(
"...Ma piano piano / mentre ti lasciavi indietro le loro voci, / le stelle presero a bruciare / attraverso gli strati di nuvole / e udisti una nuova voce / che lentamente / riconoscesti come la tua / che ti fece compagnia / mentre ti addentravi sempre di più / nel mondo / decisa a fare / l’unica cosa che potevi fare / decisa a salvare / l’unica vita che potevi salvare.").

da "Il viaggio" di MARY OLIVER , tratto da Dream Work



Cristina nasce in Egitto da genitori greci, membri della florida comunità europea di Alessandria, città cosmopolita che a metà degli anni cinquanta, conta ancora un discreto numero di originari greci. In seguito, si trasferisce con i genitori a Kuwait, sul Golfo Persico, dove trascorre la prima infanzia e frequenta la prima scuola in inglese, prima di stabilirsi definitivamente in Grecia, nella capitale, fino ai suoi trent’anni. Vive, studia e cresce ad Atene, abbracciando un ideale di vita e un credo politico di sinistra (la dittatura militare e l’ esperienza di lotta politica dei giovani, faranno da sfondo a tutta la sua adolescenza), ma l’esperienza Orientale, lascerà un’impronta indelebile nell’anima della ragazza greca, che nostalgica, vi tornerà spessissimo, nei ricordi e nei sogni; per cercare con la fantasia, nelle stradine buie e strette della Kuwait di un tempo o nei bazaar multicolori e odorosi d’aglio fritto e coriandolo di Alessandria, quella sua parte bambina che non ha mai voluto tradire. E per un destino curioso, nonostante il fatto che essa stia ad Atene ormai da anni, la "goccia di rugiada" — come lo scrittore egiziano Mahfuz ama chiamare la sua Alessandria - farà ancora da cornice ad alcuni dei fatti più significativi della sua vita: il matrimonio con un lavoratore italiano, in trasferta in Egitto e la nascita del primo figlio, Alessandro. Dopo la prima maternità, farà ritorno ad Atene per otto lunghi anni, durante i quali il marito continua a viaggiare in Oriente e in Africa con la stessa azienda, con turni di lavoro più o meno lunghi, lasciando dietro la famiglia, suo malgrado. Anni, che per la giovane - ormai divenuta madre di quattro - saranno assieme necessità e occasione di crescita interiore; vera palestra di vita e di sopravvivenza psicologica, che si rivelerà preziosa per le difficoltà che sfortunatamente, toccheranno in seguito alla famiglia. Durante quegli anni, Cristina svilupperà degli interessi che renderanno più facile la lontananza del marito e incoraggeranno in lei la scoperta d’una creatività e d’uno spirito d’autonomia ed intraprendenza, sconosciuti fino a quel momento.
Seguiranno poi gli anni "italiani". La famiglia si stabilisce a Pavia, la cittadina nebbiosa e tranquilla "delle cento torri"; terra, che nonostante la lontananza geografica e psicologica dai suoi luoghi d’ origine, presto diventerà per lei una terza patria, un nuovo paesaggio naturale e umano, da amare e da far proprio, come del resto un po’ tutta l’Italia — paese che per bellezza e calore umano, riesce a ritagliare un posto privilegiato nel suo cuore. A Pavia, si integra completamente e continua ad ampliare ulteriormente la sua formazione, principalmente nella direzione dell’insegnamento delle lingue (l’inglese in particolare), campo in cui è impegnata professionalmente tuttoggi. Ma sente anche fortissima la necessità di espandersi in tutti i settori della cultura che Pavia — noto centro universitario e città d’arte, peraltro vicinissima al polo d’attrazione di Milano — le potrà offrire. E che saranno il giusto antidoto alle non poche difficoltà, per le proprie scelte di vita; difficoltà che sembrano tutte concentrarsi proprio negli ultimi cinque anni, che culmineranno nel 2000, nell’ esperienza più traumatica e devastante che una donna, una madre, possa mai immaginarsi di vivere: la morte del proprio figlio...
...Da un anno e mezzo a questa parte, la nebbia, "il grande fumo" che spesso avvolge questa terra verde e feconda, si è fatta per lei tenero, discreto nascondiglio; protegge con i suoi veli opachi le sue più intime verità, gli umori, i silenzi e gli imbarazzi; quel suo bisogno, talvolta assoluto e impellente, di sciogliersi completamente nella sua luce materica, bianco-lattea e fosca, ma anche tenera; così tenera, così tiepida e dolce, da farsi quasi da mamma affettuosa ed assieme da figlio carezzevole e coccoloso...
Da farsi firmare la vita o il dolore con delle parole che quando non sussurrano la gioia o la disperazione, cercano la via della scrittura...
C.
 
N O S T A L G I A

Poi sul tardi
la luce si fiaccò
e il giorno s’ammalò di grigio
gonfia era l’aria d’umori incolori
– spettrali splendori -
e profumo di pioggia che saliva dai canali
nei fondali
il cielo rimestava melma e piombo
vento d’autunno graffiava il Naviglio
e la sua pelle d’acqua
liscio velluto color malva
tremava il fiume e arricciava i suoi pizzi:
capricci di frivola spuma
o paura degli artigli del vento...
ma era pur sempre primavera
stagione di mezzo, bislacca
o intermezzo, di sole avaro
ma solo per amor di luce...
luce fioca intuita appena: improvvisa nostalgia d’inverno
infinita pena
ora
che di pura luce è tempo
e che il Naviglio, del sole liquido estivo diventi specchio...

Cristina Tambacopoulos

06.06.'03.

DONNA D’ ESTATE

Calda di te sei

perché sei calda di vita

perché sei calda d’ estate

perché sei calda tu

e porti nelle tue mani

la dura carezza

d’ una giornata di sole rovente

in un campo di luce spietata

che è vita

e nello sguardo

hai imprigionato la frescura azzurra

d’ un limpido specchio d’ acqua

che spegne l’ incendio deciso del corpo

che è estate

calda di te sei

perché riscaldi nel tuo corpo

la dolcezza matura

dell’ uva appena colta

salata di sudore e di gioia

che è la vita d’ estate

in quella carezza che ti fai

in quella carezza che poi dai

c’è la luminosità dei giorni tuoi

caldi d’ affetto e di speranza

che hai rubato all’ estate

che hai regalato a te e all’ a m o r e ….

 

agosto 2001

 

 

V I A N D A N T I

(Impressioni dalla mostra "Un paese incantato" a Mantova)

Siamo come loro:

anche noi viandanti ...

lo colgo ora più di prima

ora che sono colma di gratitudine

per aver risposto ad una chiamata:

guardare ad ogni cosa

attraverso la trasparenza dei colori ...

la trasparenza di quella luce

che innonda i quadri dei viandanti:

luce leggiadra, mista d’ azzurro - cielo

mentre gioca a nascondersi fra le nuvole

cupa e grigia, mentre carica di pioggia

vuole confondersi con le ombre

per confonderci ...

sempre mutevole nel chiaro-scuro

che è della natura - che è anche nostro

del nostro mondo più intimo e segreto

perchè viandanti pure noi

alberi solitari o cieli stellati

in cerca delle stesse geometrie luminose

reduci dagli stessi silenzi

dagli stessi congedi

in cerca dello stesso conforto

loro contemporanei in un tempo infinito ...

ora più che mai

mi vedo in cammino verso quel paesaggio solare

quello che mani sapienti hanno immortalato

fermando il tempo in un gesto audace, veloce

una pennellata, una carezza sul foglio ...

perchè ho colto l’ invito d’ una finestra aperta

spalancata all’ incanto silenzioso della natura

che ora vuole diventare mia:

la finestra del viandante

che dalla stanza sua più intima

si apre alla luce

diventa sole, nuvola, pioggia, vento ...

si fa forma onirica e purezza elementare

di sublime contentezza

o di sublime sgomento, solitudine

tragicità ...

come il viandante nordico

albero solitario

che versa la sua malinconia nel Tevere

che lento gli scorre vicino ...

 

settembre 2001

caro Carlo

fino all’ altro giorno non ti conoscevamo

eri solo dei tuoi genitori, dei tuoi fratelli

della tua ragazza e dei tuoi tanti amici

adesso sei anche nostro; ed io mi vergogno

di questo nostro incontro nella nuova cornice global

senza saper dirti il perché …. o forse un po’ lo so:

sarà che dopo tanti anni di estraneità e di vuoto abissale

il cuore ha ripreso a palpitare inaspettatamente, stupito e quasi felice

al ritmo di slogan urlati per le vie e di lanci di lacrimogeni

per difendere summits eccessivi e stravaganti

che ora promettono di non lasciar più scappare il morto

ma da qualche altra parte garantiranno l’ inequità globale

c’ eravamo ormai troppo disabituati

agli occhi che piangono acri lacrime

alle narici che infuocano la gola afona

credevo adesso non si protesta più così

ma vedo si reprime come allora

anche oggi all’era dell’accesso dove tutto si può

persino partecipare a distanza cliccando sull’icona

sarà questo un nuovo "la fantasia al potere"?

ma il tuo passamontagna che lascia vedere lo sguardo chiaro non è fantasia

non lo è la canottiera bianca; bianca come il candore dei tuoi anni

nemmeno il sangue che è stato versato per le strade di Genova

rosso e vero come il fuoco che arde intenso in un cuore giovane

come la vergogna che si spera possa avere

chi — facendo ritorno a casa — guarderà il figlio negli occhi

dopo aver picchiato il figlio di un altro

rosso come i fiori sporchi di segatura che hanno ornato il tuo ultimo letto d’ asfalto

globalizzazione… che parola vuota…

il gap che imbarazza persino i suoi patiti…

e tra poco quando il trambusto sarà cessato e la rappresentazione finita

le cose seguiranno il loro solito corso:

qualcuno accuserà qualcun altro

qualcuno si assumerà qualche briciola di responsabilità

ma da eroe che ha potuto promuovere cose grandi per tutti

ma io ti chiedo e poi anche ti rispondo:

nessuna causa è sufficientemente importante da valere una giovane vita

non so Carlo se sei un martire della democrazia o una vittima della demagogia

non m’ interessa più saperlo

so solo che più non ci sei e dopo non ci sarai

e fa male ammetterlo

ho pianto per te ragazzo…

"Is another world still possibile?…"

 

da una mamma,
al posto del fiore che non ho potuto portarti

luglio 2001

 

 

Notte di San Lorenzo

La notte d’ oggi ,

notte di San Lorenzo ,

che si vuole sia quella più luminosa ,

perché le stelle brillano per ognuno di noi

d’ una luce diversa . . .

stanotte . . .

quando il tuo sguardo si perderà

nello spazio infinito

che è degli astri ,

per eludere

- anche se solo per un attimo magico -

l’ effimero delle nostre tante cose finite . . .

finché duri la traiettoria visibile

di una stella che passa in fretta e tralascia . . .

cercami in quello spazio immateriale . . .

forse mi vedrai

fra gli innumerevoli , confessati desideri degli uomini ,

appesi al cielo questa notte ,

come tutte le notti di San Lorenzo;

quest’ estate , come tutte le estati trascorse .. . .

sempre uguali . . . e tuttavia ,

sempre diverse e magiche

nel vano amore

di voler fissare in ciò che è eterno ,

ciò che è fugace . . .

Tra i lumi eterni ,

forse mi vedrai:

una stella che brilla un po’ di più ,

un po’ più giù . . .

una stella-madre e una stella-figlio

unite , a passeggiare insieme

fra finito ed infinito ,

fra terra e cielo ,

fra le tante significanze

della parola "amore" . . .

località San Lorenzo , Sicilia
10 — 8 — 2001.

L'ULTIMO FILM DELLA CAMPION
IN THE CUT – Jane Campion

Chissà che avere l’occhio e l’anima sensibili alle citazioni e alle poesie che s’incontrano casualmente in giro un po’ ovunque in città, pensarci ancora durante il proprio percorso, ripeterseli fra sé e poi, una volta a casa, correre subito ad annotarli su bigliettini prima che si dimentichino, non sia la spia d’uno squilibrio interiore, d’una lacerazione inguaribile o non ancora guarita, d’un taglio dell’anima appunto?
E’ ciò che fa Frannie, l’enigmatica protagonista dell’ultimo film della neozelandese Jane Campion, regista – per chi non si ricorda – del capolavoro che fu ‘Lezioni di piano’ e d’altri titoli consecutivi, sempre più mediocri. Qui il passato remoto è grammaticalmente adeguato, poiché remoto artisticamente e dal punto di vista dell’impegno sembrerebbe anche il tempo dell’ambiziosa prova cinematografica (e non solo cinematografica) delle Lezioni. Il nuovo film s’intitola allusivamente ‘In the cut’ (cut in inglese vuol dire ferita, taglio, fessura) e s’ispira al romanzo di Susanna Moore di qualche anno fa ‘Dentro’, titolo altrettanto allusivo.
Frannie delle citazioni dunque, come credo parecchie donne, come forse Marina, come Rosalba e sicuramente come la stessa Cristina. Frannie, anima solitaria che vive una vita, ma che ne sogna un’altra in quel sonno profondo dell’inconscio che nella veglia ci fa talvolta precipitare in situazioni per noi impensabili in cui emergono frammenti di quell’altra vita sotterranea, oscura che riesce sempre a condizionarci. Accade spesso. Così è anche per Frannie, di giorno professoressa di scrittura creativa a New York, di notte frequentatrice di luoghi sordidi della città, dove si ha di tutto – da sesso scadente ma abbondante e disposto ad ogni cosa, all’omicidio più efferato e seriale; in mezzo a questa (dis)umanità dolente c’è anche lei, Frannie, figura piuttosto improbabile in realtà, che però si sforza di diventare credibile attraverso la ricerca spasmodica di quella sua parte interiore altrettanto dolente quanto il mondo esterno che frequenta; parte sua che lei stessa non sospetta, non conosce, non accetta o forse teme e per questo nega nei suoi momenti ‘diurni’. Non resta che la notte con le sue luci soffuse, per esplorare appunto la ‘ferita’ e i suoi contorni evanescenti, per esprimere la propria femminilità problematica che la Campion focalizza all’interno della donna - e di ogni donna forse (tutte le sue eroine sono impegnate in un’esplorazione più o meno analoga) – in quel punto impenetrabile e quindi imperscrutabile del corpo/anima, dove nasce il desiderio, dove la sua natura oscura e imprevedibile s’incontra e s’abbraccia con la morte e fatalmente con la fine d’ogni desiderio.
Tutta questa psicologia ‘dell’oscurità’ si fa trama di un noir piuttosto banalotto e tutto sommato abbastanza prevedibile, a differenza delle dinamiche che la Campion vorrebbe scorressero sotto e che potrebbero effettivamente diventare pretesto per un’analisi molto interessante ed una storia senz’altro molto più intrigante. Invece si rimane abbastanza indifferenti nonostante tutto e per appena ‘stuzzicare’ l’interesse - in calo verticale dopo la prima mezz’ora di proiezione - la regista deve per forza ricorrere a dei sistemi facili-facili e piuttosto banali: qualche nudo, qualche discorso hard o sboccato, qualche scena di eros nudo, crudo e …ammanettato (eh, il trionfo della vittima, ma ormai troppo vecchio come idea!) e poi naturalmente sangue-sangue-sangue a volontà: sui muri, nella vasca da bagno, sui pavimenti, su mani e corpi che poco prima languivano per altro. Come se alla brava regista della sensibilità e del sottile mistero femminili d’una volta, l’impegno fosse improvvisamente venuto meno o come se curare anche questo aspetto del film, ad un certo punto non la interessasse più di tanto.
Non vi voglio rivelare altro per non togliervi il gusto della (nemmeno tanto e già abbastanza compromessa) sorpresa. Dico solo che in questa sua discesa negli inferi amorosi, Meg Ryan (ex sposina di commedie americane) sarà accompagnata da un poliziotto, quello appunto che sta indagando sugli omicidi di donne in zona (chi se non lui!); indubbiamente un bel pezzo di maschio-macho forte e peloso, interpretato da Mark Ruffalo, ma – ahimé – niente più, a cui le strane vie dell’eros femminile permetteranno viaggi megagalattici nel ‘taglio’.
Insomma, siamo lontani anni luce dall’eleganza e dal fascino sottile delle Lezioni di piano dove tutto è giocato sui rimandi, su quella linea di confine che separa o meglio unisce il mondo fisico con quello psichico nella donna, studiata in precedenza con profondità mirabile. Era proprio ciò che mi ha spinto a vedere il film: la profonda conoscenza del femminile che la Campion dimostra comunque di avere.
Ma qualcosa di inconfondibilmente suo resta sempre: le immagini d’un tempo dei pattinatori innamorati – genitori di Frannie, la forza del ricordo, l’improvvisa e delicata pioggia di petali di fiori dagli alberi, la splendida fotografia che scruta la rara luce esterna o la penombra claustrofoba degli interni…
Non ho letto il romanzo, ma sospetto che sarebbe stato più illuminante, sicuramente più intrigante; non so se l’erotismo femminile sia in effetti così complicato e se il viaggio in esso debba costarci così caro. Forse ogni storia d’amore è in fondo un tentato suicidio, una piccola morte che si consuma o si ‘celebra’ ogni volta che facciamo l’amore, non so e non vorrei essere troppo pessimista... ma qualcosa di vero forse c’è.
Se decidete di vedere il film, ditemi qualcosa.
Cristina

LA BELLEZZA
Tema del Festival di Filosofia di Modena:
qualche considerazione…

Finito il Festival di Filosofia di Modena — quest’anno alla sua seconda edizione, con cento appuntamenti distribuiti tra lezioni magistrali, conferenze, incontri, mostre, concerti, performances, mercatini ecc. — si resta con la certezza che qualcosa di senz’altro importante e di positivo si sia svolto lo scorso fine settimana nei tre centri emiliani (gli altri due erano Sassuolo e Carpi), sebbene confrontato a Mantova - cosa del tutto spontanea a chi è stato anche al Festivaletteratura - appare meno entusiasmante, meno coinvolgente e pulsante, per l’inevitabile impressione che creano numeri e statistiche; e anche se si sa che le grandi folle non determinano necessariamente la qualità degli eventi, diamo comunque anche a questo Festival, l’opportunità di farsi conoscere e di crescere a beneficio di tutti, come quello di Mantova. Viene da dire così, seppure la campagna d’informazione non sia mancata. Sicuramente, sarebbe potuta essere un po’ più sostenuta, almeno quanto altre su incontri relativi al mondo della cultura. Sarà poi che la Filosofia sia un po’ meno frequentata della Letteratura e quindi rivolta ad un pubblico più specifico e specificamente interessato?… Non lo so, forse un po’ sì, ma bisognerà pur sottolineare che fortunatamente, i maestri non si sono inchiodati su poltrone pesanti e polverose di accademismo sterile e noioso, ma si sono divertiti a "passeggiare" tra la folla dei non-addetti (come la maggioranza dei partecipanti) e far calare con molta freschezza la vecchia, cara ma severa signora nel quotidiano più quotidiano del loro numeroso pubblico.
Tema della scorsa edizione, La Felicità; di questa, La Bellezza. Insomma, temi che la Filosofia coccola e ama esplorare da sempre. Temi che piacciono, appassionano anche, ma facili non sono, soprattutto in un’epoca come la nostra che non ha tanti motivi né per essere felice e nemmeno per considerarsi bella, con tutta l’ampiezza di connotazione possibile che si vorrebbe dare alle parole. E se mettersi d’accordo sul significato della felicità non appare eccessivamente problematico, lo è invece per quanto riguarda la bellezza.
Come introduzione a questa piccola riflessione, mi piace partire con due "sospetti" di bellezza; il primo: sicuramente a Modena non abbiamo risolto nemmeno uno dei problemi del mondo e non abbiamo neanche raggiunto un comune accordo sui molteplici attributi della bellezza, così misteriosa ed enigmatica… D’accordo tutto, ma è stato comunque b e l l o trovarsi lì in tanti, tutti insieme a riflettere ed a chiederci su qualcosa, in cerca di qualcosa che ce la ricordasse un po’ più concretamente questa ninfa evanescente e forse un po’ capricciosa, quasi scomparsa dalla nostra vita, così frenetica, così materica. Il secondo è ciò cui ho accennato prima e che mi pare estremamente importante: attraverso la Filosofia si possono certamente tracciare infiniti percorsi teorici, tante ipotesi su cui dibattere per anni… ma ecco: toccare con mano una teoria che possa essere pienamente giustificata dal nostro quotidiano più semplice e non da paroloni grandi e vuoti, che possa rivelarsi utile all’arricchimento della nostra esistenza nella direzione della bellezza ed infine, una teoria che possa essere spiegata e dibattuta con chiarezza quasi affettuosa da un maestro che propone perché "sospetta" e fa delle ipotesi e non perché sa tutto, è stata un’altra cosa b e l l a, molto bella…
Ma in fin dei conti, cosa vuol dire B e l l e z z a, cosa è B e l l o e perché lo è?… Domandone! Non sarà forse più facile definire il contrario? Ciò che non è bello?… Anche qui non ho risposte, ma sento nascere in me un’urgenza a partire dalla spiegazione della quale si potrebbe forse abbordare meglio l’argomento. Più che un’urgenza, chiamiamola meglio sensazione che a gradi diversi, tocca più o meno tutti. Più semplicemente, si tratta di una nostalgia: nostalgia concreta di cose belle di cui da un bel po’ si avverte la mancanza; vorrà dire che di cose belle non se ne trovano tante in giro. Semplice come interpretazione, ma anche complessa nel contempo o incline al problematico. La mia idea — piuttosto sempliciotta e profana - è che se una cosa è bella, mi deve colpire subito, la devo avvertire subito; "e …invece, no!", arriverà prontamente la perplessità di qualcuno che "sa" più di me, perché ha studiato l’Arte e la sua evoluzione nel tempo e aggiungerà ancora che "una cosa può colpirci anche non immediatamente e non addirittura per bellezza, ma per altre vie che tuttavia non si escludono dal discorso artistico!". Ed è proprio qui che scatta la complessità, poiché mi viene detto che l’ovvio non è più ovvio e che il comune trasporto che anch’io (viva Dio!) avverto verso il "comunemente" bello non è cosa scontata e allora… va tutto rivisto di fronte all’affermazione disarmante dell’esperto che "l’Arte non si occupa più o non solo del bello". Devo ammettere che un’idea simile, cioè la possibilità del completo distacco dell’Arte dal bello (ma a favore di che?), non l’avevo mai incontrata prima. A questo punto dovrò forse ricapitolare, farmi violenza addirittura?…
Eppure, sentire a Modena James Hillman, l’americano junghiano, nostalgico di miti e archetipi, definire bello ciò che comunemente si crede bello è stato davvero liberatorio; è stato come curare una ferita. Sapete cosa secondo lui ne riassume l’idea? Un solo spontaneo ..ahhh! che ci scappa, aldilà di teorie e dibattiti e concettualizzazioni. Una semplice esclamazione che dimostri spontaneamente come qualcosa di meraviglioso che ha colpito i nostri sensi, abbia subito colpito la nostra psiche, abbia fatto per un attimo arrestare in noi il respiro, il modo in cui il nostro corpo conta lo scorrere del tempo. La bellezza che ferma il tempo quindi e lo dilata, che arresta la vita, per essere contemplata: una pennellata vivace che ravviva un pezzo di cielo spento, un paesaggio che apre improvvisamente i suoi colori alla nostra vista, un dipinto che sembra fatto da mani divine perché lo sguardo umano superi la propria finitezza, il mistero d’una melodia che ci rapisce o della voce della natura che diventa richiamo inconfondibile… Oppure i dettagli d’un volto, d’un’ espressione, la trasparenza d’uno sguardo, altrettanto capaci di suscitare in noi qualcosa di primordialmente emozionante e coinvolgente immediatamente, senza alcuna mediazione (in-mediatus, per l’appunto) di teorie o di regole d’Arte che invece "devono saper arretrare di fronte allo splendore dell’apparenza", come giustamente dice Raffaele La Capria nella sua "Nostalgia della bellezza", tentando di spiegare l’importanza dell’epifania e del forte componente emotivo che l’accompagna in ciò che diventa per ciascuno di noi separatamente un’opera d’Arte. Anche l’intelletto, reso partecipe dell’esperienza "sensibile", deve comunque contribuire all’amplificazione del mistero, della rivelazione… trovare modi per racchiuderlo, senza mai demistificarlo attraverso l’eccesso di analisi… bellezza
Diceva il vecchio, caro poeta E.Pound - "il miglior fabbro", secondo l’amico T.S.Eliot - che "Beauty is difficult", cioè "La Bellezza è difficile". Cosa intendeva dire l' autore dei famosi Cantos, una delle più belle e non facili opere della Letteratura mondiale del XX° sec.? Anche il nostro La Capria cita il poeta americano in uno dei suoi scritti, per interrogarsi sulla sua affermazione, senza darci tuttavia una risposta assoluta; o meglio, dandoci un' opinione che personalmente ritengo valida, poiché soddisfa la curiosità sana ed il fondamentale bisogno estetico della maggior parte di noi, frequentatori odierni dell' Arte — Bellezza, abbastanza sprovveduti, perché in materia non siamo dei grandi guru in possesso di chissà quali chiavi interpretative, ma una cultura ed un amore del Bello li abbiamo comunque, laddove si possono individuare.
Ovviamente, qui si parte dal presupposto che l'Arte non può fare a meno della Bellezza e se vogliamo anche interrogarci su cosa sia in definitiva l' Arte e la sua funzione, si potrebbe aprire un dibattito a tantissime voci. Benvenga. Ma fermiamoci prima su questa considerazione, forse banale, sicuramente vera: Per un tempo lunghissimo, dice La Capria, praticamente dai greci fino agli impressionisti, la fruizione del Bello non ha richiesto strumenti particolari di cultura, informazione, analisi e spiegazione; come inizio della perdita dei contatti dell’ Arte con il vasto pubblico, egli segnala l’ anno 1906; anno della comparsa de "Les demoiselles d' Avignon" di Picasso, opera fondamentale per l’ evoluzione dell’ Arte moderna ed evidentemente opera che egli non gradisce, anche se non si dichiara immune al fascino del genio della pittura. La Capria si serve delle Demoiselles, "per mettere in rilievo il processo mentale di molte persone davanti a quel quadro cui sono stati attribuiti fin troppi significati" e sottolineare il pericolo concreto di falsificazione delle emozioni, da un determinato momento in poi nella storia dell’ Arte. Non saprei dargli torto. Mai come nella modernità un quadro, un dipinto, un’ immagine, insomma un’ opera d’ Arte (qui si possono considerare altri campi del creativo, come in Letteratura, Musica ecc.) ha avuto tanto bisogno di essere analizzata, spiegata, per essere PRIMA capita e DOPO apprezzata; e FORSE - ma non è sicuro — solo alla fine anche un po’ goduta (evviva!), ma soltanto DOPO la sua spiegazione, contestualizzazione e possibilmente (e malauguratamente, secondo La Capria) la forzata estensione percettiva del fruitore, poiché "l' Arte deve evolvere", secondo l' esperto. Brutalmente: prima ti spiegano il perché una cosa DEVE piacerti e poi ti piace! Per non dire poi che anche dopo le varie ...-zioni e -sioni ecc. è comunque possibile che possa continuare a non piacerti lo stesso, o no? Dopotutto, che male c' è??? Perché - mai come oggi - la Bellezza ha bisogno di tanto per essere vista e come mai non deve più suscitare quel fatidico ahhhh!!! di Hillman, ma si accontenta invece di contorni e discussioni, perché si possa cogliere qualcosa che forse nemmeno c' è?... Ed anche qualora ce ne fosse, un "accanimento culturalmente interpretativo" (perdonate la goffaggine dei termini, ma non ne ho trovati di migliori) non danneggerebbe piuttosto un sapere che per farsi nostro deve scindersi dalla piacevolezza, dal gusto... insomma, da ciò che a noi piace - così primordiale, così profondamente radicato e perciò subito avvertito emotivamente? E poi ancora, se si accetta l' idea che si vive in un mondo Brutto, ma Brutto davvero, questa forzatura innaturale all' accettazione di Belli "difficili", non potrebbe farci perdere ancora di più quel po' di Bello "sicuro" che ancora ci resta?... Da qualche parte ci dev’ essere un errore, c’ è qualcosa che non quadra, ma dove e di cosa ha peccato l’ Arte moderna?
Dice la giornalista e scrittrice americana S.Sontag: "l' Arte deve essere seduzione, non stupro..." e G.Manganelli parla di "una ricompensa visiva che si chiama comunemente bellezza e deve essere indenne dall' onta del significato...". Sono parole emblematiche e preoccupanti allo stesso tempo. Saranno anche vere?...
D' accordo con l' evoluzione dei concetti, d' accordo col rifiuto del sempre canonicamente Bello che ugualmente rischia di uccidere la vita pulsante e finire nella noia e nel freddo accademismo; e dunque benvenga senza dubbio anche la Bellezza irregolare, particolare, "selvaggia", non perfetta e molto personale. Non dimentichiamo poi il sublime, cioè il bello che sconvolge, spaventa, ma è bello comunque; che ti trascina, ti mesmerizza... Non è certo questo il problema.
Assieme a La Capria e a molti altri, credo - continuerò a rivendicare il sacrosanto diritto di NON accettare l' estensione del mio campo percettivo, oltre i suoi limiti naturali che imprescindibilmente mi segnaleranno le mie sapientissime emozioni, se funzionano - e lo fanno! - e di poter dire senza paura, come De Filippo: "nun me piace!", se una cosa non mi va di genio; di non voler accettare infine un' idea della Bellezza (e dell' Arte, come espressione sua principale) che possa fare a meno di me, anonima profana che non sa rinunciare all' incanto "più povero"?, ma assolutamente suggestivo di un paesaggio che fresco-fresco si sveglia all' alba, di un cielo insonne ed intenso che illumina la notte e di quell' Arte magica che trova modo per dirmi che la Bellezza c' è ancora oggi, esiste, anche quando la tecnologia assidua o un malinteso modernismo me la negano sempre più... e non serve essere artisti o dotti per leggerla. Come le modernissime rose di Morandi per cui Franco Loi in una sua dedica in versi al celebre dipinto "...tocco il tremare, e forse quel momento, il tempo tocco a me lontano nel tempo...", ma chiunque sapesse coglierne tutta la soffusa tenerezza, farebbe sicuramente a sua volta poesia…
Davvero… what is Beauty?…
Cristina Tambacopoulos
ott. 2002.

“MA SIAMO SICURI CHE LA POESIA SIA MORTA?...”
Avrei voluto leggere la presunta morte della Poesia, le sue ragioni e i suoi malaugurosi becchini... Qualcuno sospinto da un recente articolo di Alessandro Zaccuri dal titolo "Ma siamo sicuri che la poesia sia morta?"
apparso l’ altro giorno sull’ Avvenire, ha posto il quesito, il dubbio, senza nessun altro commento e chiede delle opinioni. Non ho potuto fare a meno di scrivere la mia, che vuol essere un po’ come un ...esorcismo, un gesto scaramantico, un recupero attraverso l' "inutilità" della parola, di qualcosa che forse - purtroppo spiace dirlo -
rischiamo di perdere o stiamo già perdendo. Leggetemi dunque vi prego, con questo spirito... Vorrei tanto sentire dei pareri. E pregate... pregate... perché la Poesia non muoia. Scrivetela, amatela e non morirà...


PERCHE' NON PUO' MORIRE...

No, non morirà, perché non può morire... Perché viviamo in un mondo di mercanti, dove i presupposti perché la Poesia muoia ci sono tutti, ma proprio per questo, non morirà. Come non muoiono le cose che non hanno un tempo o un mercato o una moda. Tutte quelle cose che sono ignare di crisi, perché prive di un valore di scambio specifico e direttamente traducibile - in modo utilitaristico - in denaro o convenienza o servizio di sorta,
evidentemente inesistenti per l' ars poetica. Tutte quelle cose che continuano ad esistere proprio per il mistero della loro efficacia su di noi, gli altri ed il mondo; efficacia che nessuno sa quantificare, ma se non tutti, almeno i più sensibili conoscono. Tutte quelle cose che persistono, proprio perché perfettamente ..."inutili". Tra esse, la Poesia occupa uno spazio rilevante. Poiché si scrive per amore e solo per amore e solo chi scrive sospinto da questa "malattia" lo sa fare bene, lo sa fare veramente e totalmente, con l' anima ed il corpo, senza aspirare ad
altro che non sia quell' improvviso e fugace lampo di luce di mille stelle nel buio che per un attimo splendono tutte insieme... Poiché si scrive per passione... per delle briciole... per quelle piccole epifanie, quei rari barlumi di verità e la profonda soddisfazione che ne accompagna, prima la scoperta e poi l' offerta e che non è solo la gioia della creazione e nemmeno sempre solo gioia, ma molto di più; o anche altro, completamente diverso: per
esempio lacerazione, per esempio taglio, per esempio svuotamento... sradicamento... spaesamento... Tutti
sintomi dolorosi dell' arte vera. Forse bisogna essere propensi alle difficoltà inutili, per amare la Poesia? Ma
resta pur sempre la soddisfazione di una gestazione portata a termine, con una verità che nasce e - come tale - conserva comunque una sua qualità intrinseca specifica, anche quando è meno bella.
Può capitare certo che fra le tante voci che sussurrano i loro versi in solitudine, qualcuna arrivi anche fino alla pubblicazione, ma sono veramente poche e il più delle volte, il ritorno in denaro esiguo. Per chi deve
guadagnarsi il necessario per vivere, è certamente molto più saggio che faccia altro. Ci sono mestieri più pratici, più facili, meno dolorosi e soprattutto retribuiti meglio. Anzi, quello del poeta, un mestiere non lo è affatto. Una poesia è un dono, un dono d' amore che ci si fa e che si fa agli altri, ma che non nasce per caso, non nasce dal nulla o senza dolore, ma da un bisogno più profondo. Nasce perché si è arrivati da qualche parte, nasce perché si erano creati i presupposti perché nascesse. E come tutte le nascite, comporta un grande sforzo e poi anche
un appagamento che sarà tanto più pieno, quanto più autentica la mano che scrive.
Non ne ho idea di cosa sia veramente la Poesia, del perché e del percome delle mie o delle altrui poesie, ma mi piace leggerla la Poesia e non posso fare a meno di scriverla per me stessa, anche se il più delle volte tinge solo dei fogli che poi dimentico incompleti in giro per casa, quando non cestino a "funzione compiuta". Ma
perché? Perché per qualcuno non è possibile vivere senza e cos' è che mi spinge verso l' intimità di un atto che si compie nell' anonimato protettivo di un luogo pubblico o nel silenzio e la solitudine totali della mia camera o
della macchina, chiusa persino nel garage di casa? Per chi di noi lo fa - e siamo in tanti, cosa chiediamo a questi
nostri fantasmi, le nostre chimere, le nostre illusioni o disillusioni che quando scriviamo zampillano da quella vena tagliata? quel varco che si apre e si lascia svuotare? che abbiamo aperto NOI con le nostre stesse mani, lasciandoci svuotare completamente? la vena aperta che ci fa vivere o morire lentamente, cullandoci dolcemente e con la nostra complicità, con un sapore ferrigno in bocca, sì, un sapore forte e inconfondibile di sangue amaro, ma che sa tanto di VITA?....
Cristina Tambacopoulos

DALLA PARTE DEI BAMBINI
(Riflessioni estemporanee su una guerra inutile)


pace
“Ma se abbiamo messo tante bandiere per la pace, perché c’ è la guerra?...”
bambina di 4a elem. all’insegnante.. .


...che non seppe rispondere. Così ha detto lei alla radio, in una trasmissione che ho avuto la fortuna di seguire e mi ha colmato di tristezza, ma mi ha anche regalato una briciola di speranza, perché a domande come questa – disarmante nella sua estrema semplicità e concretezza – che solo i bambini sanno fare, noi adulti non siamo mai bravi a dare risposte soddisfacenti, ci invitano però alla riflessione; perché loro ci parlano senza mezzi termini da una posizione di sincerità e d’ imparzialità totali che non perde nulla perché “ignorante”; anzi, va dritta al punto, mentre noi, anche quando vogliamo essere sinceri, siamo talmente condizionati dal nostro sapere che finiamo per non esserlo; sapere il nostro che talvolta, non ci permette di vedere l’ovvio e ci dice che dobbiamo schierarci, aderire a delle ideologie, teorie, partiti...
Davvero, bisogna essere bambini per aderire alla vita con tanta passione e naturalezza e scartare a priori tutto il resto; ed effettivamente non è che ci sia poi tanta scelta: qui l’alternativa alla guerra-morte può essere solo la pace-vita. Ma sento già di essere entrata in un territorio stra-battuto in questi giorni, quello del luogo comune: inutile, se non addirittura dannoso. Si sono sprecate parole su parole, scritti su scritti, apologie e condanne di questa guerra vera, mentre a chilometri di distanza si perdono vite, vite vere, anche se per noi, senza volto...
Partivo dunque dalla perplessità di questa insegnante, facendola un po’ mia, per condividere qualche riflessione che diventa ancora domanda, perché lo stato d’impotenza e di disperazione in cui ci troviamo in tanti, nasce anche dalla difficoltà, l’ impossibilità di risposta alle domande, le tante domande...

“Abbiamo la forza e la useremo fino in fondo”. Così ha detto Bush, sempre più categorico, sempre più fondamentalista, sempre più cowboy... Netto e lapidario andrà avanti, finché il nemico non sarà raso a terra completamente, finché non ci sarà più nemmeno una famiglia irachena senza almeno un morto da piangere per denutrizione, contaminazione da acqua inquinata (notoriamente bambini, anziani e malati cronici) o guerra. Ma la sua è soltanto una volontà politica, tesa a salvaguardare interessi, noti più o meno a tutti (petrolio, armi ecc.) o rappresenta invece un modo di pensare molto specifico, molto concreto ed estremamente pericoloso nella sua logica - che pure c’ è, anche se perversa, malata, intrinsicamente malata e certamente non dissimile a quella di Saddam, ugualmente intriso di odio e di morte? Si parla sempre più di accettazione, anzi di difesa delle diversità, della contaminazione tra culture, della complessità, se non come portatrici di crescita e di progresso, almeno come indispensabili per una vita-convivenza serena su questo pianeta a cui tutti devono avere diritto, semplicemente come esseri umani e aldilà del loro credo politico o religioso. In questa ottica, la guerra di Bush non colpisce solo l’Iraq, ma l’intera umanità, il concetto stesso di civiltà, anni e anni di conquiste dello spirito sulla via del progresso, della costituzionalità, della legalità, della democrazia, infine. Forse allora anche la domanda non è solo, non è più semplicemente “essere o non essere con Bush?”, ma qualcosa che va cercato nella radice del nostro essere civile più profondo, più umano, più teso verso un senso di vita diverso da ciò che ci viene proposto.

Come tante altre disgrazie dei nostri giorni che hanno avuto un’attenzione mediatica imponente, ma stranamente poca risonanza veramente elaborata nella nostra coscienza, anche questa non riesce – si ha l’impressione – a liberarsi dalla consistenza solo cartacea di una serie di fotografie sul giornale che per brutali che siano, restano soltanto tali e dopo l’emozione iniziale che suscitano, non si elevano mai a qualcosa di più concreto: per esempio, un’ulteriore elaborazione dell’emozione scatenata dalla vista dell’ orrore, reso ancora più orrendo dalla volgarità dell’occhio indiscreto a cui si rivolge... per esempio una riflessione... per esempio una serie di riflessioni ed una conseguente azione. No. Più vediamo e meno ce ne accorgiamo – sembra - dell’immensità, della tragicità dei fatti. Non ci toccano mai veramente. Eppure, quei morti sono morti veri e le bombe non sono gli effetti di una finzione, di un film. Un eccesso d’“informazione” che produce un difetto di reazione. Paradossale. Come con le torri gemelle di N.York che abbiamo visto trafiggere e crollare cento, mille, infinite volte, finché ormai c’era diventato possibile vederle tranquillamente anche all’ ora di cena, senza perdere l’appetito. Siamo diventati volgari, osceni e pornografi e qualcuno ci ha insegnato, ci ha spiegato come...

Una radice umana, la si può ancora trovare? Forse; una radice comune della preziosità, ma anche dell’estrema fragilità della vita e dell’amore per la vita. Non va però cercata nelle fotografie dei trionfalismi di ciascuna parte, immortalati nei corpi martoriati dei feriti e dei morti e dati in pasto al pubblico ingordo. Va cercata nei dettagli, in tutto ciò che di umano e solo umano possa accomunarci con questa umanità ferita, dolente. E se finora i fatti in sé non sono bastati a renderci consapevoli di quanto sia facile, nonostante il pacifismo personale di ciascuno di noi - domestico, piccolo-piccolo, comodo e soprattutto ininfluente - essere parte di un enorme ingranaggio e perciò responsabili, forse è tempo che ci servano da lezione lo sguardo dei piccoli, le loro domande semplici ed ingenue, lo spaesamento che ci costano e che ci obbliga a riflettere...

Quei prigionieri... il loro sguardo... lo smarrimento... la paura folle di chi sembra catapultarsi improvvisamente in un incubo, di chi si rende conto che non di sogno si tratta, ma della realtà: brutta, attroce... O il sorriso stupido-stupito del soldato Eric, “l’uomo più fortunato della terra” che indossa fiero il suo kevlar (elmetto ipertecnologico), rovinato ma ancora integro, che lo ha salvato quando in mezzo ad una sparatoria si è ritrovato con quattro pallottole sulla testa... O ancora il piede pallido di un iracheno morto: la sua calza bucata... un oblò muto... sulla disperazione della morte...


Cristina Tambacopoulos
31 marzo 2003

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