< Sezione comunale di Avola dell'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia

L'ANPI

L'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia (ANPI) è un'associazione fondata dai partecipanti alla Resistenza italiana contro l'occupazione nazifascista nella seconda guerra mondiale. Nata a Roma mentre nel Nord Italia la guerra era ancora in corso, è stata costituita nel 1945 come ente morale sotto l’alto patrocinio del Presidente della Repubblica.
Obiettivi dell'ANPI sono la valorizzazione del ruolo storico svolto dalla lotta partigiana anche mediante la promozione di ricerche e testimonianze, la difesa dal vilipendio e dal revisionismo, il sostegno ideale ed etico dei "valori di libertà e democrazia" alla base della Costituzione Italiana nata dalla Resistenza.
A differenza di altre associazioni di reduci, possono oggi iscriversi all'ANPI, oltre a partigiani, patrioti, componenti delle Forze Armate che hanno combattuto contro i tedeschi dopo l'armistizio, incarcerati o deportati – durante la Guerra di Liberazione – per attività politiche o per motivi razziali, anche tutti i cittadini, senza alcuna distinzione di età, che dichiarino e sottoscrivano di essere "antifascisti" unitamente agli obiettivi dell'associazione.
L'associazione è organizzata in comitati provinciali, regionali, sezioni comunali.
La sezione comunale di Avola, dedicata a Ida Peyrot D’Agata, figura di donna antifascista nella nostra comunità è nata nel 2010. Presidente pro tempore è l’insegnante Liliana Calabrese Urso e per ogni riferimento sul territorio si appoggia sulla Libreria Editrice Urso di Avola.

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2 giugno

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Tessera a La Valle

QUESTO IL DISCORSO CHE ASCOLTAMMO A SIRACUSA IL 17 SETTEMBRE 2016 IN QUEL DIBATTITO ORGANIZZATO NELL'AULA MAGNA DEL LICEO SCIENTIFICO "CORBINO" con Raniero la Valle favore per il NO al Referendum e Salvo Adorno del PD favore ovviamente, per il SÌ.

DA Micromega
Da http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-verita-sul-referendum/?refresh_ce

La verità sul referendum
di Raniero La Valle *

Cari amici,
poiché ho 85 anni devo dirvi come sono andate le cose. Non sarebbe necessario essere qui per dirvi come sono andate le cose, se noi ci trovassimo in una situazione normale. Ma se guardiamo quello che accade intorno a noi, vediamo che la situazione non è affatto normale. Che cosa infatti sta succedendo?

Succede che undici persone al giorno muoiono annegate o asfissiate nelle stive dei barconi nel Mediterraneo, davanti alle meravigliose coste di Lampedusa, di Pozzallo o di Siracusa dove noi facciamo bagni e pesca subacquea. Sessantadue milioni di profughi, di scartati, di perseguitati sono fuggiaschi, gettati nel mondo alla ricerca di una nuova vita, che molti non troveranno. Qualcuno dice che nel 2050 i trasmigranti saranno 250 milioni.
E l’Italia che fa? Sfoltisce il Senato.

E’ in corso una terza guerra mondiale non dichiarata, ma che fa vittime in tutto il mondo. Aleppo è rasa al suolo, la Siria è dilaniata, l’Iraq è distrutto, l’Afganistan devastato, i palestinesi sono prigionieri da cinquant’anni nella loro terra, Gaza è assediata, la Libia è in guerra, in Africa, in Medio Oriente e anche in Europa si tagliano teste e si allestiscono stragi in nome di Dio.
E l’Italia che fa? Toglie lo stipendio ai senatori.

Fallisce il G20 ad Hangzhou in Cina. I grandi della terra, che accumulano armi di distruzione di massa e si combattono nei mercati in tutto il mondo, non sanno che pesci pigliare e il vertice fallisce. Non sanno che fare per i profughi, non sanno che fare per le guerre, non sanno che fare per evitare la catastrofe ambientale, non sanno che fare per promuovere un’economia che tenga in vita sette miliardi e mezzo di abitanti della terra, e l’unica cosa che decidono è di disarmare la politica e di armare i mercati, di abbattere le residue restrizioni del commercio e delle speculazioni finanziarie, di legittimare la repressione politica e la reazione anticurda di Erdogan in Turchia e di commiserare la Merkel che ha perso le elezioni amministrative in Germania.
E in tutto questo l’Italia che fa? Fa eleggere i senatori dai consigli regionali.

E ancora: l’Italia è a crescita zero, la disoccupazione giovanile a luglio è al 39 per cento, il lavoro è precario, i licenziamenti nel secondo trimestre sono aumentati del 7,4 % rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, raggiungendo 221.186 persone, i poveri assoluti sono quattro milioni e mezzo, la povertà relativa coinvolge tre milioni di famiglie e otto milioni e mezzo di persone.
E l’Italia che fa? Fa una legge elettorale che esclude dal Parlamento il pluralismo ideologico e sociale, neutralizza la rappresentanza e concentra il potere in un solo partito e una sola persona.

Ma si dice: ce lo chiede l’Europa. Ma se è questo che ci chiede l’Europa vuol dire proprio che l’istituzione europea ha completamente perduto non solo ogni residuo del sogno delle origini ma anche ogni senso della realtà e dei suoi stessi interessi vitali.
Ma se questa è la distanza tra la riforma costituzionale e i bisogni reali del mondo, dell’Europa, del Mediterraneo e dell’Italia, la domanda è perché ci venga proposta una riforma così.

La verità è rivoluzionaria, ma se si viene a sapere

E’ venuto dunque il momento di dire la verità sul referendum. La verità è rivoluzionaria nel senso che interrompe il corso delle cose esistenti e crea una situazione nuova.
Il guaio della verità è che essa si viene a sapere troppo tardi, quando il tempo è passato, il kairos non è stato afferrato al volo e la verità non è più utile a salvarci.

Se si fosse saputa in tempo la bugia sul mai avvenuto incidente del Golfo del Tonchino, la guerra del Vietnam non ci sarebbe stata, l’America non sarebbe diventata incapace di seguire la via di Roosevelt, di Truman, di Kennedy, e avrebbe potuto guidare l’edificazione democratica e pacifica del nuovo ordine mondiale inaugurato venti anni prima con la Carta di San Francisco.

Se si fosse conosciuta prima la bugia di Bush e di Blair, e saputo che le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein non c’erano, non sarebbe stato devastato il Medio Oriente, il terrorismo non avrebbe preso le forme totali dei combattenti suicidi in tutto il mondo e oggi non rischieremmo l’elezione di Trump in America.

Se si fosse saputa la verità sul delitto e sui mandanti dell’uccisione di Moro, l’Italia si sarebbe salvata dalla decadenza in cui è stata precipitata.

Dunque la verità del referendum va conosciuta finché si è in tempo.
Ma la verità del referendum non è quella che ci viene raccontata. Ci dicono per esempio che la sua prima virtù sarebbe il risparmio sui costi della politica, e che i soldi così ottenuti si darebbero ai poveri. Ma così non è: secondo la Ragioneria Generale dello Stato, il cui compito è di verificare la certezza e l’affidabilità dei conti pubblici, il risparmio si ridurrebbe a cinquantotto milioni che si otterrebbero togliendo la paga ai senatori, mentre resterebbe il costo del Senato, e i poveri non c’entrano niente.

L’altra virtù del referendum sarebbe il risparmio sui tempi della politica. Ci dicono infatti di voler abolire la navetta delle leggi tra Camera e Senato. Ma così non è. In realtà si allungano i tempi della produzione legislativa; infatti si introducono sei diversi tipi di leggi e di procedure che ricadono su ambedue le Camere: 1) le leggi sempre bicamerali, Camera e Senato, come le leggi costituzionali, elettorali e di interesse europeo; 2) le leggi fatte dalla sola Camera che entro dieci giorni possono essere richiamate dal Senato; 3) le leggi che invadono la competenza regionale che il Senato deve entro dieci giorni prendere in esame; 4) le leggi di bilancio che devono sempre essere esaminate dal Senato che ha quindici giorni per proporre delle modifiche; 5) le leggi che il Senato può chiedere alla Camera di esaminare entro sei mesi; 6) le leggi di conversione dei decreti legge che hanno scadenze e tempi convulsi se richiamate e discusse anche dal Senato. Ciò crea un intrico di passaggi tra Camera e Senato e un groviglio di competenze il cui conflitto dovrebbe essere risolto d’intesa tra gli stessi presidenti delle due Camere che configgono tra loro.

Ci dicono poi che col referendum si assicura la stabilità politica, e almeno fino a ieri ci dicevano che al contrario se perde il referendum Renzi se ne va. Ma queste non sono le verità del referendum. Finché si resta a questo la verità del referendum non viene fuori.

Non è la legge Boschi il vero oggetto del referendum

La verità del referendum sta dietro di esso, è la verità nascosta che esso rivela: il referendum infatti non è solo un fatto produttore di effetti politici, è un evento di rivelazione che squarcia il velo sulla situazione com’è. È uno svelamento della vera lotta che si sta svolgendo nel mondo e della posta che è in gioco. Il referendum come cunto de li cunti, potremmo dire in Sicilia, il racconto dei racconti, come togliere il velo del tempio per vedere quello che ci sta dietro, se ci sta Dio o l’idolo. Il referendum come rivelatore dello stato del mondo.
Ora, per trovare la verità nascosta del referendum, il suo vero movente, la sua vera premeditazione, bisogna ricorrere a degli indizi, come si fa per ogni giallo.

Il primo indizio è che Renzi ha cambiato strategia, all’inizio aveva detto che questa era la sua vera impresa, che su questo si giocava il suo destino politico. Ora invece dice che il punto non è lui, che lui non è la vera causa della riforma, ha detto di aver fatto questa riforma su suggerimento di altri e ha nominato esplicitamente Napolitano; ma è chiaro che non c’è solo Napolitano. Prima ancora di Napolitano c’era la banca J. P. Morgan che in un documento del 2013, in nome del capitalismo vincente, aveva indicato quattro difetti delle Costituzioni (da lei ritenute socialiste) adottate in Europa nel dopoguerra: a) una debolezza degli esecutivi nei confronti dei Parlamenti; b) un’eccessiva capacità di decisione delle Regioni nei confronti dello Stato; c) la tutela costituzionale del diritto del lavoro; d) la libertà di protestare contro le scelte non gradite del potere.

Prima ancora c’era stato il programma avanzato dalla Commissione Trilaterale, formata da esponenti di Stati Uniti, Europa e Giappone e fondata da Rockefeller, che aveva chiesto un’attenuazione della democrazia ai fini di quella che era allora la lotta al comunismo. E la stessa cosa vogliono ora i grandi poteri economici e finanziari mondiali, tanto è vero che sono scesi in campo i grandi giornali che li rappresentano, il Financial Times ed il Wall Street Journal, i quali dicono che il No al referendum sarebbe una catastrofe come il Brexit inglese. E alla fine è intervenuto lo stesso ambasciatore americano che a nome di tutto il cocuzzaro ha detto che se in Italia viene il NO, gli investimenti se ne vanno.

Ebbene quelle richieste avanzate da questi centri di potere sono state accolte e incorporate nella riforma sottoposta ora al voto del popolo italiano. Infatti con la riforma voluta da Renzi il Parlamento è stato drasticamente indebolito per dare più poteri all’esecutivo. Delle due Camere di fatto è rimasta una sola, come a dire: cominciamo con una, poi si vedrà. Il Senato lo hanno fatto così brutto deforme e improbabile, che hanno costretto anche i fautori del Senato a dire che se deve essere così, è meglio toglierlo. Inoltre il potere esecutivo sarà anche padrone del calendario dei lavori parlamentari. Il rapporto di fiducia tra il Parlamento ed il governo viene poi vanificato non solo perché l’esecutivo non avrà più bisogno di fare i conti con quello che resta del Senato, ma perché dovrà ottenere la fiducia da un solo partito. La legge elettorale Italicum prevede infatti che un solo partito avrà - quale che sia la percentuale dei suoi voti, al primo turno o al ballottaggio - la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera (340 deputati su 615). Il problema della fiducia si riduce così ad un rapporto tra il capo del governo e il suo partito e perciò ricadrà sotto la legge della disciplina di partito. Quindi non sarà più una fiducia libera, non sarà una vera fiducia, sarà per così dire un atto interno di partito, che addirittura può ridursi al rapporto tra un partito e il suo segretario.

Per quanto riguarda le altre richieste dei poteri economici, i diritti del lavoro sono stati già compromessi dal Jobs act, il rapporto tra Stato e Regioni ha subito un rovesciamento, perché dall’ubriacatura regionalista si ritorna a un centralismo illimitato, mentre, assieme alla riduzione del pluralismo politico, ci sono delle procedure che renderanno più difficili le forme di democrazia diretta come i referendum o le leggi di iniziativa popolare, e quindi ci sarà una diminuzione della possibilità per i cittadini di intervenire nei confronti del potere.

Questo è il disegno di un’altra Costituzione. La storia delle Costituzioni è la storia di una progressiva limitazione del potere perché le libertà dipendono dal fatto che chi ha il potere non abbia un potere assoluto e incontrollato, ma convalidato dalla fiducia dei Parlamenti e garantito dal costante controllo democratico dei cittadini. E’ questo che ora viene smontato, per cui possiamo dire che la democrazia in Italia diventa ad alto rischio.

Ma a questo punto è chiaro che quello che conta non è più Renzi, ed è chiaro che quanti sono interessati a questa riforma gli hanno detto di tirarsi indietro, perché a loro non interessa il sì a Renzi, interessa che non vinca il no alla riforma.

Il secondo indizio è il ritardo della data della convocazione, che non è stata ancora fissata dal governo; ciò vuol dire che la partita è troppo importante per farne un gioco d’azzardo, come ne voleva fare Renzi, mentre i sondaggi e le sconfitte alle amministrative sono stati inquietanti. Perciò occorreva meno baldanza da Miles Gloriosus e più preparazione. E occorreva alzare il livello dello scontro, e soprattutto ci voleva il riarmo prima che si giungesse allo scontro finale. Il riarmo per acquisire la superiorità sul terreno era l’acquisto del controllo totale dell’informazione, non solo i giornali, di fatto già posseduti, ma radio e TV, ciò che è stato fatto in piena estate con le nomine alla RAI.
Se davvero si trattava di scorciare i tempi e distribuire un po’ di sussidi ai poveri, non c’era bisogno del controllo totale dell’informazione.
Inoltre bisognava distruggere il principale avversario e fautore politico del No, il Movimento 5 Stelle. Questo spiega l’attacco spietato e incessante alla Raggi. E poi ci volevano i tempi supplementari per distribuire un po’ di soldi con la legge finanziaria.

C’è poi un terzo indizio. Interrogato sul suo voto Prodi dice: non mi pronunzio perché se no turbo i mercati e destabilizzo l’Italia in Europa. Dunque non è una questione italiana, è una questione che riguarda l’Europa, è una questione che potrebbe turbare i mercati. Insomma è qualcosa che ha a che fare con l’assetto del mondo.

Lo spartiacque non è stato l’11 settembre

A questo punto è necessario sapere come sono andate le cose.
Partiamo dall’11 settembre di cui si è tanto parlato ricorrendone l’anniversario in questi giorni.

Il mondo è cambiato l’11 settembre 2001? Tutti hanno detto così. Ma il mondo non è cambiato quel giorno: quello è stato il sintomo spaventoso della malattia che già avevamo contratto. L’11 settembre ha mostrato invece il suo volto il mondo che noi stessi avevamo deciso di costruire dieci anni prima.
Nel 1991 con dieci anni di anticipo sulla sua fine fu da noi chiuso il Novecento, tanto che uno storico famoso lo soprannominò “Il secolo breve” [1] e così fu dato inizio a un nuovo secolo, a un nuovo millennio e a un nuovo regime che nella follia delle classi dirigenti di allora doveva essere quello definitivo, tanto è vero che un economista famoso lo definì come la “fine della storia” [2].

Quello che avevamo fatto dieci anni prima dell’11 settembre è che avevamo deciso di rispondere alla fine del comunismo portando un capitalismo aggressivo fino agli estremi confini della terra; avevamo deciso di rispondere alla cosiddetta fine delle ideologie trasformando il capitalismo da cultura a natura, promuovendolo da ideologia a legge universale, da storicità a trascendenza; avevamo preteso di superare il conflitto di classe smontando i sindacati, avevamo deciso di sfruttare la fine della contrapposizione militare tra i blocchi facendo del Terzo Mondo un teatro di conquista.

La scelta decisiva, che non si può chiamare rivoluzionaria perché non fu una rivoluzione ma un rovesciamento, e dunque fu una scelta restauratrice e totalmente reazionaria, fu quella di disarmare la politica e armare l’economia ma non in un solo Paese, bensì in tutto il mondo. Non essendoci più l‘ostacolo di un mondo diviso in due blocchi politici e militari, eguali e contrari, l’orizzonte di questo regime fu la globalità, la mondialisation come dicono i francesi, si stabilì un regime di globalità esteso a tutta la terra.

Quale è stato l’evento in cui ha preso forma e si è promulgata, per così dire questa scelta?

C’è una teoria molto attendibile secondo cui all’inizio di un’intera epoca storica, all’inizio di ogni nuovo regime, c’è un delitto fondatore. Secondo René Girard all’inizio della storia stessa della civiltà c’è il delitto fondatore dell’uccisione della vittima innocente, ossia c’è un sacrificio, grazie al quale viene ricomposta l’unità della società dilaniata dalle lotte primordiali.
Secondo Hobbes lo Stato stesso viene fondato dall’atto di violenza con cui il Leviatano assume il monopolio della forza ponendo fine alla lotta di tutti contro tutti e assicurando ai sudditi la vita in cambio della libertà.
Secondo Freud all’origine della società civile c’è il delitto fondatore dell’uccisione del padre.

Se poi si va a guardare la storia si trovano molti delitti fondatori. Cesare molte volte viene ucciso, il delitto Matteotti è il delitto fondatore del fascismo, l’assassinio di Kennedy apre la strada al disegno di dominio globale della destra americana che si prepara a sognare, per il Duemila, “il nuovo secolo americano”, l’uccisione di Moro è il delitto fondatore dell’Italia che si pente delle sue conquiste democratiche e popolari.
Ebbene il delitto fondatore dell’attuale regime del capitalismo globale fondato, come dice il papa, sul governo del denaro e un’economia che uccide, è la prima guerra del Golfo del 1991.

La guerra come delitto fondatore e il nuovo Modello di Difesa

È a partire da quella svolta che è stato costruito il nuovo ordine mondiale. E noi possiamo ricordare come sono andate le cose a partire dal nostro osservatorio italiano Non è un punto di osservazione periferico, perché l’Italia era una componente essenziale del sistema atlantico e dell’Occidente, ma era anche il Paese più ingenuo e più loquace, sicché spifferava alla luce del sole quello che gli altri architettavano in segreto.
Questa è la ragione per cui posso raccontarvi come sono andate le cose, a partire da una data precisa. E questa data precisa è quella del 26 novembre 1991, quando il ministro della Difesa Rognoni viene alla Commissione Difesa della Camera e presenta il Nuovo Modello di Difesa.

Perché c’era bisogno di un nuovo Modello di Difesa? Perché la difesa com’era stata organizzata in funzione del nemico sovietico, che non c’era più, era ormai superata. Ci voleva un nuovo modello. Il modello di difesa che era scritto nella Costituzione era molto semplice e stava in poche righe: la guerra era ripudiata, la difesa della Patria, intesa come territorio e come popolo, era un sacro dovere dei cittadini. A questo fine era stabilito il servizio militare obbligatorio che dava luogo a un esercito di leva permanente, diviso nelle tre Forze Armate tradizionali. Le norme di principio sulla disciplina militare dell’ 11 luglio 1978, definivano poi i tre compiti delle Forze Armate. Il primo era la difesa dell’integrità del territorio, il secondo la difesa delle istituzioni democratiche e il terzo l’intervento di supporto nelle calamità naturali. Non c’erano altri compiti per le FF.AA. La difesa del territorio comportava soprattutto lo schieramento dell’esercito sulla soglia di Gorizia, da cui si supponeva venisse la minaccia dell’invasione sovietica, e la sicurezza globale stava nella partecipazione alla NATO, che prevedeva anche l’impiego dall’Italia delle armi nucleari.

Con la soppressione del muro di Berlino e la fine della guerra fredda tutto cambia: non c’è più bisogno della difesa sul confine orientale, la minaccia è finita e anche la deterrenza nucleare viene meno. Ci sarebbe la grande occasione per costruire un mondo nuovo, si parla di un dividendo della pace che sono tutti i soldi risparmiati dagli Stati per le armi, con cui si può provvedere allo sviluppo e al progresso di tutti i popoli del mondo; servono meno soldati e anche la durata della ferma di leva può diventare più breve.

Ma l’Occidente fa un'altra scelta; si riappropria della guerra e la esibisce a tutto il mondo nella spettacolare rappresentazione della prima guerra del Golfo del 1991, cambia la natura della NATO, individua il Sud e non più l’Est come nemico, cambia la visione strategica dell’alleanza e ne fa la guardia armata dell’ordine mondiale cercando di sostituirla all’ONU e anche di cambiare gli ideali della comunità internazionale che erano la sicurezza e la pace. Viene scelto un altro obiettivo: finita la guerra fredda, c’è un altro scopo adottato dalle società industrializzate, spiegherà il nuovo “modello” italiano, ed è quello di “mantenere e accrescere il loro progresso sociale e il benessere materiale perseguendo nuovi e più promettenti obiettivi economici, basati anche sulla certezza della disponibilità di materie prime”. Di conseguenza, si afferma, si aprirà sempre più la forbice tra Nord e Sud del mondo, anche perché il Sud sarà il teatro e l’oggetto della nuova concorrenza tra l’Occidente e i Paesi dell’Est. Alla contrapposizione Est-Ovest si sostituisce quella Nord-Sud.
Tutto questo precipita nel nuovo modello di difesa italiano, è scritto in un documento di duecentocinquanta pagine e il ministro Rognoni, papale papale, lo viene a raccontare alla Commissione Difesa della Camera, di cui allora facevo parte.

E’ un dramma, una rottura con tutto il passato. Cambia il concetto di difesa, il problema, dice il ministro, non è più “da chi difendersi” (cioè da un eventuale aggressore) ma “che cosa difendere e come”. E cambia il che cosa difendere: non più la Patria, cioè il popolo e il territorio, ma “gli interessi nazionali nell’accezione più vasta di tali termini” ovunque sia necessario; tra questi sono preminenti gli interessi economici e produttivi e quelli relativi alle materie prime, a cominciare dal petrolio. Il teatro operativo non è più ai confini, ma dovunque sono in gioco i cosiddetti “interessi esterni”, e in particolare nel Mediterraneo, in Africa (fino al Corno d’Africa) e in Medio Oriente (fino al Golfo Persico); la nuova contrapposizione è con l’Islam e il modello, anzi la chiave interpretativa emblematica del nuovo rapporto conflittuale tra Islam e Occidente, dice il Modello, è quella del conflitto tra Israele da un lato e mondo arabo e palestinesi dall’altro. Chi ha detto che non abbiamo dichiarato guerra all’Islam? Noi l’abbiamo dichiarata nel 1991. L’ho dichiarata anch’io, in quanto membro di quel Parlamento, anche se mi sono opposto.

I compiti della Difesa non sono più solo quei tre fissati nella legge di principio del 1978 ma si articolano in tre nuove funzioni strategiche, quella di “Presenza e Sorveglianza” che è “permanente e continuativa in tutta l’area di interesse strategico” e comprende la Presenza Avanzata che sostituisce la vecchia Difesa Avanzata della NATO, quella di “Difesa degli interessi esterni e contributo alla sicurezza internazionale”, che è ad “elevata probabilità di occorrenza” (e sono le missioni all’estero che richiedono l’allestimento di Forze di Reazione Rapida), e quella di “Difesa Strategica degli spazi nazionali”, che è quella tradizionale di difesa del territorio, considerata però ormai “a bassa probabilità di occorrenza”.

A seguito di tutto ciò lo strumento non potrà più essere l’esercito di leva, ci vuole un esercito professionale ben pagato. Non serviranno più i militari di leva; già succedeva che i generali non facessero salire gli arruolati come avieri sugli aeroplani, e i marinai sulle navi; ma d’ora in poi i militari di leva saranno impiegati solo come cuochi, camerieri, sentinelle, attendenti, uscieri e addetti ai servizi logistici, sicché ci saranno centomila giovani in esubero e ben presto la leva sarà abolita.

E’ un cambiamento totale. Non cambia solo la politica militare ma cambia la Costituzione, l’idea della politica, la ragion di Stato, le alleanze, i rapporti con l’ONU, viene istituzionalizzata la guerra e annunciato un periodo di conflitti ad alta probabilità di occorrenza che avranno l’Islam come nemico. Ci vorrebbe un dibattito in Parlamento, non si dovrebbe parlare d’altro. Però nessuno se ne accorge, il Modello di Difesa non giungerà mai in aula e non sarà mai discusso dal Parlamento; forse ci si accorse che quelle cose non si dovevano dire, che non erano politicamente corrette, i documenti e le risoluzioni strategiche dei Consigli Atlantici di Londra e di Roma, che avevano preceduto di poco il documento italiano, erano stati molto più cauti e reticenti, sicché finì che del Nuovo Modello di Difesa per vari anni si discusse solo nei circoli militari e in qualche convegno di studio; ma intanto lo si attuava, e tutto quello che è avvenuto in seguito, dalla guerra nei Balcani alle Torri Gemelle all’invasione dell’Iraq, alla Siria, fino alla terza guerra mondiale a pezzi che oggi, come dice il papa, è in corso, ne è stato la conseguenza e lo svolgimento.

Il perché della nuova Costituzione

E allora questa è la verità del referendum. La nuova Costituzione è la quadratura del cerchio. Gli istituti della democrazia non sono compatibili con la competizione globale, con la guerra permanente, chi vuole mantenerli è considerato un conservatore. Il mondo è il mercato; il mercato non sopporta altre leggi che quelle del mercato. Se qualcuno minaccia di fare di testa sua, i mercati si turbano. La politica non deve interferire sulla competizione e i conflitti di mercato. Se la gente muore di fame, e il mercato non la mantiene in vita, la politica non può intervenire, perché sono proibiti gli aiuti di Stato. Se lo Stato ci prova, o introduce leggi a difesa del lavoro o dell’ambiente, le imprese lo portano in tribunale e vincono la causa. Questo dicono i nuovi trattati del commercio globale. La guerra è lo strumento supremo per difendere il mercato e far vincere nel mercato.

Le Costituzioni non hanno più niente a che fare con una tale concezione della politica e della guerra. Perciò si cambiano. Ci vogliono poteri spicci e sbrigativi, tanto meglio se loquaci.

E allora questa è la ragione per cui la Costituzione si deve difendere. Non perché oggi sia operante, perché è stata già cambiata nel ‘91, e il mondo del costituzionalismo democratico è stato licenziato tra l’89 e il ’91 (si ricordi Cossiga, il picconatore venuto prima del rottamatore). Ma difenderla è l’unica speranza di tenere aperta l’alternativa, di non dare per compiuto e irreversibile il passaggio dalla libertà della democrazia costituzionale alla schiavitù del mercato globale, è la condizione necessaria perché non siano la Costituzione e il diritto che vengono messi in pari con la società selvaggia, ma sia la società selvaggia che con il NO sia dichiarata in difetto e attraverso la lotta sia rimessa in pari con la Costituzione, la giustizia e il diritto.

[1] Eric Hobsbawm, Il Secolo breve (1914-1991: l'era dei grandi cataclismi), Rizzoli, Milano, 1995.
[2] Francis Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, Rizzoli, Milano, 1992.

* Discorso tenuto il 16/09/2016 a Messina nel Salone delle bandiere del Comune in un’assemblea sul referendum costituzionale promossa dall’ANPI e dai Cattolici del NO e il 17/09/2016 a Siracusa in un dibattito con il prof. Salvo Adorno del Partito Democratico, sostenitore delle ragioni del Sì.

(26 settembre 2016)

Liliana Calabrese, Gaetano D'Agata e Ciccio Urso dialogano a fine dibattito a Siracusa con Raniero La Valle, e gli chiedono se sia iscritto all'Anpi. Raniero dice di non essere iscritto e in quel momento viene deciso di regalargli la tessera della sezione Anpi di Avola.

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Il senatore La Valle scrive il suo indirizzo postale

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Comitato Provinciale di SIRACUSA
anpisr@libero.it

 

DOCUMENTO CONCLUSIVO dei LAVORI del

 

7° CONGRESSO PROVINCIALE

SIRACUSA sabato 09 marzo 2016

 

La relazione introduttiva, i qualificati interventi di personalità della cultura, del mondo sociale e politico e le importanti conclusioni dell’avv. Armando SORRENTINO, nella qualità di rappresentante dell’A.N.P.I. nazionale e del Coordinamento regionale, hanno confermato la validità dei temi indicati dal Documento nazionale che propone le tesi per il prossimo 16° Congresso Nazionale dell’ANPI, che si terrà a Rimini dal 12 al 15 maggio p.v.

Sono i temi che socialmente, istituzionalmente ed eticamente interessano il popolo italiano.

Quali:

-       Difesa e attivazione della Costituzione;

-       Rispetto della sfera privata del cittadino;

-       Riforma vera della Giustizia e legalità;

-       Dignità e diritti per tutti i lavoratori;

-       Libertà di informazione;

-       Piani concreti, con investimenti vari, per l’occupazione giovanile;

-       Affrontare la “questione meridionale”, non con enunciazioni, ma, atti concreti;

-       Potenziare la scuola pubblica, garantita per tutti;

-       Debellare tutti i tentativi che si configurano al nazifascismo;

-       Attivare una politica di dialogo e di Pace tra i popoli.

È urgente un progetto capace di fermare, intanto, questo gravissimo tentativo di involuzione civile, sociale, politico e istituzionale che si è avviato in Italia e non solo, teso ad annullare la “Democrazia sostanziale” e dopo, la sovranità popolare e la libertà.

Basti ricordare la famosa riunione internazionale delle Società di Rating, dove usci la linea di cambiare tutte le Costituzioni, (proprio in relazione ad intrinseci e comuni difetti), tesa allo spostamento dei “poteri” sempre più verso l’esecutivo, con varie forme di autoritarismo, per concretizzare in molti stati, il liberalismo sfrenato, il predominio dell’economia, dello sfruttamento e della speculazione finanziaria.

Determinando così:

1)    l’annullamento dei diritti e incrementando le disuguaglianze;

2)    creando gravi tensioni tra Paesi ed economie diverse, con conseguenti scontri anche militari, già in corso.

A fronte di così gravi problemi l’ANPI di Siracusa e a livello nazionale, conferma e sottolinea l’importanza della sua “autonomia”, soprattutto da ogni partito, necessaria per la salvaguardia delle sue riflessioni e delle sue iniziative più ampie ed inclusive possibili ed a conferma della sua funzione di coscienza critica nella democrazia e nella società.

Deve crescere inoltre l’impegno e la collaborazione con docenti ed Istituti, per sviluppare tutte le iniziative possibili di’informazione e formazione delle giovani generazioni, affinché acquisiscano i meccanismi della Democrazia, il valore della libertà, i grandi contenuti della Costituzione.

A tal proposito, è utile ed importante il protocollo d’intesa sottoscritto dall’ANPI col Ministero della Istruzione, dell’Università e della Ricerca che, crea una maggiore possibilità nelle scuole, di diffondere, con corsi e concorsi, i valori della Resistenza, della Costituzione, emersi con la 2° guerra mondiale.

Anche nella nostra provincia si è avviata questa nuova iniziativa e precisamente in Istituti Scolastici di Augusta, Avola, Noto, Pachino e Siracusa.

Così facendo contribuiremo ad avere una Italia futura dove i giovani siano lontani dai tentativi postfascisti di coinvolgerli e diventino invece i protagonisti consapevoli di una società più giusta, capace di assicurare uguali diritti e doveri a tutti i cittadini nella democrazia e nella libertà.

Un ultimo appello diventa indispensabile in questo particolare momento, in cui, il Governo indice un Referendum Popolare e lo stesso ?, invita i cittadini ad astenersi da voto.

È incredibile, in qualificabile ed eticamente antidemocratico.

È la prova certa, che si ha paura della partecipazione, della libertà dei cittadini, della loro libera espressione democratica e quindi, del loro diritto-dovere di esprimere liberamente le proprie scelte.

Per riaffermare la nostra dignità, per la difesa dei nostri mari e della nostra terra, il 17 Aprile p.v., dobbiamo tutti esercitare e fare esercitare il diritto del libero voto.

Votiamo e facciamo votare :  SI !

 

VIVA L’A.N.P.I.

VIVA L’ITALIA DEMOCRATICA.



ASSOCIAZIONE NAZIONALE PARTIGIANI D’ITALIA
Sezione Ida Peyrot D’Agata – Avola

e-mail: anpiavola@libreriaeditriceurso.com
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SCARICA Lettera Memoria e Libertà: 25 aprile 70° della Liberazione / la repressione fascista in Sicilia

In questa lettera, tra l’altro:
“...La repressione popolare in Sicilia durante la dittatura fascista. Tribunale Speciale
e confino:
a) Le leggi e le modalità operative in Sicilia
b) Eventi rilevanti di opposizione antifascista organizzati nell’isola
c) Principali sentenze del Tribunale speciale che riguardano siciliani
d) I denunciati al Tribunale Speciale in provincia di Catania
e) I catanesi condannati al confino (dall’elenco generale sulle varie motivazioni)
per repressione della libertà politica, sociale e dei diritti civili
* La sentenza di condanna del Tribunale Speciale – 18 anni di carcere – 22/3//41 per Carmelo Salanitro.
25 aprile 1945, mancavano 10 giorni dalla liberazione del Lager di Mauthausen: deportato Nunzio Di Francesco.
Catania, Palazzo di città, la lapide in memoria dei martiri partigiani catanesi.
Catania, lapide piazza Machiavelli a Graziella e Salvatore Giuffrida
Catania, 24 aprile: Cerimonia di Premiazione del Premio Carmelo Salanitro”...

volantino

lettera Lanza


LA POESIA DEL 25 APRILE
Da poco tempo ad Avola si festeggia il 25 aprile
e la Liberazione d'Italia dai nazifascisti
con letture di poesie di amici
collegati alla Libreria Editrice Urso,
e con testimonianze sulla Resistenza,
il tutto a cura dell'Anpi di Avola.
Questa logica sembra essere molto apprezzata dalla popolazione locale.
In questo video di Giuseppe Guastella
l'intervento di Carmela Di Rosa il 25 aprile 2014
http://youtu.be/UJBWKufC0Kc

articolo

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25 APRILE 2014
AVOLA RICORDA L'8 SETTEMBRE
DEL GENERALE GIANGRECO

L'8 SETTEMBRE 1943 DEL GENERALE FRANCESCO GIANGRECO
nell'intervento di Francesco Urso, coordinatore di "Avola in laboratorio"

Il 3 settembre 1943 viene firmato
nel feudo San Michele, di proprietà Grande,
nelle vicinanze di Santa Teresa Longarini (Sr),
e non a Cassibile,
come comunemente si dice,
l'armistizio fra l'Italia e le potenze alleate,
ufficialmente annunciato l'8 settembre 1943

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La Contrada San Michele è ubicata a qualche km circa a nord di Cassibile ed è raggiungibile da una viuzza che dalla SS 115 che dalla frazione aretusea conduce a Siracusa in cui è posto un microscopico cartello riportante la dicitura "Contrada San Michele". Difatti, arrivati qui, non troviamo altro che una vecchia masseria ma forse non tutti sanno che qui si scrisse una pagina piuttosto importante della II guerra mondiale poiché qui venne firmato l'Armistizio con cui l'Italia si arrendeva all'esercito angloamericano sancendo così una duratura alleanza con gli Americani rafforzata poi con la nascita della NATO. Questo trattato di pace venne firmato dai generali Castellano e Eisenhower e prevedeva la resa incondizionata dell'esercito italiano dopo che le forze militari americane, inglesi e canadesi sbarcarono in Sicilia qualche mese prima durante la celebre "Operazione Husky" che interessò anche le coste della provincia aretusea.

Di quest'evento storico restò solo una lapide (che vediamo nella fotografia sovrastante) che però scomparì misteriosamente alcuni anni fa. Oggigiorno l'Armistizio viene ricordato con una ricorrenza che si tiene ogni anno presso la piccola frazione aretusea.

Bisogna dire infine che presso questa Contrada sono state rinvenute alcune rovine tra cui quelle di una Necropoli bizantina di tipo terraneo.
(da Itinerari turistici in provincia di Siracusa)

AVOLA 25 APRILE 2013

Liliana Calabrese Urso, presidente della sezione ANPI di Avola
dedicata alla partigiana Ida Peyrot D'Agata, in Piazza Vittorio Veneto
parla all'inizio delle tre manifestazioni tenute ad Avola il 25 aprile 2013
per la Festa della Liberazione.
Parla dei poeti, che per la prima volta ad Avola
interverranno in questa occasione con le loro recitazioni,
e delle biciclette che in mano ai numerosi presenti
ricordano quanti nella lotta di liberazione, soprattutto dal 1943 al 1945,
si servirono di questo mezzo di locomozione per tenere collegamenti,
per far arrivare informazioni, armi e viveri alle forze partigiane disperse sul territorio.
Liliana manifesta la volontà dell'Anpi che la memoria,
la bicicletta, la poesia siano sempre presenti nel territorio,
assieme alla "ostinazione" a difendere sempre lo Stato democratico
espressione con la sua Costituzione dei desideri
di quanti sacrificarono la loro vita nella lotta contro il regime nazifascista.


BELLA CIAO, NELLA VERSIONE DELLA BANDA DI AVOLA

La Banda Città di Avola diretta dal M.° Sebastiano Bell'Arte
in una eccelsa interpretazione di "Bella Ciao",
in occasione della cerimonia
per il 68° Anniversario della Festa di Liberazione
effettuata il 25 aprile 2013
dall'Amministrazione Comunale e dall'Anpi di Avola.
In coda a tutto i membri dell'Anpi di Avola
diretti da Liliana Calabrese,
presidente della sezione locale,
con le biciclette della libertà,
in memoria di quanti uomini e donne
collaborarono in sella alla bicicletta
al successo della lotta partigiana
e per esaltare anche nella contemporaneità
l'utilizzo di questo salutare ed economico mezzo di locomozione.

(Video©CorradoBono2013



Bella Ciao
Una mattina mi son svegliato
o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
una mattina mi son svegliato
e ho trovato l'invasor.

O partigiano portami via
o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
o partigiano portami via
che mi sento di morir.

E se io muoio da partigiano
o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
e se io muoio da partigiano
tu mi devi seppellir

Seppellire lassù in montagna
o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
Seppellire lassù in montagna
sotto l'ombra di un bel fior

E le genti che passeranno
o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
e le genti che passeranno
mi diranno che bel fior

Questo è il fiore del partigiano
o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
questo è il fiore del partigiano
morto per la libertà
.

Bella ciao è una canzone popolare cantata dai simpatizzanti del movimento partigiano italiano (Resistenza) durante la Seconda Guerra Mondiale, che combattevano contro le truppe fasciste e naziste. La circolazione di Bella ciao, durante la Resistenza è documentata e sembra circoscritta soprattutto in Emilia, fra l'Appennino bolognese e le zone della Repubblica partigiana di Montefiorino (sull'Appennino modenese, dove si dice che fu composta da un anonimo medico partigiano).
Questo canto raggiunse una grandissima diffusione di massa negli anni Sessanta, soprattutto durante le manifestazioni operaie-studentesche del Sessantotto. Le prime incisioni di questa versione partigiana si devono alla cantastorie italiana di origine emiliana Giovanna Daffini e al cantautore francese di origine toscana Yves Montand. La prima volta che venne eseguita in televisione si fa risalire alla trasmissione televisiva Canzoniere minimo (1963) dove venne eseguita da Gaber, Maria Monti e Margot, che la cantarono, senza l’ultima strofa che dice: “questo è il fiore di un partigiano - morto per la libertà”. La registrazione in un 45 giri della canzone avvenne, da parte di Gaber, solo nel 1965.

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