Benvenuti sul sito della Libreria Editrice Urso, dal 1975 un angolo di cultura ad Avola. Novità del mese Offerte del mese Acquista per informazioni Peripatetici di Eloro
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I PERIPATETICI DI ELORO
Eloro
CAMMINATE FILOSOFICHE, LETTERARIE E STORICHE
TUTTE LE SECONDE DOMENICHE DI OGNI MESE
ad eccezione di luglio, agosto, settembre e dicembre,
senza pagamento di quota di iscrizione o quote sociali.
Chiunque può partecipare. È necessario dare come sempre adesione a Ciccio Urso entro il sabato precedente.
Anche questa nostra iniziativa non si assoggetta alla logica dei finanziamenti pubblici
e testimonia la possibilità della libera aggregazione di persone.

PASSATE PAROLA - CONDIVIDETE
Non mancate


9 OTTOBRE 2016 a partire dalle 9,30 – CAMMINATA FILOSOFICA
SUL TEMA:

Perché siamo uguali, e, al contempo, tutti diversi
...

foto evento


INVITATE i vostri amici.
Realizziamo queste occasioni di conoscenza
con spirito di volontariato culturale.
Gradiremo la vostra presenza!

LE ESCURSIONI DELLA SECONDA DOMENICA DI OGNI MESE
CON "I PERIPATETICI DI ELORO"

DEL QUARTIERE DI SUSO – AVOLA 12 APRILE 2015, 1ª PARTE
https://youtu.be/B1GBLlraVLE
Sul sito di Avola Antica per parlare di Avola fino al terremoto del 1693.
E non solo di questo! Con riferimenti anche all'attualità, com'è nello stile del prof. Paolo Magro.
La funzione del sito in rapporto al territorio.
L'aria cosiddetta del Castello, la proprietà della famiglia Lino all'inizio del Novecento...
E tanto altro.
Video di Liliana e Ciccio Urso, a ricordo perenne di quanti furono presenti,
e di pubblica utilità per tutti quegli Avolesi amanti della storia della loro città
e sparsi per il mondo, o impediti quel giorno a partecipare.
Il tutto come sempre realizzato da Ciccio Urso e Veruccio Ferro
in collaborazione con “I peripatetici di Eloro” e il “Centro Studi La Pira”
senza progettualità finanziata dall'Ente pubblico qualsiasi,
senza scopo elettorale o di facile e banale successo in questa società dell'apparenza.
Ringraziamo quanti sono stati presenti e hanno collaborato al successo della manifestazione.
Per approfondire l'argomento e vedere gli altri filmati si consiglia di andare nella nostra PLAYLIST:
https://www.youtube.com/playlist?list=PLzsmMXJh3TIMw8M0HEaBqP8axh2pQLKgY


 

foto
Su "LA SICILIA" di domenica 6 gennaio 2015

DOMENICA 11 GENNAIO 1693
SECONDO IL PROF. PAOLO MAGRO
 
Ci fu il terremoto, giusto? Quanti furono i morti?
Quale fu il comportamento dei sopravvissuti?
Le Chiese, i luoghi di fede e gli spazi disponibili, e, come sempre, prima e dopo cosa c’era,
cosa si produceva, cosa orientava le preferenze e le decisioni di quei nostri antenati.
E ancora riferimenti molto salaci anche all’attualità...
Siamo stati col prof. Paolo Magro
e lo abbiamo ascoltato con estremo interesse, anche questa volta.
Nella ripresa video di Liliana Calabrese e Ciccio Urso
ci troviamo all'interno della Chiesetta dell'Eremo della Madonna delle Grazie ad Avola Antica

 

Liliana Calabrese canta «'A ME' TERRA» di Corrado Morale

11 gennaio 2015 – Avola Antica - Chiesetta dell’Eremo della Madonna delle Grazie Domenica come quella domenica di 322 anni prima, ci siamo incontrati per parlare del terremoto del 1693. Nella ripresa video di Ciccio Urso ci troviamo all'interno della Chiesetta gentilmente concessa dal parroco don Giuseppe Di Rosa, che tutte le domeniche alle 12,00 vi celebra la messa. Organizzatori dell'incontro a 322 anni dal terremoto del 1693 il gruppo "I peripatetici di Eloro" e il Centro "Don Luigi Sturzo", nelle persone che li dirigono, Francesco Urso e Veruccio Ferro. Il prof. Paolo Magro ci intrattiene in forma non solo dotta ma anche divertente su aspetti di Avola Antica prima e dopo il terremoto del 1693, e tra un discorso e l’altro Liliana Calabrese ci canta una canzone. In questa circostanza lei ripropone una poesia del poeta e scrittore avolese Corrado Morale dal titolo «'A ME' TERRA», a cui lei ha dato questa musica che ascoltate.

 

 

 

 

 

 

 


Breve riflessione che vorrei fare dopo la passeggiata di domenica scorsa (13 ottobre 2013) a proposito di “speranza” un termine sui cui si è discusso durante il cammino dei “Peripatetici di Eloro”.

Norberto Bobbio filosofo del diritto e della politica, ma anche uomo di cultura e "filosofo civile" parlava assai più volentieri di futuro che di speranza. «La speranza è una virtù teologica – scriveva in De Senectute – Quando Kant afferma che uno dei tre grandi problemi della filosofia è "che cosa debbo sperare", si riferisce con questa domanda al problema religioso. Le virtù del laico sono altre: il rigore critico, il dubbio metodico, la moderazione, il non prevaricare, la tolleranza, il rispetto delle idee altrui, virtù mondane e civili. Virtù e valori non facili da spendere oggi sul mercato delle idee, dove ben altro successo riscuotono gli appelli a visioni del mondo che promettono improbabili forme di salvezza…».

La SPERANZA induce al disimpegno nell'attesa che si realizzi quanto... sperato, HA UNA CONNOTAZIONE D'IMMOBLISMO CONSERVATORE, FA RIFERIMENTO AD UN FIDEISMO RASSICURANTE.
Il cambiamento o quella che Amartya Sen (insegnava filosofia a Cambridge e fu insignito del Premio Nobel per … l’Economia) chiamava “capacitazione di aspirare” nascono dall'impegno NON DALLA SPERANZA e L' EVOLUZIONE (la volontà di evolversi) È IL PRINCIPIO FONDAMENTALE O FORZA CHE GUIDA LA VITA.

Paolo Pantano
15 ottobre 2013


"L'ULTIMA POSSIBILITA' DEL SACRO: IL CAMMINO"
è stato il tema della camminata nei dintorni di Eloro, nell'angolo sud-orientale
della provincia di Siracusa del gruppo "I peripatetici di Eloro":
Quel che vedete è un video amatoriale fatto da Liliana Calabrese Urso
in una bellissima domenica di gennaio, esattamente giorno 8, dell'anno 2012.
Un po' di vento disturba ogni tanto l'audio, ma ci accontentiamo delle immagini
e di quanto si riesce a capire, in ricordo di quanto da noi vissuto direttamente.
Come sempre, come ogni seconda domenica dell'anno,
siamo stati bene assieme a camminare e a parlare, ognuno esprimendo il meglio di sé.

 

Concluso con molta soddisfazione
il primo appuntamento dei Peripatetici di Eloro

dopo la pausa estiva

Argomento della camminata odierna è stato Dalle non parole alle parole, tema sempre di grande importanza per chi, coniugando verbi e sostantivi, cerca sempre di dare un senso alla propria comunicazione e significato etico alla propria vita.
Il tema sarà sicuramente approfondito ancor di più nel successivo incontro della seconda domenica di novembre, sempre in queste contrade.
L'8 di ottobre 2006 ognuno dei partecipanti ha potuto dare un contributo alla discussione, tra una sosta e un camminare sereno in mezzo ad una natura ancora incontaminata.

Hanno reso particolarmente felice il conversare Michele Urso, Nino Muccio, Libero D'Agata, Paolo Pantano, Salvatore Elera, Enzo Amato, Orazio Parisi, Nina Coletta, Corrado Trovato, Liliana Calabrese e Ciccio Urso.
Nella spiaggia di Eloro Liliana, la Cantadora del Cammino di Santiago, con la sua chitarra ha cantato "Parole - Parole" di Mina, in una delle sue consuete straordinarie performance all'aria aperta

Birba, la cagna di Orazio è rimasta l'unica veramente senza parole...

A Eloro

Spiaggia di Eloro

Liliana

"I Peripatetici di Eloro", dopo la camminata filosofica di domenica 17 ottobre 2004
Perché, camminando

La disputa era se decidere il “perché” con o senza punteggiatura. Il semplice perché unito al verbo camminando dava spazio a variegate interpretazioni (fisiologiche, per esempio, ma anche di altra natura). Alla fine si è iniziato a parlare del “perché” dei perché: l’uomo quale animale razionale, che chiede, che pone perché. Perché quindi l’uomo si chiede perché? E’ una sorta di peripateticinecessità di adattamento, come spiegava Michele, all’ambiente dove egli vive, che si pone come un bisogno di leggere la realtà per meglio modellarla alle sue esigenze…
Ma il mio perché era di altra natura: perché ci troviamo qua, adesso, in questo momento? Cosa ci spinge a rincontraci, a distanza di mesi, sempre gli stessi, quasi gli stessi, e a crogiolarci – se così si può dire – di pensieri e parole apparentemente banali e privi di senso? Il punto è proprio quest’ultimo, il senso, o meglio il non-senso che ci attanaglia. La cruda realtà della nefandezza quotidiana, particolarmente connotante la nostra società, fa sì che noi ci incontriamo qui, adesso, in questo momento, e anche nei prossimi mesi, speriamo. Oggi viviamo in una società priva di senso e fatta di non-luoghi (direbbe Marc Augé) dove la nostra identità è alienata dalla Tecnica che la fa da padrona (dice Michele Urso, mutuando dal grande filosofo contemporaneo Emanuele Severino) amministrando ogni cosa, persino i nostri stessi pensieri che risultano così condizionati. Non siamo noi; io non sono Io, sono un altro. In questa società così in crisi, affetta non di una crisi qualsiasi e passeggera, ma di una Crisi mondiale, proiettata solo alla produzione attraverso la Tecnica, l’unica strada per appagare il disperato bisogno di capire, di confronto per tentare una sopravvivenza possibile, è costituito da questi incontri domenicali. Un bisogno, quindi, che va oltre il semplice desiderio e che è indirizzato non tanto a soddisfare una domanda di crescita individuale, quanto piuttosto una sostanziale invocazione esistenziale.

Leonardo Miucci

Avola (SR), 17 ottobre 2004

E’ L’INIZIO
di Leonardo Miucci
E’ febbraio, una sera fredda, la libreria forse il luogo più caldo per pensare. Già, pensare…
Si parla per caso e quasi per caso nasce l’idea: incontrarsi per parlare del significato della vita, di filosofia. E’ un mio bisogno faccio per dire, e l’idea va a Orazio e Michele cui affidare il compito di primi pensatori, quasi degli apripista del pensare. Ciccio acconsente e fa di me il bambino più felice per il regalo ricevuto. Si parla e, come d’incanto, entra Michele, gli sguardi, il mio e quello di Ciccio, si incrociano un istante mentre un brivido lungo la schiena ci danno la certezza che niente mai accade per caso. Ci diamo appuntamento la domenica successiva, a casa di Orazio. Lì avremmo poi deciso di “istituire” le nostre passeggiate filosofiche, i “Peripatetici di Eloro”. Aveva così inizio il nostro viaggio, un cammino lungo l’esistenza umana.
Ma perché pensare? Non si può fermare la mente, imbrigliarla significherebbe vivere da dormienti. Non pensavo, in un primo momento, che questo pensare fosse necessario al punto da diventare un bisogno: il mio lo individuavo nel cercare di capire l’ingiustificata e insensata esistenza umana. Ricordo con precisione il momento in cui mi sono messo a pensare: la morte, elemento onnipresente già nei primi pensatori, suscitava anche in me motivo di pensare. L’imprevedibilità e l’immediatezza del non-essere mi ponevano nella condizione di riflettere sulla fragile e insignificante esistenza umana. “L’evidenza della morte non ci rende solo pensierosi, ma fa di noi dei pensatori”, così dichiara il filosofo Fernando Savater. La presa di coscienza della fine ci rende filosofi.
Ma perché proprio la filosofia? La filosofia non è una spicciolata di opinioni, è piuttosto uno studio approfondito, che non consiste nel ripetere pensieri altrui, quanto, invece, nell’abituare a pensare, a ragionare. E tentare di dare una “spiegazione” ai grandi temi dell’esistenza attraverso un approccio filosofico significa lasciare aperta qualsiasi porta, fare in modo che ogni sapere possa formulare le relative domande e, come dice Orazio, darsi non risposte ma punti di vista. Si, solo domande, perché la filosofia non tende verso spiegazioni assolutistiche, ma sempre e solo provvisorie e assolutamente astratte. Quindi “le risposte filosofiche non risolvono i quesiti della realtà, ma coltivano la domanda, mettono in risalto questo domandare e aiutano a non smettere mai di farlo”. D’altronde che cos’è l’uomo se non l’animale che fa domande e continua a farle al di là di qualunque risposta? E Socrate anche diceva: So soltanto di non sapere nulla. O ancora Cioran: la mia forza è non aver trovato una risposta a niente.
LeonardoAvola, 24 febbraio 2004

I PERIPATETICI DI ELORO
Incontro del 14/03/2004 – SULLA NATURA DELL’UOMO
peripateticiSe non ci è dato conoscere l’in sé della natura dell’uomo, possiamo tuttavia affermare, in ciò confortati da una grande tradizione, che la natura dell’uomo tende verso la ricchezza – i tempi attuali ne sono una conferma sin troppo eclatante. All’uomo, diceva Platone, non si addice lo stato di natura, perché quest’ultimo non tiene conto della sua complessità. Nel Libro III delle Leggi , il Filosofo, dialogando con Clinia, a cui era stato affidato dalla città di Cnosso l’incarico di formulare un corpus legislativo per una colonia cretese, ripercorre la storia del genere umano sin dalle sue origini, ponendosi "dalla parte della sconfinata lunghezza del tempo e dai mutamenti che in tale lasso di tempo avvennero", al fine di comprendere quale fu la causa degli stessi mutamenti che portarono alle prime leggi e alle successive costituzioni.      
Se le antiche leggende hanno, come hanno, un fondo di verità, allora dobbiamo dar credito a quelle “riguardanti i frequenti stermini degli uomini dovuti a inondazioni, a malattie, e a molti altri eventi ancora, nel corso dei quali una piccola parte del genere umano riuscì a scampare”. Per esempio, dopo il diluvio universale, è logico e realistico dedurre che “coloro che allora scamparono a quella distruzione dovevano essere pastori delle montagne, ultime e piccole scintille del genere umano che si sono salvati stando nei luoghi più alti”; e “che costoro non avessero esperienza di ogni altra arte” poiché “vennero distrutti tutti gli strumenti, e se qualcosa che riguardi l’arte o la politica o qualsiasi altra forma di sapienza era stato diligentemente scoperto andò tutto in rovina”, svelandoci una condizione umana nel suo stato di natura veramente penosa: “un’immensa e paurosa solitudine, la maggior parte della terra abbandonata, scomparsi tutti gli altri animali e sopravvissuti soltanto pochi armenti e qualche capra” (situazione, certamente non idilliaca; ma sicuramente, non del tutto terrificante, se si pensa a quel che risulterebbe oggi a seguito di un’esplosione nucleare planetaria. Altro che diluvio universale!).     
E tuttavia, prosegue il Filosofo, grazie a dio, che fornì gli uomini di arti plastiche “perché quando il genere umano venisse a trovarsi in simili difficoltà avesse come un germoglio per potersi sviluppare”, la vita comunitaria riprese. E certo, “quegli uomini si amavano e usavano benevolenza gli uni verso gli altri a causa della loro solitudine… Essi non erano del tutto poveri, e la povertà non li costringeva ad essere ostili fra loro: ma non erano neppure ricchi, poiché non possedevano né oro né argento… E quando in una comunità non convivono né ricchezza né povertà, nascono in essa i più nobili costumi: e non vi possono essere né violenza, né ingiustizia, né invidie, né gelosie. Per queste ragioni erano buoni e per quella che viene definita semplicità: se ascoltavano qualcosa di bello o di brutto, ritenevano, nella loro semplicità, che ciò che era stato detto fosse verissimo e vi prestavano fede. Nessuno sapeva sospettare il falso abilmente come ora, ma tenendo per vero ciò che si raccontava degli dei e degli uomini vivevano in questo modo… erano meno progrediti di quelli che vissero prima del diluvio e di quelli che vivono adesso, e più ignoranti rispetto alle altre arti che sarebbero comparse, e alle arti della guerra, sia quelle che ora si praticano per terra e per mare, sia anche quelle che si esercitano solo nelle città e che prendono il nome di processi e sedizioni, dove si escogitano tutti gli espedienti, con le parole e con i fatti, per farsi vicendevolmente del male… Non possiamo dire anche che quegli uomini di allora erano d’animo più semplice, e più valorosi e più saggi, e sotto ogni aspetto più giusti?”.
E’, dunque, nella nostra natura umana, di voler essere ricchi e dannati.     peripatetici  Bene ha fatto, a questo punto, Michele, portando il discorso alla scienza evoluzionistica e ripercorrendo il cammino dell’uomo dal topo-ragno fino all’homo sapiens e al cosiddetto homo sapiens sapiens. E ancora, leggendo successivamente il passo dello Zaratustra di Nietzsche sulla “morte di Dio”. Anche se, intervenendo Emilio, ha domandato: “Ma se lui dice che Dio è morto, poteva dimostrare allora che prima Dio era vivo?”. Il piccolo Martino, invece, ci ha voluto dire perché gli egiziani mummificavano i loro re e come avveniva il processo di mummificazione: “Sapete da dove tiravano fuori il cervello? Dal naso”.     
Marianna a un certo punto afferma di stare nel mezzo, tra la filosofia e la scienza. E’ interessante, dice, imparare ad ascoltare il proprio corpo, e indagare e interrogare la propria psiche. Così come ha fatto lei, dopo che un terribile evento ha cambiato la sua vita: “Quindici anni fa, ebbi un incidente mortale. Mi trovai in un taxi che tamponò il rimorchio di un camion. Fui in fin di vita. Tutte le ossa rotte; mi portarono in ospedale in coma. Mi saltò persino la lingua, che mi riattaccarono dopo quattro giorni. Passai un anno in ospedale a guardare il soffitto sempre nello stesso punto. Nonostante qualcuno disse a mio marito che poteva portarmi a casa, tanto non c’era nulla da fare, riuscii a sopravvivere. Ma, intanto che fissavo con gli occhi (c’è differenza fra vedere e guardare) per un anno intero sempre quello stesso punto del soffitto, giurai a me stessa che, se mi fossi salvata, tutto nella mia vita sarebbe cambiato. Ho un nome e un cognome, ho una mia personalità, e l’ho dimostrata. Ho seguito per anni un gruppo di studi psicologici e ho acquisito una consapevolezza di me e del mondo inaspettata. Ho capito che avevo ragione, che la scelta operata è stata giusta. Ora sono serena”.     peripatetici Il cammino lungo i sentieri di Eloro è proseguito soavemente, mentre Birba scodinzolava euforica di qua e di là attorno a noi. Nerina e Maria commentavano il discorso di Michele, e Nerina, in particolare, si soffermava sul discorso del dualismo fra corpo e anima. Io ho letto un brano dell’introduzione di Giuseppe Serra ai Frammenti di Eraclito che finiva così: “A tutti gli uomini – concede lo sdegnoso Eraclito – è dato conoscere se stessi e non andare oltre il limite”. Salvatore intanto domandava il significato nel greco classico di “aporia” (lett.: senza via), dicendoci che in greco moderno attiene a qualcosa di dubbioso. Leonardo, poi, ha domandato: “Ma gli animali hanno una coscienza?”. Io e Michele abbiamo risposto di sì. Maria ha precisato: “Gli animali però non hanno il senso di colpa”. “Questa è la malattia dell’uomo”, ho risposto io.

      Senza accorgercene, eravamo giunti alle macchine. Ciccio ci ha ricordato i prossimi appuntamenti e, subito dopo, ci siamo salutati.
Orazio ParisiORAZIO PARISI

Brahama
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Brahamasútra

2005, pagine 448
€ 24,00
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Traduzione dal sanscrito e commento di Raphael.

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Nicola Abbagnano
Dizionario di filosofia

1993, 16°
pagine 934

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Cose dell'amore
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Le cose dell'amore

2005, 16°
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Il mondo di Sofia
Romanzo sulla storia della filosofia

2005, 8°, pagine 552
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Dizionario filosofico

1996, 8°, pagine 360
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2005, 8°, pagine 282
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"la mente fiduciosa" di Sosan, terzo patriarca Zen

2004, 8°, pagine 288
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Storia del nulla
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2003, 8°, pagine 232
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area percorsoI "PERIPATETICI DI ELORO"
Tutto il resto del mondo era sotto la neve
Conclusa con soddisfazione anche l'escursione domenicale del 29 febbraio dei peripatetici di "Avola in Laboratorio" nei territori stupendi dei Presocratici e nella terra dell'antica Eloros.
Camminando e filosofeggiando, in un nuovo appuntamento, si e parlato di Mito, Poesia e Scienza prima di Socrate
I "PERIPATETICI DI ELORO"
Incontro del 29/02/2004
di
ORAZIO PARISI
1. Non scopriamo l’acqua calda, dicendo che si può comunicare in molti modi: per posta, per telefono, via internet; con la voce, con lo sguardo, con le mani, con tutto il corpo; seduti, in piedi, camminando. Ma ogni tipo di comunicazione vive una sua esperienza peculiare. Riscoprire il ‘sentire’ dei peripatetici greci, è un modo perturbante di vivere la comunicazione nel nostro presente. Così come Aristotele disse che nulla nella natura vi è di insignificante, allo stesso modo noi diciamo che nulla nel nostro mondo è trascurabile.
2. Si comunica con uno, con nessuno e con centomila. Il dialogo è intenzionale, non mediatracce fra le parti. Anche il monologo è sempre un dialogo. Pessoa, un ipocondriaco della letteratura del XX secolo, ha raggiunto il suo scopo.3. La spiaggetta deserta di Eloro questa mattina ci ha riservato una sorpresa: la sabbia mostrava le orme ben visibili di uomo e di cane; ricordandoci che, dal deserto da cui siamo passati noi, passeranno altri.
4. Il mito dell’essere, il mito dell’uomo, il mito della scienza: bisogna indagare.
5. Che cos’è la realtà? Nella nostra epoca, soprattutto sotto la spinta dell’informatica, la realtà è divenuta, per dirla con Vilém Flusser, una “questione di design”. Mentre in passato, ci dice Flusser, si trattava di “formare la materia disponibile per farla apparire”, oggi si tratta invece – e ciò rappresenta una “questione scottante” – di ‘materializzare’ le forme che si moltiplicano in maniera incontrollabile. Manca la materia? La nostra realtà è, dunque, più formale; ma, proprio per questo, non è immaterialistica.
6. Ci siamo incontrati per la seconda volta. Con alcuni in forma prestabilita, con altri in modo fortuito. Nell’incontro c’è sicuramente il desiderio pacifico di conoscersi; ma vi permane, tuttavia, quel lato ostile del contro. Ognuno, difatti, vi si espone totalmente come persona, e quindi come volto e come maschera. Se più come volto o più come maschera, non è questione cruciale, per dirla con Starobinski. Le stesse etimologie della parola greca prósopon e di quella latina persona “si prendono gioco di noi”, dice lo studioso. Prósopon, che significa maschera, inizialmente designava il volto, lo sguardo; mentre il latino persona inizialmente designava la maschera. Tale ambiguità semantica permane ancora oggi, per cui non ci è dato sapere con certezza se uno si presenta come persona o come maschera. “Chi tuttavia – conclude lo studioso – si ostinasse nell’accusare la maschera, deve sospettare che, a perseverare così nella propria diffidenza, si vota a scoprire, al termine dello smascheramento, non l’impossibile natura, ma il volto del sonno e della morte – la non maschera che è anche la maschera per eccellenza. Forse arriverà anche a supporre che, nella società che ci circonda, il nemico delle maschere è un ruolo come gli altri, e non il meno teatrale, né il meno applaudito”.


Hanno partecipato Michele Urso, Salvatore Elera, Eliana Romano, Orazio Parisi, Salvatore Elera, Liliana Calabrese, Francesco Urso, Antonino Attardi, Benededetto Roccaro, Leonardo Miucci.

© Foto Francesco Urso


Il mare e, in lontananza,
la collinetta di Eloro

La spiaggia prima di Eloro

Sotto Eloro

Uno degli ultimi fiori di mandorlo

La via elorina col tracciato dei carri

Scendere al mare verso Eloro

Bibliografia della giornata
JeanStarobinski, Le ragioni del testo
Flusser, Filosofia del design
Lotito, Il mito e la filosofia
Detienne, L'invenzione della mitologia
Galimberti, I paesaggi dell'anima
Wilson, Sulla natura umana
Popper, Il mondo di Parmenide
De Crescenzo, Storia della filosofia greca . I presocratici
Bauman, La modernità liquida

I PERIPATETICI DI ELORO
Incontro del 15/02/2004
di ORAZIO PARISI
fotoLa Verità: o noi siamo in essa da sempre o non la troveremo mai.
“Il Grillo” dell’8/12/1997 riporta un’intervista a Emanuele Severino su “Che cos’è la verità?”. Alla domanda “Qual è il rapporto tra l’uomo e la verità. L’uomo alla ricerca delle verità, come deve cercarla?”, Severino risponde: “C’è un modo di pensare la verità che non potrà mai condurre alla verità. Si dice che l’uomo cerca la verità: si pensa che la verità sia altrove, perché se la cerchiamo non è qui con noi. Allora ci mettiamo in cammino per cercarla. Questa è l’immagine che lei ha enunciato chiaramente: questa è l’immagine di tutta la tradizione occidentale, anche scientifica. Laggiù c’è la verità, e noi ci diamo da fare per raggiungerla. Magari possiamo, a questo proposito, usare una metafora evangelica, molto bella: ci mettiamo a ‘bussare alla porta della verità’.
Proviamo a riflettere su ciò che implica questa immagine del cammino che si deve percorrere per raggiungere la verità. Se io domando: questo cammino, che deve arrivare alla casa della verità, questo cammino è compiuto nella verità? Può essere compiuto questo cammino nella verità, se ci mettiamo, se partiamo dal principio che la verità sia laggiù, chiusa in una casa? Se la verità è chiusa là, il cammino percorso è nella non verità. Allora se bussiamo alla porta non ci sarà aperto.
Questo che cosa vuol dire? Che se noi ci mettiamo nella prospettiva dominante, in cui la verità è qualche cosa che va ricercato, accostato, a cui ci si debba avvicinare, noi non la troveremo mai. L’alternativa è incominciare a pensare alla verità come ciò in cui noi tutti, già da sempre, siamo. Nell’altro modo il discorso è chiuso, e non arriveremo mai ad una verità lontana”.
Il Mare Jonio davanti al Lido di Noto ha riempito di buoni auspici il nostro primo incontro per un cammino intorno a Eloro. Ma, di questa piccola città fondata dai Siracusani all’incirca nel VII sec. a. C. in prossimità della foce del Tellaro, è l’immaginazione più che la realtà a donarci solo deboli segni non ancora del tutto corrosi dalla ‘furia della caducità’.
Ci siamo incamminati, dunque, per stradine circondate ai lati da cancelli, da ville e da piccoli giardini, ora di limoni, ora d’aranci e mandarini. Più in là ancora, alberi d’ulivi secolari e qualche roseto poco generoso si affacciano, insieme a qualche cane-schiavo col suo rabbioso latrato, da decrepiti muri a secco o da angusti muri in cemento sormontati da reti di filo spinato. Insomma, uno tra i più squallidi spettacoli del ‘privato’ ha contaminato in forma ibrida il nostro sentimento di apertura con cui la talassocrazia jonica aveva inaugurato il nostro cammino. E tuttavia, il nostro incedere diveniva sempre più gioioso e sicuro, man mano che il discorso su Mito e Logos, su Dóxa ed Epistéme, su Alétheia, Unità e Totalità, e ancora sui ‘fisici’ jonici ed Eraclito, sugli orfici pitagorici e Parmenide si faceva sempre più avvolgente. Al punto che, per un momento, tutti abbiamo creduto di percorrere la ‘hierà hodós’, la ‘sacra via’ che rivela il ‘cammino di Peithò’ (della Persuasione) verso la ‘verità’, caro a Parmenide.
L’illusione svaniva all’improvviso, allorquando ci siamo trovati dinanzi alla nostra prima aporia: la strada sbarrata dagli scavi della nuova autostrada. Cosa fare? Qualcuno a quel punto suggerisce di tornare indietro per timore di perderci. Ma ci siamo subito ricordati dell’insegnamento di Anassimandro (il quale, dinanzi all’aporia dell’acqua come arché di tutte le cose, ‘cambia strada’ e ‘disvela’ l’ápeiron infinito e indeterminato) e abbiamo imboccato una nuova, sconosciuta, via. La quale, nonostante l’enantiodromia dei sentimenti contrari, si rivela essere la strada giusta, portandoci dopo un po’ nel punto da dove siamo partiti (la strada giusta, dunque, è solo quella che ci riporta alla nostra condizione originaria). Giunti così alle nostre macchine, ci siamo salutati con un arrivederci al prossimo incontro.
Cosa è rimasto di questa prima esperienza? E’ rimasta certamente una bella sensazione; attraversata magari da significati molteplici, da visioni diverse, da differenti emozioni, ma permeata, nel suo complesso, da un comune senso di soddisfazione. Si è voluto intraprendere, non soltanto un cammino di conoscenza, ma anche un percorso di amicizia fuori dai luoghi di routine a cui il quotidiano ci costringe, senza per questo prefigurare necessariamente impossibili ‘vie di fuga’. Si è rimasti ben ancorati ai propri luoghi di origine, ma cercando di dare ad essi ‘nuovi’ significati, odori, sentimenti. A cominciare proprio dal sentimento di amicizia.
Non guasta, al riguardo, per quanto possa sembrare banale, sottolineare il fatto che la ‘nostra’ amicizia è della stessa natura ‘astratta’ della filosofia (che, tutti sappiamo, significa proprio ‘amore del sapere’). Perché essa non ha, come appunto la filosofia, alcuno scopo pratico, ‘utilitaristico’, e per questo somiglia molto alla nietzschiana ‘amicizia dionisiaca’. La quale, ammettiamo, è magari di natura egoistica, ma sicuramente liberata dall’invidia, dalla gelosia e dal risentimento propri della cosiddetta amicizia altruistica (ma anche possessiva) che i più conoscono e praticano. “Io non vi insegno il prossimo - scrive Nietzsche in “Così parlò Zaratustra” - ma l’amico che crea, che sempre ha da donare un mondo compiuto”.
Sappiamo molto bene che questo tipo di amicizia è, come si dice, un’amicizia ‘impossibile’. Ciò che però qui ci preme sottolineare è che, come ha scritto Alfredo Fallica, “Giulio Cesare non sarebbe stato pugnalato dai suoi amici, che prima lo ammirarono, poi lo invidiarono e infine lo odiarono e lo uccisero, se questi fossero stati amici dionisiaci”. Se, pertanto, non possiamo pienamente essere amici dionisiaci, niente e nessuno c’impedisce tuttavia di aspirare a divenirvi. Ed è quanto stiamo tentando noi con questa nuova esperienza; noi, malati della Follia del nostro Presente, che pensa di scoprire la verità, prescindendo dalla menzogna. La menzogna, ci ha ricordato Nietzsche, è l’Arte e l’Arte è necessaria alla vita.
“La conoscenza è favorevole alla vita, giacché serve da cautela e mezzo per la sua preservazione. Ma il modo in cui avviene la conoscenza scientifica è letale, perché la letalità inerisce alla rigidezza, la rigidezza all’astrazione e l’astrazione alla conoscenza scientifica. Da solo, questo genere di conoscenza non può bastare. Perché valga la pena di vivere, abbiamo ancora bisogno dell’incanto della poesia, ossia di altre forme più libere, differenti, di conoscenza” (Ignacio Gomez de Liano).

ESSI CERCAVANO LA FILOSOFIA DEL MATTINO!
Il 15 febbraio erano presenti: Michele Urso, Peppe Di Pietro, Giovanna, Leonardo Miucci, Marcello Giurastante, Liliana Calabrese, Salvatore Elera, Paolo Cusi, Enzo Genesio, Orazio Parisi.
Camminando, accompagnavano i seguenti libri:
Savater, Le domande della filosofia
Savarino, La filosofia antica
Galimberti, I paesaggi dell'anima
Gomez de Liano, Sul fondamento
Russell, Storia della filosofia occidentale - Filosofia greca
Abbagnano-Fornero, Fare filosofia, vol. 1

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