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recensioni

nuovoStella Giovanni, Una Vita. Opere (1989-2003) (Libreria Editrice Urso, Collana Omnia 1), 2003, 16°, pagine 1312, € 22,00acquista

Una Vita
L’ultima opera di Giovanni Stella, Una Vita (Libreria Editrice Urso, Avola, 2003), non ha bisogno di presentazioni per chi conosce l’autore, le sue precedenti iniziative letterarie e, soprattutto, l’uomo. Il senso dell’odierno, immane lavoro reca un sentimento intuibile già dalle prime pagine.
L’opera racchiude tutte le precedenti e ne contiene delle inedite, sia in forma poetica sia in prosa, con note critiche di autori vari in appendice. Un lavoro immane, per l’appunto.
Dal canto della poesia Stella rivela una personalità sensibile, capace di cogliere dalla realtà la sua musa ispiratrice. L’animo poetico si enfatizza e ne resta influenzato sotto le spinte propulsive del realismo quotidiano, mentre i significati allegorici ne costituiscono l’essenza principale. La poesia diventa così una realizzazione dell’animo dove i componimenti vengono alla luce con la sensibilità del cuore piuttosto che con la superbia dell’intelletto. La predisposizione d’animo, funzionale al concepimento poetico, si materializza in un significato che porta il lettore ai tempi di innamorata gioventù. Ma la personalità poetica di Stella è intrisa anche di significati complessi che riflettono la sua stessa dimensione di uomo: la vita come inizio, il modo di viverla, la morte come fine, come ignoto, il mondo siciliano e la stessa Sicilia, appaiono come costanti nelle sue opere.
Non di rado è ravvisabile una punta di pessimismo: forse non si esagera nell’affermare che siamo quasi in presenza di un pessimismo leopardiano cagionato, chiaramente, da eventi e sentimenti esistenziali differenti.
Nelle opere in prosa, invece, siamo in presenza, tra le altre cose, di una dolce nostalgia del passato dove più sentiti erano i valori, basati sulla normale quotidianità di paese: nel “Museo della memoria” (opera inedita), per empio, è tangibile questo sentimento. È un invito al ritorno a quelle piccole gesta che facevano l’identità dei luoghi e delle persone che li vivevano; ma al tempo stesso vuole essere una critica all’odierna società in cui proprio quelle piccole cose si sono smarrite e con esse l’identità della comunità.
L’opera in prosa presenta anche una peculiarità intrinseca: contiene forse un inconsapevole contenuto antropologico, credo importante per chi volesse tra qualche ventennio e più intraprendere studi sul modo di vivere dei siciliani e degli avolesi in particolare.
Complessivamente Stella risente della influenza di Gesualdo Bufalino, suo insigne e preferito autore. Al pari del comisano scrittore e poeta, anch’egli mette in discussione tematiche di rilievo: la memoria, la Vita e la Morte, l’esistenza o meno di Dio, anche se in Stella quest’ultimo elemento, ancorché riscontrabile nella complessità dell’opera, è forse meno manifesto; gli ossimori, poi, ne fanno anche qui un tratto caratteristico.
La differenza, tuttavia, la si coglie nel modo di approcciarsi con la scrittura: Bufalino, come lo stesso Stella ha riferito, è un cesellatore della parola, un orafo della lingua italiana; Stella, invece, adotta un linguaggio marcatamente allegorico, ravvisabile soprattutto nella poesia, a tratti forse anche scontato e prolisso, ma ciò trova la sua giustificazione nel fatto che il modo di scrivere di Stella risponde ad una necessità, l’immediatezza. E pur di raggiungerla, pur di non avere incertezze circa la sua destinazione verso il lettore, pur di colpire il lettore Stella preferisce essere prolisso ed allegoricamente scontato. Ritengo sia un pregio oggigiorno per i poeti e per gli scrittori in genere: la lettura e, soprattutto, la sua comprensione diventa fruibile per tutti e non solo per gli “addetti ai lavori”.
Tuttavia, il libro di Giovanni Stella pur essendo in commercio non è stato concepito per la vendita: è un libro che quasi “corrompe” il lettore, lo corteggia, soprattutto le opere inedite, fino a farlo uscire dal guscio morale che lo circonda. In questo caso una particolare predisposizione d’animo è importante se non addirittura necessariamente richiesta.


Foto di Leonardo MiucciLeonardo Miucci

Benito Marziano , Don Agostino Salvìa e altri racconti, Avola Novembre 2002, pp. 112, € 10,00 acquista
Copertina libro di MarzianoRaramente capita di scoprire, inequivocabilmente e con piacevole sorpresa, che sotto il velo della discrezione e dietro il senso della misura adottati da alcune persone, nella loro pur attiva vita di relazione sociale, culturale e politica, si celano, a volte, un'attenta capacità di osservazione e una feconda attitudine all'analisi, che permettono dì stabilire basi solide per i rapporti necessari alla convivenza civile. Quando ciò avviene, è sempre una connotazione eticamente radicata a caratterizzare fortemente la vita e l'operato delle persone interessate. Se poi tutto questo trova sbocco nella creatività letteraria con felici esiti narrativi, allora ci si trova davanti a qualcosa di inusuale, a qualcosa di straordinariamente positivo, che apre il cuore alla speranza e conferma fiducia nella vita e nelle relazioni umane, nonché - privilegio particolare – nella funzione positiva della letteratura.
Queste sono state, più o meno, le considerazioni che, con naturalezza, m'è venuto di fare a mano a mano che portavo a termine la lettura di Don Agostino Salvìa e altri racconti di Benito Marziano. E, a pensarci bene, mi rendo conto che non poteva essere diversamente, se vado con la mente allo stile dell'uomo, che, oso immaginare, avrà comprensibilmente avuto qualche iniziale resistenza a dare alle stampe questi racconti, che ora non sono più suoi, ma che della sua persona hanno involato non poco di essenziale, per regalarlo al pubblico dei lettori attenti.
A me pare che con Don Agostino Salvìa e altri racconti siamo davanti a un piccolo opus di bella scrittura, a una sorta di minuscolo scrigno d'arte che contiene e rivela note alte di umanità e di apertura mentale e affettiva, che toccano vivamente il lettore. Temi e motivi dei racconti sono gli stessi che riguardano tutti gli uomini di ogni tempo e luogo, come dimostrano peraltro vari echi letterari di matrice diversa affioranti qua e là, da una parte, e riferimenti a problemi peculiari del nostro tempo, dall'altra. L'asse portante di tutti i racconti sembra essere il dramma dell'esistenza umana, che si gioca tutto sul filo bipolare intercorrente tra comunicabilità e incomunicabilità. Sono i primi due racconti, Don Agostino Salvìa e Tre storie saccensi a racchiudere probabilinente l'intera cifra del libro: l'uno per il tema dell'incomunicabilità, l'altro per quello opposto.
L'incapacità di comunicare induce talvolta le persone financo a distruggere i rapporti affettivi e amorosi, e a tirare dritto per la propria strada lastricata di proiezione fortemente egoistica e di sordità interiore. E’ ciò che avviene, per esempio, nel racconto Il maestro di ballo, la cui lettura non può non indurre a pensare che nella vita forse siamo un po' tutti, come Miro Ralli, dei grandi “maestri di ballo”. Accanto al tema dei rapporto bipolare comunicabilità - incomunicabilità incisiva valenza assume pure, quasi in tutti i racconti, la capacità affabulatoria dell'uomo, che viene fuori nel piacere del raccontare; nella giocosità e nell'apertura umoristica, che, sul versante della comunicabilità, accompagnano autore e personaggi lungo la linea, spontanea ma consapevole, di una ricca e variegata memoria letteraria e personale. Con i vari agganci, che le problematiche toccate evocano, ora di tipo pirandelliano, ora di tipo boccacciano, ora di atmosfera sciasciana, ora di sapore paesano, sfilano, davanti alla nostra memoria e/o ai nostri occhi, personaggi imparentati con nobili antenati, per esempio, con l'uomo dal fiore in bocca, con la fascinosa Alatiel della settima novella della seconda giornata del Decamerone, con Costanza da Lipari, colei che, con animo e determinazione tipicamente femminili, “avviluppatasi la testa in un mantello, nel fondo della barca piagnendo si mise a giacere... e al vento tutta si commise" nella seconda novella della quinta giornata sempre del Decamerone. Gli scherzi di Giorgio Carratore richiamano alla mente quelli intercorsi tra Biondello e Ciacco nell'ottava novella della nona giornata ancora dell'opera boccacciana. Riaffiorano anche, lungo le note dell'affabulazione e le trame, magari involontarie, delle beffe e dello sviluppo grottesco di alcuni racconti, personaggi di tipo sciasciano, come, per esempio, quelli di Quando non arrivarono i nostri. Rivivono, infine, personaggi pittoreschi e strani propri di certe leggende metropolitane, ma, ahimè, propri anche di certe realtà paesane come quelle delle liete agorà dì quartiere di una volta che erano le frequentatissime sale da barba. E sfilano persino figure come quella di Peppino Laganà, che più che dalla fantasia dell'autore, sembra, in tutta evidenza, uscita da qualche episodio creativo di vita goliardica, uno fra i tanti, tra quelli che ama coltivare un libraio editore di mia conoscenza. Al lettore, perciò, il piacere di scoprirsi e di ritrovarsi immesso in cosi amena compagnia.
Temi e ascendenze letterarie e memoriali sono, però, trattati dall'autore liberamente, con taglio assolutamente personale. Basti pensare, per esempio, al rovesciamento dello schema pirandelliano che Marziano opera nella vicenda di Tonino Ventura in Condannato a morte. Qui, infatti, il dramma personale fa precipitosamente emergere quello familiare, e la vita di relazione ha il sopravvento su quella interiore, per cui il rischio del ripiegamento su di sé è superato dalla rabbiosa reazione del protagonista, che vive il suo problema con lucida consapevolezza, se è ancora in grado di guardarsi come in uno specchio attraverso la puntuale citazione pirandelliana. E poi la potenza del caso, che, in Come in un puzzle, si risolve, questa volta, positivamente.
Casualità, equivoci, solitudine umana, condizionamenti sociali, differenze generazionali, isolamento ed emarginazione, consumati talvolta fino al suicidio, delle persone ritenute socialmente inattive, insieme con egocentrismo e fragilità psicologica, chiusure mentali etc... costituiscono il reticolo restistente altraverso il quale si ordisce, come in una tela, la trama del tessuto di vita di relazione tra gli uomini. Il tutto in un sottofondo di contenuta malinconia e di pena sottile che permea, dove più dove meno, tutti i cinque racconti della silloge.
E’ tuttavia, attraverso il difficile e accidentato cammino all'interno di questo reticolo che si sviluppa la capacità di ascolto umano che caratterizza i racconti, sgorgando dal versante della residua capacità, che l'uomo conserva, di comunicare e forse anche di avere pietà, una capacità di ascolto e di apertura umana che è probabilmente il messaggio di speranza recondito del libro, visto che esso è proprio dell'autore, così come lo è dei personaggi, nell'uno e negli altri di fatto, se non di professione. Il racconto Tre storie saccensi, più quella del narratore è emblematico a tale riguardo. In esso l'io narrante esterno ascolta pazientemente e attentamente il personaggio affabulatore di Basilio Basilio, il quale finisce per meravigliarsi di tanta attenzione e a conclusione dell'incontro, rivolgendosi al suo ascoltatore, gli domanda assai contento dentro di sé: “Ma lei ce ne deve avere pazienza se sciupa mezza giornata delle sue vacanze a sentire fesserie di un vecchio che non sa come passare il tempo e attacca bottoni alla prima persona gentile che ci capita davanti”(p.51). Al che l'io narrante risponde prontamente con un velo di malinconia:”Le assicuro che non ho sentito per niente fesserie e che ho trascorso piacevolmente queste due orette in sua compagnia. Mi dispiace soltanto che si è fatta l'ora di pranzo e devo lasciarla e mi dispiace, anche, che certamente non ci vedremo più” (ibidem). Parole, tutte, che avvalorano la necessità della tenerezza e del calore umano, per poter comunicare tra persone, e che confermano quelle esplicitamente pronunciate da Delia Ferri in quel racconto che pure, più di tutti gli altri, evoca sottilmente la celebre “teoria dei pupi” formulata da Pirandello e che è Il maestro di ballo: “La vita non è mai banale. Può essere cattiva, a volte, magari crudele, ma, sempre interessante e essenzialmente sempre degna di essere vissuta” (p. 79). Sono parole, queste, che aprono il cuore e la mente alla speranza, pur nella consapevolezza della complessità e della problematicità del reale. E che forse la cifra preponderante, se non proprio vincente, nel tessuto del libro sia quella dell'apertura al prossimo, della cordialità umana, se non proprio della tenerezza, e della necessità di comunicare, è verificato anche, sotto il profilo formale, dallo stile asciutto, scorrevole, misurato, adatto quindi alla lettura, e persino elegante, che caratterizza l'intera silloge dei racconti. Uno stile che ricorda quello di alcune tra le più belle pagine di prosa d'arte del Novecento.


Foto di Sebastiano BurgarettaSebastiano Burgaretta


In 5 novelle d'ambiente la difficoltà di comunicare
«Don Agostino Salvìa e altri racconti» è il titolo di una raccolta di novelle ambientate in Sicilia da Benito Marziano, noto scrittore locale, presentato alle stampe da una prefazione critica di Sebastiano Burgaretta, fine conoscitore di Avola e dei suoi dintorni.
Si tratta di cinque racconti nei quali Burgaretta afferma di essersi imbattuto «come qualcosa di straordinariamente positivo, un opus di bella scrittura, dove si possono riscontrare temi ed ascendenze letterarie».
I cinque racconti sono abilmente giocati sul sottile filo che separa comunicabilità ed incomunicabilità e rivelano, senza alone alcuno, la drammaticità della esistenza umana, pur espressa attraverso improvvise ed inaspettate aperture umoristiche.
Lo stile è veloce, e nel primo racconto, quello che dà il titolo all'intera raccolta, si può trovare una bella invenzione dell'autore, capace di passare, attraverso l'uso delle maiuscole, al discorso diretto, quasi come se egli avesse paura di spezzare il filo narrativo che tiene in apprensione il lettore.
Ed in effetti ci riesce, dipingendo con pennellate decise e garbate il quadro di personalità e caratteri che stanno a metà strada «tra indifferenza e cattiveria».
Col suo primo passo paralizza l'attenzione del lettore che s'incide, fissa, sulla vicenda di Don Agostino, un anziano rinchiuso in una casa di riposo: «Quando si alzò - comincia il racconto - non sapeva ancora che il giorno sarebbe stato quello».
Probabilmente il giorno dell'attesa, dei ricordi che accompagnano gli anziani lungo un'altra vita, quella parallela alla prima, definita «attiva».
«L'egoismo e la sordità interiore", rilevati da Sebastiano Burgaretta nell'opera di Benito Marziano, tengono uniti, quasi fossero un filo rosso, i personaggi dei suoi racconti, sprofondandoli nella casualità degli equivoci che costituiscono "il reticolo della condizione umana».
Significativo, a questo proposito, è "Il maestro di ballo", racconto nel quale ci possiamo limpidamente specchiare ogniqualvolta siamo convinti di far piacere agli altri, assecondando, in realtà, soltanto noi stessi e le nostre fragilità psicologiche, rifuggendo al contempo da ogni sorta di «feedback» verbale o soltanto fisico col nostro interlocutore di turno.

Foto di Roberto Rubino
Roberto Rubino

La Sicilia 10/01/2004

LA MENNULARA

Copertina "La mennulara"C’è un bel romanzo da qualche settimana negli scaffali delle librerie italiane: si tratta de La mennulara di Simonetta Agnello Hornby, palermitana trapiantata a Londra, dove esercita la professione di avvocato in quel di Brixton. E’ una bella storia quella che narra questo romanzo, una storia ambientata in un paese della nostra isola nella prima metà del secolo scorso. Diciamo subito però che affermare che si tratta di un bel romanzo non significa sostenere anche che sia un capolavoro: è un’opera prima ed è, complessivamente, un lavoro di buona fattura anche se non del tutto privo di ingenuità. La storia narra retrospettivamente, con intelligente coralità e plurivocità e con una buona capacità di dar vita a personaggi credibili, la vicenda di una donna, Maria Rosaria Inzerillo detta La mennulara (voce dialettale che sta per raccoglitrice di mandorle), che da serva (da criata, in dialetto) rivela, prima e dopo la sua morte, prodigiose doti di amministratrice del patrimonio di terre e ricchezze della famiglia Alfallipe (piccola nobiltà di paese, gente inetta e comunque culturalmente inadeguata a reagire alle spinte della società industriale che sta irresistibilmente affermandosi sulla civiltà contadina), nonché una ferma, rigorosa e quasi feroce, capacità di far rispettare la propria dignità di donna. Il tutto intrecciato ad una storia di violenza e di mafia (una mafia all’antica però, ammesso sia mai esistita, fatta d’uomini d’onore per davvero…) e ad una segreta storia d’amore vista da una prospettiva femminile, motivi che rendono davvero avvincente la lettura del romanzo. Particolarmente gradevole è poi il tono complessivo di leggera ed affettuosa ironia che l’autrice non abbandona quasi mai, e giustamente, nel corso dell’intera narrazione. Un tono di diffusa leggerezza che si nota persino nell’impianto linguistico e sintattico della scrittura che presenta solo un leggero velo regionalistico (nella costruzione dei periodi ad esempio, oppure usando magari al posto di anche), ma non cade mai nel macchiettistico.
Cosa non convince allora? Non convince la continua sequela di allusioni, situazioni e suggestioni provenienti, evidentemente, dalla letteratura siciliana (anche -ne siamo convinti- malgrado la volontà stessa dell’autrice) che invadono letteralmente la narrazione (pagina per pagina, se non riga per riga) e rendono il romanzo prima ancora che l’opera prima della Agnello Hornby, una delle tante opere della letteratura siciliana: insomma, nihil sub sole novum , purtroppo. E niente nascerà di nuovo e artisticamente necessario fino a quando si continuerà a pensare alla Sicilia, quella antica e quella d’oggi, fondamentalmente come ad uno splendido topos letterario. Ci sembrano magistrali le pagine che narrano dell’amore, segreto, severo, violento e dignitoso, della Mennulara per il suo padroncino; tutto il resto però lo hanno raccontato già Verga, De Roberto, Sciascia, e poi Brancati, Ercole Patti, Bufalino, oggi Vincenzo Consolo ed ancora tanti altri.
Non è vietato scrivere della Sicilia, ci mancherebbe, ed anzi è sempre auspicabile che la letteratura si sforzi di usare la storia o le tante storie (nobili o miserrime, maschili o femminili) di questa terra per capire come va il mondo e cos’è l’uomo; ma o si trova una chiave che ne renda necessaria la scrittura o si incorre immancabilmente, e persino fatta salva l’assoluta onestà dell’autore, nel pericolo del già scritto, già letto, già detto. Diversamente, non c’è davvero ironia che tenga.


Paolo Randazzo

Simonetta Agnello Hornby, La mennulara, Milano 2010, pp. 224, € 7,50 acquista

<<Una vita>> di Giovanni Stella per lavarsi il cuore scrivendo
E’ una fotografia dall’alto di Avola e delle sue tradizioni, ma non solo, il nuovo libro di Giovanni Stella, edito dalle stamperie di Ciccio Urso, col titolo “Una Vita”. La tela sulla quale il letterato avolese dipinge fatti, personaggi e sensazioni è molto ampia, poiché abbraccia circa mezzo secolo di notti insonni, trascorse con le proprie emozioni e la “montblanc” nervosamente rigirata tra le dita.
Il “tomo”, quasi milletrecento linde pagine in bilico tra poesia, prosa e pittura, parte dalle prime opere giovanili del ’67, chiamate Miraggi, snodandosi fino alla completa maturità letteraria dei nostri giorni.
Nutritosi alla poesia di Jacques Prévert, da un lato, ed “all’amaro miele di Gesualdo Bufalino”, dall’altro, Giovanni Stella ha saputo fornire una unità d’insieme in un unico testo, raccontando non una sola vita, ma disegnandone molteplici. L’autore ha definito Avola come ”il posto delle fragole”, l’isola che alimenta la sua “isolitudine”, eppure non si è limitato ad essa. Dall’inchiostro nero della sua stilografica traspare l’amore per Parigi, Roma, ma soprattutto per i personaggi della Sicilia. Risaltano, ad ogni passo, le figure dei suoi più cari amici del luogo, come “Ciccio e Liliana Urso”, paragonati a dei novelli Renzo e Lucia all’interno dell’opera.
Copiose le informazioni di cronaca dei sentimenti fornite da “Una Vita” trascorsa a “lavarsi il cuore scrivendo”.
Un filo rosso unisce le sue prime liriche, permeate da un “senso dolente della vita” ed i quadri descrittivi dell’Osteria Margutta, dei “Momenti Parigini” e dei “Pomeriggi Veneziani”, in una serenità di fondo dell’autore, sempre proteso al ritratto del sogno e dell’inconscio. Poi di nuovo Bufalino, “quel comisano che gli era entrato nella testa e nel cuore”, rimanda ad una concezione negativa della vita, superata ancora una volta in momenti di serena contemplazione del territorio.
Le altre fasi della sua evoluzione passano attraverso titoli che rievocano la terra: “Datteri verdi”, “Gusci di Mandorle”, “Foglie secche”, “Lapilli”, “Cinquantesimo”, “L’Approdo Felice”, “Edera” e “Timo degli Iblei”, dove nella lirica intitolata “11 Settembre”, l’autore descrive lo sgretolamento “dell’effimera certezza di un occidente opulento”.
Nella sezione dedicata alla prosa, si fa subito sentire, tonante, la voce di Nunzio Bruno, il floridiano di “Cozzu ‘Zu Cola”, dai lunghi e ricciuti capelli che reclamano da tempo uno sciampo”.
Paragonato ad un “clochard” parigino con una limpida ricostruzione scenica della sua personalità artistica, della sua genialità mista ad improvvise rudezze e della sua “anarchia” indissolubilmente legata a momenti di intensa generosità, Nunzio, ama ripetere Giovanni Stella, è uno degli uomini di una Sicilia che lentamente scompare, ma che tuttavia “sopravvive in uomini come Ciccio Urso, Sebastiano Burgaretta e Vincenzo Consolo”.
Dopo “Le Sirene e l’Isola”, cospicua è la galleria di ritratti fornita da un altro periodo della prosa di Stella, e cioè “Amici Cari”.
Qui troviamo i ricordi paterni, ma anche le amicizie costruite durante anni di esercizio professionale, come quelle con Ettore Randazzo, “sempre in attesa di un volo in partenza” o del giurista Titta Madìa, senza dimenticare Piero Filloley, il letterato netino Salvatore Salemi, o il siracusano Corrado Piccione. La seconda parte del testo comprende gli scritti nominati “Il rigattiere e l’avventore”, il “Museo della Memoria”, le “Lettere” e la “Pulce al libro”, sempre catalizzatrici della attenzione del lettore, mediante uno stile efficace ed allo stesso tempo prezioso.
Da non mancare, quindi, questo appuntamento con la cultura del nostro tempo, che l’opera di Giovanni Stella ha cercato di affrescare, assecondando il suo “vizio impunito dello scrivere”, necessario, a suo avviso, per cercare la verità e per mentire, per persuadere e sedurre, per conoscersi e per sapere chi siamo, come amava ripetere Gesualdo Bufalino.


Foto di R. RubinoRoberto Rubino

nuovoStella Giovanni, Una Vita. Opere (1989-2003) (Libreria Editrice Urso, Collana Omnia 1), 2003, 16°, pagine 1312, € 22,00acquista
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Corso Garibaldi 41 96012 AVOLA (SR) ITALIA

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