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pergamena

LA CONSEGNA DELLA PERGAMENA ALLA SIG.NA CARUSO
E L'INTERVENTO DEL POETA SEBASTIANO ARTALE

https://youtu.be/owKy_DaqaX8
Avola 22 marzo 2015, i poeti e gli amanti della poesia sono riuniti nel salone del Ristorante “Rustico” di Avola per la conclusione della quarta edizione del Concorso letterario internazionale “Libri di-versi in diversi libri in memoria di Nuccio Caruso”. In questo filmato l’editore Francesco Urso chiama al tavolo della presidenza la sorella di Nuccio Caruso e Marinella Fiume consegna a lei la pergamena dedicata a Nuccio Caruso.
(Per vedere la pergamena vai in http://www.libreriaeditriceurso.com/libri_di-versi/2015/pergamena_nuccio-caruso.jpg).
Successivamente l’intervento della poetessa Carmela Di Rosa, con una poesia dedicata allo scomparso e poi si inizia col chiamare in ordine alfabetico i poeti selezionati, e, quindi il primo a intervenire è il poeta di Avola Sebastiano Artale.
Video di Liliana Calabrese Urso a a perenne ricordo di quanti c'erano, nonché di tutti gli altri amici e poeti sparsi per il mondo, che non potevano esserci, ma anche di monito per quanti potevano esserci, e non ci furono. Non è facile operare, come ci piace, con pochi mezzi e senza finanziamenti pubblici, e, per di più, con l'ostracismo becero del perbenismo culturale di provincia. Eppure, in quella nostra solita dimensione nazionale di partecipazione e condivisione, ci sentiamo felici per quel che lasciamo nei ricordi di ciascuno dei partecipanti. Sosteneteci e, soprattutto, condividete!
Della serie “ACCADDE AD AVOLA IL 22 MARZO DEL 2015”
Vai alla nostra playlist di “Libri di-versi in diversi libri” per vedere gli altri filmati: https://www.youtube.com/playlist?list=PLzsmMXJh3TIPjVBUkjPpM59oom6zFBJnS

sorella Caruso
Avola 22 masrzo 2015 (Ristorante "Rustico")
Marinella Fiume, presidente della Giuria del Concorso letterario "Libri di-versi in diversi libri" dedicato nella quarta edizione a Nuccio Caruso,
consegna la pergamena ricodo alla sorella di Nuccio


FU FELICE...

di Francesco Urso

Fu in un giorno come questo, di fine febbraio del 2011, che morì nella più assoluta Fotosolitudine il personaggio che più di tutti amò i libri ad Avola. Chi sa qualcosa in più su quella bruttissima storia di emarginazione (e di accoglienza da parte nostra della Libreria Urso), sa anche come morì, come e quando fu ritrovato... dopo una ventina di giorni...
Lunedì 7 marzo di quell'anno, il 2011, potevamo essere al massimo una ventina di persone in Chiesa, non di più... Mancava anche quel coro che sempre, o quasi sempre, c'è ad ogni funerale.
Don Giovanni Caruso, parroco della Chiesa di Santa Venera, si rese conto della considerazione che noi avevamo per quel nostro amico scomparso, e si dovette rendere conto della poca considerazione che, invece, dovevano avere quasi tutti gli assenti.
Eppure, in quel momento nessuno di noi si aspettava questa esplicitazione nel manifesto mortuario attaccato alle mura della città: "FU FELICE"


 

 

fu felice


Io lo so bene, che felice per davvero lo fu, di sicuro in compagnia dei tanti libri che fino all'ultimo momento gli offrirono pure l'estrema carezza!
Pochi giorni prima mi aveva domandato se io avessi paura della morte...

Mi piace riproporre uno dei commenti più belli, fatti dopo la morte del nostro "Presidente" da parte di Orazio Parisi:

Chi era Nuccio Caruso il clochard? Quanta curiosità "postuma"! In vita, i sorrisetti, più che maliziosi, maligni. Dopo la morte, tutti ne vorrebbero parlare, ostentando "molta" di quell'umanità così scarsa prima.
Che di lui parli Giovanni Stella, è legittimo. Fa parte, come giustamente egli stesso ha appena ricordato, del "covo". E in questo covo l'avvocato Iappi Iappi è stato designato come "il presidente". E non è stato uno scherzo. Egli ha rappresentato esattamente tutti i membri di un covo di emarginati dalla società dei falsi benestanti e non lettori. Non lettori che però, essendo maggioritari in questa "perversa" società democratica della quantità senza qualità, non vogliono sentirsi dire analfabeti. Anzi, come giustamente avverte mia figlia, esperta di comunicazione, più che di analfabeti, si tratta di "illetterati", in quanto, pur essendo tutti scolarizzati, non hanno dimestichezza, per mancanza di allenamento, con i libri. La sostanza, comunque, non cambia. E questi illetterati (analfabeti di ritorno) fanno uso del loro potere maggioritario per deridere e emarginare i clochard amanti dell'unico prodotto che, a dir loro, non dà alcun benessere, alcun vantaggio, alcuna ricchezza, il libro. Ma questi illetterati non si domandano (non se lo domanderanno mai) se il loro è vero benessere. Stanno bene così. Le loro case sono pulite. Le loro macchine o i loro motorini, nonostante la benzina alle stelle, continuano a passeggiare spocchiosamente al viale Lido o al Lungomare. Prendono pure l'aereo per i Weekend fuori casa (e così credono di aver superato il loro provincialismo). Mandano i loro figli al Cepu anziché all'università, come ha loro raccomandato il capo del governo. Certo, non muoiono in mezzo alla sporcizia, per terra, con la testa riversa su di un libro. Possono, pertanto, domandarsi se il loro è vero benessere? Hanno, però, memoria corta (questo possiamo dirlo senza tema d'essere smentiti). Quando i "sapienti" andarono a cercare Eraclito, trovarono, con grande meraviglia, un uomo trasandato e pieno di fuliggine in un tugurio, dove infornava il pane. Esitarono. Al che, Eraclito disse loro: "Entrate pure. Anche qui dimorano gli dèi".
(Orazio Parisi)

Grazie Orazio! A nome di tutti noi...

Anche Giovanni Stella aveva scritto più volte...

Nuccio, clochard colto

fotoIl suo corpo riverso su un libro. Accanto il pappagallino, unico compagno di vita e di morte.
Così è apparso Nuccio Caruso, ad Avola inteso “l’avvocato” per via della laurea in giurisprudenza per pochi esami non conseguita, da altri, soprattutto ragazzi di quartiere, ingiuriato in vari modi a cagione del suo abbigliamento e del look assai trasandato, a dir poco e bene.
L’hanno trovato dopo circa un mese dalla morte per l’allerta lanciata da Ciccio Urso, editore-libraio (geograficamente ultimo uscendo, primo entrando, nell’antico continente), stante la inusuale lunga assenza dalla libreria: Il “covo” come scherzosamente l’ha definita l’altro Urso, Alessandro, avolese trapiantato in Canada, perché lo spazio dedicato all’avventore è così angusto che i tanti frequentatori sostano all’interno in non più di tre, alternandosi con gli altri che attendono il turno sul marciapiede avanti l’ingresso di quella originale bottega libraria che a me ha sempre ricordato la famosa libreria Shakespeare and Company di Parigi.
La foto di Nuccio, coperto da maglione e giacca, i soli abiti di cui disponeva, e con lunghi untuosi capelli, campeggia alle spalle di Ciccio, sopra il datato papiro che festeggia il 25° anniversario di apertura della libreria.
Sotto quella foto c’è scritto “Il Presidente”, tale designato a larga maggioranza dai frequentatori assidui della libreria, a conferma e conforto di un modo controcorrente e anticonformista di concepire la vita e anche in omaggio alla vasta cultura, umanistica e non solo, di quell’uomo che sotto le spoglie di un clochard, innocuo, era un condensato di conoscenza dei più disparati argomenti, frutto di lettura costante di libri – unici beni che arredavano la sua disordinata, caotica e fatiscente piccola dimora, ubicata nel centro cittadino – che lui saccheggiava e che costituivano il solo alimento di vita.
Armani certamente non lo avrebbe mai scelto a modello, né lo avrebbe sperato acquirente dei suoi prodotti, e lui, che non disponeva di televisione (De Chirico vedeva le figure ma chiudeva l’audio) ma solo di una vecchissima radio per ascoltare musica classica, sconosceva l’esistenza dello stilista. Gli era noto tuttavia come il genere umano nel pianeta che ci ospita, solo usufruttuari di beni altrui, era vissuto nei secoli e financo nei dettagli che (probabilmente) Armani ignora.
Perduto anni fa un occhio per via di un ramo essiccato, aveva provveduto a coprirlo con un cerotto mentre con l’altro leggeva, la sola cosa che aveva voglia di fare, barricato in casa, concedendosi ogni tanto di uscire solo per acquistare i beni di prima necessità e fare una breve incursione in libreria, dove mi accadeva talvolta di incontralo e così avere conferma del suo spessore culturale.
L’anno scorso Ciccio ed io andammo a fargli visita al reparto psichiatrico dell’Ospedale di Avola, dove il giorno prima per una curiosa banalità era stato ricoverato. Lo trovammo fisicamente “restaurato”: vestaglia e pantofole coprivano un corpo che aveva subíto una lunga doccia, mentre i folti capelli, per la prima volta, erano soffici.
Ci chiese: “Che ci sto a fare qui, io voglio tornare a casa: i miei libri e il pappagallino mi attendono…”
Dopo qualche giorno, anche grazie alla celerità con cui il dottore Nino Cappello, direttore del reparto, prese in gestione il caso, restitutito alla sua dignità umana e alla libertà, fece ritorno a casa, a continuare la sua vita di sempre, la sola che conosceva, la sola che aveva voglia di vivere.
La libreria di Ciccio farà gran fatica a sostituire il suo Presidente.
Nuccio, secondo la regola alla quale nessun essere umano può sfuggire, se n’è andato. Aveva 76 anni.
Anche lui era un uomo.
(Giovanni Stella)

 

E anche Nino Muccio, ne parlò...

IL SUPER-UOMO NON MUORE, SI ALLONTANA

Con MarcoStarà via molto tempo, ma nessuno pianga per questo.
Ha lasciato detto qualcosa “… Ho memoria oscura, sempre più logora col passare degli anni, di ciò che mi ha condotto in questo luogo deserto che mi è diventato patria. Rammento una città sontuosa, edifici irti di pinnacoli, grovigli di strade sottili, subitanee piazze; su una di queste si affaccia una casa dalle stanze anguste, certamente una casa illustre, sulle pareti della quale erano disegnati stemmi, motti, ora nella memoria, risibili e sinistri; giacché quel che ricordo è una folla che, di notte, gremiva la piazza davanti all’ingresso – un ingresso elaboratamene ornato da belve allegoriche, devotamente araldiche – e urlava la mia infamia. Si agitavano torce, come a promettere il rogo, si scuotevano ferri; ma che mai avevo compiuto per essere oggetto di tanto furore? Ora la folla si zittisce, ora si avanza un uomo vestito con le variopinte vesti del boia, dell’uomo di giustizia e legge una sua carta, la grida anzi, e guarda verso le finestre della casa, e dietro a quelle finestre io sto acquattato, ascoltando; legge, l’uomo della giustizia, un elenco di miei misfatti che sono diventati i miei connotati. Ho dunque frodato, ho recato violenza, ho aggredito, ho commesso atti intollerabilmente sacrileghi?
La città in cui vivo è singolarmente pia, e sebbene corriva al vizio più agevole e ingenuo, non tollera gli oltraggi che si atteggiano a sfida di ciò che qui è sacro. Non rammento che mai avessi fatto, quale tempio avessi profanato e in che guisa, né quali divinità avessi sfidato, e invero non rammento più quali mai fossero le divinità che in quella città antica e severa si adoravano con riti fastosi ed esigenti. Credevano in un solo o in più dèi? O forse i dèmoni, spiriti e geni, avevo forse offeso, o i defunti, i morti taciturni ed eloquenti che talune famiglie adottavano come custodi delle loro effimere fortune?
Avevo compiuto qualcosa di intollerabile, e che la città non avrebbe tollerato. Avevo visto uomini più quieti e modesti di me bruciare tra le fiamme di un rogo altissimo, quasi un edificio, oserei dire non privo di eleganza; in questa città scorre il sangue dei rei; e la gente, vestita in vesti pittoresche, assai se ne diletta. Nulla rammento dei miei delitti, ma mai ho dimenticato quel momento di orrore, giacché sapevo che in nessun caso sarei riuscito ad argomentare a mia difesa, ad estenuare la violenza delle accuse, a spiegare come quei gesti empi racchiudessero un segreto gesto devozionale, forse un difficile inchino rituale. Non posso sperare di indurre quella folla ad una tregua; e dunque fuggo, spalanco la porta, e tengo la spada dritta davanti a me; si fa silenzio, la mia disperata audacia non spaventa ma stupisce, ed ecco che mi inoltro per il dedalo, il labirinto delle strade, sulla punta della spada mi faccio consegnare un cavallo e fuggo, lascio la città che non vedrò mai più; lascio certo qualcuno che amo, studi diletti, passeggiate pensose con amici di ardua compagnia, lascio una grande nobile biblioteca, e forse anche compagni viziosamente diletti, empi dibattiti sulla eternità delle pene infernali, giochi argutamente negromantici, lascio fantasmi che ho evocato ma non liberato dal mio potere e che ora forse ancora si dibattono per le strade di quella città di antica bellezza: gli dèi, gli dèi che dicono io abbia insultato, perdono ogni nome mentre io cavalco nella notte, non rammento più che cosa mai credessi, quali fantasie mi abbiano spinto a sfidare potenze di cui ignoro tutto, e che non nominerò mai più, né per preghiera né per imprecazione”… (“La palude definitiva”, di Giorgio Manganelli, incipit).
La morte del Super-uomo non è un fatto che si viene ad aggiungere ad altri fatti: è una mancanza. Ecco perché il Super-uomo quando si allontana lascia dei sostituti: qualcuno che s’impegni in un’esplorazione profonda e lacerante delle forme della notte per raccontare agli uomini un mondo in cui il buio della ragione ha preso il sopravvento sui lumi della civiltà.
La gravità secondo la curvatura dello spazio-tempo, il probabilismo che scaturisce dal principio di indeterminazione di Heisenberg, il gatto di Schrödinger, le fluttuazioni del vuoto secondo Hawking, l’anomalia dell’atomo di carbonio, l’importanza dei tocoferoli, la comprensione del tempo profondo, la chimica prebiotica e la chimica cosmica, il ritmo laurenziano, le “laudes creaturarum”, la scuola siciliana, lo stilnovo, le “Stanze” del Poliziano, i “Canti” di Leopardi e altro ancora sono degli ottimi cimenti per questo Super-uomo in pectore “…Non si pasce di cibo mortale/Chi si pasce di cibo celeste…”
Ma avrà l’ardire di presenziare alla Festa della Vittoria che si tiene ogni 4 di novembre acconciato con lo scolapasta in testa e il manico della scopa tenuto fra mano e spalla come si tiene il moschetto, per omaggiare un corteo festante trascinato dalle note della “Leggenda del Piave”? Ma avrà l’ardire di incitare Sancho suo scudiero alla tenzone dopo aver avvistato il gigante Gazebo che nottetempo ha occupato la piazza con tutto il suo esercito? Ma avrà l’ardire di intonare ad alta voce all’angolo tra Corso Garibaldi e via Mazzini, all’altezza della libreria Urso, le arie del “Rigoletto”?
(Nino Muccio)


LE PAGINE DEI LIBRI PANE E COMPANATICO
DELLA VITA DI NUCCIO CARUSO

Avola 21 marzo 2015, stiamo vivendo in diretta "Dalle otto alle otto per la pace e la poesia" per strade e piazze di Avola, con numerosi poeti di ogni parte d'Italia intervenuti qui anche per la chiusura della quarta edizione di "Libri di-versi in diversi libri" dedicata a Nuccio Caruso.
Le pagine dei libri pane e companatico... Così sinteticamente Carmela Di Rosa esprime in versi la vita di Nuccio Caruso, e infine Corrado Bono lo descrive come uomo dotto, sincero e onesto e amante del bello.
Nel nostro trekking urbano per Avola siamo arrivati alla casa di Nuccio Caruso, la figura che ad Avola viveva al di fuori dei consueti schemi della norma, ma uomo di straordinaria cultura che visse coi libri e per i libri. Per questo abbiamo “osato” dedicargli un concorso letterario, per la sua libertà di vivere e per il suo amore per i libri.
All'inizio di questo breve filmato Francesco Urso ricostruisce proprio davanti all'abitazione di Nuccio Caruso, in Via Roma ad Avola, la tensione di quell'inizio marzo del 2011, per il senso immanente di tragedia in quella porta allora sbarrata dall’interno, e di quel giorno, il 4 marzo, quando dopo aver bussato fortemente per l'ennesima volta, chiese l'intervento dei Vigili Urbani e dei Vigili del Fuoco. L'amico nostro fu trovato per terra, con dei libri appoggiati al volto e con accanto il suo pappagallino anch'esso morto. Negli accertamenti medico-legali che si fecero si retrodatò la morte ad un mese prima, al 4 febbraio del 2011.
Al funerale non furono presenti più di una ventina di persone...
Video di Pietro Mandia a perenne ricordo di quanti c'erano, nonché di tutti gli altri amici e poeti sparsi per il mondo, che non potevano esserci, ma anche di monito per quanti potevano esserci, e non ci furono.
Non è facile operare, come ci piace, con pochi mezzi e senza finanziamenti pubblici, e, per di più, con l'ostracismo becero del perbenismo culturale di provincia.
Eppure, in quella nostra solita dimensione nazionale di partecipazione e condivisione, ci sentiamo felici per quel che lasciamo nei ricordi di ciascuno dei partecipanti.

foto

Lunedì 7 marzo di quell'anno, il 2011, potevamo essere al massimo una ventina di persone in Chiesa, non di più, mancava anche quel coro che sempre, o quasi, c'è ad un funerale.
Don Giovanni Caruso, parroco di Santa Venera, si rese conto, più di noi, della considerazione che noi avevamo per quel nostro amico scomparso, e si dovette rendere conto, anche, della poca considerazione che, invece, dovevano avere quasi tutti quelli assenti.

Eppure, in quel momento nessuno di noi si aspettava questa esplicitazione:

"FU FELICE"
e, soprattutto lui, lo fu!

LETTERA SULLA FELICITÀ,
di Epicuro

Meneceo,

non si è mai troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell'anima. Chi sostiene che non è ancora giunto il momento di dedicarsi alla conoscenza di essa, o che ormai è troppo tardi, è come se andasse dicendo che non è ancora il momento di essere felice, o che ormai è passata l'età. Da giovani come da vecchi è giusto che noi ci dedichiamo a conoscere la felicità. Per sentirci sempre giovani quando saremo avanti con gli anni in virtù del grato ricordo della felicità avuta in passato, e da giovani, irrobustiti in essa, per prepararci a non temere l'avvenire. Cerchiamo di conoscere allora le cose che fanno la felicità, perché quando essa c'è tutto abbiamo, altrimenti tutto facciamo per averla.

Pratica e medita le cose che ti ho sempre raccomandato: sono fondamentali per una vita felice. Prima di tutto considera l'essenza del divino materia eterna e felice, come rettamente suggerisce la nozione di divinità che ci è innata. Non attribuire alla divinità niente che sia diverso dal sempre vivente o contrario a tutto ciò che è felice, vedi sempre in essa lo stato eterno congiunto alla felicità. Gli dei esistono, è evidente a tutti, ma non sono come crede la gente comune, la quale è portata a tradire sempre la nozione innata che ne ha. Perciò non è irreligioso chi rifiuta la religione popolare, ma colui che i giudizi del popolo attribuisce alla divinità.

Tali giudizi, che non ascoltano le nozioni ancestrali, innate, sono opinioni false. A seconda di come si pensa che gli dei siano, possono venire da loro le più grandi sofferenze come i beni più splendidi. Ma noi sappiamo che essi sono perfettamente felici, riconoscono i loro simili, e chi non è tale lo considerano estraneo. Poi abituati a pensare che la morte non costituisce nulla per noi, dal momento che il godere e il soffrire sono entrambi nel sentire, e la morte altro non è che la sua assenza. L'esatta coscienza che la morte non significa nulla per noi rende godibile la mortalità della vita, togliendo l'ingannevole desiderio dell'immortalità.

Non esiste nulla di terribile nella vita per chi davvero sappia che nulla c'è da temere nel non vivere più. Perciò è sciocco chi sostiene di aver paura della morte, non tanto perché il suo arrivo lo farà soffrire, ma in quanto l'affligge la sua continua attesa. Ciò che una volta presente non ci turba, stoltamente atteso ci fa impazzire. La morte, il più atroce dunque di tutti i mali, non esiste per noi. Quando noi viviamo la morte non c'è, quando c'è lei non ci siamo noi. Non è nulla né per i vivi né per i morti. Per i vivi non c'è, i morti non sono più. Invece la gente ora fugge la morte come il peggior male, ora la invoca come requie ai mali che vive.

Il vero saggio, come non gli dispiace vivere, così non teme di non vivere più. La vita per lui non è un male, né è un male il non vivere. Ma come dei cibi sceglie i migliori, non la quantità, così non il tempo più lungo si gode, ma il più dolce. Chi ammonisce poi il giovane a vivere bene e il vecchio a ben morire è stolto non solo per la dolcezza che c'è sempre nella vita, anche da vecchi, ma perché una sola è l'arte del ben vivere e del ben morire. Ancora peggio chi va dicendo: bello non essere mai nato, ma, nato, al più presto varcare la porta dell' Ade.

Se è così convinto perché non se ne va da questo mondo? Nessuno glielo vieta se è veramente il suo desiderio. Invece se lo dice così per dire fa meglio a cambiare argomento. Ricordiamoci poi che il futuro non è del tutto nostro, ma neanche del tutto non nostro. Solo così possiamo non aspettarci che assolutamente s'avveri, né allo stesso modo disperare del contrario. Così pure teniamo presente che per quanto riguarda i desideri, solo alcuni sono naturali, altri sono inutili, e fra i naturali solo alcuni quelli proprio necessari, altri naturali soltanto. Ma fra i necessari certi sono fondamentali per la felicità, altri per il benessere fisico, altri per la stessa vita.

Una ferma conoscenza dei desideri fa ricondurre ogni scelta o rifiuto al benessere del corpo e alla perfetta serenità dell'animo, perché questo è il compito della vita felice, a questo noi indirizziamo ogni nostra azione, al fine di allontanarci dalla sofferenza e dall'ansia. Una volta raggiunto questo stato ogni bufera interna cessa, perché il nostro organismo vitale non è più bisognoso di alcuna cosa, altro non deve cercare per il bene dell'animo e del corpo. Infatti proviamo bisogno del piacere quando soffriamo per la mancanza di esso. Quando invece non soffriamo non ne abbiamo bisogno.

Per questo noi riteniamo il piacere principio e fine della vita felice, perché lo abbiamo riconosciuto bene primo e a noi congenito. Ad esso ci ispiriamo per ogni atto di scelta o di rifiuto, e scegliamo ogni bene in base al sentimento del piacere e del dolore. E' bene primario e naturale per noi, per questo non scegliamo ogni piacere. Talvolta conviene tralasciarne alcuni da cui può venirci più male che bene, e giudicare alcune sofferenze preferibili ai piaceri stessi se un piacere più grande possiamo provare dopo averle sopportate a lungo. Ogni piacere dunque è bene per sua intima natura, ma noi non li scegliamo tutti. Allo stesso modo ogni dolore è male, ma non tutti sono sempre da fuggire.

Bisogna giudicare gli uni e gli altri in base alla considerazione degli utili e dei danni. Certe volte sperimentiamo che il bene si rivela per noi un male, invece il male un bene. Consideriamo inoltre una gran cosa l'indipendenza dai bisogni non perché sempre ci si debba accontentare del poco, ma per godere anche di questo poco se ci capita di non avere molto, convinti come siamo che l'abbondanza si gode con più dolcezza se meno da essa dipendiamo. In fondo ciò che veramente serve non è difficile a trovarsi, l'inutile è difficile.

I sapori semplici danno lo stesso piacere dei più raffinati, l'acqua e un pezzo di pane fanno il piacere più pieno a chi ne manca. Saper vivere di poco non solo porta salute e ci fa privi d'apprensione verso i bisogni della vita ma anche, quando ad intervalli ci capita di menare un'esistenza ricca, ci fa apprezzare meglio questa condizione e indifferenti verso gli scherzi della sorte. Quando dunque diciamo che il bene è il piacere, non intendiamo il semplice piacere dei goderecci, come credono coloro che ignorano il nostro pensiero, o lo avversano, o lo interpretano male, ma quanto aiuta il corpo a non soffrire e l'animo a essere sereno.

Perché non sono di per se stessi i banchetti, le feste, il godersi fanciulli e donne, i buoni pesci e tutto quanto può offrire una ricca tavola che fanno la dolcezza della vita felice, ma il lucido esame delle cause di ogni scelta o rifiuto, al fine di respingere i falsi condizionamenti che sono per l'animo causa di immensa sofferenza. Di tutto questo, principio e bene supremo è la saggezza , perciò questa è anche più apprezzabile della stessa filosofia, è madre di tutte le altre virtù. Essa ci aiuta a comprendere che non si dà vita felice senza che sia saggia, bella e giusta, né vita saggia, bella e giusta priva di felicità, perché le virtù sono connaturate alla felicità e da questa inseparabili.

Chi suscita più ammirazione di colui che ha un'opinione corretta e reverente riguardo agli dei, nessun timore della morte, chiara coscienza del senso della natura, che tutti i beni che realmente servono sono facilmente procacciabili, che i mali se affliggono duramente affliggono per poco, altrimenti se lo fanno a lungo vuol dire che si possono sopportare ? Questo genere d'uomo sa anche che è vana opinione credere il fato padrone di tutto, come fanno alcuni, perché le cose accadono o per necessità, o per arbitrio della fortuna, o per arbitrio nostro. La necessità è irresponsabile, la fortuna instabile, invece il nostro arbitrio è libero, per questo può meritarsi biasimo o lode.

Piuttosto che essere schiavi del destino dei fisici, era meglio allora credere ai racconti degli dei, che almeno offrono la speranza di placarli con le preghiere, invece dell'atroce, inflessibile necessità. La fortuna per il saggio non è una divinità come per la massa - la divinità non fa nulla a caso - e neppure qualcosa priva di consistenza. Non crede che essa dia agli uomini alcun bene o male determinante per la vita felice, ma sa che può offrire l'avvio a grandi beni o mali.

Però è meglio essere senza fortuna ma saggi che fortunati e stolti, e nella pratica è preferibile che un bel progetto non vada in porto piuttosto che abbia successo un progetto dissennato. Medita giorno e notte tutte queste cose e altre congeneri, con te stesso e con chi ti è simile, e mai sarai preda dell'ansia. Vivrai invece come un dio fra gli uomini. Non sembra più nemmeno mortale l'uomo che vive fra beni immortali.




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