Chiedo
a una sorella olandese di scattare alcune foto per me. Ve ne
allego alcune.
Non
mi va molto di andare per botteghe se non quando realmente necessario.
Non amo le cattedrali del consumismo e quando mi capita di entrare
in un supermercato ne esco dopo cinque minuti. Vedo, attraverso
uno spazio lasciato libero da cappellini e scialli di policromie caraibiche,
un negozietto modesto nel quale si alzano, ai lati della porta,
coloratissimi rotoli di non-so-cosa. Spinto dalla curiosità entro. Prendo in mano uno di quei rotoli
e realizzo che sono tappeti di paglia. La signora che gestisce
il negozio mi invita a distenderne uno sul pavimento.
È davvero molto bello, di un’estetica sobria nonostante
la vivacità dei colori.
La
signora mi corregge, non è un tappeto ma una stuoia per
dormirci sopra, e mi informa che è prodotta in Laos dalle
donne contadine. Riprendo in mano la stuoia, è solida,
leggera e facilmente pieghevole. Chiedo il prezzo, 100.000 dongs
che qui è una somma di rispetto ma che corrisponde a poco più di quattro euro. La compro
pensando di farne il mio dormitorio per il resto dei miei giorni.
Infantilmente
contento del mio acquisto me ne torno alla Pagoda Phap Van in attesa del bus per l’aeroporto.
Atterriamo
nella cittá imperiale di Huè. Centinaia di persone
accolgono Thay e la delegazione di Plum Village. Macchine
e autobus affollano il parcheggio mentre montagne di petali
di rose e fiori gialli di pruno ci cadono a pioggia sui corpi.
Ci dirigiamo alla Chua Tu Dam che è la pagoda principale della
cittá e la più antica. Dopo l’offerta di
rispetto ci incamminiamo per Tu Hieu, il tempio dove Thay è
nato alla vita monastica
all’età’di 13 anni Il momento è carico di emozioni. Dopo quaranta anni
di esilio Thay
ritorna nella sua casa. Ne era uscito da monaco solitario e
ne rientra da Maestro Zen mondialmente conosciuto con
un seguito di circa trecento persone più qualche centinaio
di praticanti locali..
Sono vicinissimo a Thay e ne approfitto per guardarlo attentamente
in viso, è stanco ma gli vedo negli occhi e sulle labbra
semisorridenti una profonda felicità che arriva, in compostezza,
da una lunga, lunghissima attesa.
L’indomani inizia una serie di conferenze pubbliche che continua
il flusso di comunicazione
iniziato a Hanoi e proseguito a Ho Chi Minh City. È ormai evidente che Thay sta seminando
i grani di una rivoluzione culturale dagli esiti imprevedibili.
Thay sta offrendo al Viet-nam
la sua visione del Buddismo adattata alla cultura occidentale.
Essenzialmente Thay parla della consapevolezza, quale veicolo
verso una vita di felicità, così come
esposta nei sutra del Canone Pali Satipattana e Anapanasati.
Questi sutra si trovano pure negli Agama del Mahayana. Thay
insiste anche, e con appassionata forza sullo sviluppo e il
mantenimento dello spirito di fratellanza.
Quanto tempo questi semi richiederanno per germogliare è arduo
prevederlo. Il suolo è da lungo tempo invaso dall’erba
e dalle gramigne della superstizione istituzionalizzata. La
fertilità di questo suolo è incerta ma esiste
anche una permacultura della spiritualità.
Masanobu Fukuoka ne sa qualcosa. Ho parlato con molte
persone, laiche e monastiche e tutte condividono il bisogno
di cambiamento e di approfondimento per quanto coscienti della
pesantezza e della falsità delle liturgie abitudinarie.
Mi diceva un parroco di
campagna, vecchio saggio e mio buon amico, che spesso le apparenze
sono la linfa vitale della essenzialità. Forse aveva
ragione.
L’indomani andiamo in una pagoda che è la sede di un istituto per avanzati studi
buddisti dove anziché l’insegnamento usuale Thay
offre agli studenti la possibilità di porre domande,
ma prima di iniziare Thay esplicitamente parla di corruzione
nel mondo monastico.
Ogni risposta è una miniconferenza e le domande sono tutte pertinenti, alcune anche ansiose quale
per esempio quella posta da una giovane monaca: Thay, come possiamo
praticare i tuoi insegnamenti senza che ci sia una guida costantemente
presente?
Thay promette l’invio trimestrale di insegnanti del Dharma da
Plum Village, dalla California e dal Vermont. Intanto tutti
gli insegnanti del Dharma di nazionalità vietnamita ma
temporaneamente residenti in Europa e
negli USA dovranno ritornare immediatamente in Vietnam
e rendersi utili.
Dopo il pranzo, come era già accaduto a Ho Chi Minh City, camminiamo per qualche
ora sul viale principale della città, diamo uno sguardo
al mercato coperto e rientriamo a Tu Hieu in minibus traversando
il ponte sul Song Huong, il Fiume Profumo o Fiume delle Fragranze
dove, se noleggiate un Sampan per una passeggiata navigante,
si possono ascoltare le cantatrici barcarole.
Qui tutto è verde, ovunque si guardi non c’è che
verde, alberi, erbe, cespugli, boschi di bambù, un’ossessione
di verde.
Andiamo per un breve tour turistico e visitiamo la cittadella imperiale
della dinastia Nguyen (1802-1945). La cittadella, costruita
dal re Minh Mang fra 1804 e il 1833,
è un insieme di padiglioni all’interno dipinti
di rosso e soprascritti in giallo. Sono i due colori che si
ripetono ossessivamente in tutto il Paese, anche nella bandiera
nazionale. Sono forse i colori karmici del Viet-Nam?
All’interno delle mura c’è molto verde, stagni di
nenufar e ampi spazi terrazzati in cotto.
La cittadella è un monumento nazionale e la trovate anche nelle
guide turistiche. Per quel che mi concerne è solamente
un relitto dell’arretratezza feudale che, per quanto di
recente costruzione, ricorda il maniero cintato di un baronetto
medievale; solo che i baroni usavano pietre mentre qui ci si
affida alla fragilità di legni dipinti.
Su una flotta di minibus arriviamo in un villaggio dalla piazza in
terra nuda dove parcheggiamo i mezzi di trasporto. Siamo 353
persone. A piedi passiamo un ponticello in pietra e ci inoltriamo
su una stradicciola a tratti cementata fra campi di riso e orti.
Andiamo verso il villaggio natale di Thay. In realtà
non c’è alcun villaggio nel senso comune del termine
ma varie casette seminate a caso e troppo recenti perché
Thay possa averne memoria. Solo il tempietto degli antenati
familiari resta al suo posto
ben guardato da due vecchissimi parenti di Thay. Niente
di speciale, il solito tempietto confuciano dedicato agli antenati
nel quale Thay entra con tutti gli onori, dai flauti ai parasole,
offre incenso all’altare e doni ai due guardiani. Solo
poche persone riescono a entrare con Thay, l’area è
troppo piccola. Alcuni, ovviamente caucasici, ne approfittano
per fare acrobazie su un ponte costituito da due aste di bambù
all’inizio e alla fine e da una sola asta in centro.
Sono stanco, stanchissimo; automaticamente mi incammino verso il ponte
in miniatura e la piazza dei bus
ma dopo qualche diecina di metri mi sento chiamare da
una voce femminile. Mi volto in direzione della voce e vedo
un gruppetto di tre monache inginocchiate sull’erba, i
loro sguardi e le loro braccia convergenti verso qualcosa davanti
a loro. Arrivo, mi inginocchio anch’io e guardo l’oggetto
del loro interesse: un millepiedi dall’aria itterica su
un tratto di ciottoli rossi molto comuni in questa zona.
Il vermiciattolo giallastro alza la protuberanza anteriore che suppongo
faccia funzione di testa
e saetta il
suo sguardo semiliquido contro i miei occhi. Per una snocciolata
di secondi i miei muscoli fremono e mi sento addosso il fenomeno
adrenalinico della pelle d’oca. Altro che millepiedi!
Lo riconosco d’acchito. Non ho dubbi, questa è
una vecchia conoscenza
la cui origine si perde dove il tempo non arriva. Sono mosso
da pietà mentre mi sento coinvolto in un delirio di grottesco
dal sapore d’infinito.
Il bacherozzo altro non è che l’ultima reincarnazione
di Kostanbhar il
più grande fra i signori della guerra nel mondo senza
pace di Mirlack, il più potente fra i Maghi-Dragoni nell’universo
dove fui posto a guardia della foresta degli alberi flauto.
Sovente Kostanbhar tentò di penetrare la barriera di
muschio trasformante che circondava il mio dominio ma sempre
ne fu respinto e per lungo tempo restò fra le sue montagne
a risanarsi le ferite delle frequenti guerricciole con altri
potentati di caimani volanti.
Sciaguratamente convinto dalla posizione delle stelle durante la notte
del suo novantesimo matrimonio Kostanbhar decise di sfidarmi
chiedendo la foresta in caso di vittoria e offrendo il suo regno
in caso di sconfitta. Il collerico alligatore non sapeva che
la foresta degli alberi flauto apparteneva al Consiglio dei
Nikantropi e che era pertanto imprendibile ma era fra i miei
doveri mantenere il segreto
né il mago-lucertola era consapevole che, grazie
alla mia natura, non avrebbe mai potuto vincermi.
Decisi, per il mio piacere, di
accettare il duello sapendo tuttavia che stavo per commettere
due errori fondamentali : uscire dalla foresta senza il permesso
del Consiglio e commettere un atto di violenza, grave delitto
nel codice dei Pacificatori. Ero
molto giovane, undicimila anni nel calendario terrestre,
amavo le avventure e decisamente detestavo Kostenbhar.
Ci incontrammo sul pianoro delle Nove Torce nel possedimento neutro del vecchio e povero dragone Matukrank
che ormai non combatteva più da oltre
ventuno generazioni.
Dal che mi vide il nemico mi saettò addosso un fiume di ardesia
fiammante che lasciai passare attraverso il mio corpo trasformandola
in missili di ghiaccio che sferrai nella bocca del serpentaccio.
Kastenbhar crollò al suolo privo dei sensi ma
si rimise in sesto di svelto e contrattaccò di lancia,
la sua famosa zagaglia incantatrice di giada magica.
Per quanto sapessi che il protervo giocoliere della guerra non poteva
infliggermi alcuna ferita, la vista del suo famigerato coltellaccio
da mattatoio mi avvampò lo spirito e chiamai dall’interno
del mio corpo la spada parlante dei
guardiani di Areteia.
Più veloce della
sua percezione mi fulminai
su Kostanbhar, ne avviluppai il corpo scaglioso nella
la sofficità del mio e ordinai alla
spada Gadhur di mozzargli
la testa.
Kostanbhar si dissolse in fiocchi amaranto di gas e rinacque molto tempo dopo nel mondo degli iguana
. Non sentii più parlare di lui per una dozzina di eoni.
Indietro nella foresta dovetti affrontare il prevedibile. La voce del
Consiglio arrivò severa
e implacabile. Posi la spada ai piedi del decano degli
alberi, mi sollevai al di sopra della foresta
e guardai per l’ultima volta il mio corpo di Nuvola
Mutante.
Mi ritrovai in sembianze umane seduto sul suolo di una capanna , nel
paese di Han , recitando e traducendo nel mio linguaggio alcune
delle risposte che,
nel Vajrachedka, Shakyamuni dà al Bodhisattva
Subhuti:
la realtà, caro Subhuti, è non-realtà, quindi possiamo chiamarla realtà.
Il giorno appresso andiamo alla famosa pagoda Linh Mu dove Tich Quang Duc fondò la Chiesa Buddista Unificata,
trasmise il Pratimoksha , cioè l’orinazione completa,
a Thay nel 1946
e da dove partì per Saigon su una Martin azzurra verso
il suo destino di Bodhisattva. Tich Quang Duc si immolò,
in segno di protesta contro il regime fascista e discriminatorio
di Ngo Dinh Diem, infiammando
il proprio corpo cosparso
di benzina l’11 Giugno 1963. La fotografia di Tich Quang
Duc in fiamme fece il giro del mondo.
Il relitto della macchina è in una stanza senza porta, visibile
da tutti . Al muro dietro la macchina è appesa la fotografia
del suo cuore pietrificato, l’unica parte del suo corpo
non incenerita dalle fiamme.
Chân
Phâp Y
Hué, Vietnam Centrale, il 27 Febbraio 2005
P.S. 01. Nel prossimo futuro vi racconterò in dettaglio la storia di Mirlack che l’arrivo
contemporaneo del Buddha e del Cristo
trasformò in tempio cosmico della pace.
P.S. 02. Tutte le fotografie allegate sono di Sister Sandra.

Un angolo del mercato Cho Tan Huong

Camminando in Ho Chi Minh City

Albero del Sapodilla

Bulgari in Ho Chi Minh City

PV in Ho Chi Minh City

La danza del drago
nel giorno del Tet

Sulla strada verso il villaggio di Thay
Lom Chom
Mang cau-Na
Longans
Due bambine dedicate
a futura vita monastica
Giovane novizio
alla campana della pagoda
Thay mostra la colonna sulla quale,
quand’era novizioScrisse di nascosto
Prendo il voto di salvare
tutti gli esseri viventi.
A quel tempo la colonna era ancora bianca.
Al tempio dei suoi antenati
Thay e' accolto da due
suoi distanti cugini.
Questo è uno di loro.
La venerabile Dieu Tri, 98 anni,
che conosceva Thay da bambino
e che e’
venuta ad accoglierlo
all’aeroporto di Hue’
Thay accolto dai venerabili all'entrata di Tu Hieu
Thay offre incenso
alla stupa del fondatore di Tu Hieu
Sulla stradina per Tu Hieu.
Alla destra la triplice porta
di un tempietto confuciano
Thay sulla strada del suo villaggio
All'aeroporto di Hue'
Quarta
lettera dal Viet-Nam La saggezza dellastuzia
impostora, quella del cambiar tutto per non cambiare niente,
è di astorica vecchiezza e probabilmente nasce con i
primi poteri organizzati.
Ci sono tuttavia eventi nella vicenda umana in cui questa saggezza
delloscurità sagoma comportamenti sociali e filosofie
di vita che possono resistere per millenni.
Il Gattopardo, e qui va per nome collettivo, non scoprì
molto sul tema; fu consapevole dellimbroglio storico e
con cinica intelligenza ne visse lesperienza. Dopotutto
apparteneva a unetnia che nulla perdette se non una bandiera
per acquisirne unaltra.
Il primo invisibile cambiamento per non cambiare fu invece dordine
eonico nel mezzo della prima epoca assiale di cui si abbia testimonianza.
Accadde in quel territorio che oggi è lIndia del
nord. La pervasiva corruzione morale della morente società
vedico-aryana aveva obbligato la casta braminica a riforme radicali
di autoprotezione in estremo. I Bramini riformatori codificarono
la nuova morale in testi a noi noti come Upanishad. La violenza
contro gli animali -labbattimento di cavalli, vacche e
ovini sia per laltare dei sacrifici che per il mercato
alimentare- era sì comune e inutilmente esagerata che
divenne unonta pubblica.
Chi rischiava di pagarne le conseguenze, in termini di estinzione,
era la casta sacerdotale,la più potente nellordine
delle quattro caste di potere, che più di altri abusava
della vita animale per le sue cerimonie sacrificali.
Consapevoli della destabilizzazione di quellasse portante
etico chera stato il coibente dellunità tribale
ariana i Bramini più astuti o più sensibili o
più perspicaci aprirono i portali a quella che fu poi
definita la prima rivoluzione culturale dellIndia. Definizione
incorretta per due ragioni: primo non fu una rivoluzione ma
una riforma con loccultato intento di essere contro-riformata;
secondo perché le idee che si portano dentro i germi
delle grandi rivoluzioni sono sempre idee, così arguisce
Anthony de Mello, della minorità di uno, cioè
di una sola persona. Infatti la prima vera rivoluzione culturale
in India fu opera del Buddha.
Le uccisioni di esseri viventi furono ridotte allessenziale,
per quanto il concetto di essenzialità sia sempre di
natura egoistica e comunque sempre dubitativo, e la rinascita
dello spirito ebbe inizio.
Quanto durò? Non lo sappiamo con certezza ma innegabilmente
per meno di un secolo.
Lo spirito della non violenza fu mantenuto vivo fuori dal Bramanesimo,
dai Jain e dal Buddha nonché da alcune sette tradizionali
che furono in seguito alle origini dellInduismo. In questa
continuità millenaria sta linfluenza positiva di
una riforma che altrimenti nacque per ben altri scopi.
Certo è che in successive Upanishad la necessità
di uccidere ciò che si muove, per cibo o per difesa,
è nuovamente sanzionata.
Il capolavoro della controriforma arriva con la sentenza, impeccabile
per sintesi e chiarezza, che dice uccidere per il sacrificio
non è uccidere.
Purificato della sua natura peccaminosa latto si spoglia
dellabito sporco della violenza,
ammazzare in guerra non è omicidio, non è genocidio,
non è strage. Assassinare un condannato a morte non è
delitto, si sostituisce il verbo con giustiziare.
La coscienza è salva, lanima è bianca.
Mi sono lasciato prendere da questa breve riflessione, già
lungamente e altrove elaborata più di un anno fa, dopo
il mio rifiuto di intervenire al programma di oggi che prevedeva
qualche ora di navigazione in sampan sul Song Huong e il rituale
della liberazione di pesci e uccelli. La liberazione di animali
catturati, in questa parte del Paese, è un atto liturgico
estremamente semplice, un solo gesto, praticato da laici e monastici,
come mezzo per accumulare meriti. Quali meriti? E per quale
ragione? Di fronte a chi? Mi sono astenuto dal parteciparvi
sebbene fossi già caduto nella trappola contribuendo
alla liberazione di alcune rondini.
Si dovrebbe scoraggiare luso di questa pratica che è
mostruosa sin dallinizio. La cattura degli uccelli o dei
pesci e il loro intasamento in gabbie e vasche dove muoiono
per soffocamento è una tortura inutile poiché
anche il profitto economico derivato dalla vendita degli animali
da liberare è di inconsistente rilevanza. Purtroppo anche
questa pratica è una ulteriore manifestazione di quanto
penetrata a fondo sia nel contesto culturale la trasformazione
della spiritualità in superstizione regimentata e di
quanto un atto di crudeltà, la cattura, non sia considerato
violenza.
Thay è fisicamente stanco e per alcuni giorni se ne è
rimasto nella sua stanza a farsi curare con massaggi e dieta
speciale. La venuta in Viet-Nam di Thay e della delegazione
di Plum Village sta suscitando opposte reazioni nel mondo buddista
vietnamita sia in Viet-Nam che in Europa.
Purtroppo ciascuno guarda alla propria bottega e non è
comunque facile comprendere la sottile strategia che Thay sta
giocando per convincere lOrganizzazione Buddista ufficiale
ad aprirsi e riformarsi prima che sia ingoiata dalla deflagrazione
morale verso cui sta correndo il paese.
Ciò che non piace ai religiosi vietnamiti allestero
è che Thay riconosca limpegno del Governo a sradicare
corruzione, delinquenza minorile, prostituzione sia minorile
che adulta e alcolismo. Ma Thay sottolinea che questo impegno,
per quanto forte e risoluto, non basta se prima non si ricostruisce
larchitettura morale del Paese. Quindi il suo non è
un riconoscimento passivo per ammorbidire le Autorità.
E larchitettura morale la si ricostituisce riconducendo
a nuova vita antichi valori mai obsoleti perché della
natura stessa dellesistenza. Da qui nasce la necessità
di spogliarsi dantiche liturgie e pratiche devianti.
Thay parla soprattutto ai giovani e parla di ascolto profondo,
di sviluppo del senso di fratellanza, di compassione e di impegno
sociale. I pilastri dellarmoniosa esistenza
Tutti, Governo compreso, lo ascoltano con estrema attenzione
e rispetto. Perché Thay parla di una verità oggettiva
difficilmente contestabile e visibile da chiunque.
Linaspettato riposo, si fa per dire, mi cede a indulgere
alla contemplazione del piccolo giardino davanti la porta della
mia stanza. Alberelli di tè dalle foglioline di pallido
verde che avvolgo in minute biglie da masticare o che lascio
in infusione per trenta secondi. Se fossero commercializzate,
queste foglie appena nate avrebbero letichetta di tè
bianco e costerebbero parecchi euro per grammo.
Ci
sono alberi di sampucé o sapodilla e alcune cactacee
rampicanti chiamate dragone verde e che producono un frutto
dalla forma attraente e dal gusto raffinatamente dolce. La fotografia
del Dragone Verde che vi ho inviato non vi è arrivata
perché contestuale alla lettera. Problemi forse di linguaggio
internet.Ve ne mando una separatamente.
Cè anche un alberino di limoncello senza frutti
ma con fiori -si dice zagare?- dal profumo intenso e dalla tessitura
morbida per quanto densa.
Gli alberi di Jackfruit, forse conosciuto in Europa con il nome
portoghese di Jaca ma non ne sono certo, si sprecano.
I frutti di questalbero, enormi palloni verdi da rugby
interamente ricoperti da protuberanze dure ma non spinose, nascono
direttamente dal tronco, da ogni parte del tronco, dalla cima
al rasoterra. Si mangiano crudi o cotti in salsa dolciastra
e perfino fritti. Quel che si mangia è una polpa bianca
ricchissima in fibre attaccata attorno ai semi che hanno la
dimensione di una noce. Lalbero è di origine Malay,
ovvero della penisola formata dalla Tailandia sudoccidentale,
dalla Malesia occidentale e dallisola di Singapore. Ve
ne invierò una foto.
Che dire dei Frangipani? Ovunque volgo lo sguardo ne vedo uno,
in questa stagione purtroppo senza i suoi fiori dai variegati
colori e dalla fragranza gentile. Deve il suo nome al marchese
italiano Muzio Frangipani del sedicesimo secolo ma è
conosciuto anche come Plumeria che mi sembra nome più
bello.
Questa mattina sono andato, con altri due fratelli, allantico
mercato di Dong Ba, istituzione storica di Hué e del
quale Thay parla in alcune sue storie. Ci sono andato per comprare
unerba nera e disseccata che infusa dà un tè
medicinale amarissimo ma efficace per il mantenimento dellequilibrio
trigliceridi- colesterolo. Lerba si chiama Chè
Dang e va per dodici euro al chilogrammo, prezzo proibitivo
in Vietnam ma giustificato: le foglie vengono dalle montagne
dove sono preparate a mano dalle piccole etnie locali.
Nientaltro mi attrae in questo mercato dove dolciumi iperzuccherati
e merci in sintetico provenienti dalla Cina si impilano fino
allaltissimo soffitto.
Ci instradiamo verso luscita per ritrovarci sotto una
pioggia monsonica senza alcun riparo di parapioggia o di giacconi
impermeabili. La mia testa appena rasata è coperta da
un berretto di lana artificiale, le scarpe di robustissima fattura
americana aprono discreti e segreti passaggi allacqua.
Mi sono appena rimesso da tre giorni di febbre influenzale.
Che facciamo?
Semplice, se nellintimo della mente siamo convinti che
la pioggia non esiste, allora la pioggia non esiste e non può
quindi bagnarci. Detto fatto siamo già sul ponte del
Song Huong e mica tanto di corsa, lo zen è zen.
Prendiamo la strada che fiancheggia lhotel Saigon-Morin,
monumento dellepoca coloniale costruito allinizio
del 900, glissando sotto le tettoie dei negozi quando
vedo uninsegna che mi attrae: Mandarin Café . Confesso
di essere una vittima volontaria, inveterata e felicissima della
bevanda nera, amara e calda che viene dalla filtrazione di questi
fagioli tostati e macinati che girano il mondo sotto il nome
di caffè.
Invito accolto, entriamo. Siamo fradici inzuppati fino ai canali
delle ossa. Lo zen non ci ha salvato.
Riassestati alla meglio dopo aver consumato tutti i tovaglioli
di carta dei quattro tavoli a portata di mano ci sediamo e aspettiamo
che qualcuno venga a chiederci cosa vogliamo. Non ceravamo
accorti, gli occhi semichiusi dallacqua, che almeno quattro
persone sono intorno a noi sorridenti e curiose.
Ovviamente chiedo un primo caffè mentre gli altri due
vorrebbero mangiare qualcosa. Nellattesa giro lo sguardo
attorno. È una stanza stretta e lunga, come spesso se
ne trovano anche a Parigi, con una parete interamente tappezzata
di fotografie 40x60 senza cornici, senza descrizioni. Finisco
il caffè e mi alzo per guardare da vicino le foto. Resto
quasi senza fiato. Sono opere darte, sono la creazione
di un occhio magico che sa vedere lanima degli oggetti,
che sa penetrare linterno della sofferenza umana, che
illumina la miseria senza defraudarla del suo stato di ingiustizia.
Lautore si chiama Pham Cu ed è il proprietario
del Mandarin Cafè che funge anche da agenzia turistica,
biglietteria aerea, noleggio di auto, barche, motorette e biciclette.
Non ho chiesto, per pudore, se noleggiassero anche impermeabili.
Sono al mio terzo caffè, beandomi delle immagini che,
in formato cartolina, la signora Cu mi ha voluto regalare quando
un signore piccoletto, sulla sessantina, formalmente cortese
si avvicina al tavolo e si presenta. È il signor Pham
Cu, lartista fotografo, ha esposto in Italia e in Francia,
conosce Thay da quarantanni e da altrettanto tempo non
lo vede, mi mostra lultimo libro di Thay in lingua Vietnamita
e mi parla del villaggio di sampan, la gente che vive sul fiume,
invitandomi a visitarlo.
Ora è quasi tardi, la pioggia non cessa di sacrificare
le strade piene di buche e i marciapiedi sventrati.
Ci guardiamo lun laltro, ci sorridiamo e alla faccia
dello zen chiamiamo un taxi.
Chân
Phâp Y, Hué 06 Marzo 2005
Tutte le fotografie allegate sono di Sister Sandra