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Alle soglie del "témenos"

di Sebastiano Burgaretta

Un racconto quasi sommesso, che emoziona, dando l'impressione d'esser lì, nascosti dietro ad un carrubo, a spiare i "due amici" impegnati nella loro ricerca della memoria

       

In uno degli innumerevoli ritorni in Sicilia, tra quelli ispirati dal "desiderio di conforto, d'amici costanti lungo il tempo", capitò, nel cuore di un'estate torrida, che Vincenzo Consolo si spingesse ancora una volta fino alla plaga ubertosa dell'Eloria Tempe, alle soglie del "témenos", del recinto sacro a Demetra.

Durante il tragitto in automobile, lungo il segmentato intreccio dell'antica via Elorina con le moderne strade provinciali di campagna, l'amico che l'accompagnava, di tanto in tanto, rompeva il silenzio, per dare indicazioni e spiegazioni sui particolari naturalistici e storici del territorio via via attraversato. Lo scrittore assentiva, chiedeva qualche chiarimento, domandava, sempre in tono sommesso e con riferimenti precisi. Fotografava ogni cosa, in immagini e pensieri, nella sua mente. Da nessuno mai è stato visto scrivere appunti nel corso di visite o escursioni. Probabilmente la memoria gli ha sempre consentito di rimandare l'urgenza dello scritto al momento solitario del confronto serale col taccuino.

In campo non si concede distrazioni, non perde alcunché di ciò che vede. Osserva, scruta, registra, conserva; nulla si lascia scivolare via, tutto invola con ansia conoscitiva sempre nuova.

Lungo il pendio leggero che immette nella vallata amena l'amico gli indicò un gruppo di cinque o sei piante secolari, le cui fronde lambivano il terreno. "Son carrubi! Disse di colpo lo scrittore. Fermiamoci un momento. Da molto tempo non prendo in mano e non mangio una carruba". Fermata l'automobile al bordo della strada, nel silenzio totale di quel luogo, i due violarono il limite del campo, ch'era senza recinzione. A pochi metri sorgevano, custodi di memorie senza tempo, gli immensi carrubi, sotto il primo dei quali Consolo entrò, chinandosi, seguito dall'amico. Sparsi, qua e là in cerchio sul tappeto soffice di foglie, stavano grosse pietre calcaree squadrate, disposte a mo' di ceppi con funzione di sedili preparati, in tutta evidenza, dai gitanti domenicali, di quelli che cercano riparo dal solleone nell'ampio ventre di questa pianta ricca di foglie coriacee e larghe. Allungato un braccio, lo scrittore staccò una carruba da un ramo. Prese a tastarla, carezzandola quasi col movimento delle dita contro il cavo della mano.

L'amico ne colse due e porgendogliele disse: "Sciabbuli son dette queste al mio paese. Quelle piccole e ricurve si chiamano jacuna". Si chinava nel frattempo Consolo, a raccogliere dal tappeto di fogliame due carrube giacenti al suolo asciutte e rinsecchite. "No, no, basta così. Non prenderne più. Bastano queste", rispose, addentandone una e avviandosi a lasciare l'ombra protettiva dell'albero secolare. Pochi minuti di macchina e furono alla meta di quel giorno: la città greca di Eloro, dove lo scrittore tornava volentieri.

Dai ruderi del tempio della Madre risalirono lungo le mura a settentrione, penetrando nei recinti cosparsi di cocciame, tra i conci fatti luminosi dalla luce solare meridiana.

Era un giorno dell'estate malinconica che l'uomo delle Chesterfield viveva a Milano, in via Solferino, accogliendo nella casa amica, con pazienza senza fine, gli amici che andavano a trovarlo. Era in pena Consolo per lui, e nel silenzio preferiva sciogliere il dolore, lui che pure in pubblico si affida alla parola salvifica, alla parola che esprime i sentimenti, alla parola tagliente che redime la memoria degli uomini. Precedeva l'amico di pochi passi, lentamente avanzando tra le pietre. Era assorto, isolato a tratti nei pensieri. Si chinava qua e là a toccare i conci, seguendone con le dita della mano le pieghe modellate dal piccone e levigate dal tempo.

Il tocco attento finì, a un certo punto, per risolversi in carezza delicata e perdurante della mano. Il viso poi, rosso per la commozione, trattenne malamente la pressione di una lacrima al ciglio inumidito. Qualche minuto dopo, fuori dal recinto, infranse quel silenzio debordante oramai verso il rito: "Scusami, disse, se mi sono emozionato. E' che penso a tutti quelli che di qui sono passati e che hanno toccato queste pietre…".

Finché raggiunsero la macchina i due più non proferirono parola. Da solo a casa, poi, l'amico corse a rileggere quanto l'uomo aveva scritto un anno prima: "Io non so che voglia sia questa, ogni volta che torno in Sicilia, di volerla girare e girare, di percorrere ogni lato, ogni capo della costa, inoltrarmi all'interno, sostare in città e paesi, in villaggi e luoghi sperduti, rivedere vecchie persone, conoscerne nuove".

Una voglia, una smania che non mi lascia star fermo in un posto. Non so. Ma sospetto sia questo una sorta d'addio, un volerla vedere e toccare prima che uno dei due sparisca.
 


 

 

 

Questo scritto è tratto da: http://www.dionysosmagazine.com/consolo/articles/burgaretta_01.asp

Notizie su Burgaretta
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