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Sebastiano Burgaretta



Sebastiano Burgaretta, L’opera dell’uomo a Cava Grande del Cassibile, 1992, 8°, pp. 240, ill.,  25,00 – ISBN 978-88-96071-31-1 acquista
Sebastiano Burgaretta, I fatti di Avola, 2008, 8°, pp. 142, 15,00 – ISBN 978-88-96071-08-3 acquista
Sebastiano Burgaretta, Di Spagna e di Sicilia, 2001, 8°, pp. 208,  14,00 – ISBN 978-88-6954-099-8
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LIBRI IN PRONTA CONSEGNA NELLA LIBRERIA EDITRICE URSO

Sebastiano Burgaretta
L'opera dell'uomo a Cava Grande del Cassibile
1992, 8°, pp. 240,
con illustrazioni di Giuseppe Leone
e mappa della riserva del prof. Salvatore Grande
€ 25,00acquista

 
copertina

Sebastiano Burgaretta dipinge il territorio del Cassibile, attraverso essenziali segni di storia e di vita: è così dal fare dei Siculi, ai tempi a noi più recenti. Al centro, l'intero bacino della Cava Grande, punteggiato da grotte (Grotta Giovanna, Grotta Perciata, Grotta del Serpente, ecc.); e, in tal sito, vari trappeti, una conceria, i tanti mulini, i depositi per le derrate (maiazzé), i fienili (pagghialora), gli edifici sacri (le cappelle campestri), le fornaci (carcara), le case, e così via.
Con mappa della riserva realizzata dal geologo Salvatore Grande e con splendide foto di Giuseppe Leone.

Di Spagna..."Di Spagna e Di Sicilia" (Libreria Editrice Urso, € 14,00acquista) è un libro di elzeviri che, e nella autografia critica del suo Autore e nella confettura del suo Editore, ricorda integro il sapore del buon pane fatto in casa, nel forno a legna di pietra. Un'artigianalità meritoria nell'anonimia, oggi, della editoria ipermercantile dagli inchiostri anemici e dalla sciatteria grafica. blank e contenitore in cui le minime imperfezioni diventano suggestioni, unicità, singolarità nel mare magnum delle narcotizzanti omologie, omografie, omotipie.

Fotoda sinistra: Ciccio Urso, Sebastiano Burgaretta,
Silvana Grasso e Corrado Dipietro
nella Libreria Editrice Urso
in Corso Garibaldi 41 ad Avola

La monotonia della sedicente e arrogante critica da perfezione trova in questo volume l'originalità e l'extravaganza della imperfezione assunta come vaghezza, della diversità adottata come giudizio. Il testo di Burgaretta nell'edizione Urso realizza la copula perfetta di due artigiani della sana provincia siciliana che del buon libro e della buona parola fanno ragione di vita, o meglio religione di vita quotidiana.
Di Spagna e Di Sicilia è il palcoscenico letterario che dividono scrittori poeti pensatori, spagnoli e siciliani, affratellati da un dna emotivo e culturale, passionale e sciabolante tale che l' indimenticabile Leonardo Sciascia non esiterebbe oggi a confermare che andare per la Spagna è, per un siciliano, un continuo insorgere della memoria storica, un continuo affiorare di legami, di corrispondenze. L'occhio acuto di Burgaretta mosso da apuleiana curiositas fiuta analogie, scava col seghetto dell'archeologo nel misterioso dedalo delle genie culturali sicule-ispane, con curiosità itinerante e intuizione rabdomantica.
Già Plutarco ne
Le Vite Parallele aveva, al di là d'ogni presunzione razziale e culturale, individuato i Grandi e la Grandezza e nel mondo greco e nel mondo romano, ghigliottinando quella spregevole apartheid genoculturale che stabiliva primati e primazie . La crazia culturale non è un fatto di razza, né di gene, ma di virtù e talenti, che fecondano ovunque. Al di là e a dispetto dei territori e delle frontiere, al di là dell'ottusità della convenzione e dell'istituzione che congela embrioni di intelligenza, ignari accusatori dell'altrui mediocrità. Mai come oggi, dopo l'11 settembre, in tempi di terrorismi di nuova genitura e di vecchissima fecondazione , l'intuizione di Plutarco veicola vangeli di verità sapienziale.
Tornando all'Avolese, Jano Burgaretta è personaggio onnipresente nel suo territorio, a volte protagonista, altre deuteragonista, altre ancora, semplice comparsa. E' preziosa Vestale, il professor Burgaretta della storia travagliata della sua Avola come dell'alchimia di certi personaggi di cui persino la famiglia genetica, anagrafica ha perso memoria.
Dal suo libro mi piace ricordare Giuseppe Bianca, un
Catone avolese, nato nel 1801, che sembra uscito dalla penna di Cornelio Nepote. “Uomo di vita austera, tutto d'un pezzo, che mandò al diavolo l' avvocatura per la botanica”.
"Uomo di costumi antichi – si legge – alieno da pubblici rumori, aborrente dalle lodi e dalle onorificenze, sobrio , integerrimo, innamorato di quiete e solitudine”.
Basterebbe tale cammeo di catoniano costume come cartina di tornasole di Burgaretta scrittore, poeta, critico ma soprattutto galantuomo che disseppellisce dalla incuria memoriale di chi sopravvive uno studioso dimenticato, sopravvivente solo in virtù d'una via e d'una scuola che ne portano, in scolorita lapide, il nome ormai predato dalla dimenticanza.
Un uomo di vecchio stampo, il Bianca, che rifiutò cattedre universitarie ovunque, quelle stesse per cui oggi si scannano a colpi di calunnie e scimitarre in tutti gli atenei. Quest'uomo che studiava il carrubo e i Carmi di Catullo , studiava il mandorlo e traduceva in latino Il
Cinque Maggio manzoniano. Uomo grande e serio, conoscitore dell'animo umano non meno che della vegetazione delle Madonne, tale profeta dell'altrui incuria che, a chi insisteva per ritrarlo, ebbe a dire con sofìa e ironia Perché farmi il ritratto? I miei figli potrebbero avermi un certo riguardo, ma i miei nipoti se ne servirebbero per coperchio di giara.


Silvana Grasso

Copertina

Sebastiano Burgaretta, I fatti di Avola, 2008 (Terza edizione)
8°, pp. 142, 15,00

EAN 978-88-96071-08-3acquista

Questo volume che ripropongo in nuova edizione fu il primo volume da me pubblicato e segnò nel 1981 la nascita della mia attività editoriale; il libro è contemporaneamente anche il primo libro pubblicato da Sebastiano Burgaretta e, sicuramente è il mio best e long-seller, con oltre duemila copie vendute.
È stato da me riedito nel 1998, dopo tante richieste di lettori, con un saggio di Giuseppe Astuto e un'intervista-novità all'avv. Fausto D'Agata (vicesindaco di Avola all'epoca dei fatti).
Il 2 dicembre di quel famoso 1968 ad Avola ebbe tragico epilogo uno sciopero di lavoratori dell'agricoltura che si protraeva da oltre dieci giorni per giuste rivendicazioni sindacali.
La polizia sparò e due di quei braccianti, Angelo Sigona e Giuseppe Scibilia, furono uccisi e altre decine di lavoratori feriti.
Ministro dell'interno dell'epoca era il democristiano Franco Restivo, siciliano.
Tutta l'Italia si sdegnò e un numero infinito di manifestazioni si svolsero ovunque.
A seguito dei Fatti di Avola l'allora ministro del lavoro, il socialista Giacomo Brodolini, venuto ad Avola il 4 gennaio 1969, qui promise una emanazione di norme a favore dei lavoratori, e così in effetti fece, con la legge 300 del 20 maggio 1970, conosciuta come lo Lo Statuto dei lavoratori.
L'intera storia di quegli eventi è documentata nel libro di Sebastiano Burgaretta dal titolo I fatti di Avola, adesso riproposto dalla Libreria Editrice Urso nella sua terza edizione, per far conoscere ai giovani quella brutta storia e, ricordarla, a chi facilmente dimentica.

Francesco Urso

I libri di Sebastiano Burgaretta
pubblicati dalla Libreria Editrice Urso

Avola 18-8-2018 – Sesta edizione di "PoesiAvola",
a cura di Francesco Urso della Libreria Editrice Urso di Avola (Sr).
L'intervento di Sebastiano Burgaretta
con la sua poesia dedicata a Ibn Hamdis, il poeta arabo-siciliano di Noto (1056-1133)

Eravamo nello spazio del Bar "Girlando" di C. Iacono in Corso Garibaldi ad Avola.
Per altri video, collegati all'esperienza di "PoesiAvola", vai in
https://www.youtube.com/playlist?list=PLzsmMXJh3TIOXUSgJdSX1CwfBsBRcxrlB
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A IBN HAMDIS

Cu n'avè-ddir'a-nnui,
limarra ri lu munnu,
ca sta terra matturiata,
pistata ri tutt'e-mmarriciuta,
s'avê-ffari pont'e-ppararisu,
ppi-llàzzar'e strazzùn'assicutati
arrèri, dopu tantu tempu
ca nun-çiòv'e-mmancu
nuvuli preni r'acqua s'appènnunu
nto çel'azzurru, c'arristàu
stampat'a-ffoc'ardenti
nta-ll'occi stramuntati r'Hamdis?
Frati miu sbannutu ppi n'aternu,
Ibn amurus'e scunsulatu,
si pèssir'i iardina fitti
e-ddanni ca viristi ntâ marina.
A terr'è-gghjars'e-ccina
ri çiaccazzi mpatiddati.
Se turnassitu ravèru, comu riçi,
s'abbarruiss'a menti tova ntunnamenti.
Dda casa ri Not'ê sdirrubbata tutta;
Ddiu nun çi ntisi ri ssu latu.
Ora succi, can'ì mànnir'e-llattruna brivittati
Scalìin'e-mmanciunu ri mprisa.
Aer'âgghicàr'Î to cuçini,
chíddi râTunisia e ddi Manila.
I stracquar'â-ttutti nsuprasattu,
ppô-rrispettu râ liggi rê briganti,
a iddi ca n'anu-ddirittu
e-ssû-ll'ùniçi ca sbrannìinu
ppi-bbéniri nta stu nfernu
ri focu e Adi vilen'ârnmusculatu,
unni cupassa, macari ri luntanu,
sput'é-gghetta feli ri sintenzi.

Sebastiano Burgaretta

Vi parlo di un libro...

DIALETTO; LINGUA VIVA

di Sebastiano Burgaretta

dialettoQueste pagine, certamente non esaustive, sono state scritte da un dilettante, ma di un dilettante nel senso etimologico del termine, cioè di una persona che ha osservato e studiato per diletto il suo dialetto e la gente che lo parla. Con questa clausola, che intelligentemente si libra tra il sussiego e l’autoironia, Salvatore Di Pietro congeda il suo corposo studio I perché del nostro dialetto. Storia linguistica e sociale della Sicilia, edito dalla Libreria Editrice Urso di Avola. E’ un’affermazione che fa onore alla modestia dell’autore e all’amore che egli, con questa articolata ricerca, dimostra di coltivare verso la sua terra e le persone che l’abitano. Non a caso il sottotitolo rende assai bene lo spirito e il registro che animano e guidano le linee generali di questo prezioso strumento, finalizzato a una conoscenza critica del nostro dialetto e a un approfondimento consapevole e articolato del rapporto che ogni uomo dovrebbe avere con la propria lingua di appartenenza, se vuole mantenere salde le radici della propria identità storico-memoriale e promuovere la propria crescita socio-culturale, senza svendere sé stesso e il proprio portato antropologico-culturale al facile e allettante supermercato della globalizzazione indiscriminata e omologante.

Effettivamente il risultato dell’ampio studio di Di Pietro si configura con i caratteri propri di una ricerca sociale e di costume, oltre che linguistica, della Sicilia e, in particolare, delle città sorelle di Avola e Noto. Ne sono prova evidente, confermata peraltro nel corso della ricerca tutta, le notizie ragionate, e spesso anche comparate, relative agli effetti che nel tessuto linguistico della Sicilia hanno prodotto fenomeni sociali di grande rilevanza, come l’emigrazione e la mafia con il loro corredo socio-antropologico e, di conseguenza, anche linguistico, talora persino con la creazione di veri e propri gerghi settoriali, quali, ad esempio, u brucculinu e u baccagghju.

Di PietroSecondo l’affermazione dello stesso Di Pietro, questo suo studio appartiene alla categoria del <prima che sia troppo tardi>, stante l’eutanasia linguistica che a suo dire viene indotta nella nostra società negli ultimi anni da quanti tendono a italianizzare la loro parlata. E quindi è un contributo di amore per uno strumento linguistico che è al tempo stesso strumento di cultura e di civiltà, anche se probabilmente un timore come il suo può apparire eccessivo e in contraddizione con quanto egli stesso afferma, quando poco prima puntualizza, a ragione, che il nostro dialetto, come del resto qualsiasi altro dialetto, essendo una lingua viva e usata soprattutto nella comunicazione orale, ha subito delle continue metamorfosi. Ed è nella natura stessa delle lingue proprie della comunicazione orale il dover subire continue trasformazioni, integrazioni e sostituzioni, esattamente come in un corpo vivo che rinnova le sue cellule pur nel mantenimento della matrice genetica di fondo. Per questo io sarei, al riguardo, meno pessimista, nulla togliendo al rimpianto e alla nostalgia per quanto si va tralasciando e/o perdendo, ma nondimeno con la fiducia nella vitalità di un volto sempre nuovo di un corpo antico. Del resto simili considerazioni sono state sempre fatte nella storia del nostro dialetto, lungo il corso dei secoli, ad opera di studiosi e cultori. In quanto corpo vivo una lingua non può non trasformarsi evolvendosi. Tanto per restare in Sicilia, se si va a leggere, per esempio, un testo siciliano di età medievale, allorché cioè il nostro dialetto aveva dignità e ruolo di lingua ufficiale, ci si accorge di esser quasi davanti a un altro idioma, talmente variegato è l’esito dell’evoluzione plurisecolare subita dal corpo vivo della lingua siciliana, che ai nostri giorni, per motivi di ordine storico e culturale, viene ascritta all’ordine dei dialetti.

Come corpo vivo il siciliano emerge anche dall’attenta ricerca e dalla metodica osservazione che sulla nostra lingua madre ha condotto Salvatore Di Pietro; un corpo vivo che parla della gente che lo adotta e tratta del cammino storico-culturale che questa gente ha compiuto e ancora compie. Un supplemento di analisi, che si aggiunge ad arricchire il lavoro, è fornito dalla storia personale e dalla condizione peculiare di vita dell’autore, che è nativo di Avola, dov’è vissuto per i primi venticinque anni di vita, e abita a Noto da ventisei anni. Gode perciò del privilegio di conoscere bene i sottodialetti delle due città e di poterne fare, nel contesto della sua metodica analisi, uno studio comparato, che rileva, con puntualità e lodevole acribia, somiglianze e differenze che i cittadini dei due centri conoscono ma sulle quali magari non si sono mai sentiti spinti a indagare, per individuarne le ragioni storico-culturali.Di Dietro guida il lettore anche in questa direzione in tutta quella parte, assai ragguardevole, dello studio dedicata agli aspetti morfologici e sintattici dei due sottodialetti fratelli di Avola e Noto.

Ne viene fuori un ricco documento linguistico ragionato che è una vera e propria grammatica viva, la quale, come giustamente afferma l’autore, non è una rassegna di regole, ma il risultato dell’indagine sistematica dei meccanismi che determinano i fatti linguistici e che, generalizzandosi, trovano applicazione pratica nelle strutture delle frasi. Ed è anche un documento di alto valore culturale che, in virtù della condizione esistenziale, per così dire, ancipite dell’autore e dell’esito cui per ciò stesso questi è pervenuto con questo lavoro, avvicina una volta di più le due città sorelle. Un documento, dunque, che, anche per questa ulteriore ragione, oltre che per quelle intrinseche, non dovrebbe mancare nelle case degli avolesi e dei notigiani più attenti e aperti alla vita e al destino dell’uomo. Un documento che conserverà nel tempo il suo valore e del quale perciò il lettore farebbe bene a ringraziare, riconoscente, autore ed editore, con l’auspicio che ci siano tra noi, e sempre più numerosi, dilettanti come Salvatore Di Pietro.


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