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Salvatore Di Pietro
SPAZIO A CURA DELLA
LIBRERIA EDITRICE URSO

e-mail info@libreriaeditriceurso.com
vedi Catalogo Libreria Editrice Urso

Racconti dialetto

 

 

NOVITÀ
IN LIBRERIA

Salvatore Di Pietro
Il cancello chiuso (Ingresso gratuito)
2012, 8°, pp.
80
Collana Mneme 37
ISBN 978-88-96071-92-2
10,00acquista

copertina

Chi ha avuto l’opportunità e il piacere di leggere la recente raccolta di racconti dal titolo Nella valle dell’ozio di Salvatore Di Pietro, sa che al Nostro piace giocare un po’ con il lettore, avvincerlo e a volte un po’ confonderlo con situazioni spesso strane che si snodano fra l’ironico e l’assurdo. Non si sorprenderebbe, pertanto, leggendo, come io non mi sono sorpreso, questa sua primizia, Il cancello chiuso, un racconto inedito che scorre nello stesso alveo gradito dalla penna del Nostro.

  Qui, anzi, il gioco si spinge ancora più oltre in direzione del paradosso: il protagonista giunge presso un cancello chiuso al di là del quale c’è una strana città nella quale riesce a entrare soltanto scavalcando quel cancello che il custode, ripetutamente invitato ad aprirgli, non si è preoccupato né di farlo né di rispondergli.

  Si viene così a trovare in una città di morti, che è appropriata metafora (nel sentire, non senza qualche ragione, di Di Pietro), della città dei vivi nella quale il protagonista vive...

Benito Marziano

Salvatore Di Pietro



locandina


LIBR'AVOLA: CONCLUSO L'ULTIMO APPUNTAMENTO DEL 2009
DUE AUTORI HANNO PRESENTATO DUE AUTRICI


5_12_2009
Natalia RomanoSi è concluso felicemente l'ennesimo appuntamento di ''Libr'Avola'' di sabato 5 dicembre 2009 promosso e organizzato dal libraio editore Francesco Urso nel salone conferenze del Centro Giovanile e Culturale di Via Mattarella ad Avola.
Gli scrittori Nino Muccio e Salvatore Di Pietro, nello spirito dell'iniziativa, dedicata ogni mese da ottobre a giugno di ogni anno a incontri su autori e opere della libreria Editrice Urso, hanno presentato due nuove autrici nel campo della poesia e della narrativa.
Il prof. Nino Muccio, autore del romanzo ''L'Ammiraglio e l'America'', ha presentato ''Un po' di me attraverso il mare'', l'opera prima poetica di Giusi Cancemi, avolese di nascita, ma residente a Marzamemi e attaccata amorevolmente all'altra citta' vicina, Portopalo di Capo Passero, comune piu' a sud d'Italia, dove nel Salone ''Don Bosco'', nello scorso 13 settembre per la manifestazione ''LIBRIPORTOPALODICAPOPASSERO'' lo stesso Muccio e altri artisti, musicisti e poeti si erano occupati della prima presentazione del medesimo libro.
Il prof. Salvatore Di Pietro, autore con la Libreria editrice Urso del saggio ''I perche' del nostro dialetto'' e della raccolta di racconti ''Nella valle dell'ozio'', ha presentato ''I colori del silenzio'', i racconti di Natalia Romano, anche lei alla prima opera, autrice di racconti di grande impegno narrativo su temi scottanti della quotidianita' e spesso su condizioni limite di esistenza.
Di Pietro assieme alla scrittrice RomanoE' seguito un interessante dibattito in cui sono intervenuti Benito Marziano, Graziella Schirina', Leonardo Miucci e la giovanissima (Erica Coffa di anni 12) che in appena quaranta minuti ha saputo leggere in sala tutti i racconti della Romano e ne ha insolitamente parlato, meravigliando il pubblico per la straordinaria capacita' di lettura e di sintesi.
Tutti gli autori intervenuti hanno condiviso l'attenzione alla scrittura altrui, spirito di altruismo che nelle intenzioni dell'editore e' da incrementare e condividere. La manifestazione e' stata inoltre caratterizzata anche dal desiderio di imporsi nel territorio all'attenzione degli spiriti sensibili, nonostante tutte le difficolta' del tempo presente, nonostante la disattenzione della stampa quotidiana locale e il disinteresse verso i temi della cultura senza fronzoli dei cosiddetti addetti ai lavori. In quest'opera di necessaria divulgazione di questo tipo di eventi si sono riconosciuti utili tutti i sistemi di comunicazione, a cominciare dal tradizionale passaparola, ai moderni mezzi di Facebook, Myspace, e-mail, siti internet e quant'altro ancora (sempre nello spirito di liberta' e di indipendenza dai finanziamenti pubblici).
Nella corso della serata si e' parlato di altri autori della libreria Editrice Urso, come ad esempio dell'indimenticabile Giuseppe Schirina', della poetessa Carmela Monteleone e, infine, di opere recenti, come ''Memoria aggiunta'' di Giovanni Stella e di altre opere prossime alla pubblicazione, come ad esempio dei volumi di poesie dell'avolese-netino Giovanni Parentignoti e del palermitano Antonino Causi nonche' del romanzo 'Io, vampira' della netina Mia Vinci.
Liliana Calabrese, come sempre applauditissima, ha cantato varie canzoni da lei scelte opportunamente e collegate alle poesie e ai racconti oggetto della manifestazione.
A fine serata ci si e' dati appuntamento al successivo evento previsto il 29 dicembre prossimo, sempre nello stesso locale avolese avente per tema ''Le ragioni della lettura e della scrittura attraverso gli autori della Libreria Editrice Urso'', con estensione degli interventi e del dibattito agli ospiti che interverranno, in attesa dell'ulteriore appuntamento di ''Libr'Avola'' previsto a gennaio 2010.

Francesco Urso

(Foto di Liliana Calabrese. Sulla foto in alto a destra si vede la piccola Erica Coffa, figlia della poetessa Giusy Cancemi, che si disenteressa di tutto quello che le accade intorno e legge, presa della lettura del libro di racconti di Natalia Romano).

RELAZIONE di Nino Muccio Ascolta
RELAZIONE di Salvatore Di Pietro Ascolta

Libr'Avola«I perché del nostro dialetto» e «Nella valle dell'ozio» di Salvatore Di Pietro, «Ad una Venere appena sconosciuta» di Emanuele Savasta, sono stati i tre libri presentati nei giorni scorsi presso la sala consiliare del Palazzo di città nell'ambito degli appuntamenti mensili organizzati dalla Libreria Editrice Urso. Due autori, due profili completamente diversi, accomunati dalla passione dello scrivere che si è tradotta in tre progetti editoriali promossi dalla locale casa editrice tesa in uno sforzo di scoperta della intellighenzia di una realtà spesso trascurata, talvolta avamposto della cultura mediterranea. E se «I perché del nostro dialetto» risponde al desiderio di Salvatore Di Pietro di fissare, prima che scompaia del tutto, una lingua, il siciliano, che ha subito numerose mutazioni fonetiche determinate proprio dalle varie contaminazioni anche socio economiche, «Nella valle dell'ozio», una raccolta di racconti brevi, risponde quasi ad una terapia autoimposta che consente all'autore di ritrovare in questo spazio quasi metafisico,pubblico la valle dell'ozio per l'appunto, la dimensione del sé. Diversa è la valenza del libro di Emanuele Savasta, una silloge di poesie arricchita da una serie di fotografie che illustrano le immagini suggerite dai versi, il cui titolo, che racchiude il significato dell'opera, è volutamente ambiguo. Si tratta di liriche dedicate alle donne che hanno come comune denominatore l'amore in tutte le sue più ampie sfaccettature. Nasce- come ha confessato lo stesso giovane autore- dal mio sogno di vivere per le donne e con le donne». Il prossimo appuntamento, che ha l'obiettivo di promuovere non solo l'opera, ma anche l'uomo nello sforzo, come dice lo stesso Urso «di superare l'accerchiamento dall'isolamento culturale», è previsto per il 23 febbraio con Corrado Bono e Benito Marziano.


GABRIELLA TIRALONGO
in La Sicilia di venerdì 1 febbraio 2008

 

 

Lilianavediascolta e guarda i filmati!

Liliana Calabrese Urso

canta Paisi Miu (6 MB)
e I pirati a Palermu (22,7 MB)

tre autorivediascolta e guarda i filmati!

Salvatore Di Pietro (10,4 MB)

Alessandro Caldarella (8,3 MB)

Foto e filmati
di Pippo Carusofoto Pippo Caruso

novitàle nostre pubblicazioniSalvatore Di Pietro, La valle dell'ozio, 2008, pp. 176, (Collana MNEME n. 21), € 13.00
La Valle dell’ozio non è un luogo della Terra rintracciabile su una qualsivoglia mappa geografica; se così fosse, sarebbe stato sufficiente pubblicarne le coordinate. Si tratta invece dello spiazzo più o meno ampio, dello spazio mentale più o meno piccolo, che ognuno di noi può trovare nel suo atlante psichico personale.
Nella Valle dell’ozio si scrivono soltanto racconti brevi ...perché chi ozia non può impegnarsi per troppo tempo in lunghe meditazioni o lasciarsi andare a interminabili disquisizioni che impegnano e affaticano il cervello.
Tuttavia, tra i vari racconti se ne trova qualcuno che è meno breve degli altri. Forse è stato scritto in un momento di non ozio in cui la mente ha lavorato più alacremente del solito, o forse è nato perché si sono messe assieme le innumerevoli piccole idee accumulate nei tanti brevi momenti di dolce far nulla che contribuiscono a riempire e a dare un senso alla nostra esistenza.
Salvatore Di Pietro

Caro Ciccio,

Non voglio emulare Lucio Dalla, ma ti scrivo per distrarmi un po’. Sicuramente avrai saputo del lutto che ha investito la città di Noto. Magari i nomi delle persone decedute in quell’immane incidente alle porte di Noto non ti diranno nulla perché non le conosci.
Anch’io ho avuto tale sensazione perché non conoscevo la Signora Adorno; ma quando le notizie si sono fatte più distinte e attendibili sono letteralmente crollato nell’apprendere che erano morti l’Ingegnere Salvatore Bonfanti e il suo figliolo Francesco di dodici anni.
Salvatore era un mio carissimo amico con cui ho condiviso momenti di svago giocando assieme a lui a pallone e tifando e soffrendo assieme a lui per l’Inter. Pensa che la sera del carnevale del 1986 mi prestò la maglia dell’Inter  per farmi mascherare da interista. Pur tuttavia, a parte tali frivolezze, abbiamo condiviso anche impegni importanti per la città di Noto. Lui è stato Dirigente e Ingegnere Capo dell’Ufficio Urbanistica e io sono stato il suo assessore. Ci siamo dimessi quasi contemporaneamente perché nessuno dei due accettava un certo modo di fare politica.
Francesco frequentava la terza media ed era mio alunno, così come sono stati miei alunni suo fratello e sua sorella.
Daniela Auditore, moglie e madre, è mia collega nella scuola in cui insegno.
Sabato sera, dopo aver reso il giusto e doveroso omaggio alle salme, non ho cenato e la notte successiva non ho dormito. Non avendo niente di meglio da fare ho acceso il computer e ho scritto quanto segue che il giorno dopo, all’alba mi sono premurato di affiggere lungo il corso.

Sì, pronto? Ciao Francesco. Scusami per l’ora, mi rendo conto che è già passata l’una di notte, ma non riesco proprio a dormire.
Professore, perché  non si alza e va a fumare una sigaretta?
È proprio quello che sto facendo; ma senti una cosa: lo sai che la prossima settimana ci saranno gli scrutini e che io dovrò giudicarti? Hai forse dimenticato che nel mese di ottobre, ovvero quattro mesi fa, non mi hai ripetuto il riassunto?
 Ma sì, lei ha veramente ragione, quello sull’origine degli zainetti. Purtroppo non l’ho potuto studiare perché avevo la partita di calcio.
E allora, cosa facciamo? Mi passi tuo padre?
Non è raggiungibile!
Ha forse il cellulare spento?
No, il suo cellulare è acceso, è lui che si è spento assieme a me.
Noto, 5 feb. 07
Salvatore Di Pietro

La dimensione fantastica della realtà

Che cos’è la realtà e che cos’è il fantastico? Sicuramente la realtà è la vita quotidiana che il susseguirsi del giorni ci propone, mentre il fantastico è il tentativo che ognuno di noi pone in atto proprio per uscire dalla quotidianità. Non facciamo altro che sognare di vivere per continuare a sognare.
Tutta la letteratura è un continuo sogno fantastico, il regno onirico di cui tutti noi facciamo parte, che ci aiuta a superare la banalità, la mediocrità, l’insulsaggine, l’insipidezza, la piattezza, il grigiore, lo squallore e l’ovvietà del nostro vivere quotidiano. Perché leggiamo o scriviamo? Non è forse per superare la gretta inconsistenza del vivere alla giornata?
Tale sforzo può spesso sfociare nel paradosso, nel grottesco o nell’assurdo, tutte parole atte a definire il tentativo umano di incamminarsi da questo mondo per uscire dalla realtà e giungere all’irrealtà.

Il giornale del giorno dopo

Come soleva fare da qualche tempo, verso le otto di sera si recava dal giornalaio, suo amico, per comprare il giornale.
Ciao, buona sera. Mi dai il giornale di domani?”.
Sì, certo, eccolo. È arrivato pochi minuti fa e te l’ho messo da parte prima che si esaurisca”.
Ma come vuoi che si esaurisca se ne arriva soltanto una copia destinata a me, visto che sono l’unico abbonato?”.
Be’, sai, ogni tanto c’è qualcuno che me lo richiede, ma io gli rispondo che non vendo il giornale del giorno dopo, così come non vendo giornali del giorno prima. Sarebbe troppo poco serio. Io vendo i giornali di oggi, di ogni oggi e giorno per giorno. D’altra parte sarebbe assurdo leggere ciò che già si conosce o lasciarsi propinare una poco attendibile ipotesi del futuro!”.
E invece non è così! Il futuro non è qualcosa che ci cade dal cielo! Il futuro siamo noi a determinarlo, basta soltanto prevederlo!”.
Gli piaceva tanto comprare il giornale del giorno dopo; la sera avrebbe letto tutte le notizie in anticipo e sarebbe stato, quindi, più informato dei suoi colleghi che, per mera negligenza, lo compravano prima di andare in ufficio, per cui trascorrevano la giornata dando una sbirciatina ai titoli tra una pratica e l’altra da completare. Lui, invece, non aveva bisogno di ricorrere a tali sotterfugi: lui conosceva già tutto, per cui il suo lavoro andava avanti alacremente. Lui, già il giorno prima, sapeva tutto del giorno dopo.
Che gran bella cosa il giornale del giorno dopo! Certamente i cronisti e gli inviati speciali dovevano lavorare in anticipo rispetto agli altri colleghi e quindi erano costretti a immaginare gli eventi che poi si sarebbero puntualmente verificati.
Una sera, sfogliando le pagine del giornale che aveva comprato poche ore prima, il suo sguardo cadde sulla necrologia e con sua immensa sorpresa lesse l’annuncio della sua morte.
Restò sorpreso, sì, ma non più di tanto, d’altra parte se l’aspettava da un momento all’altro e sapeva bene che prima o poi sarebbe successo. In fondo era anche felice in quanto poteva predisporre tutto per tempo e non lasciare le incombenze funerarie ai suoi parenti. Contattò una ditta di pompe funebri, si accordò sul prezzo del servizio ed infine inviò un fax al suo ufficio comunicando la sua morte e quindi la sua impossibilità a presentarsi il giorno dopo alle otto al lavoro.
Tuttavia in ufficio nessuno credé alla sua morte, anzi il suo diretto superiore pensò bene di mandargli il medico fiscale al fine di accertare la sua assurda indisponibilità. Era inimmaginabile che un uomo potesse morire e comunicare contemporaneamente il suo avvenuto decesso. Si trattava sicuramente di un piano male architettato per assentarsi dal lavoro.
Il medico arrivò alle otto in punto del giorno dopo e gli chiese come mai aveva asserito di essere morto visto che era ben vivo. Lui lo invitò ad accostarsi al tavolo,  aprì il giornale che aveva comprato la sera prima e gli mostrò una lunga serie di inserzioni necrologiche da parte dei suoi colleghi, e soprattutto del suo capoufficio, che si associavano al dolore della famiglia per la sua prematura scomparsa.
Il medico non potette che dargli ragione, anzi lo esortò a non tornare mai più in ufficio vista la poca affidabilità dei suoi colleghi, ma soprattutto perché il suo stato di salute, alquanto cagionevole, non gli consentiva di uscire di casa. Piuttosto, visto che era morto, sarebbe stato meglio rivolgersi ad una agenzia di pompe funebri.
Già fatto”, rispose l’uomo.

Salvatore Di Pietro

"La cordicella su cui stendiamo al sole la nostra dimensione interiore"
Riflessione breve di Salvatore Di Pietro (Noto) sulla creatività

Prima di parlare della creatività letteraria è bene tentare di riflettere sul concetto di atto creativo. Esso, secondo me, è l’esternazione di quello che ognuno di noi porta dentro di sé, grazie alla capacità, magari non palese e talvolta involontaria, di analizzarsi e ricercare all’interno di se stesso le proprie pulsazioni esistenziali. Ogni atto creativo ha molteplici esiti: tutto dipende dall’indole di ognuno di noi che ci spinge a privilegiare un determinato canale espressivo.
Ecco che siamo tutti artisti, musicisti, pittori, poeti o scrittori; siamo tutto quello che vogliamo e possiamo essere, ma in fondo siamo solo noi stessi, degli esseri unici, irripetibili e non catalogabili. Se l’estro creativo ci spinge a privilegiare la parola, ecco che la pagina di un quaderno, o una pagina virtuale, diventa la cordicella su cui stendiamo al sole la nostra dimensione interiore.
Ovviamente la creatività letteraria si basa pur sempre sull’invenzione, e la finzione letteraria non va confusa con la realtà. Magari camminano di pari passo, ma sono due cose totalmente diverse in quanto l’una è una menzogna e l’altra è la vita stessa.

Salvatore Di Pietro
Giugno 2006

Salvatore Di Pietro, I perché del nostro dialetto. Storia linguistica e sociale della Sicilia, con annessa grammatica dialettale avolese e netina (Collana ''MNEME'' n. 17, Libreria Editrice Urso), pagine 208,18,00ISBN 978-88-98381-93-7

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[...]Il presente lavoro è il frutto di anni di osservazioni, di ricerche, di annotazioni, di semplici intuizioni e di domande rimaste senza risposta.
L’idea di una storia linguistica della Sicilia non è certamente originale, tuttavia si rende necessaria per meglio osservare le linee evolutive del dialetto siciliano. Esso, difatti, ha subito le influenze degli idiomi di numerosi popoli, ha recepito le novità linguistiche provenienti dagli emigrati ritornati sull’isola, ha soggiaciuto agli adattamenti semantici impostigli dal gergo mafioso ed è stato spesso vituperato e messo al bando dalla scuola...
dalla Prefazione di Salvatore Di Pietro

STORIA LINGUISTICA DELLA SICILIA
da I perché del nostro dialetto. Storia linguistica e sociale della Sicilia, con annessa grammatica dialettale avolese e netina, Pagine 18-22)

dialettoLa situazione linguistica della Sicilia segue le stesse linee evolutive della terra italica. Il dialetto siciliano non è uniforme e porta in sé i segni di una storia secolare alquanto diversificata, frutto degli idiomi dei vari popoli che l’hanno conquistata e colonizzata.

Gli antichi abitanti della Sicilia, secondo una teoria storica comunemente accettata, furono i Sicani nella parte occidentale dell’isola e i Siculi in quella orientale. A queste due popolazioni viene inoltre associato il gruppo etnico degli Elimi,  che, secondo Antioco di Siracusa e lo storico greco Tucidide, erano i superstiti di Troia. Essi si  stanziarono nell’estremo margine nord-occidentale della Sicilia. È difficile dare una giusta collocazione linguistica a queste popolazioni. L’unica certezza riguarda l’origine indoeuropea dei Siculi, che, partiti nel terzo millennio dalla zona alpina e dopo una permanenza di otto o dieci secoli lungo la penisola italica, giunsero finalmente in Sicilia. Questo flusso migratorio comprendeva non solo i Siculi, ma anche varie comunità italiche e liguri.

Ancor prima della colonizzazione greca, i Fenici si erano già insediati in Sicilia e avevano fondato degli empori commerciali come Modica.

Successivamente, a partire dall’VIII sec. a. C., con l’arrivo dei Greci che occuparono gran parte della Sicilia, i Fenici furono costretti a retrocedere nella parte nord-occidentale dell’isola. Dal punto di vista linguistico, con l’arrivo dei nuovi colonizzatori si ebbe dapprima un periodo caratterizzato da bilinguismo e, successivamente, una diffusa accettazione della nuova lingua, visto che per gli scambi commerciali di allora era necessario poter comunicare tramite l’idioma comune a tutta l’area del Mediterraneo.

In seguito, la fioritura culturale della civiltà greca fu notevolmente ostacolata dalla crescente potenza militare di Cartagine, che, dopo aver occupato la parte occidentale della Sicilia, determinò la suddivisione linguistica dell’isola in due aree ben distinte: quella greca a oriente e l’altra, di influenza punica, a occidente.

Ben presto l’antagonismo linguistico tra Greci e Cartaginesi fu risolto dalla conquista romana, che, se da un lato riuscì a imporsi sulla parlata punica, dall’altro poté fare poco con la lingua greca. Ciò fu dovuto al fatto che i Romani si limitarono a imporre la propria egemonia militare e politica piuttosto che culturale. Gli abitanti della Sicilia adottarono la nuova lingua solo in parte, traendone i termini e le forme indispensabili per i rapporti civili e amministrativi. Ecco, allora, che la lingua greca, volano di una cultura sicuramente superiore, ebbe la meglio sul latino e continuò ad esistere nonostante la Sicilia fosse diventata una provincia romana.

Successivamente, la supremazia della lingua greca fu rafforzata dalla diffusione del Cristianesimo, la cui importanza linguistica venne messa bene in risalto da Lafoscade nel 1892: “La langue et la religion, unies dans une même propagande, se soutinrent l’une l’autre: le grec était l’arme du christianisme, puisqu’il en favorisait la prédication, et le christianisme était l’arme de la langue grecque, puisque ses progrès aidaient en même temps ceux de sa compagne” (la lingua e la religione, unite nella stessa propaganda, si sostennero a vicenda: il greco era l’arma del cristianesimo in quanto ne favoriva la diffusione, il cristianesimo era l’arma della lingua greca poiché i progressi dell’uno andavano di pari passo con quelli dell’altra).

Sotto il dominio bizantino, iniziato nel 535 e protrattosi per circa tre secoli, soprattutto lungo la costa orientale, si ebbe un ulteriore consolidamento della lingua greca.

A partire dall’831, data della caduta di Palermo, quasi tutta la Sicilia cadde in mano ai Saraceni, la cui dominazione ebbe una durata di quasi due secoli e mezzo. Le conseguenze linguistiche di questo lungo periodo di dominazione musulmana furono notevoli e ne ritroviamo le tracce nel dialetto siciliano attuale. Gli arabismi riguardano soprattutto gli elementi lessicali relativi all’agricoltura, alla coltura degli agrumeti e alla loro irrigazione.

Dopo cinque secoli di dominazione bizantina e araba, con l’arrivo dei Normanni, in Sicilia si ebbe una nuova ventata di latinità, processo che continuò con i Catalani (in seguito al matrimonio di Pietro III con Costanza, figlia del re Manfredi) e quindi con i Castigliani (dopo l’unione del regno aragonese con la corona castigliana).

Un altro avvenimento rilevante per le sorti linguistiche siciliane si verificò nei secoli XII e XIII con la colonizzazione lombarda. Nel Medioevo il termine Lombardi non designava soltanto gli abitanti della Lombardia, ma veniva usato per indicare, in modo generico, gli abitanti dell’Italia settentrionale e in modo particolare quelli della zona compresa tra la Lombardia occidentale, la Liguria e il Piemonte meridionale. Secondo qualche studioso tale migrazione trasse origine dal commercio del grano sviluppatosi via mare tra Genova e la Sicilia. La possibilità di avere a disposizione notevoli estensioni di terre coltivabili e il clima adatto alla coltivazione del grano agevolarono questo movimento migratorio verso il granaio d'Italia. L’effetto linguistico di questa colonizzazione fu duplice in quanto si ebbe da un lato l’accettazione da parte dei nuovi coloni della parlata siciliana, che risultò arricchita di nuovi elementi fonetici e lessicali; dall’altro molti di loro rimasero linguisticamente compatti e i centri in cui si insediarono furono caratterizzati dal loro idioma originario. Molti di questi centri si trovano soprattutto in provincia di Enna (Nicosia, Sperlinga, Aidone, Piazza Armerina) e nel messinese, come a Novara e San Fratello. La parlata dialettale, tipica di questi paesi, risulta spesso incomprensibile per i siciliani provenienti da zone linguisticamente diverse.

La Sicilia non ha subito soltanto l’influenza linguistica di popoli geograficamente distanti, ma ha recepito anche gli influssi provenienti dall’Italia meridionale e in modo particolare dalla Campania e da Napoli.

Questa succinta scansione degli eventi storici è necessaria per avere un quadro abbastanza chiaro dei popoli che hanno contribuito a determinare l’evoluzione della parlata siciliana. Essa è sicuramente restrittiva e opinabile, soprattutto quando si rifà alla questione della lingua latina. Attualmente gli studiosi non sono totalmente d’accordo sulla questione della colonizzazione linguistica della Sicilia da parte dei Romani. Qualcuno asserisce che la lingua siciliana derivi in prima battuta dal latino, mentre qualcun altro, come ad esempio Gerhard Rohlfs nel suo libro La Sicilia nei secoli, colloca la sua latinità in un periodo successivo. Lo studioso porta ad esempio la parola testa, che deriva dall’antico francese teste, diventata successivamente tête, e si differenzia dal termine capa degli altri dialetti meridionali, che deriva dal latino caput.

Sicuramente il siciliano è un dialetto neolatino, o romanzo, in cui si riscontrano elementi arcaici risalenti alla colonizzazione romana e altri derivanti da un’ulteriore romanizzazione avvenuta, in epoca più recente, nel periodo medievale; d’altra parte convivono parole come vùd,d,iri (dal latino bullire) e vùgghjiri (dal francese bouilli).

La Sicilia ha dunque una storia millenaria fatta di date e di eventi, di promiscuità etniche, linguistiche e culturali. I fatti storici hanno sicuramente determinato gli aspetti linguistici del dialetto siciliano, che, nonostante le sue varie diversificazioni, è stato sempre considerato una lingua vera e propria nel senso tecnico della parola.

Di PietroSalvatore Di Pietro

Ti parlo di un libro...

DIALETTO; LINGUA VIVA

di Sebastiano Burgaretta

Queste pagine, certamente non esaustive, sono state scritte da un dilettante, ma di un dilettante nel senso etimologico del termine, cioè di una persona che ha osservato e studiato per diletto il suo dialetto e la gente che lo parla. Con questa clausola, che intelligentemente si libra tra il sussiego e l’autoironia, Salvatore Di Pietro congeda il suo corposo studio I perché del nostro dialetto. Storia linguistica e sociale della Sicilia, edito dalla Libreria Editrice Urso di Avola. E’ un’affermazione che fa onore alla modestia dell’autore e all’amore che egli, con questa articolata ricerca, dimostra di coltivare verso la sua terra e le persone che l’abitano. Non a caso il sottotitolo rende assai bene lo spirito e il registro che animano e guidano le linee generali di questo prezioso strumento, finalizzato a una conoscenza critica del nostro dialetto e a un approfondimento consapevole e articolato del rapporto che ogni uomo dovrebbe avere con la propria lingua di appartenenza, se vuole mantenere salde le radici della propria identità storico-memoriale e promuovere la propria crescita socio-culturale, senza svendere sé stesso e il proprio portato antropologico-culturale al facile e allettante supermercato della globalizzazione indiscriminata e omologante.

Effettivamente il risultato dell’ampio studio di Di Pietro si configura con i caratteri propri di una ricerca sociale e di costume, oltre che linguistica, della Sicilia e, in particolare, delle città sorelle di Avola e Noto. Ne sono prova evidente, confermata peraltro nel corso della ricerca tutta, le notizie ragionate, e spesso anche comparate, relative agli effetti che nel tessuto linguistico della Sicilia hanno prodotto fenomeni sociali di grande rilevanza, come l’emigrazione e la mafia con il loro corredo socio-antropologico e, di conseguenza, anche linguistico, talora persino con la creazione di veri e propri gerghi settoriali, quali, ad esempio, u brucculinu e u baccagghju.

Secondo l’affermazione dello stesso Di Pietro, questo suo studio appartiene alla categoria del < prima che sia troppo tardi>, stante l’eutanasia linguistica che a suo dire viene indotta nella nostra società negli ultimi anni da quanti tendono a italianizzare la loro parlata. E quindi è un contributo di amore per uno strumento linguistico che è al tempo stesso strumento di cultura e di civiltà, anche se probabilmente un timore come il suo può apparire eccessivo e in contraddizione con quanto egli stesso afferma, quando poco prima puntualizza, a ragione, che il nostro dialetto, come del resto qualsiasi altro dialetto, essendo una lingua viva e usata soprattutto nella comunicazione orale, ha subito delle continue metamorfosi. Ed è nella natura stessa delle lingue proprie della comunicazione orale il dover subire continue trasformazioni, integrazioni e sostituzioni, esattamente come in un corpo vivo che rinnova le sue cellule pur nel mantenimento della matrice genetica di fondo. Per questo io sarei, al riguardo, meno pessimista, nulla togliendo al rimpianto e alla nostalgia per quanto si va tralasciando e/o perdendo, ma nondimeno con la fiducia nella vitalità di un volto sempre nuovo di un corpo antico. Del resto simili considerazioni sono state sempre fatte nella storia del nostro dialetto, lungo il corso dei secoli, ad opera di studiosi e cultori. In quanto corpo vivo una lingua non può non trasformarsi evolvendosi. Tanto per restare in Sicilia, se si va a leggere, per esempio, un testo siciliano di età medievale, allorché cioè il nostro dialetto aveva dignità e ruolo di lingua ufficiale, ci si accorge di esser quasi davanti a un altro idioma, talmente variegato è l’esito dell’evoluzione plurisecolare subita dal corpo vivo della lingua siciliana, che ai nostri giorni, per motivi di ordine storico e culturale, viene ascritta all’ordine dei dialetti.

Come corpo vivo il siciliano emerge anche dall’attenta ricerca e dalla metodica osservazione che sulla nostra lingua madre ha condotto Salvatore Di Pietro; un corpo vivo che parla della gente che lo adotta e tratta del cammino storico-culturale che questa gente ha compiuto e ancora compie. Un supplemento di analisi, che si aggiunge ad arricchire il lavoro, è fornito dalla storia personale e dalla condizione peculiare di vita dell’autore, che è nativo di Avola, dov’è vissuto per i primi venticinque anni di vita, e abita a Noto da ventisei anni. Gode perciò del privilegio di conoscere bene i sottodialetti delle due città e di poterne fare, nel contesto della sua metodica analisi, uno studio comparato, che rileva, con puntualità e lodevole acribia, somiglianze e differenze che i cittadini dei due centri conoscono ma sulle quali magari non si sono mai sentiti spinti a indagare, per individuarne le ragioni storico-culturali.Di Dietro guida il lettore anche in questa direzione in tutta quella parte, assai ragguardevole, dello studio dedicata agli aspetti morfologici e sintattici dei due sottodialetti fratelli di Avola e Noto.

Ne viene fuori un ricco documento linguistico ragionato che è una vera e propria grammatica viva, la quale, come giustamente afferma l’autore, non è una rassegna di regole, ma il risultato dell’indagine sistematica dei meccanismi che determinano i fatti linguistici e che, generalizzandosi, trovano applicazione pratica nelle strutture delle frasi. Ed è anche un documento di alto valore culturale che, in virtù della condizione esistenziale, per così dire, ancipite dell’autore e dell’esito cui per ciò stesso questi è pervenuto con questo lavoro, avvicina una volta di più le due città sorelle. Un documento, dunque, che, anche per questa ulteriore ragione, oltre che per quelle intrinseche, non dovrebbe mancare nelle case degli avolesi e dei notigiani più attenti e aperti alla vita e al destino dell’uomo. Un documento che conserverà nel tempo il suo valore e del quale perciò il lettore farebbe bene a ringraziare, riconoscente, autore ed editore, con l’auspicio che ci siano tra noi, e sempre più numerosi, dilettanti come Salvatore Di Pietro.

 

copertinaCollana MNEMEacquistaMneme, Mnemòsine (… diva del cor maestra e della mente // e del caro pensiero custode e madre. Monti, Musogonia, 25 e segg.), la ricordanza, la memoria in lotta perenne nel nostro tempo, tra il dimenticare di ricordare e il ricordare di non dimenticare, mai.

  1. Giovanni Stella, Le Sirene e l’Isola, 1998, 8°, pp. 104, 13,00 – ISBN 978-88-6954-100-1
  2. Sebastiano Burgaretta, I fatti di Avola, 2008, 8°, pp. 142, 15,00ISBN 978-88-96071-08-3
  3. Antonino Caldarella, Santa Venera, 1983, 8°, pp. 120 – Esaurito
  4. Giuseppe Schirinà, La chiusa di Carlo, 1984, 8°, pp. 288,  12,00 – ISBN 978-88-6954-198-8
  5. Giuseppe Schirinà, Antinferno, 1989, 8°, pp. 160, 10,00
  6. Sebastiano Burgaretta, L’opera dell’uomo a Cava Grande del Cassibile, 1992, 8°, pp. 240, ill.,  25,00 – ISBN 978-88-96071-31-1
  7. Giovanni Stella, Sicilia terra mia, 1995, 4°, pp. 8 – Esaurito
  8. Giuseppe Schirinà, Nina, 1996, 8°, pp. 154,  11,00
  9. Giovanni Stella, Gesualdo Bufalino vivo, 1996, 8°, pp. 11 – Esaurito
  10. Carmelo Giannone, Bbummi su…nun ti scantàri, 2000, 8°, pp. 128, ill.
  11. Sebastiano Burgaretta, Di Spagna e di Sicilia, 2001, 8°, pp. 208,  14,00 – ISBN 978-88-6954-099-8
  12. Giovanni Stella, Amici cari, 2000, 8°, pp. 120, ill.  13,00 – ISBN 978-88-6954-103-2
  13. Sebastiano Martorana, Ricordi di un tempo che fu, 2000, 8º, pp. 120,  10,33 – Esaurito
  14. Nello Lupo, Don Lorenzo Milani prete e maestro, 2001, 8º, pp. 208, ill. – Esaurito
  15. Giovanni Stella, Il rigattiere e l'avventore, 2002, 8°, pp. 192, 13,00 – ISBN 978-88-6954-102-5
  16. Benito Marziano, Don Agostino Salvìa e altri racconti, 2002, 8°, pp. 112 – Esaurito
  17. Salvatore Di Pietro, I perché del nostro dialetto. Storia linguistica e sociale della Sicilia, 2006, 8°, pp. 208,18,00
  18. Italico L. Troja, Alessandro Patti. Un esiliato di Weimar che perdette il suo cuore ad Heidelberg, 2007, 8°, pp. 80, € 12,00 – ISBN 978-88-6954-197-1
  19. Fernando Buscemi, Storia della Rebetika, 2006, 8°, pp. 128, 13,00
  20. AA.VV., Da Versi a Nina. Note di critica letteraria, 2006, 8°, pp. 164, 10,00 – ISBN 978-88-6954-199-5
  21. Salvatore Di Pietro, Nella valle dell’ozio – Racconti, 2008, 8°, pp. 176, 13,00ISBN 978-88-98381-93-7
  22. Italico L. Troja, La mia “prima etade”, 2010, 8°, 15,00 – ISBN 978-88-96071-23-6
  23. Corrado Zuppardo, Memoriale di un siciliano emigrato a Milano, 2010, 16°, pp. 96, 9,00 – ISBN 978-88-96071-28-1
  24. Giuseppe Conte, La melagrana ossia la disegualità, 2008, 8°, pp. 144, € 13,00 – ISBN 978-88-96071-07-6
  25. Benito Marziano, Juliette cara – Romanzo, 2009, 8°, pp. 160 – ISBN 978-88-96071-10-6 – Esaurito
  26. Cetty Stella, Dalla città reale alla città ideale – La città di Avola dopo il terremoto del 1693, 2008, 8°, pp. 48, 9,00 – ISBN 978-88-6954-107-0
  27. Nino Muccio, L'Ammiraglio e l'America, 2012, 8°, pp. 368, 25,00 – ISBN 978-88-96071-09-0
  28. Vincenzo Fiaschitello, Lo strano caso dell’abbazia e altri racconti, 2017, 8°, pp. 112, 13,00 – ISBN 978-88-6954-148-3
  29. Fulvio Maiello, Il crepuscolo della nobiltà, 2010, 8°, pp. 128, 13,00 – ISBN 978-88-96071-26-7
  30. Salvatore Salemi, La vita e l'opera di Teocrito Di Giorgio, 2017, 8°, pp. 80, 10,00 – ISBN 978-88-6954-147-6
  31. Giovanni Manna, Ombre di felicità, 2011, 8°, pp. 112, 12,00 - ISBN 978-88-96071-42-7
  32. Mauro Giarrizzo, La legislazione scolastica nel Regno d'Italia e la situazione nella provincia di Noto, 2011, 8°, pp. 200, 18,00 – ISBN 978-88-96071-32-8
  33. Autori Vari, Antologia Inchiostro e Anima 2010/2011 – Poesia, Teatro, Cinema in memoria di Antonio Caldarella, 2011, 8°, pp. 152, 15,00 – ISBN 978-88-96071-02-1 – Esaurito
  34. Giuseppe Aloisi, Memorie di un navigante, 2010, 8°, pp. 152, ill., 13,00 – ISBN 978-88-96071-35-9
  35. Benito Marziano, Randagi – Sei racconti, 2011, 8°, pp. 88 – ISBN 978-88-96071-52-6 – Esaurito
  36. Giovanni Gangemi, Il papiro di Akhenaton, 2011, 8°, pp. 360, 25,00 - ISBN 978-88-96071-55-7
  37. Salvatore Di Pietro, Il cancello chiuso (Ingresso libero), 2012, 8°, pp. 80, 10,00 - ISBN 978-88-96071-92-2
  38. Enza Fiaschitello – Corrado Leone, Parrannu parrannu..., 2013, 8°, pp. 272, € 20,00 – ISBN 978-88-96071-94-6
  39. Eleonora Nicolaci, La famiglia Nicolaci di Noto (secc. XVI-XVIII), 2013, 8°, pp. 120, 12,00
  40. Paolo Dipietro, Vampugghi (Piccole storie di periferia), 2013, 8°, pp. 120, € 12,00 ISBN 978-88-98381-42-5
  41. Antonella Santoro, Azzurro, come i suoi occhi, 2014, pag. 108, € 14,00 – ISBN 978-88-98381-45-6
  42. Sebastiano Cugno, 1953-2013: sessant'anni di cinema a Noto – Analisi dei rapporti tra la capitale netina e il cinema, 2014, 8°, pp. 204, € 18,00, ill. – ISBN 978-88-98381-46-3
  43. Salvatore Di Pietro, Viaggi da fermo, 2014, 16°, pp. 250, € 12,00, ill. – ISBN 978-88-98381-98-2
  44. Corrado Morale, Miluzza – Trimau la terra, 2014, 8°, pp. 310, € 18,00, ISBN 978-88-98381-99-9
  45. Carmelo Dugo, Uno scorcio della nostra e della mia storia – Due anni di vita in Istria – 1943-1945, 2014, 8°, pp. 80 – ISBN 978-88-6954-000-4
  46. Veronica Sciacca, La cripta degli scheletri, 2016, 8°, pp. 94, € 11,00 – ISBN 978-88-6954-105-6
  47. Maria Suma, Piena di grazie – Quell'indimenticabile 10 luglio 1943 (Racconto), 2016, 16°, pp. 56, € 8,00 – ISBN 978-88-6954-106-3
  48. Corrado Morale, Il segreto della Badia, 2016, 8°, pp. 328, € 19,00 – ISBN 978-88-6954-109-4
  49. Corrado Carbè, Compagni di viaggio (Racconti), 2017, 8°, pp. 122, € 13,00 – ISBN 978-88-6954-149-0
  50. Vincenzo Fiaschitello, Racconti attorno al Mediterraneo e anche oltre, 8°, pp. 136, 13,00 – ISBN 978-88-6954-151-3
  51. Di Giorgio Teocrito, Le manette (Dramma in tre atti), a cura di Maria Suma, 2017, 8°, pp. 56, 10,00 – ISBN 978-88-6954-189-6
  52. Vincenzo Fiaschitello, La costola di Adamo e racconti vari, 2018, 8°, pp. 150, 14,00 – ISBN 978-88-6954-190-2
  53. Baldassare Cuda, Avola da casale a città, 2018, 8°, pp. 176, 18,00 – ISBN 978-88-6954-192-6 (in corso di stampa)
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