
![]() Salvatore Di Pietro SPAZIO A CURA DELLA LIBRERIA EDITRICE URSO CORSO GARIBALDI 41 96012 AVOLA e-mail info@libreriaeditriceurso.com vedi Catalogo Libreria Editrice Urso ![]() scarica IN PDF scarica IN WORD |
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Foto e filmati |
![]() Nella Valle dell’ozio si scrivono soltanto racconti brevi ...perché chi ozia non può impegnarsi per troppo tempo in lunghe meditazioni o lasciarsi andare a interminabili disquisizioni che impegnano e affaticano il cervello. Tuttavia, tra i vari racconti se ne trova qualcuno che è meno breve degli altri. Forse è stato scritto in un momento di non ozio in cui la mente ha lavorato più alacremente del solito, o forse è nato perché si sono messe assieme le innumerevoli piccole idee accumulate nei tanti brevi momenti di dolce far nulla che contribuiscono a riempire e a dare un senso alla nostra esistenza. Salvatore Di Pietro |
Caro Ciccio, Non voglio emulare Lucio Dalla, ma ti scrivo per distrarmi un
po’. Sicuramente avrai saputo del lutto che ha investito
la città di Noto. Magari i nomi delle persone decedute
in quell’immane incidente alle porte di Noto non ti diranno
nulla perché non le conosci. Sì, pronto? Ciao Francesco. Scusami per l’ora,
mi rendo conto che è già passata l’una di
notte, ma non riesco proprio a dormire. |
La dimensione fantastica della realtà Che cos’è la realtà e che cos’è il
fantastico? Sicuramente la realtà è la vita quotidiana
che il susseguirsi del giorni ci propone, mentre il fantastico è il
tentativo che ognuno di noi pone in atto proprio per uscire dalla
quotidianità. Non facciamo altro che sognare di vivere
per continuare a sognare. Il giornale del giorno dopo Come soleva fare da qualche tempo, verso le otto
di sera si recava dal giornalaio, suo amico, per comprare il giornale. |
| "La
cordicella su cui stendiamo al sole la nostra dimensione interiore" Riflessione breve di Salvatore Di Pietro (Noto) sulla creatività |
Salvatore
Di Pietro |
| Salvatore
Di Pietro,
I perché
del nostro dialetto. Storia linguistica e sociale della Sicilia, con
annessa grammatica dialettale avolese e netina (Collana
''MNEME''
n. 17,
Libreria Editrice Urso), pagine
208,
Euro 18,00
[...]Il presente lavoro è il frutto di anni di osservazioni, di ricerche, di annotazioni, di semplici intuizioni e di domande rimaste senza risposta. Lidea di una storia linguistica della Sicilia non è certamente originale, tuttavia si rende necessaria per meglio osservare le linee evolutive del dialetto siciliano. Esso, difatti, ha subito le influenze degli idiomi di numerosi popoli, ha recepito le novità linguistiche provenienti dagli emigrati ritornati sullisola, ha soggiaciuto agli adattamenti semantici impostigli dal gergo mafioso ed è stato spesso vituperato e messo al bando dalla scuola... dalla Prefazione di Salvatore Di Pietro |
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STORIA
LINGUISTICA DELLA SICILIA
Gli
antichi abitanti della Sicilia, secondo una teoria storica comunemente
accettata, furono i Sicani nella parte occidentale dell’isola e
i Siculi in quella orientale. A queste due popolazioni viene inoltre associato
il gruppo etnico degli Elimi, che,
secondo Antioco di Siracusa e lo storico greco Tucidide, erano i superstiti
di Troia. Essi si stanziarono
nell’estremo margine nord-occidentale della Sicilia. È difficile
dare una giusta collocazione linguistica a queste popolazioni. L’unica
certezza riguarda l’origine indoeuropea dei Siculi, che, partiti
nel terzo millennio dalla zona alpina e dopo una permanenza di otto o
dieci secoli lungo la penisola italica, giunsero finalmente in Sicilia.
Questo flusso migratorio comprendeva non solo i Siculi, ma anche varie
comunità italiche e liguri. Ancor
prima della colonizzazione greca, i Fenici si erano già insediati
in Sicilia e avevano fondato degli empori commerciali come Modica. Successivamente,
a partire dall’VIII sec. a. C., con l’arrivo dei Greci che
occuparono gran parte della Sicilia, i Fenici furono costretti a retrocedere
nella parte nord-occidentale dell’isola. Dal punto di vista linguistico,
con l’arrivo dei nuovi colonizzatori si ebbe dapprima un periodo
caratterizzato da bilinguismo e, successivamente, una diffusa accettazione
della nuova lingua, visto che per gli scambi commerciali di allora era
necessario poter comunicare tramite l’idioma comune a tutta l’area
del Mediterraneo. In
seguito, la fioritura culturale della civiltà greca fu notevolmente
ostacolata dalla crescente potenza militare di Cartagine, che, dopo aver
occupato la parte occidentale della Sicilia, determinò la suddivisione
linguistica dell’isola in due aree ben distinte: quella greca a
oriente e l’altra, di influenza punica, a occidente. Ben
presto l’antagonismo linguistico tra Greci e Cartaginesi fu risolto
dalla conquista romana, che, se da un lato riuscì a imporsi sulla
parlata punica, dall’altro poté fare poco con la lingua greca.
Ciò fu dovuto al fatto che i Romani si limitarono a imporre la
propria egemonia militare e politica piuttosto che culturale. Gli abitanti
della Sicilia adottarono la nuova lingua solo in parte, traendone i termini
e le forme indispensabili per i rapporti civili e amministrativi. Ecco,
allora, che la lingua greca, volano di una cultura sicuramente superiore,
ebbe la meglio sul latino e continuò ad esistere nonostante la
Sicilia fosse diventata una provincia romana. Successivamente,
la supremazia della lingua greca fu rafforzata dalla diffusione del Cristianesimo,
la cui importanza linguistica venne messa bene in risalto da Lafoscade
nel 1892: “La langue et la religion, unies dans une même
propagande, se soutinrent l’une l’autre: le grec était
l’arme du christianisme, puisqu’il en favorisait la prédication,
et le christianisme était l’arme de la langue grecque, puisque
ses progrès aidaient en même temps ceux de sa compagne”
(la lingua e la religione, unite nella stessa propaganda, si sostennero
a vicenda: il greco era l’arma del cristianesimo in quanto ne favoriva
la diffusione, il cristianesimo era l’arma della lingua greca poiché
i progressi dell’uno andavano di pari passo con quelli dell’altra). Sotto
il dominio bizantino, iniziato nel 535 e protrattosi per circa tre secoli,
soprattutto lungo la costa orientale, si ebbe un ulteriore consolidamento
della lingua greca. A
partire dall’831, data della caduta di Palermo, quasi tutta la Sicilia
cadde in mano ai Saraceni, la cui dominazione ebbe una durata di quasi
due secoli e mezzo. Le conseguenze linguistiche di questo lungo periodo
di dominazione musulmana furono notevoli e ne ritroviamo le tracce nel
dialetto siciliano attuale. Gli arabismi riguardano soprattutto gli elementi
lessicali relativi all’agricoltura, alla coltura degli agrumeti
e alla loro irrigazione. Dopo
cinque secoli di dominazione bizantina e araba, con l’arrivo dei
Normanni, in Sicilia si ebbe una nuova ventata di latinità, processo
che continuò con i Catalani (in seguito al matrimonio di Pietro
III con Costanza, figlia del re Manfredi) e quindi con i Castigliani (dopo
l’unione del regno aragonese con la corona castigliana). Un
altro avvenimento rilevante per le sorti linguistiche siciliane si verificò
nei secoli XII e XIII con la colonizzazione lombarda. Nel Medioevo il
termine Lombardi non designava soltanto gli abitanti della Lombardia,
ma veniva usato per indicare, in modo generico, gli abitanti dell’Italia
settentrionale e in modo particolare quelli della zona compresa tra la
Lombardia occidentale, la Liguria e il Piemonte meridionale. Secondo qualche
studioso tale migrazione trasse origine dal commercio del grano sviluppatosi
via mare tra Genova e la Sicilia. La possibilità di avere a disposizione
notevoli estensioni di terre coltivabili e il clima adatto alla coltivazione
del grano agevolarono questo movimento migratorio verso il granaio
d'Italia. L’effetto linguistico di questa colonizzazione fu
duplice in quanto si ebbe da un lato l’accettazione da parte dei
nuovi coloni della parlata siciliana, che risultò arricchita di
nuovi elementi fonetici e lessicali; dall’altro molti di loro rimasero
linguisticamente compatti e i centri in cui si insediarono furono caratterizzati
dal loro idioma originario. Molti di questi centri si trovano soprattutto
in provincia di Enna (Nicosia, Sperlinga, Aidone, Piazza Armerina) e nel
messinese, come a Novara e San Fratello. La parlata dialettale, tipica
di questi paesi, risulta spesso incomprensibile per i siciliani provenienti
da zone linguisticamente diverse. La
Sicilia non ha subito soltanto l’influenza linguistica di popoli
geograficamente distanti, ma ha recepito anche gli influssi provenienti
dall’Italia meridionale e in modo particolare dalla Campania e da
Napoli. Questa
succinta scansione degli eventi storici è necessaria per avere
un quadro abbastanza chiaro dei popoli che hanno contribuito a determinare
l’evoluzione della parlata siciliana. Essa è sicuramente
restrittiva e opinabile, soprattutto quando si rifà alla questione
della lingua latina. Attualmente gli studiosi non sono totalmente d’accordo
sulla questione della colonizzazione linguistica della Sicilia da parte
dei Romani. Qualcuno asserisce che la lingua siciliana derivi in prima
battuta dal latino, mentre qualcun altro, come ad esempio Gerhard Rohlfs
nel suo libro La Sicilia nei secoli, colloca la sua latinità
in un periodo successivo. Lo studioso porta ad esempio la parola testa,
che deriva dall’antico francese teste, diventata successivamente
tête, e si differenzia dal termine capa degli altri
dialetti meridionali, che deriva dal latino caput. Sicuramente
il siciliano è un dialetto neolatino, o romanzo, in cui si riscontrano
elementi arcaici risalenti alla colonizzazione romana e altri derivanti
da un’ulteriore romanizzazione avvenuta, in epoca più recente,
nel periodo medievale; d’altra parte convivono parole come vùd,d,iri
(dal latino bullire) e vùgghjiri (dal francese bouillir). La
Sicilia ha dunque una storia millenaria fatta di date e di eventi, di
promiscuità etniche, linguistiche e culturali. I fatti storici
hanno sicuramente determinato gli aspetti linguistici del dialetto siciliano,
che, nonostante le sue varie diversificazioni, è stato sempre considerato
una lingua vera e propria nel senso tecnico della parola. |
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