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Ciccio Urso ...Coloro ai quali è concesso
'Annacare/annacarsi' è in dialetto siciliano un verbo insidioso, difficilmente traducibile in italiano. Quel che piu' si avvicina è 'cullare/cullarsi', ma non è proprio la stessa cosa. L'arte di annacarsi prevede il muoversi il massimo per spostarsi il minimo. Una immagine che descrive bene lo spirito dell'isola e piu' ancora la disposizione d'animo dei siciliani tessuta di diffidenza. Ogni viaggio in Sicilia, anche quello intrapreso in questo libro, diventa una specie di 'danza immobile' attorno alla geografia e alla filosofia, alla storia, al folklore e alla gastronomia, scoprendo che fra le diverse discipline esistono continui rimandi a una trama inestricabile. 'Pur restando immobile, l'Isola si muove. Non è uno di quei posti dove si va a cercare la conferma delle proprie conoscenze. è invece un teatro dove le cose succedono da un momento all'altro. È un susseguirsi di scatti prolungati, pause per rifiatare e ancora fughe in avanti''. Come l'Isola, Alajmo procede a zig-zag in un itinerario non lineare, senza vincoli di percorso né di tempo, da un capo all'altro, sulla base di pure suggestioni, guidato dalla bellezza, accompagnato da un lucido pessimismo. Come un atto d'amore che non si nasconde nessuna vergogna dell'oggetto amato: capita di innamorarsi di una canaglia. E anche se lo sai, che puoi farci?
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Dal quotidiano italiano AVVENIRE, Anno XLI n. 199, Milano venerdì 22 agosto 2008, per la rubrica AGORÀ, espressione della ricerca sulla diffusione del libro e della lettura condotta in Italia nel mese di agosto del 2008 attraverso quattro librerie indipendenti da Massimiliano Castellani, dentro la cornice pagine resistenti.
In questa intervista, come nelle altre tre, Massimiliano Castellani ha "semplicemente" fatto volare lo spirito, in un campo come quello dei libri, della lettura e della scrittura, dove le regole commerciali devono essere al minimo necessario, e la creatività al massimo.
È riuscito, pur non disponendo di un approccio più diretto e concreto, a descrivere, come desideravo, quanto di “mitico”continua magicamente a vivere attorno a me, in libreria, in rete, negli incontri e nelle manifestazioni che organizzo a vario titolo e con logiche diverse e sempre nuove.
Lo ringrazio, soprattutto, per essere stato il primo a farmi parlare pubblicamente del mio primo libro venduto, del mio primo maestro, e, soprattutto, il primo anche ad avere parlato dello stretto legame del Cammino di Santiago col cammino della mia libreria editrice.
Mi sono pure commosso, a leggerlo, e a rileggermi nelle parole che gli ho detto, lo confesso...
Buona lettura agli amici che non hanno avuto l'opportunità di rintracciare il giornale.
...Massimiliano Castellani, spoletino, si è fatto le ossa studiando il pensiero di Hannah Arendt, "una delle rare fuoriclasse del pensiero contemporaneo". Poi, di redazione in redazione, è approdato a quella di "Avvenire".
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| UNA STORIA SICILIANA da Il Sole 24 ORE Domenica 29 Ottobre 2000 Forse è la libreria più a Sud d'ltalia a pochi chilometri da Capo Passero. Una libreria quasi di confine che può però già vantare una storia lunga più di un lustro. E che ha appena festeggiato «in contemporanea» i suoi primi venticinque anni di attività e i primi cinquanta anni di vita del suo proprietario, Francesco Urso. Avola «è un tipico grosso centro agricolo del Profondo Sud famoso per le sue mandorle », interamente ricostruito dopo il terremoto del 1693 sul modello di una bellissima pianta esagonale (molto simile quella delle nordica Palmanova e della limitrofa Grammichele). Una piccola città di trentamila abitanti che « si sta lentamente trasformando » ma dove (ad esempio) sembra non esserci neppure l'ombra di un museo. « Così spiega Francesco Urso la mia libreria è dovuta diventare quasi per necessità una sorta di ultimo baluardo di civiltà e di cultura ». Cercando (proprio in virtù della passione di Francesco e di sua moglie Liliana) «di sposare l'impegno ad offrire un servizio adeguato al cliente con una ricerca editoriale estremamente raffinata ». Il risultato è una miscela che abbina libri scolastici, ultime novità, conferenze. dibattiti, rassegne dedicate alla piccola editoria siciliana, concorsi per «Un racconto per un segnalibro» e persino teatro. Senza dimenticare i trentacinque titoli pubblicati dalla «Editrice Urso» e organizzati nelle collane «Poesia Araba Fenice» « Mneme », « Iconografica », «I Ouaderni dell'Orso ». Collane che comprendono i versi di Franco Caruso e Rosaria Cammisuli, I fatti di Avola raccontati da Sebastiano Burgaretta, una rassegna sulle edicole votive della Sicilia Sud-orientale e Un manuale sulla coltivazione del mandorlo. Nella vetrina in questa piccola libreria «di pochissimi metri quadrati » (venticinque o giù di lì) ci sono oggi, le storie del Medioriente, viste sia dalla parte di Israele sia da quella dei Palestinesi. Magari affiancate alle edizioni del Macis ed ai prodotti firmati « Bruno Mondadori ». Ma non mancano neppure sezioni « a tema » su tutto il Baricco o tutto il Coelho possibili. In questa realtà « fisicamente lontana », qualcosa sta comunque cambiando. Anche in materia di distribuzione di libri. E se « riferimento più vicino resta ancora Napoli » i tempi di consegna si stanno orma progressivamente riducendo. Grazie alla velocità dei corrieri ma grazie soprattutto a quel sogno (che Francesco Urso insegue da venticinque anni) di realizzare una vera « piccola libreria » in questo angolo estremo dell'ltalia. Stefano Bucci |
| Indovina chi viene in Libreria [ ] In Sicilia Fausto Flaccovio (Via Ruggiero Settimo a Palermo) gestisce la più antica e famosa libreria del capoluogo: ci veniva tutte le mattine Giuseppe Tomasi di Lampedusa a prendere appunti su un quadernetto nero. Da Flaccovio è nato il gruppo 63 e oggi passa spesso Leonardo Sciascia. Domitilla Alessi, titolare in Via Siracusa, sempre a Palermo, della raffinatissima libreria Novecento, ha creato un ambiente particolare in cui si mescolano libri sull art decò e oggetti in stile liberty. La sorpresa, però viene da Avola, dove in Corso Garibaldi 41 si trova la libreria editrice di Francesco Urso, giovane talmente innamorato della sua terra da essere riuscito a creare, in un centro così isolato, una delle librerie più fornite su tutto quanto riguarda la Sicilia. E quello che non cè ci pensa lui a pubblicarlo, presentarlo e distribuirlo. Vittorio Parazzoli Capital 11/ 1984 pag. 36 |
| Viaggio
nelleditoria siciliana. Il piacere dellartigianato [ ] Se la libreria di Taggeo era fornitissima per i tempi, quella che Francesco Urso ha aperto ad Avola, non è da meno. Anzi, è talmente ricca di testi su tutto quanto riguarda la Sicilia da essere citata unica nellisola assieme a Flaccovio e a Novecento di Palermo in un servizio della rivista «Capital» sulle migliori librerie dItalia. Francesco Urso è un giovane appassionato che dal Sessantotto ha saputo trarre insegnamento per quanto riguarda la documentazione storico-antropologica. E se qualcosa gli sembra interessante sotto questo profilo, lui la pubblica in proprio. « Ma attenzione- avverte Urso io faccio il libraio per scelta, quando pubblico non ho una logica commerciale. Per me leditoria è unattività collaterale, una maniera di fare qualcosa di concreto per la mia terra, un hobby di prestigio, anche». Ad Avola la sua libreria è diventata un punto di ritrovo per gente di cultura. «Da quando cè Urso dice grato il giovane studioso Sebastiano Burgaretta ad Avola si sono venduti più libri che dai tempi della fondazione del paese. Prima cera il deserto». Come editore Urso ha allattivo pochi volumi che la dicono lunga sulle sue scelte: sono il saggio su I fatti di Avola del 1968 di Sebastiano Burgaretta, la documentazione fotografica su Palazzolo Acreide, la ristampa anastatica dellopera del 1872 del botanico Giuseppe Bianca sulla coltivazione del mandorlo in Sicilia, i libri su san Sebastiano a Melilli e su Santa Venera e pochi altri. Maria Pia Farinella IL GIORNALE DI SICILIA martedì 27 Ottobre 1987 |
| Uno dei luoghi fatati cari ai bibliofili [ ]Per caso o per destino mi è accaduto di conoscere Burgaretta l'anno scorso ad Avola nella odorosa Libreria di Francesco Urso, in uno dei luoghi fatati cari ai bibliofili in questo angolo della Sicilia Orientale che pure ha conosciuto le passate glorie della mia Noto. Queste pagine registrano per l'imprevedibile Libreria una locuzione siciliana colorita e polivalente. È nata, vi dichiarano, per gioco o per scommessa. Già si consideri che il libro, scarso oggetto di desiderio ai nostri giorni e ancora meno di lettura, vi sta di casa o vi si può trovare in breve tempo. Nello stesso mattino vi ho annusato l'acutissimo Burgaretta e il fondatore, Urso, libraio editore. Nella mia stima, e come pendant nella mia memoria, Urso è libraio editore qual era nella via Di San Giuliano, in una Catania scampanellante di tranvai e sussultante di trombette d'auto, Niccolò Giannotta dalle cui bellissime mani ricevetti in dono il primo vocabolario della lingua italiana per i miei studi ginnasiali. Urso è stato un idealista sessantottino. Brillante, ne sono certo, come l'umanissimo e geniale Sebastiano Sperandeo il cui Longines da tasca, uno di quelli che Arzièr-Le-Muids diede ai suoi figli soldati, porto a segnare il tempo nelle conversazioni in pubblico più che nelle mie giornate. Urso coglie a volo. Costruisce. Otto mesi fa ho detto a Mario Zuppardo che se Urso con iniziative originali e vaste volesse rendere di moda la lettura non esiterei a incoraggiarlo. La forza che infallibilmente costringe a leggere non è nel modesto prezzo del libro ma nella vivente cultura dei cittadini. In quest'area del Mediterraneo cervello del mondo, stupor mundi, vedrei una Sicilia che legge, che pensa, e che ragiona. Gaetano Gangi Avola, Luglio 1998 |
| Ciccio, libraio editore Quel luogo nel cuore di Avola, posto a mezzogiorno, fra uno snodo non interrotto di strade, dove Mazzini e Garibaldi padri del Risorgimento italiano si abbracciano nelle vie che li ricordano... Se Alessandro Manzoni fosse vissuto in quest'epoca, dopo un'escursione ad Avola, probabilmente avrebbe così iniziato il suo capolavoro letterario, mutando i nomi dei protagonisti da Renzo e Lucia in Ciccio e Liliana, rappresentandoli in una storia di vita ordinaria nel Novecento in versione di fine millennio. Diversi dal romanzo di manzoniana memoria personaggi, episodi, trame, ma uguale il tema: l'amore per la vita, bene supremo da conquistare, qui per il tramite della letteratura, perciò del libro. Nasce così, più per gioco (ch'è la cosa più seria della vita) e per scommessa, che per intenzione di lunga durata, l'idea della Libreria, ponendo radici in un luogo fisso ad una attività che Ciccio Urso già svolgeva in forma itinerante. Con alle spalle una esperienza politica di sessantottino convinto - squattrinato ma onesto, reduce da numerosi lunghi viaggi nel mondo (vizi entrambi rimasti tali) - e la duplice passione, ch'è amore, per Liliana e per il libro: la prima conquistata impalmandola, l'altro legato a sé in via definitiva con l'apertura di quel buco, posto a Capo Sud d'Europa, perciò la libreria ultima (uscendo) o prima (entrando) nell'antico continente. Non più di venti metri quadri, dove i libri trovano allocazione da terra al tetto, negli scaffali, nella vetrina e anche accalcati fra loro e in piccoli mucchi negli angoli e financo agganciati con chiodo e fil di ferro nella parte interna della vecchia porta a due ante (qui detta alla "palermitana") che un lucchetto in precarie condizioni di funzionamento tenta di preservare da intrusioni notturne. Poi c'è lo scagno, ossia un tavolinetto che non si vede più essendo stracolmo di libri, riviste, giornali, penne, gomme, computer, stampante, annunci vari, messaggi d'amici, aforismi captati parlando, raccolti da Ciccio che li trascrive, scritti recenti d'autori locali pubblicati, anche sulla Rivista dal colore grigio verde, "Gli Oratori del Giorno", fondata nel 1927 da Titta Madìa sr che lui agita, mostrandola ai presenti ed alla cui forma grafica si è ispirato per creare la collana editoriale di monografie "I quaderni dell'Orso". Dietro quella pila di libri che giace sopra (ma anche sotto) la scrivania s'affaccia sorridente e sornione lui, Ciccio, il libraio, che nel frattempo ha esteso il vizio, diventando anche editore, piccolo ma non minore. Ruota la testa enorme ornata dalla folta chioma e incorniciata da un paio di grandi occhiali che si muovono in saliscendi via via che arriccia il naso per una delle sue consuete risate e, con voce squillante e dal tono fra serio e faceto, apre le due lunghe braccia, per dirigere come un maestro di musica quella orchestra che gli sta davanti. Tre persone - è il massimo che lo spazio concede - si dimenano fra un libro, una rivista, una "quisquilia", ammirando con occhio carezzevole e fugace quella bella fanciulla che telefona al moroso, mentre gli altri aspettano pazientemente sul marciapiede davanti alla porta il loro turno per entrare nel palcoscenico e svolgere il ruolo di solisti, o primi attori, contentandosi intanto di esercitare il ruolo di comparse. Spesso i primi attori si attardano a non lasciar la scena ad uno ad uno, preferendo andar via tutti insieme, come avveniva negli anni Trenta e Quaranta ai frequentatori notturni del palco della musica (usato nelle sere d'estate come una sorta di circolo ricreativo all'aperto), per evitare che chi resta cominci a sparlare di chi è appena andato via. Capita nel frattempo di veder apparire Liliana, nascosta fra i libri a cagione della sua esilità, intervenire nel discorso, o di assistere ad una incursione di Marco, futura speranza editoriale, il quale reclama un gelato a Ciccio che lo rabbonisce "Ti fa male". Tra un discorso, una battuta e l'altra, un "personaggio" e l'altro che si alternano nella recita ("È la casa che li porta".... direbbe un amico d'antica memoria ora scomparso), si svolge il teatro della vita di paese, nel Sud della Sicilia, giardino del mondo. E si scrive la storia, quella con la esse minuscola fatta di piccoli episodi ed eventi del quotidiano, che probabilmente è più importante di quell'altra con la consonante maiuscola che narra dei grandi eventi e che forse più interessa pochi uomini. In fondo il presente non esiste. Mentre si scrive, si parla, si legge, il presente è già passato. Ricordare dunque per riessere, perciò rivivere, ecco il problema. Per dirla con Eduardo De Filippo "ha dda passà 'a nuttata". Il tempo scorre piacevolmente nella Libreria Urso, dove si esercita in permanenza la sagra del libro, unico vero protagonista di questo teatro che è anche il centro e il cuore del mondo e dell'uomo e lo aiuta appunto a vivere. Quel buco o "covo" come affettuosamente lo chiama l'altro Urso, Alessandro, avolese da trent'anni emigrato in Canada ma col cuore qui, si appresta a festeggiare le nozze d'argento col libro e l'editoria e rammenta i quattro lustri già passati con una dedica su papiro a firma degli amici che Ciccio tiene alle spalle sopra la testa come una corona. Accanto alla quale è fissata anche una maschera teatrale in miniatura, per ricordare a ciascuno il suo ruolo nella recita del teatro della vita, e un palloncino pronto, all'occorrenza, ad essere gonfiato e immediatamente subito sgonfiato all'orecchio di qualcuno che tenta di sollevarsi da terra... Ma in quel luogo si va anche per acquistare libri, e se ne trovano di ogni genere e specie: antichi e moderni, di tutti gli editori, italiani ed esteri, oltre quelli da lui editi, ovviamente, e, se si cerca un libro che non c'è, Ciccio assicura che si può avere in meno di una settimana, sempreché gli si lasci un acconto, altrimenti finisce come lo Zufolo di Giufà. Quando vado fuori, una delle prime cose di cui vado in cerca è la libreria; ma posso dire che solo la famosa libreria parigina "Shakespeare and Company" - fondata nel 1901 da Silvia Beach, frequentata da gente famosa e no, di tutto il mondo, e ora gestita da George Whitmam, che con Urso, pur nella differenza di età, ha molti tratti in comune in quanto a disponibilità umana, simpatia, occhio esperto e vigile, bontà d'animo -, mi procura lo stesso fascino di questo buco. E sarà quest'angolo di vita e di cultura, dove gli incontri sono ancora l'unica possibilità che resta in provincia per cogliere le tensioni del mondo, a rappresentare nel terzo millennio che avanza, ancora più e meglio di oggi, la storia e la civiltà di un piccolo paese dal nome sdrucciolo, posto ai piedi degli Iblei, in terra di Sicilia, luogo di questo pianeta. Giovanni Stella in "Le Sirene
e l'Isola", |
RECENSIONI E SCRITTI VARI Lapilli La Libreria Editrice Urso di Avola (Siracusa) ha pubblicato una raccolta di poesie di Giovanni Stella (1948, Presidente dell'Ordine dei dottori commercialisti di Siracusa, già autore di altri volumi di versi) "LAPILLI" (1999, € 6,20). In una nota finale l'autore confessa che questi versi "ha visto venir fuori controvoglia e quasi senza accorgersene, come accade al bambino con un ruttino, e al vulcano con un'eruzione". In vero, la prima impressione che si avverte è proprio quella che si tratta di frammenti isolati, "disiecta membra", in cui un'immagine, uno squarcio di realtà è richiamata per un attimo alla memoria e resta un bel ricordo come una luce che risplende e poi finisce. L'impressione è suggerita dal poeta stesso, che nell'ultima poesia, (50), avverte l'immagine, sul far del giorno, "Lontano un razzo lascia un filo di luce/ che subito si dissolve". L'immagine nasconde rimpianto, "si dissolve", al modo stesso in cui in un altro componimento, (47), all'avvicinarsi della vecchiaia, si chiede "Perché .../... lento e inesorabile /fai mutare in vecchiaia / il volto di quel fanciullo che gli occhi/ rivedono nel richiamo della memoria? ". I1 ricordo del papà che accompagna lui bambino a giocare nel sagrato della chiesa, (23), lascia amarezza ora che la realtà nella sua durezza ha distrutto l'incanto del tempo, "Oggi non ho giocato, e forse neppure /ho sognato". Questo stato d'animo è un motivo congeniale che sollecita la vena del poeta, come ad esempio anche nella poesia 19, "era piacevole ... //... // lasciare scivolare i giorni //... //senza accorgerci che intanto il filo /saccorciava, e che tu lentamente /te ne andavi" I "lapilli" possono suonare rimpianto per la bellezza di paesaggi (Taormina in 45, Venezia in 37, Granata in 32, i giardini moreschi del Maghreb in 29, Roma in 26) ma non manca mai la nota del palpito interiore. Ad esempio in 37 "Fra mito e realtà, leggenda e finzione, /Venezia appariva e spariva, / così io stesso". Il verso finale pur nella stringatezza è un taglio che con durezza "dissolve" il bagliore e riporta alla realtà, a se stesso. Talora il distacco è segnato anche da garbata ironia: ad esempio, la visita in Terra Santa (40) si conclude sul Golgota, con il ricordo del monaco, il quale con una mano indica "il luogo dell'ingiustizia", ma con l'altra "la cassetta dove m'indusse / a versar l'obolo". Risalta di più l'ironia, se si paragona a questa un'altra conclusione: la visita a Trieste (34) si conclude con il ricordo del buon libraio che gli ha fatto tenere in mano il manoscritto di Saba, "E, sai, mi sono nuovamente / emozionato". In genere esiste un distacco tra il poeta e il mondo esterno in questi "lapilli". Lo rivela un sintomo, un verso (che si ripete in 43 e in 39), "Gente che va e gente che viene", per indicare persone che appartengono ad un mondo esterno di traffico nella festa di San Sebastiano o all'ambiente di un ospedale, ma che restano estranee nel momento della commozione interiore Diversa
nell'impostazione e nel tono sembra la natura dei componimenti della prima parte
della raccolta. Quivi più chiaramente, più liricamente, si avverte
la perdita, la mancanza di una persona cara, "di te che sei assenza / senza più
forma" (9). Perfino il crepuscolo, (10), che una volta fu "caro e galeotto", ora
è diventato "compagno di solitudine". Allo stesso modo, al centro del componimento
successivo, (11), il poeta avverte solo "il vuoto'" tra sé e le bianche
nuvole in cielo e conclude di sentirsi "confuso"; questo per lassenza della
persona amata. Sono brevi cenni, ma chiusi dal riserbo e dal pudore di non profanare
la delicatezza dell'intimità. Il tono oscilla tra sorpresa e abbandono.
Lapilli GIOVANNI STELLA, Libreria Editrice Urso (L. 12.000) Avola 1999. Questa raccolta di memorie, descrizioni e pensieri sommessi si pone su un territorio neutrale fra gli spazi tematici dell'esistere e del male di esistere. Unica ragione e fonte consolatoria, unica speranza di speranza è l'infanzia, è Cetty L'Autore, assediato dall'assenza presente dell'amata, ci racconta delle fughe comuni e delle proprie fughe (che altro sono i passaggi su luoghi che solo rappresentano motivi della diversità e non tappe del nostos?). Ed è un racconto porto con compostezza dai toni dimessi di una scrittura che non dà spazio alla lacerazione, che non ammette né esplosioni né implosioni. Il canovaccio segue le ragioni di una evocazione lenitiva, protesta la propria innocenza - non ammette né estraneità né responsabilità - attraverso la frequente proposta di interrogativi destinati a comporre, a colmare l'assenza, a richiamare in causa e coinvolgere la presenza assente. Le istanze della lirica sono deliberatamente neglette perché la dolenzia, il malessere implicito si impongono rudemente e permanentemente senza consentire quella metabolizzazione dell'esperienza vitale che è postulato necessario alla creazione estetica. L'Autore non può (non vuole?) darsi cura di estetiche: è impegnato a ricordare - a ricordare all'altra più che a se stesso - le comuni occasioni, il convissuto, la trama passata, come se questo tragitto memoriale avesse la reale possibilità di favorire una restaurazione sentimentale, fosse un'esca appetibile. Lapilli è certamente il resoconto di un excrucior, ma finisce per rappresentare la descrizione di un'attesa definitiva, il cammino fratturato di una lunga lettera d'amore, di devozione. Quando Stella si sarà allontanato dal ricatto della vicenda umana che qui lo avviluppa, quando cesserà o si ridurrà l'intrisione nel soggettivo, allora torneranno a prendere campo quella ricerca, quelle visioni, quelle magie essiccate che emersero e si fecero ammirare nelle prove poetiche di Miraggi e di Datteri Verdi. Fastoso il respiro della prefazione di Gaetano Gangi ed essenziali gli eleganti tipi dell'Editrice Urso. Lucio
Mariani |
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