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Lintervista di Ciccio a Fahrenheit mi ha fatto nascere qualche pensiero non oso parlare di riflessione, che mi fa piacere condividere con voi. Scrivendo Paulu Piulu era mia intenzione scrivere un omaggio allinfanzia, età di formazione per eccellenza, e alle sue avventure e scoperte. Senza che io lavessi previsto, nel libro è venuta fuori la Sicilia. Non sapevo che ci fosse tanta Sicilia dentro di me. Fra laltro, da quando sono partito per venire a Milano, sono tornato ad Avola pochissime volte. Sono stati i lettori e gli amici, siciliani e no, che, come uno specchio, mi hanno rimandato unimmagine inattesa. Mi sono trovato allora a dover fare i conti con la mia sicilianità, a dovermene forse riappropriare. In questo caso la scrittura ha funzionato da principio di unificazione del disperso non per nulla in greco lego significa sia dire sia raccogliere, tenere insieme. Ecco perché mi sono sentito coinvolto, quando a radio tre Ciccio parlava del suo lavoro in una terra di frontiera. Il giochino del sondaggio sugli ultimi tre libri venduti diventava una testimonianza semplice e chiara.
Quando
sono partito, nel 72, ad Avola cera abbastanza dibattito,
ma il giovanil furore mi portava a voler essere in
prima linea, lì dove si avvertiva esserci uno
scontro più alto e un dibattito più avanzato: Milano,
che era per eccellenza la città della modernità
in Italia, soprattutto agli occhi di chi abitava al sud. Per me,
per la mia maturazione, per quello che potevo riportare agli amici
nei miei ritorni, nei primi anni più frequenti che in seguito,
andava bene così.
Il mio impegno oggi è nella famiglia e nella società, nella scuola e nella scrittura. Mi piacerebbe che la scrittura, da sempre amata per antica vocazione, potesse diventare un modo del mio intervento pubblico. Mi pare che oggi sia importante riportare la letteratura e larte in genere verso la semplicità e riaccostarla agli aspetti reali della vita. In questo io trovo un principio estetico, che diventa anche etico e politico. Adesso penso che le battaglie non sempre si vincono nelle prime linee e dopotutto è da dimostrare che Milano sia ancora una prima linea nel senso in cui lo era nel 72. Anche le retrovie sono strategiche. E strategico anche il fronte meridionale. Che non è poi detto che sia una retrovia. Oggi, insomma, penso che siamo in prima linea dappertutto. E allora la mia battaglia, purché giusta, ovunque combattuta, è anche la vostra, e viceversa. E anche questo mi fa sentire a voi vicino. Un abbraccio Giorgio |
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Fahrenheit
Fahrenheit è la trasmissione sui libri di radio 3 che va in onda da lunedì a venerdì dalle 15.OO alle 18.OO I redattori si mettono in collegamento con ascoltatori-lettori e librai sui libri letti o venduti o consigliati
(NOTA BENE: 7,9 MB) |
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Incontri
in libreria
L'AUTORE INCONTRA IL LETTORE: 15 maggio 2002 alle 17.00 Lo scrittore Roberto Pazzi presenta agli amici lettori il suo ultimo libro L'erede 27 maggio 2002 alle 11.00 Lo scrittore Paolo Di Stefano con noi ad Avola, in occasione della pubblicazione del libro La famiglia in bilico 8 DICEMBRE 2005 alle 11.00 lo scrittore Salvatore Spoto presenta ai lettori l'ultimo suo libro intitolato SICILIA TEMPLARE Foto ricordo degli incontri ![]() |
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LE
DONNE LEGGONO PIÙ DEGLI UOMINI L'indice di lettura
rilevato dall'Istat sta lentamente salendo: 41 italiani su 100 leggono
almeno un libro all'anno, rispetto ai 35 di dieci anni fa. Le donne
leggono più degli uomini (47 per cento contro 35 per cento)
e mostrano preferenze e gusti diversi nella scelta dei titoli. Gli
uomini sono più interessati alla saggistica e - in seconda
battuta - ai generi collegati al tempo libero (fotografia, cinema,
arte, musica, hobbistica), ai fumetti e all'informatica, le donne
sono maggiormente attratte dalla narrativa, soprattutto italiana.(LEGGERE PER TUTTI, Anno 1, N. 1 maggio 2005) |
"[...]Mi
piace la libreria come luogo. Amo la mano che stabilisce il legame tra lo
scrittore e il lettore. Il libraio è l'amico del libro; non di tutti
i libri ma di quelli che considera tali da essere trasmessi al lettore.
Gli scrittori hanno torto a non frequentare di più questi luoghi.
Non per vedere se le loro opere sono messe ben in evidenza, ma per rendersi
conto di come vive un libro, come circola di mano in mano, come qualcuno
lo sfoglia, ne legge qualche riga, poi lo rimette a posto, o lo lascia sull'orlo
del banco, oppure decide di farne l'amico di qualche notte.LIBRERIE L'ultima avventura di Don Chisciotte
di Stefano Bucci
Il libraio è
un Don Chisciotte. Come spiegare altrimenti, se non con una letteraria follia
alla maniera dell'hidalgo della Mancia, la scelta di quel Francesco Urso, che
ad Avola (nella libreria probabilmente più a Sud d'ltalia) propone pubblicazioni,
come Le siciliane di Giacomo Pilati o come Le Sirene e l'Isola
di Giovanni Stella, all'apparenza lontane da ogni possibile tentazione di best-seller
persino in un megastore d'ultima generazione. E ancora come giustificare in
altro modo (nel tempo dei bookshop aperti fino a mezzanotte con presentazioni,
miniconcerti rock e spuntini vegetariani) I'impegno di quella Maria Calabrò
che regola aperture e chiusure del suo piccolo studio bibliografico di Trevignano
Romano con quelli dell'influenza, dei grandi temporali o delle commissioni in
città? La loro è una scelta che (secondo l'ottica dei maghi del
merchandising) risulta spiegabile soltanto con una parola: follia. Alla maniera
di Don Chisciotte.
Sono tempi duri per le milletrecento vere librerie italiane, di cui trecento (le più grandi e le più aggiornate) in grado di coprire da sole la metà del fatturato totale dell'intero canale nazionale. Tempi duri che penalizzano, in particolare, gli spazi di tipo generalista (quelli insomma <<modello boutique" con i grandi successi editoriali in bella vista) e quelli senza vizi né virtù o, meglio, senza carattere. E che privilegiano, al contrario, i grandi scaffali multinazionali e iperefficienti: veri e propri ibridi tra il supermercato, lo spaccio, il tendone di piazza e la bancarella. Dove il libraio non può essere più quell'affascinante incrocio (alla maniera dell'Anthony Hopkins pre-Hannibal-the-Cannibal di "84 Charing Cross Road") tra l'amanuense, il copista, il bancarellaio pontremolese, il sensale, l'editore, il legatore, il tipografo, il cartolaio e lo stampatore. Un affascinante incrocio che (secondo tradizione) non vendeva soltanto romanzi e saggi ma anche almanacchi, spartiti e chincaglierie di divario genere.
Per fortuna il futuro del libro non è però soltanto quello giocato sul filo delle migliaia di metri quadrati da riempire con centosessanta nuove uscite giornaliere (oltre cinquantottomila in un anno), ma può essere anche nelle mani di questi "idealisti della pagina", nonostante si tratti di un universo fragile, che si apre e si chiude con regolarità atavica. Continuando, da sempre, a ignorare i mutamenti di tempi e modi dell'editoria: dal print-on-demand (la stampa su misura) alla recentissima pretiratura (in pratica duecentocinquanta copie di assaggio da inviare ai librai prima della pubblicazione vera e propria, per evitare rischi e rese). E scegliendo di proporre ai lettori cataloghi oltre ogni possibile tentazione di guadagno. Come nel caso della "Società per edizioni scelte" di Firenze che (sul Lungarno Guicciardini a pochi passi dall'appena inaugurata "Biblioteca Harold Acton") offre, tra arredi di gusto neoclassico e sedie appartenute a Enrico Caruso, riproduzioni su carta del mediceo Trattato di bicchierografia di Giovanni Maggi, cataloghi sulle Botteghe di mobilieri in Toscana dal 1780 al 1900 o spartiti dell'Estro poetico armonico di Benedetto Marcello.
Si tratta di realtà fuori degli attuali standard di mercato e spesso fuori anche dall'ordinario, che talvolta hanno involontariamente lo stesso sapore della neogotica "Lello & Irmao Bookshop" a Porto o della trendissima "Magma" a Londra e che continuano a rivestire un proprio ruolo sociale specifico.
In crisi sono soprattutto gli spazi "modello boutique" senza carattere e con proposte legate soltanto ai best-seller.
Ad esempio nelle
piccole città di provincia dove la libreria continua a rappresentare
un reale punto di riferimento e di aggregazione alla pari del municipio,
della farmacia o del tabaccaio. Persino oggi, quando il mestiere del libraio
non è più lo stesso e quando la libreria non corre più
il rischio di diventare (a seconda delle necessità) luogo di incontro
di scrittori e intellettuali, fucina di scambio di informazioni e di cultura,
rifugio di perseguitati politici, tana di cospiratori, punto di appuntamento
per spie.
Lontani sono i tempi in cui Metternich "progettava un'organizzazione di tutta l'editoria dell'Impero capace di ridimensionare lo straripante potere dei librai". Eppure qualcosa di quell'idea di libreria come luogo di cultura continua a esistere (sia pur assai fragilmente tanto che qualcuna di loro potrebbe essersi addirittura chiusa nell'arco di questo stesso articolo) in una "Libreria del mare" di Milano o di Palermo, nel "Becco Giallo" di Oderzo (provincia di Pordenone) che assembla tutto quanto fa "lettura per bambino", nella "Pergamena" di Courmayeur dove si ritrovano storie di montagne e scalate. Oppure nella libreria dell'Isola della Maddalena (specializzata in oceani e arcipelaghi), nell'"Argo" di Lecce interamente votata agli scrittori dell'altra Europa, nella "Popolare" di Grosseto con i suoi libri su Etruschi e Maremma o nella "Casa Azzurra", lungo la statale dei Giovi (tra Milano e Portofino), che mette in vendita riedizioni d'autore del De humani corporis fabrica di Andrea Vesalio.
Chi scommetterebbe oggi su un futuro sicuro e tranquillo per il "Viaggiatore immaginario" di Arezzo (che non sconfina mai da guide e taccuini di grandi viaggi magari in versi), per l'"Alberti" di Verbania che parla soltanto (o quasi) di Lago Maggiore, sulla "Pecorini" di Foro Bonaparte a Milano (dotata di rari erbari settecenteschi e di bibliografie) o sulla "Aristodemo Ferri" dell'Aquila che ha in catalogo la riproduzione della Perdonanza di Collemaggio curata dall'Abate Tarcisio Manetti. Eppure sono proprio piccoli spazi come questi che (alla pari di grandi e storiche librerie capaci di mantenere intatto il sapore delle proprie origini come la "Hoepli" di Milano, la "Herder" di Roma, la "Colonnese" o la "Guida" di Napoli) ad avere ancora qualche speranza. Una speranza che contraddice addirittura la logica che vuole ormai il libraio trasformato "in un esperto di marketing, psicologia della vendita, di informatica, di programmazione e di controllo, di gestione dello stock o di rotazione dei titoli" mentre sembra preistoria il tempo in cui Giorgio Amendola, proprio in qualità di commesso di libreria, assolveva (vendendo le Fiabe di La Fontaine o Gli indifferenti di Moravia) "I'unico lavoro che abbia mai fatto come dipendente da un padrone": a Napoli, agli ordini del "buon signor Johannowsky", dalla primavera del 1929 al marzo del 1931.
Nessuno vuole fermare il tempo ma si può comunque cercare di renderlo più a misura d'uomo. È giusto che ci siano i grandi spazi tanto amati da giovani ma è anche giusto che agli stessi giovani sia offerta (oltre alla possibilità di utilizzare biblioteche scolastiche finalmente aperte e aggiornate) I'opportunità di conoscere l'altra faccia della libreria. Quella destinata a essere schiacciata senza possibilità di scampo dalle attuali strategie di marketing, quella simboleggiata dalla mitica (e purtroppo scomparsa) "signora Adriana" della "Carù" di Gallarate. Quella dei Don Chisciotte.
STEFANO BUCCI
MALCOSTUME Lo sport nazionale di chiedere volumi in omaggio. Un vizio già denunciato da Papini: si compra tutto, ma non la cultura
Dateci
un libro purché sia gratis, siamo italiani
C'è uno spettro che si aggira per le case editrici italiane: il libro-omaggio. Non c'è giorno che passi che gli editori non ricevano decine di lettere di scuole, biblioteche, centri culturali, carceri, parrocchie, istituti di cultura, rna anche privati cittadini, che immancabilmente chiedono, tra il depresso e il disperato, di poter essere aiutati a costituire la loro biblioteca. Mancando di fondi, fanno la questua presso gli editori, sperando che qualcuno si lasci intenerire il cuore. Cominciano quasi tutte così: <<Dal momento che l'esiguo bilancio non permette l'acquisto, almeno per il momento, di alcun tipo di materiale...>>; oppure: << Come certo saprete, le amministrazioni pubbliche sono sempre ostacolate dall'esiguità delle risorse economiche, Vi saremo perciò grati...>>. Qualcuno ha idee molto chiare di ciò che vuole e stila un lungo elenco di testi che l'editore dovrebbe inviare in omaggio. Alcune amministrazioni, per offrire qualcosa in cambio, sarebbero disposte a istituire, << con apposito atto consiliare >>, un albo delle case editrici che invieranno libri-omaggio; qualche altra si sobbarcherebbe l'onere di apporre sui libri la scritta: <<Donazione della casa editrice >>; qualche altra ancora assicura che, al momento delle disponibilità finanziarie, <<sarete sicuramente tra i nostri fornitori>>.
Diceva
bene Papini nel suo pamphlet su <<Le disgrazie del libro in Italia>>
che, quando un italiano desidera leggere un libro, uno de modi più frequenti
per averlo è chiederlo in omaggio all'editore o all'autore, o di farselo
regalare da qualcuno che lo ha ricevuto gratis da uno dei due, oppure di
chiederlo in prestito a un amico, col segreto proposito di non restituirglielo
più. Solo quando questi e vari altri modi di procacciarsi l'opera ambita
(non escluso il furto, che risulta in aumento nelle librerie, comprese quelle
religiose) si rivelano impraticabili; solo quando ogni tentativo viene frustrato,
solo allora, chi non può proprio rinunciare al desiderio o alla necessità
di leggere, << prende - concludeva Papini - una decisione eroica e sceglie
l'ultimo e disperato mezzo: compra il libro con i suoi denari>>. La gente
che fa richiesta di libri-omaggio all'editore naturalmente non si fa nemmeno
sfiorare dal dubbio che le case editrici non sono degli istituti di beneficienza,
e che stanno in piedi proprio perché tentano di vendere i libri che fanno,
non perché li regalano. A leggere le lettere che giungono alle case editrici
c'è comunque da restare stupefatti dalla quantità di motivi che
vengono addotti a sostegno delle richieste. E anche se a volte c'è il
sospetto che qualcuno pensi - o finga di pensare - che i libri non costano niente,
non c'è dubbio che queste lettere offrono in genere un'immagine desolata
della situazione in cui versano le biblioteche.
D'altra
parte, ammesso che qualche richiesta di libri venga soddisfatta, che biblioteca
sarà mai quella formata dai fondi di magazzino inviati dagli editori?
In definitiva, c'è il rischio che oltre a spendere migliaia di lire in
lettere e francobolli sperando di ottenere qualche volume dalle case editrici,
i libri arrivati risultino poi poco significativi per la qualità dei
contenuti o inservibili. Conclusione: la cosa migliore non è chiedere
agli editori dei libri omaggio, ma fare in modo che gli enti, pubblici o privati
dai quali le biblioteche dipendono stanzino i fondi necessari al decoroso funzionamento
delle loro biblioteche. In caso contrario, è inutile tener occupati degli
spazi che impropriamente vengono chiamati << biblioteca >>.
Giuliano Vigini
Giuliano Vigini
| Salvatore
Spoto , Sicilia antica,2002,
8°, pp. 354, ill., Euro 16,50 |
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