QUEST'OPERA È STATA SELEZIONATA
NEL CONCORSO LIBRI DI-VERSI IN DIVERSI LIBRI
IN MEMORIA DI CORRADO TIRALONGO EDIZIONE 2012-2013 (Clicca sulla copertina per ingrandirla) Lucia Bonanni Il messaggio di un sogno
Poesie 2013, 8°, pp. 79 Collana ARABA FENICEn. 79 € 9,50 ISBN 978-88-96071-49-6
DI GLICINE UN PERGOLATO*
Di glicine un pergolato
in fondo al viale si attorciglia
e di borghi turriti
al vento raccontare vuole.
C’è il respiro del cielo
su quei grappoli odorosi
ma poche le parole che
alle parole si legano
di chi il richiamo
di cose belle
sente nel cuore
e su gocce di speranza
per averle vicine
di saggezza nel tempo le colora.
Non di tesori nascosti
riesce a dire
il messaggio di un sogno
letto nelle pupille di viandanti
volte all’imbrunire.
Di lucidi cristalli, però,
è la bacheca
posta alla sommità della stradina… e
del viaggio la solitudine
disseta.
* Dalla lettura di “L’alchimista” di Paulo Coelho
*“Ogni momento di ricerca
è un momento d’incontro”
(P. Coelho in“L’alchimista”)
* “Itaca ti ha donato il bel viaggio,
senza di lei non saresti mai partito”
(K. Kaváfis in “Itaca”)
RIFLESSIONI DI LUCIA BONANNI
A CONCLUSIONE DI LIBRI DI-VERSI2012-2013
“Lu suli è giáspuntatunilu mari/ e vuibidduzza mia durmiti ancora…/ liciuri senza vuinunponu stari / su tutti
cu li testi a pinnuluni/ dintralubuttuneddu su'
ammucchiati/ e aspettenuquann'é
che cca v'affacciati”… ed é la voce di Liliana che
dinanzi al monumento ai Caduti fa risuonare la melodia di questa dolcissima
serenata, scritta nel 1910 da Giovanni Formisano e
musicata successivamente da Gaetano Emanuele Calì;
una serenata sincera, delicata, quasi evanescente poesia d'amore che intenerì
il cuore dei soldati austriaci allorché nel 1916 un giovane soldato italiano la
cantò, stando in una delle tante trincee del fronte della Carnia. Una tenera
poesia d'amore come metafora di un canto patriottico alla stregua della ben nota
“Palombella” della tradizione popolare partenopea.
Il riferimento alla Grande Guerra
porta ad un altro fronte, il Carso, dove l'ufficiale
avolese Francesco Giangreco intrattiene una bella
amicizia con l'uomo del “Porto sepolto” i cui versi furono pubblicati da Ettore
Serra, militare per caso insieme al giovane Ungaretti, poeta che là diede vita
a certe “immagini affioranti da oscure profondità”.
Ed è ancora Liliana che nella notte della poesia interpreta
con grande animo anche i testi di Rosa Balestrieri, artista di grande pathos
espressivo per quel suo connaturato modo di portare dentro la propria terra e
trasmetterne le contrastantirealtà e l'amore attraverso le calde vibrazioni della
propria voce, vibrazioni che rimandano a quel Neruda di “Cuandoyomueraquierotusmanos en misojos” (Quando morrò
voglio le tue mani sui miei occhi). Perciò “… se il destino vorrá/
(dobbiamo) prepararci a raccontare/ a chi ancora dovrà aprire gli occhi…/
giusto il tempo/ di sperare (che) tutto ciò che è stato creato/ sia portato
avanti… all'infinito…” (Carmela Monteleone), un infinito intramontabile come la
teoria di versi che si dipanano dalle voci recitanti dei poeti notturni per le
vie di Avola mentre “le parole schizzano in tutte le direzioni come
l'esplosione di una granata” (E. Montale) e ogni
sillaba, ogni verso, ogni metro, ogni strofa dinanzi ai vari monumenti e alle
abitazioni dei poeti da ricordare, sono palme intrecciate di sogni realizzati e
da realizzare perché come ama affermare AntoninArtaud “Ogni sogno è un pezzo di dolore che noi strappiamo
ad altri esseri.
L'edizione di quest'anno di
“Libri di-versi”, dedicata al poeta avolese Corrado Tiralongo, mi vede ancora e
di nuovo a partecipare alla passeggiata dei poeti notturni e attenta
ascoltatrice delle belle liriche più volte declamate. Non ho certo la pretesa
di conoscere il dialetto siciliano, ma ho già avuto modo di poter leggere e
apprezzare i bei versi di C. Tiralongo, autore tra l'altro di quelle
“Fissazioni” in cui la sua arte poetica si fa medium di vita e di dialogo per il fatto chela poesia altro non è che espressione di sentimenti e di una vasta gamma
di emozioni latenti, derivate dal contatto col mondo esterno e con quello
interiore in una gosi del cuore che porta alla
conoscenza più vera del Sé.
Quindi devo dire che la stessa forma poetica per quel suo carattere di universalità,
ma anche per la sintassi che le è propria e le stesse figure di suono e di
significato, come pure le diverse possibilità di senso, favorisce la lettura
dialettale e ne facilita l'acquisizione, se pur talvolta zoppicante. Infatti come scrive il poeta Tiralongo neisuoi componimenti “L'arti puetica” e “Puisiari” “quando
quello che lasci uscire dall'animo e dai al cuore la possibilità di esternare
il tuo sentire, subito qualcosa di dolce ti accarezza e la noia si dissolve e
il male di vivere si allontana… così quando posso mettere insieme quattro versi
che sono lenimento ai miei tormenti, le mie giornate posso considerare non
perse, ma vissute nella pienezza del mio essere” Così, quella che all'inizio
era per il poeta un semplice e piacevole passatempo, inteso come ozio per
trascorrere con diletto ed estasi emozionale il proprio tempo, di viene adesso
vera fissazione, passioneche si
rafforza giorno dopo giorno e si concretizza nel bisogno di dare forma ai
pensieri mediante la parola scritta, divenuta all'istante catarsi e rinascita
dell'animo. Quella di Tiralongo è una poesia snella nella forma stilistica ed assai composta nei temi trattati che esprimono la
saggezza del vivere , l'amore per a vita, le bellezze della natura con quel
sole che da rosso diventa giallo e quella frescura del primo mattino che porta
ristoro a tutta la persona. Non vengono meno nei ricordi del poeta i pensieri
per gli amici più cari e le persone che non ci sono più, prima fra tutte la
propria madre, assimilata con una delicata similitudine ad una “palummedda” di rare qualità umane, sempre dedita
allo sposo, ai figli e all'intera famiglia ; e poi c'è la propria donna, donna
dalle mille virtùalla quale vuole
bene oggi come ieri e che sa fare dono di sé per quel senso di sicurezza e di
quiete che riesce a trasmettere al proprio amato.
La spontaneità e l'immediatezza
della poetica di Corrado Tiralongo ci porta in un contesto letterario dagli effetti estemporanei e assai graditi al lettoreche si la scia guidarenella visione di quadretti
impressionisti di vita e tradizionisiciliane con quel tipo di “poesia che ti porta lontano”, proprio come
in una delle musiche cantate da Liliana. “ Noi vivremo in eterno in quella
parte di noi che abbiamo donato agli altri”, amava affermare Salvador Allende, e
di questo pensiero si è fatta partecipe la poetessa avolese Carmela Di Rosa che
ci ha deliziato con la sua presenza ed ha voluto farci dono dei suoi versi anche
in dialetto; poetessa versatile, Carmela, la cui lirica “ Ridere e sorridere” è risultata poesia regina della primavera 2013 durante
la consueta serata “Dalle otto alle otto”. “Sorridi… quando al risveglio apri
le tue porte al mondo, sorridi quando è sera e nutri la speranzadi un bel
sogno…” un bel sogno che crea un mondo di fantasiain cui si gioca con le parole e l'attore recita sul
palcoscenico della vita anche per il fatto che “L'intera Sicilia è una
dimensione fantastica” e non si può viverci senza immaginazione ed eludere quel
richiamo che questa terra emana in lontananza. E così… quando nel cielo “cari nastidda”, sempre si rinnova il
desiderio di dare voce ai propri sogni e alle speranze assopite e a quei
“palpiti di gioia e dolore, soffi eterei di eterna Poesia qual respiro d'amore”
(Mary Di Martino) e se essere poeti non è soltanto intuizione e forma o
bizzarra modalità di dialogo, allora la parola
poetica, pur dovendo accettare i compromessi col presente, la Poesia continuerà
a portare luce dove c'è sgomento quale parabola letteraria e necessità di
scrittura “col suo peso e la sua grandezza, senza mai chiedere il compenso” (R.
M. Rilke) dovuto per fermare Kronos nella sua corsa ciclica e nel suo espandersi lineare.
LE RISPOSTE ALLE DOMANDE PIÙ FREQUENTI DEI CONCORRENTI
I VOLUMI REALIZZATI SARANNO ANTOLOGIE? I libri diversi che pubblicheremo agli autori selezionati sono tutti personali e non saranno antologie!
Ti chiediamo di dedicare qualche minuto alla esplorazione della nostra pagina http://www.libreriaeditriceurso.com/di...versilibri.html per capire che facciamo proprio questo (vedrai qui anche le copertine di ogni autore selezionato nelle precedenti edizioni).
Quando un autore scrive delle poesie, queste possono essere brevi – ed essere contenute in una pagina – o possono essere lunghe e, allora, la pubblicazione richiederà un'occupazione di più pagine,
Allora, se l'autore ci invia poesie brevi, noi pubblicheremo con molta probabilità tutte quelle che ci invia, e cioè tutte le 45 poesie.
Se nel contesto ci saranno poesie lunghe, non saremo nella condizione di pubblicarle tutte, perché le pagine del libro che realizzeremo sono stabilite nella stessa misura per tutti.
Quindi per esemplificare, se tu, al momento della nostra richiesta di 45 poesie, inviassi 35 poesie brevi e altre dieci poesie di due pagine ciascuna, noi dovremo togliere per necessità qualche poesia, per il limite di pagine imposto. I LIBRI DI-VERSI NON SARANNO ANTOLOGIE! Noi odiamo le antologie e proviamo una certa impressione quando vediamo che ciò accade abitualmente negli altri concorsi, e altrettanto ci impressioniamo ogni qual volta rileviamo che raramente viene data in premio una pubblicazione al vincitore!
Tuttavia, nonostante questa nostra diversità evidente, diciamo pure, che chiunque, in ultima istanza, può anche non continuare nel nostro concorso, quando poi sarà ricontattato, dopo il giudizio della Giuria...
Abbiamo capito pian piano che le persone vogliono – e devono – avere la propria libertà.
Quando le contatteremo, chiedendo le poesie, conosciamo già la classifica, ma quella la renderemo pubblica secondo il nostro stile solamente alla fine del concorso.
Se alcune persone non volessero proseguire, le escluderemmo immediatamente, e non le convinceremo a proseguire (e avremmo tante ragioni di tipo commerciale per farlo!), neanche nel caso che quelle persone si siano classificate ai primi posti...
Ci sembra il modo più autentico di vivere, rispettando la libertà degli altri, non escludendo la casualità e la necessità delle cose della vita. http://www.libreriaeditriceurso.com/di...versilibri.html https://www.facebook.com/groups/libridiversi.indiversilibri/
LE RAGIONI
DEL NOSTRO CONCORSO
Questo concorso, come il precedente "Inchiostro e Anima" è nato su Facebook, utilizzando virtualmente e virtuosamente questo strumento per comunicare in tempo reale.
UNA SOCIETÀ
DI POETI
Noi tutti, assieme a tanti altri, crediamo possibile una società di poeti e crediamo inoltre che la poesia sia fondamentale per pensare la vita e sognare un altro modo di vivere.
Ideatore e organizzatore del Concorso: Francesco Urso
Commissione giudicatrice presieduta da Maria Restuccia e composta da: Liliana Calabrese Urso, Fausto Politino, Mia Vinci, Salvatore Di Pietro, Luigi Ficara, Antonino Causi, Nino Muccio, Corrado Bono, Elio Paolo Distefano, Cenzina Salemi, Benito Marziano, Mary Di Martino, Lilia e Marco Urso.
PREMI INUSUALI!
LIBRI...
Nell'intenzione di accogliere la poesia del maggior numero di concorrenti, l'editore Francesco Urso ha voluto riservare a ciascuno autore selezionato dalla Giuria il premio di una pubblicazione, impegnandosi a farlo al momento del Bando per un numero massimo di cento autori (Quarantasette sono stati gli autori risultati idonei nell'edizione 2012-2013).
Ogni pubblicazione avrà una differente copertina.
Nel contesto di questa logica esaltantante in sé la scrittura, l'editore ha voluto riservare ai primi tre poeti selezionati premi particolari (cento copie di un proprio libro al primo classificato e omaggi di libri della Libreria Editrice Urso al secondo e terzo classificato).
In questo concorso vengono banditi pergamene, coppe, medaglie e trofei vari, così come vengono rigorosamente esclusi finanziamenti pubblici.
Si ringraziano quanti hanno con noi condiviso l'esperienza (giurati, poeti e chiunque faccia eco alla presente iniziativa).
QUESTA OPERA È STATA SELEZIONATA
NEL CONCORSO LIBRI DI-VERSI IN DIVERSI LIBRI
IN MEMORIA DI CARMELA MONTELEONE EDIZIONE 2011-2012
(Clicca sulla copertina per ingrandirla) Lucia Bonanni Cerco l'infinito 2012, 8°, pp. 56 Collana ARABA FENICEn. 44 € 9,50 ISBN 978-88-96071-60-1
LUCIA BONANNI
Nata in quella ridente cittadina del Fucino, sorta dalla romana Alba Fucens, da anni vive in provincia di Firenze dove ha prestato servizio come insegnante elementare e tutt’ora segue iniziative di volontariato e progetti di tutoraggio scolastico.
Fa parte di Associazioni Culturali, ama l’Arte nelle sue diverse espressioni e coltiva la passione per la poesia con la partecipazione a corsi di scrittura creativa e seminari di arte poetica nonché ai vari Concorsi Letterari, riportando anche lusinghieri consensi. Essenziali per la sua creazione poetica sono, come insegna Alda Merini, “studio, esperienza e volontà” come pure le diverse letture da cui derivano concetti ed ispirazione insieme alle empatie seriate ed elette nelle corrispondenze artistiche ed in quelle amicali. “La poesia è un modo di pensarsi” e dietro ogni suo lavoro c’è sempre una conquista, una scalata lungo pendii scoscesi, un voler spegnere fuochi e convogliare vento, un decifrare i luoghi dell’accadere, insieme ad uno spleen continuo e coinvolgente insito in quel sentirsi diversamente-uguali che tanto isola e tanto rassicura.
Molteplici sono le motivazioni che la inducono a scrivere perché da sempre ha sentito il fascinoso richiamo di poter giocare con le parole, dipingere con i loro colori e cesellare note con i loro effetti sonori e le stesse armonie imitative, secondo uno stile ancora tutto da scoprire ed affinare a seconda delle esperienze, la memoria, il rapporto con il reale e la stessa metafisica del sentire, condividendo in versi immediati e sinceri “limpida meraviglia e delirante fermento”.
Quella dell’Infinito
è una sete che non si placa
e un vagabondare che non si arresta…
…e continuamente lo cerco
e continuamente lo perdo… e
quando l’arsura si fa sentire
e la quiete tarda a venire
con dita ansiose scavo
tra ritmi sconfinati
e nel silenzio dei chiostri,
di mani tese e sguardi smarriti
sfoglio la vita,
come di minori offesi e diritti negati
vedo gli affanni.
Ombra che inseguo
tra dolci rime e colori sognanti
al desiderio di vita si assimila
tra le note del cuore
e sull’erta
mai considera le membra ferite.
Talvolta balugina
nella notte che non riposa
o nella voce che non ha parole
ma io resto in attesa
e dietro quella persiana chiusa
continuo a spiare
quel desiderio di eternità
che mi consuma.
[...]Est in vita quasi cum ludas tesseris: si id quod jactu opus erat forte non cecidit, id quod cecidit arte corrigas (sic fere).
Nella vita è come quando tu giochi ai dadi: se il punto che più ti occorre non è uscito fuori al getto, quello che il caso ha fatto uscire devi correggerlo da te, con la tua abilità (all'incirca così). Terenzio, I due Fratelli, IV, 7, versi 739-741
La poetessa toscana Lucia Bonanni gioca a dadi (si fa per dire) con quattro libri pubblicati di recente dalla mia Libreria Editrice (nel contesto dello scritto le quattro copertine oggetto del suo intervento - Cliccando sulle copertine si va alle pagine dei relativi autori).
Non è facile avere recensioni dei miei libri ...non sono Mondadori, Rizzoli, Feltrinelli, Giunti e così via... né sogno di esserlo... In qualche modo questo intervento "corregge", e aggiunge qualcosa, come suggerisce Terenzio, per l'abilità di Lucia, a questa mia condizione "altra" di editore rispetto ai grossi editori... Ringrazio Lucia.
Francesco Urso
COME GIOCARE CON I LIBRI
BREVE LETTURA COMPARATA
PER QUATTRO OPERE
CON DENOMINATORE COMUNE
“Non si sa come si creano/costellazioni di galassie e di energia/giocano a dadi gli uomini/resta sul tavolo un avanzo di magia”, recita una nota canzone di Jovanotti…
E forse non è un po’ come giocare a dadi quando si intraprende la lettura di un libro e non si sa bene cosa ci aspetta tra le pagine che andiamo via via sfogliando? Certo c’è sempre un abstact ed una prefazione a fare da filo di Arianna nel labirinto delle parole, ma l’incognita, l’attesa e lo stupore restano sempre vivi a tendere tranelli. E non è forse un “avanzo di magia” quello che resta sul tavolo quando alla fine chiudiamo il libro per riporlo nello scaffale ed ogni tanto andiamo a riprenderlo per ritrovarvi le chiosature a margine, le righe evidenziate ed anche qualche angolo arricciato.
L’attrazione per i libri è sempre forte per cui mi piace sostare davanti alle vetrine delle librerie oppure ciacciare tra gli scaffali, togliere dalle mensole alcuni volumi e starmene in pace a leggere in qua e là, vagando con la mente da un posto all’altro del pianeta. Ma ancor di più mi piace leggere i lavori di persone che conosco già; è questo un sentire fascinoso, quasi esoterico, capace di richiamare presenze e allontanare dai pensieri le negatività del quotidiano.
Oggi gli avanzi di magia che sono qui sul mio tavolo riguardano quattro opere che hanno come denominatore comune, ma anche come multiplo comune, un fattore che può essere identificato in una sola parola: la vita. Una parola che nel suo campo semantico può essere intesa come andamento lineare nel suo inizio-fine oppure come carattere ciclico nel senso evolutivo di rinascita. Ecco quindi “ la vita come valore” e “la vita come fatto” che si ripete in questi scritti. Diversi sono i colori per intensità e tratteggio delle immagini delle copertine che annunciano e delineano il contenuto di ciascuno di questi libri da me letti con vero piacere ed attenzione.
Evoca una marinaresca dalle note arcaiche, il frontespizio di “Esiste il diritto di morire?” di Roberta Coffa che in questo lavoro è riuscita a fondere le dritte giuridiche con la propria umanità e sensibilità, appassionando il lettore ad un argomento che talvolta lascia sgomenti ed incerti. Quel blu intenso, degradante verso il basso, sembra quasi un mare le cui acque si fanno sempre più docili e meno profonde man mano che si avvicinano alla costa, mentre la catena che molla gli ormeggi e si spezza, mandando in frantumi l’ anello di congiunzione tra il bios e la stessa essenza di “forme di esistenza dolorose o ritenute non dignitose”, sta ad indicare un esistere che non è più.
Ma ecco il verde della speranza, se pur asciutto ed essenziale, su cui campeggia un “Urlo” le cui onde come in un sisma dell’animo, arrossano il cielo, si insinuano tra le rive di un approdo quasi surreale e inducono i passanti a procedere su una traiettoria che assomiglia più allo sferragliare di un treno su binari immaginari che ad un selciato urbano. Queste le per le parafrasi, le forme ironiche e surreali, i nonsense, le finzioni, la realtà sublimata per l’opera “La valle dell’ozio” in cui si cimenta Salvatore Di Pietro. Da un lato un testo, imperniato sul dualismo vita- morte, vita biologica, essenza-anima, in cui i personaggi risultano irrelati, generici, quasi astratti quel “ora per allora” che non pochi interrogativi ha e continua a suscitare a causa di quella divergenza diacronica, correlata ad una “distanza psicologica e temporale” tra la dichiarazione scritta e l’applicazione della stessa in ambito dell’eutanasia volontaria. Dall’altro lato una raccolta antologica di racconti in cui compaiono finali a sorpresa che lasciano il lettore incredulo e smarrito dentro i confini di una valle immaginaria dove “i pensieri più intimi sembrano esposti ai raggi del sole, come panni appesi ad asciugare”. Questo perché “la vita non è altro che un lungo divenire, una progressione di distacchi e partenze alla costante ricerca di nuove mete da cui ripartire, il viaggio da intraprendere giorno dopo giorno fino a quando non si giunge all’ultima tappa in cui non si trovano affissi gli orari degli arrivi e delle partenze”; e chissà per strane alchimie finalmente si torna ad essere raggiungibili anche al cellulare o addirittura, pur restando tra i vivi, si può anche correre il rischio di comparire su un piccolo annuncio mortuario con tanto di foto e cornice listata a lutto per non essere neanche riconosciuti dall’inquilino del piano di sopra. Oppure lasciarsi cogliere di sorpresa dalle stranezze della vita e rassegnare le dimissioni , scrivendo, forse per celia o forse per diletto, lettere alfabetiche dai suoni simili che a distanza di tempo restano il dilemma dei più sprovveduti e di chi non sa “fermare il tempo e ascoltare nell’aria il pa-pa-pa-pa-papà dei ricordi”. Visto, però, che “sacro è tutto ciò che ha un valore intrinseco , indipendente dall’utilità o dagli approssimati soggettivi” (R. Dworkin), l’assunto tra la qualità della vita e la qualità della morte ancor più si ripropone nel “diritto a morire con vera dignità” anche perché “Esiste (davvero) il diritto di morire?” anche al di là delle varie implicazioni di bioetica religiosa e laica che un simile argomento suscita e comporta? “O sono morto davvero? - pensò. Se sono vivo devo riuscire a parlare, a gridare, a far capire che sono vivo”.
“E’ Falena! Quel ragazzo che chiamano Falena” Ora veniva sollevato e adagiato su una barella, capì. "E meno male che hai telefonato, se rimaneva ancora un poco qua… la dose, questa volta, non l’ha sfottuto”. Ma chi è Falena! Falena è uno dei “Randagi” che Benito Marziano racchiude nel color rosso di una copertina su cui quasi si confonde la figura di un senza dimora, ridotta e distanziata sul retro quasi a significare la stessa invisibilità sociale a cui sono soggetti tali individui. "Da quel momento non ricordo più niente, non so cosa mi accadde, ma ora…ora…sto ricordando…mi svegliai , non so dopo quanto tempo in mezzo alla campagna, era notte… ma io non sapevo più chi ero, dov’ero, se avevo una casa, una famiglia. Vidi le luci della città e mi avvicinai”. Uomini, questi, costretti a vivere all’ombra dell’albero della vita, di quello stesso albero che nel quadrante di un piano cartesiano immaginario sulla quarta di copertina si staglia e si dirama come metafora e allegoria di un esistenza non sempre consona e dignitosa.
“Ho imparato che un uomo ha il diritto di guardare dall’alto in basso un altro uomo solo per aiutarlo a rialzarsi” (G. G. Marquez)… ma io… io “Come potrò dire a mia madre che ho paura?”. Io che liberai un tenero pettirosso dalla gabbia in cui era stato rinchiuso e poi per ironia della sorte imprigionai me stesso “alla droga, alle continue entrate e uscite dagli istituti di penitenziari e comunità di recupero”. Un lavoro da leggere con attenzione questo di Roberta Malignaggi, tenace e determinata a portare avanti un argomento dal forte impatto emotivo, un testo che per le implicazioni di natura emotiva risulta estremamente coinvolgente, un testo da leggere per la storia che vi si racconta, per quella competenza autentica della curatrice nel saper raccogliere, seriare e raccontare i documenti e rielaborarli in un trattato ben delineato e articolato nella forma e nei contenuti, un testo da considerare per la bontà di un editore che non ricusa ma accoglie, che non isola ma partecipa cultura a più livelli; un testo commovente non solo per la storia che vi si racconta ma anche per quel coraggio di madre che fa da collante a tutta la narrazione. “Non mi sono mai pentita delle scelte che ho fatto per mio figlio… l’ho amato a tal punto che in non poche occasioni sono stata proprio io a denunciarlo… e il carcere poteva essere più sicuro della strada”.
Devo dire che più di una volta durante la lettura io stessa mi son dovuta fermare e chiudere la pagina, fermarmi a pensare… a pensare alle vite che si sono intrecciate in questa vicenda umana e sociale, anche se con ruoli e vissuti ben distinti , ma mai divergenti. Però io… io che “mi muovo a tentoni andando a sbattere negli angoli dei ricordi che hanno tracciato una ridda di ferite che per ipotesi dovrebbero formare nel tempo la mia personalità , rendendola più savia” come posso far capire al mondo intero che “Sei dentro di me un vulcano in eruzione/ tracci sentieri eludendo il controllo del mio Io/ sovvertendo pensieri e sentimenti/ ardi dentro il mio cuore/ oh amore, che di nuove emozioni fai vivere il io cuore”.
Quanta delicatezza, quanta sensibilità, quanto bisogno di essere amato, quanto desiderio di “ vivere la vita nella bellezza del mondo” in questi scritti di Claudio, protagonista e interprete dell’intera vicenda! Delicatezza e sensibilità che si rinvengono nelle tinte pastello e nei tratti quasi infantili di un firmamento su cui si libra una figura in divenire tra l’occhio vigile ed il desiderio di poter volare in un cielo ripulito dalla “transitorietà del tempo” che sulla copertina parlano il linguaggio del silenzio.
Ed è così che nella vita di ciascuno di noi “Passano alcune musiche/sembrano esplosioni inutili/ ma in certi cuori qualche cosa resterà” (Jovanotti) e il mondo si fa sempre più piccolo ed a portata di mano quando le persone si incontrano sulle pagine di bei libri e condividono il medesimo sentire. Come dice scrittore Orhan Pamuk “Chi scrive parla di cose che tutti conoscono ma che non sanno ancora di conoscere. Così scrittori e lettori, usando la fantasia, avvertono quanto tutti gli uomini hanno in comune. La grande letteratura non parla delle nostre capacità di giudizio, ma della nostra abilità di metterci nei panni di un altro”.
Un Vulcano-che dorme-la Vita-/Un luccichio intermittente nella notte-/profonda abbastanza da lasciare/ che esso si sveli-senza condurre alla cecità-/Silenzioso-come Onda Sismica-/mentre le città-scivolano lontano-“ (Emily Dickinson).
Nel compilare l’elenco dei dieci libri salvare, mi sono attenuta a quelle regole di classificazione che nella letteratura individuano tre gruppi essenziali quali poesia, prosa e teatro, ordinati a loro volta secondo caratteristiche di contenuto e di forma.
Della saggistica fanno parte il testo argomentativo, quello normativo e quello descrittivo; il teatro prevede un insieme di opere drammatiche, appartenenti ad una determinata cultura, ad un periodo letterario, ad un autore in cui sono individuati vari generi di spettacolo, di contenuto e di espressione artistica.
Per quanto concerne la prosa, essa si suddivide in tre sottogruppi individuati in saggistica, narrativa e teatro; la narrativa prevede una complessità di generi che nella produzione letteraria diramano in una miscellanea di vicende reali o fantastiche, racchiuse in racconti e romanzi. Se la produzione letteraria è priva di fabula, si hanno i diari, le lettere, le cronache e le descrizioni di viaggio; se invece è con la fabula, si hanno il romanzo, il racconto breve, la novella, la fiaba e la favola. A loro volta i racconti e i romanzi, sempre secondo il contenuto e la forma, possono essere di vario genere: epico, didascalico, tragico, biografico e autobiografico, fantastico, mitologico, fantascienza, fantasy, horror, gotico e neogotico, giallo, letteratura per ragazzi.
Discorso a parte è quello che riguarda la poesia che pur prevedendo vari generi, si differenzia dalla prosa per caratteristiche di sinteticità, realtà sublimata in fantasia, verso-metrica, rari dialoghi, lessico anche simbolico.
1) Vorrei iniziare la parte discorsiva dal “Cantico di frate Sole” perché in esso ritrovo tutta la poesia precedente e quella a venire, vi scorgo la tensione dell’Uomo che dalle cose finite si protende verso un qualcosa di sublime, di eterno, di sconosciuto ai sensi e inafferrabile dal pensiero; in quelle parole vive l’Uomo con le sue sofferenze, le sue sconfitte, i drammi, le delusioni, ma anche con le sue conquiste, le sue felicità, le sue mete, le sue serenità, le pacificazioni con se stesso e con la vita fuori dal sé. In quelle rime ci sono i canti spirituali di Novalis e le inquietudini di Baudelaire, le riflessioni filosofiche di Gibran e quelle religiose di Tagore, la vita sofferta di Hichmet e la poesia sociale di Withman. I versi del cantico sono altresì una scrittura allegorica in cui il bene e il male si assimilano con tutto ciò che porta luce allo spirito errante e tutto ciò che vi porta tenebra e sofferenza, percorsi compiuti dall’Uomo per giungere alla chiarità contemplativa e al sogno estatico.
2) Tra la prosa diaristica ho scelto le pagine di Anna Frank perché avevo circa la sua età, quando le lessi per la prima volta; le ho scelte come memoria collettiva, affinché quel revisionismo storico latente non debba stendere una coltre d’oblio su una realtà etico-sociale tra le più dissacranti che la storia abbia mai scritto. In esse vive anche l’umanità e la grandezza di Etty Hillesum che nonostante tutto si propone di coltivare il perdono per quanti hanno causato una simile catastrofe, non potendo però adempiere alla promessa perché lei stessa vittima di quei terribili eventi; c’è il largo respiro della poetessa Anna Achmatova, in fila, in tempi altrettanto tremendi, davanti alle carceri di Leningrado per poter dare vita a quei “Nomi restituiti” nella verità non taciuta; e poi c’è anche Anna Arendt che propone i poeti quali pescatori di perle nel mare del ben sommerso; ed ancora Liliana Segre che nel suo percorso di rinascita alla vita, si aggrappa al ricordo chi le ha fatto del bene. E poi ho scelto il diario di Anna Frank perché in quelle scritture c’è già quella piazza San Venceslao, dove un giovane di appena vent’anni sacrifica la propria vita, cercando di risvegliare le coscienze di un popolo rassegnato al potere; e c’è anche la determinazione di un altro giovane, che in piazza Tien’anmen grida il proprio dissenso dinanzi ad uno dei tanti carrarmati che hanno invaso la città.
3) Ecco il motivo per cui nel genere epico ho pensato al Cid Campeador, eroe magnifico, che sa avvalersi di un grande senso di giustizia e di libertà.
4) Non per puro caso nel genere fantascienza ho inserito “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury, per affermare ancora una volta l’immenso valore dei libri, in un’epoca in cui il formato digitale sembra voler soppiantare la pagina scritta e non debba succedere, come già successo in altri periodi, che possedere e leggere libri diventi un reato… in tal caso entrerei a far parte di quella compagine di volontari che vogliono salvare il sapere, imparando a mente brani letterari, salvando anche la dimensione fantastica della relatività.
5) Motivo per cui nel genere fantasy ho pensato a “La storia infinita” di Michael Ende, una storia nelle storie raccontata in ventisei capitoli quante sono le lettere dell’alfabeto tedesco e ciascun capitolo numerato con le lettre dell’alfabeto greco come accede nell’Iliade e nell’Odissea.
6) Quindi nel genere fantastico non poteva mancare J. Borges con le sue “Finzioni” i cui racconti si dipanano su temi fantastici, simbolici, polizieschi, illusori, creando situazioni al limite del paradosso con chiaro rimando al Calvino de “Le Cittá invisibili” e di “Marcovaldo”. Sappiamo bene che l’orrido fa parte dell’immaginario collettivo e che può esorcizzare le paure che si annidano nell’animo, chiamando in soccorso l’amore sublime e quello terreno; per questo Allan Poe coi suoi racconti e i suoi versi è maestro del genere horror e neogotico come pure del genere psicologico.
7) Ed a proposito dell’amore terreno, mi viene in mente il carteggio che confluì in un “Viaggio chiamato amore”, vissuto con diletto, ma anche con grande disagio esistenziale da parte dei due protagonisti, il poeta D. Campana e la scrittrice S. Aleramo, due anime inquiete che non seppero raccogliere i messaggi provenienti da situazioni di vita vissuta e di volta in volta fermata in splendidi versi.
8) Per restare nel tema del viaggio “L’alchimista” di P. Coelho, da me inserito nei romanzi-saggio argomentativi, risulta essere il viaggio simbolico nei luoghi più reconditi e oscuri del cuore e al ricerca del tesoro che è dentro ciascuno di noi per giungere anche all’Anima del Mondo, o “inconscio collettivo” secondo Jung, attuando il linguaggio alchemico e quello del misticismo.
9) Nell’Anima del Mondo, animata dalle passioni umane, sta tutto il discorso in avanti dall’Andalusia all’Egitto nella conoscenza della propria Leggenda Personale, intesa come viaggio di iniziazione alla vita adulta; e tale Leggenda richiama l’avventura di un altro ragazzo che va alla ricerca di un altro tesoro, la propria madre, compiendo come viaggio iniziatici, quello “Dagli Appennini alle Ande”.
10) E che dire del giallo esilarante di Maurice Leblanc, “Arsenio Lupin”, personaggio eclettico e imprevedibile quanto rocambolesco e inafferrabile, sempre al limite del possibile e del credibile, uomo dai mille risvolti comportamentali e dalle mille sfaccettature interpretative.
...O pellegrini che pensosi andate BRESCIA sabato 3 novembre 2012
ASSIEME POETI, SCRITTORI, PELLEGRINI E AMICI DELLA LIBRERIA EDITRICE URSO
“Io vidi dalle solitudini mistiche staccarsi una tortora e volare distesa verso valli immensamente aperte. Volava senza fine sull’ali distese, leggera come una barca sul mare. Le altissime colonne della Verna si levavano a picco, tutt’intorno racchiuse dalla foresta cupa” è quanto si legge nelle belle pagine dei “Canti Orfici” in cui Dino Campana ricorda il pellegrinaggio al santuario della Verna nel settembre del 1910.
Le parole del poeta offrono evidenti richiami all’agiografia francescana e quel piccolo volatile dal piumaggio color nocciola chiaro rimanda al “caro santo italiano” che nella solitudine mistica modula il “Cantico” a lode e gloria dell’«Altissimo, onnipotente, bon Signore».
Salire a La Verna è come salire verso il cielo, è inseguire una visione onirica, strutturata nel tempo, è dare corpo a quella dimensione fantastica dove l’anima si mette in cammino e va oltre i limiti del possibile; sostare negli ambienti della Verna è il sogno visibile per poter attraversare le latitudini del nostro essere e giungere nelle regioni più ascose del nostro sentire.
Erano tanti, forse, troppi anni che non tornavo quassù. In questa occasione, giunta quasi per caso, mi sono affidata alle cure, alla simpatia e alla benevola accoglienza dei cari amici Liliana e Francesco Urso, sempre pronti a varcare la soglia dell’oggi e intraprendere cammini di conoscenza e suadente umanità.
Tutto ha concorso affinché il sostanziale significato del nostro andare fosse più amabile e convincente possibile e quel “Laudato si’, mi Signore, per frate Vento,/e per Aere e Nubilo e onne tempo” è stato il paesaggio che ci ha accolti nel religioso spirito francescano e ha lasciato tracce indelebili nel sentimento e nel pensiero. Le emozioni vere, il sentirsi partecipi, il condividere i passi e i silenzi e la stessa frugalità del pasto, ci hanno fatto sentire in un “simposio di anime” sempre alla ricerca di un barbaglio di luce e mai “sazie/di sapere/ i perché della vita”. In quel “corridoio alitato dal gelo degli antri, (che) si veste tutto della leggenda francescana” sono rimasta nella penombra a leggere i racconti degli affreschi mentre loro due scendevano “nel vivo sasso” a visitare il riparo del santo, incoronati dal loro sogno e dal loro senso di libera pace. E mentre una musica dolce si insinuava tra le pieghe del ricordo, ecco spuntare i colori giulivi di un arco-iris a rischiarare i toni cupi dell’aria e a guidare verso altri luoghi della cultura francescana, trasfigurata nelle pareti affrescate e tangibile in nuovi incontri di anime sempre desiderose di accogliere e incontrare altra gente. Ultreia suseia, “O pellegrini che pensosi andate” è il saluto che mentalmente rivolgo ai pellegrini convenuti qualche giorno dopo a Brescia insieme a scrittori e poeti per l’annuale incontro di “Avola in laboratorio”. Visi già conosciuti si accompagnano alle tonalità di accenti ancora non ascoltati e “in tutti noi (vedo) un raccoglimento inconscio, una serenità (che) addolcisce i tratti del volto”. La quieta semplicità dei racconti dei pellegrini si leva in alto come una striscia di sole e le immagini si susseguono in una poesia senza fine mentre le motivazioni, i bisogni, i desideri, le virtù, le partenze e i ritorni si fanno medium di viva spiritualità tra i camminanti e i poeti per momenti di intensa empatia e condivisione contemplativa.
La poesia è ovunque… e mentre la bellezza della narrazione si muta in presenza finita, l’ascoltatore attento si spinge più in là di chi racconta il proprio vissuto e la contaminazione logica tra poesia e cammino diviene pura realtà perché la poiesi vive in un saluto cortese e si cela dietro una lacrima che bagna il sorriso.
Il dono della poesia è proprio dei pellegrini come dei poeti, sia gli uni che gli altri guardano il mondo con occhi diversi e la meta che vanno cercando, si trova al di là dello spazio e del tempo, è l’ignoto temuto e il sogno velato del nuovo, è il volere uno stile di vita in cui ciascuno può riconoscere la propria impronta di uomo, è l’acqua chiara “dove il cuore pellegrino/troverà un giorno/finalmente pace”(Cettina). “Chi rimane/fermo in/un posto/non conoscerà/la vita” (Ada) e durante il cammino come nel percorso poetico, la meta da raggiungere può essere ravvisata in una spiga dorata, raccolta per via o nella “sera (che) si veste di velluto”, nell’arsura stemperata presso rivi gorgoglianti o nel vento caldo che secca i pensieri.
Soltanto nella forma fisica sta la differenza tra la meta cercata dai poeti e quella voluta dai pellegrini, la sua entità fa parte della sfera affettiva e nel quotidiano deriva sempre da un bisogno interiore, da un canto modulato sulle corde del cuore e dal desidero di mettersi in gioco e confrontarsi con noi stessi e con la realtà circostante. La vera meta da raggiungere è sempre quella dove si innalza “la fortezza dello spirito” e il bisogno di girovagare per valli verdeggianti o negli anfratti della mente mai si veste di vana luce; so che tutto questo richiama la partenza e il ritorno, una partenza colma di speranze ed un ritorno carico di struggente nostalgia.
Una domanda non ha trovato il suono nelle mie parole mentre ascoltavo attenta il ragionare dei pellegrini… ma più che una domanda voleva essere un ritrovare in loro lo stesso stato d’animo che giorni prima avevo avvertito dopo il mio ritorno alla Verna… era una sensazione che non sapevo spiegarmi, un sentimento altalenante tra un profondo struggimento ed una pena nascosta, tra la nostalgia della lontananza e il desiderio di tornare, ma anche di andare su tracciati sconosciuti. E in questo evento così tanto atteso l’ampiezza del senso poetico si è sublimato in una biografia celebrativa che ha abbracciato e completato l’immaginario di un convivio di pace ricevuta e donata. I temi ricorrenti nei vari racconti dei pellegrini sono gli elementi caratterizzanti del viaggio eterno, iniziatici e di purificazione, i luoghi in relazione al viaggio, gli scorci dei paesaggi, il canto, l’evasione, il presagio del domani, la libertà, la scoperta di sé e del mondo, il ricordo, l’oblio, il dolore, la poesia, temi che appartengono anche alle varie prospettive di vita che ciascuno percorre mentalmente o nella realtà vissuta.
“La strada per la grandezza passa attraverso il silenzio” così dalla voce dei pellegrini come da quella dei poeti emerge sempre la connaturata necessità di poter attingere ad un “silenzio di perla” per raccogliere un fiore effimero tra le erbe del prato o per sfogliare i grani del destino tra le dita del tempo. “Vado sognando cammini… Dove il cammino andrà?/Vado cantando, viandante, nel bel mezzo del sentiero…” ed anche l’esperienza della solitudine, che risulta essere la meno sociale e la più sociale delle esperienze, è intesa quale perseverante attributo che induce a scavare fino in fondo al nostro essere per annullare le scorie del vivere e innestare nuovi germogli di vita. “Perché chiamare cammini/i solchi del destino? Viandante , non c’è cammino. Sono due tipi di coscienza: luce una, pazienza l’altra”.
POETA PRESENTA POETA ANNA MARIA FOLCHINI STABILE PER Cerco L’Infinito – Poesie di Lucia Bonanni
Le poesie di Lucia Bonanni hanno come motivo informatore la vita in ogni suo aspetto: gli affetti familiari, la meraviglia per ciò che accade, la riflessione sui temi di grande respiro che affondano nelle grandi idee che da sempre guidano le azioni dell'Uomo.
Le sue non sono mai parole casuali, i suoi non sono versi leggeri e a momenti di tenerezza, come nella poesia intitolata "Ai miei figli" (pag. 35) in cui affida loro il suo testamento spirituale definendo i suoi iscritti un "caleidoscopio di emozioni" da non dimenticare, perché "soffio trasparente di un'anima"– quella della loro madre che non li abbandonerà mai –, si alternano poesie "civili" che cantano i valori fondamentali su cui la nostra Società si fonda.
Non manca, infatti, il tema della pace a cui l’Autrice dedica una sua lirica, “La Pace” (pag 38) che in “In un bazar” (pag. 29) risulta un articolo non in vendita nel mercato multicolore delle coscienze, così come non manca il tema della giustizia sociale in “Ti cerco” (pag. 24).
Lucia Bonanni si commuove quando riflette sul tema dell’infanzia e della giovinezza tradita che la Società non sa, non vuole, non riesce a garantire alle sue giovani generazioni che chiedono futuro e felicità (“Infanti”, pag. 53; “Figli del buio”, pag. 28; “Dentro la città”, pag. 23).
Il suo è un “pianto antico”, quello di donna, madre e poetessa che come ogni poeta vede la realtà, se ne stupisce e si unisce alla schiera di coloro che “folgorati dai raggi inebrianti / della rima e del verso /…l’amore e l’amicizia / come il dolore cantiamo /… e mentre bruno si fa il cuore / e l’anima grida / ciò che rimane impigliato / nelle vene / …doniamo argentei frammenti…”(“Noi poeti”, pag. 40).
L’Infinito è la sua meta (“Cerco l’Infinito”, pag. 27), spinta da “una sete che non si placa / e un vagabondare che non si arresta…” e, come ella stessa confessa, insegue i suoi ideali sempre alla ricerca di risposte “in attesa / e dietro quella persiana chiusa / continuo a spiare / quel desiderio di eternità che mi consuma”.
Anna Maria Folchini Stabile
Lucia Bonanni Cerco l'infinito 2012, 8°, pp. 56 Collana ARABA FENICEn. 44 € 9,50 ISBN 978-88-96071-60-1
POETA PRESENTA POETA ANNA SCARPETTA PER Cerco L’Infinito – Poesie di Lucia Bonanni
Non c’era titolo più appropriato, inerente al nuovo libro, Cerco L’Infinito. Una raccolta di liriche della poetessa, Lucia Bonanni, che esprime in versi tutta la sua delicata sensibilità, volta ad aprirsi al mistero del cosmo nel suo insieme. Allo stesso modo, risalta la sua anima, ricca di bellezza interiore, quando si apre profondamente ai grandi temi sociali della vita, con estrema naturalezza del suo sentire, con un continuo, lento, interrogarsi.
L’Infinito per Lucia è, senza alcun dubbio, come ella stessa afferma, un continuo vagabondare che mai si arresta, verso un’incessante ricerca dell’uomo. Non dovrebbero stupirci tanto, le due parole chiavi: curiosità e ricerca. Io credo che queste parole, così tanto affini tra loro, siano state poi il vero fulcro, di tanta energia ad invogliare una moltitudine di uomini a intraprendere lontani, nuovi, viaggi per terre sconosciute, ai confini degli orizzonti infiniti.
L’uomo è stato, si sa, fin dall’antichità ad oggi, un grande pioniere, spinto fortemente dalla grande curiosità, di cercare lontano altri lidi o di voler esplorare terre nuove. Egli non ha mai esitato, neanche dinanzi alle enormi difficoltà, a indietreggiare, anzi si è spinto oltre, dal suo luogo nativo, pur di conoscere e di sapere. Ha viaggiato, ha navigato per mari, su piccole o grandi navi dirette verso sconosciute rotte, pur di scoprire o conoscere nuovi orizzonti ai confini della terra.
Non è stato, forse, così per Cristoforo Colombo, alla ricerca di nuove terre lontane, partendo per un lungo viaggio, con tre caravelle e molti uomini, audaci? Un viaggio che sembrava quasi infinito, così estenuante, lungo, faticoso, quanto rischioso per i suoi uomini stanchi, increduli, famelici, addirittura spaventati, perché delusi da quell’orizzonte infinito, che non dava accenno di alcuno approdo. E, navigarono giorni e notti, per un lungo viaggio somigliante ad un peregrinare, quasi vano, al punto di voler tornare indietro. Ma, il coraggio e la tenacia, di Colombo, furono così determinanti, a convincere gli uomini a proseguire, fino a quando non giunsero dinanzi alle sospirate, nuove, terre. La storia, ancora oggi ci documenta questi eventi straordinari della nostra civiltà, così tanto migliorata e progredita.
In questi temi importanti, dunque, Lucia Bonanni ha voluto cimentarsi aprendosi e spaziando con audacia bravura, riuscendo a percepire, ma, anche, a interpretare, quella continua ricerca, che da secoli affascina l’uomo verso l’infinito, come un’avventura senza fine. Nei suoi freschi versi, ella afferma, in Cerco l’Infinito: “Quella dell’infinito/è una sete che non si placa/ e un vagabondare che non si arresta/ e continuamente lo cerco/e continuamente lo perdo… e quando l’arsura si fa sentire/e la quiete tarda a venire/ con dite ansiose scavo/tra i ritmi sconfinati”. L’Infinito che la poetessa cerca ardentemente, con tanta avidità, è forza interiore che quasi crede di averlo percepito più vicino al suo dolce sentire. Ma, questa sensazione, sembra sfuggirle, quando afferma “e continuamente lo cerco/e continuamente lo perdo, proprio quando è arrivata la sera col caldo torrido, insopportabile”, cosicché la voce di se stessa, diviene, a sua volta, voce per gli altri della stessa tematica, degli stessi ritmi, con l’intensa ansietà di sapere, alla stessa maniera di chiunque sia alla ricerca dell’infinito. La poetessa, in Cerco L’Infinito, termina dicendo: “e dietro quella persiana chiusa/continuo a spiare/quel desiderio di eternità/che mi consuma”.
Il senso dell’eternità, dunque, è visto, da Lucia, come qualcosa di invisibile che cattura i sensi, accende la grande voglia di scrutare, di spiare attraverso la persiana chiusa, quel mistero di spazi e conoscenze. E, per istinto, è come se ella andasse incontro a un continuo fascino invisibile, ma percepibile, per spegnere per un attimo quella grande voglia di sentire sete, pari ad un desiderio che consuma, lentamente, ma che non disseta. Un altro tema, ponderante, nella poetica di Bonanni è il mondo e il suo insieme. Lo faccio per te, dice: nel: “Il mondo in questo momento /immaginario sentire/tra goccia e goccia/vorrei abbracciare, quel globo, che inclinato sull’asse/gira dello spazio e del tempo/quel pianeta …”.
Invero, anche questi versi affermano un’altra personale visione dell’infinito, quella di voler abbracciare il globo terrestre che gira sull’asse un po’ inclinato. Non è difficile intuire, con quanta semplicità ma altrettanta sensibilità, di tenera immaginazione, la poetessa sembra condurci, attraverso i suoi efficienti concetti, dinanzi ai reali misteri del creato, visto con i suoi straordinari occhi. Da una attenta lettura, emerge, tuttavia, un altro tema, determinante, nella raccolta di liriche di Lucia, è il Tempo. Un argomento molto presente e ricorrente nei suoi espressivi versi, in chiave moderna, a mio avviso, degni di disamina.
Ella, si rivolge al tempo dicendo: “Segno vago e sfuggente/nel suo anonimo fluire: il tempo/Non do al tempo il nome di spettro/fantasma o demone/ma in armonia vivo la mia èra/e con in adagio batto/il tempo del mio esistere. Sentimenti forti, dunque, di una vita ben conosciuta col suo volto autentico, pregno di realismo. La poetessa è consapevole fin troppo della costante fragilità e delle debolezze umane che, talvolta, in certi casi particolari, ci rendono inermi, ma giammai sopraffatti. Difatti, dirà poi, nel Il Tempo:.. “Colgo l’attimo/ di soavi carezze fragranze delicate/ e luminose serenate/.. solo così potrò sempre dire che è bel tempo/e scoprire che il Tempo è soltanto ciò che io stessa sono”. Lucia sa comunque esaltare, in maniera nitida, la consapevolezza del fruire del tempo lento, e irrefrenabile, quando afferma: “non mi aggrappo all’oblio/perché inesorabile passa il tempo/indietro non tornerà/ per darmi altro tempo/per il mio esistere”.
In conclusione, la centralità della poesia ruota, attorno: all’infinito, al tempo e al mondo. Infatti, parlando del mondo, afferma: In Lo faccio per te: “Il mondo/ in questo momento/di immaginato sentire/tra goccia a goccia, vorrei abbracciare, quel globo, che inclinato sull’asse/gira dello spazio e del tempo/quel pianeta … “. Ella non va alla ricerca del verso sottile, eppure, riesce ad esprimersi, con intensa semplicità, il desiderio forte di voler abbracciare il globo in un tenero, circolare abbraccio, un modo per dire quanto mi sei caro. Non meno interessanti, risultano altre liriche che parlano di: Donna, Sogno, Noi Poeti, Noto.
Infine: Ai miei figli, una poesia che vuole quasi preannunciare una sorta di eredità ai figli, scrive:… “Aprite quella scatola di sogni meravigliosi/che in dono vi ho lasciato/l’eredità dei miei scritti…”, Lucia ha pensato bene di lasciare nei suoi scritti, tante idee ricolme di amore, tanti versi ricchi di speranza, ogni giorno vissuto per l’Arte.
La parola è la facoltà più elevata dell'intelletto umano essendo voce che esprime concetto.
Nel linguaggio di ogni uomo non c'è parola che non implichi l’universo intero. Dire PANTERA è dire anche le pantere che l'hanno generata, le antilopi e le zebre di cui si nutre, l’habitat che la ospita, la terra che fa da madre a quell’habitat, il cielo che fa da volta, la luce che lo illumina durante il giorno, il buio che lo avvolge durante la notte.
Nel linguaggio umano, cioè, ogni parola enuncia infinite concatenazioni di eventi in maniera sia implicita, sia esplicita, sia in progressione, sia nell'immediato. Un solo vocabolo pronunciato contiene la pienezza del tutto e in esso sottostanno pure i misteri e i simulacri, le luci e le tenebre che costituiscono, anch'essi (soprattutto essi), le voci dell'individuo, voci ricche ma al contempo povere dato che tendono sempre, pure se inconsapevolmente, al Tutto, al Mondo, all'Universo.
Le poesie di Lucia Bonanni, raccolte nel volume: "Cerco l'Infinito" sono un altissimo esempio di cosa esse implichino nel contesto di quanto su esposto. La ricerca d’Infinito dell’autrice, infatti, si affida anche a percorsi di penetrazione delle parola per scandagliarle, purificarle, impreziosirle nella loro "...sgrossatura a posteriori che non deve essere semplice artificio, per non vanificare quello svolazzare di ali che si cambia in sillabe e che, ascoltando nel timbro e nel ritmo il suono della parola scelta, percepisce la poesia come musica di parole". (Lucia Bonanni)
La ricerca d’infinito da parte della Bonanni, allora, si esplica anche cesellando il linguaggio al fine di combinare immagini tra loro molto diverse e di accostare “cose” tra loro apparentemente distanti, ma che la poetessa, per illuminazione mentale, sa mettere in contatto, con profonda sensibilità e intelligenza, cogliendone analogie nascoste e poco osservabili al “comune” sguardo distratto. In tale ricerca attentissima, accurata e complessa la percezione dell’Infinito, da parte della poetessa, è spesso raggiunta sia per mezzo della meraviglia che le sollecita sensi, fantasia e ragione allorquando la realtà esterna s’introduce nel suo animo, e sia attraverso l’impiego di metafore concettuali che rendono spesso magnifico e splendente il linguaggio che così architettato è in grado di nobilitare, rendendola elevata, anche una misera realtà.
L’autrice ama intensamente e passionalmente la Vita ed ogni sua manifestazione e forma che canta nelle proprie poesie con versi dal ritmo dinamico e limpido i quali rispecchiano la notevole generosità di una intelligenza acuta che vede, avverte, partecipa, anima e sprigiona effervescenza e genialità.
Non è facile la lettura di “Cerco l’infinito” di Lucia Bonanni.
Ogni poesia racchiusa nel volume è come un complesso ricamo di multiformi orditi intrecciati così virtuosamente e con tale maestria che è necessaria molta attenzione per poterne focalizzare nitidamente forme, contorni e colori. E quando forme, contorni e colori sono pienamente focalizzati non può non sorprendersi ad ammirarne la grande bellezza e ad apprezzarne l’imponente impalcatura composta sempre con l’intento di onorare l’esistenza e di onorare ogni creatura che esiste, è esistita, ed esisterà. Imponente impalcatura composta pure per consentire a se stessa e a chi l’ascolta di tentare la scalata verso l'Infinito.
Lucia Bonanni, Cerco l'infinito, 2012, 8°, pp. 56 Collana ARABA FENICEn. 44, € 9,50ISBN 978-88-96071-60-1
Si può evitare di perdere la fiducia negli altri
attraverso la testimonianza di vita e di scrittura
di una poetessa che esercita lo sguardo dall’alto
PER MARY DI MARTINO E SONJA ALIA
“Da dove comincio” mi sentivo chiedere a volte quando scrivevo alla lavagna le tracce dei temi da svolgere in classe e davo indicazioni su come muoversi sul foglio bianco.
E adesso da dove comincio, dico io, per rispondere in maniera adeguata alle pregevoli e accurate recensioni che Mary Di Martino e Sonja Alia, care amiche e poetesse del cuore, hanno scritto a riguardo del mio libro di poesie?
Mi sovviene che in poesia tutto è concesso, anche l’anacoluto, Manzoni stesso ne fa uso: “Quelli che muoiono, bisogna pregare Dio per loro”, perciò “Io speriamo che me la cavo” nel portare avanti quest’impresa che di buon grado affronto. Desidero pertanto iniziare da quel senso di gratitudine che sempre pervade l’animo umano allorché qualcuno, in special modo le persone che ci corrispondono in affetto e stima, riescono ad accogliere il nostro pensiero, ad esplicitare i lati della nostra personalità e a comprendere la “recondita armonia” della nostra anima, talvolta stanca e talvolta esultante. “I libri hanno dentro di sé quello che gli uomini raggiungono mentalmente e rappresentano che solo mediante i libri si supera quello che in un’epoca questa Umanità é diventata. Ogni bancarella e ogni libreria particolare assolvono a questa funzione di ponte tra gli animi sensibili” è quanto afferma l’editore Urso dalla cui Libreria Editrice è partito quel mio “Cerco l’infinito”; un infinito adagiato su di un otto rovesciato ed allacciato a quei cerchi concentrici de “Le nostre esistenze” mentre con “Vibrazioni sconosciute” si muove sul pentagramma di una dolce “Musica dell’anima”. E così, come giustamente fa notare Orazio Parisi, “Sono i ricordi che si intrecciano nel cervello a creare accostamenti e similitudini del tutto arbitrari e strettamente personali. Ognuno di noi è legato ai sentimenti che emergono spontanei dal passato, dall’infanzia, dalla giovinezza” e la “Sicilia è il ricordo dei (miei) giorni d’infanzia, trascorsi fra persone care, fra cose piacevoli che (la mia mente riesce) a far rivivere in un inesauribile “museo d’ombre” (G. Stella, “Le sirene e l’isola”). Ed è proprio in quella terra “d’argille azzurre (e) olivi saraceni, affacciata sul mare africano” (L. Pirandello), che a distanza di tempo ho di nuovo trovato cose piacevoli e persone care ed anche una certa forma di “anarchia equilibrata” enunciata ed ampiamente descritta da un Ulisse che torna alla sua Itaca. Insieme a quei colori fulgenti che brillano anche in mezzo al maltempo, nel mio viaggio di scoperta non sono andata alla ricerca di nuove terre, ma ho cercato di avere nuovi occhi per poter “Camminare oltre i/ confini naturali/ del mondo, in un/ presente invisibile,/ senza tempo” (Mary Di Martino) e proiettarmi “nell’indefinito/ come lo sono le stelle/ nel buio infinito” ( Sonja Alia).
E per dirla con Freddy Marcury “Alla fine tutti gli errori che ho commesso e tutte le relative scuse saranno da imputare solo a me.
Mi piace pensare di essere stata (o) solo me stessa (o). Ed io gli errori che ho commesso li ho pagati cari, sconfitte che sono arrivate, facendo prevalere il sentimento sulla razionalità, cercando anche possibili soluzioni ad eventi insoluti e insolvibili, ritrovando nell’esperienza reale l’amore per la vita e la forza per andare oltre il privilegio della fantasia. Sarà perché dal mio immaginario emergono donne mai paghe di essere tali, entità che mai si piegano come “canne al vento” e sempre lottano per rivendicare i loro ideali e si districano con saggezza nei meandri più oscuri del pathos.
Ecco allora farsi avanti le varie Antigone, Giuditta, Artemisia, Sibilla, A. Achmatova, Etty, Rita… che mi parlano di stati d’animo ed eventi narrati dal tempo e dallo spazio. E in tale percorso non mi sento certo come un Elena che sulla mensa raccoglie il pomo della discordia o come una Didone che la propria vita vanifica tra le dune di una “delenda Carthago”, sono più prossima ad una Turandot che rammenta e fa tesoro di un “nome mio tu saprai..” tra le volute degli anni. Ma nel mio immaginario non mancano le figure di riferimento di vita terrena, vissuta momento per momento, attimo per attimo.
L’immagine che conservo di mia madre è quella di una quercia frondosa e possente, una quercia pronta a spargere ombra e ad offrire riparo. Oggi a distanza di tempo, con occhi più distaccati ed un senso di maturata comprensione, mi sento di dire che quei contrasti generazionali sono stati per me fonte di grande insegnamento e mi hanno aiutata a crescere, mostrandomi anche quella rettitudine e quella fermezza nell’agire che hanno fatto di me una persona tenace e mai rassegnata di fronte alle difficoltà anche le più insensate.
Utili si sono rivelate le corse in bicicletta sulle trazzere assetate e sugli stradoni polverosi o quel tirar di fionda con i “compagni dell’età più bella”, ed ancora quell’arrampicarsi sugli alberi per raccogliere frutta matura o frantumarmi al sole delle acque etrusche.
Mio grande punto di riferimento è sempre stata anche mia nonna paterna, donna “dall’agile mente”, capace di sorreggere un’intera famiglia ed assolvere il proprio compito di insegnante, persona che mi ha fatto capire che l’alternativa al pessimismo ricorrente può essere solo il recupero del bene ricevuto per ritrovare serenità e amore per il mondo; esercizio spirituale, questo, che viene definito “lo sguardo dall’alto”, sguardo che ci fa evitare di perdere la fiducia negli altri, rinchiudendosi in noi stessi. “…richiede molta fatica cercare di scoprire e ricomporre nella propria esistenza tutti i frammenti del bene ricevuto dagli altri e provare piacere nell’esprimere il riconoscimento alle persone che hanno donato gioia, amore e solidarietà” (D. Nissim, “La bontà insensata”) mentre “Leggere e scrivere su qualcuno per interpretare il dire è sempre tutto di speciale” (Sonja); ed io rimango meravigliata di come, pur ciascuna per proprio conto, Sonja e Mary siano riuscite a leggere tra le righe e ad interpretare il mio sentire e vedere dentro la mia anima.
“Le poesie non si spiegano, se raggiungono il posto giusto, ti grattano dentro”(M. Mazzantini) e forse un po’ ci sono riuscita a grattare dentro l’animo di queste amiche, donne di grande sensibilità ed imponente cultura. Mi sono ritrovata nei loro scritti con tutta la mia inquietudine e la mia pace, il mio vagabondare ed il mio sostare, la mia solitudine e la mia compagnia, la mia rabbia e la mia tenerezza. “Per andare dove amico? Non lo so, ma dobbiamo andare e non fermarci mai finché non arriviamo” “per affidare ad una ricerca attentissima, accurata e complessa la percezione dell’infinito” e se Mary con la citazione di Kerouac è riuscita ad esplicitare quella sete di libertà che dai mie versi traspare, Sonja ha messo in evidenza il desiderio di perseguire una meta fissata.
Con parole diverse e con diversa espressione entrambe hanno detto la medesima cosa, hanno fatto la medesima riflessione, evidenziando l’amore per la vita, la passionalità, i sentimenti e “un’innegabile fermezza morale che ha come sottofondo il rumore della vita che viaggia nei versi come un fiume in piena..”. (Mary)
Non potevano farmi complimento più bello, offrendo di me un’immagine così tanto veritiera; “fiume in piena (che) avvolge e coinvolge”, ma che al momento opportuno sa anche rientrare negli argini e scorrere quieto nel proprio alveo al pari di una quieta Moldava che sogna tra le note di Smetana, o un “blauen Donau” che scivola leggero sotto i ponti della sua Vienna o come un “Arno presago” che si affida ai piloni che “fanno il fiume più bello”.
Certo nel mio immaginario esistono anche figure maschili ben definite, ma ad Achille preferisco Ettore anche se del primo apprezzo la compassione nel restituire il corpo di colui che in duello ha ucciso, mente del secondo ricordo l’umiltà con cui lascia la casa e affronta il pericolo; del grande Mahatma ammiro la forza della parola e del Che la forza della tenerezza; tenerezza che mio padre, uomo poco verboso, era sempre pronto ad elargire e a custodire nel cuore. Non mi stancherò mai di essere grata al poeta Mario Luzi per aver scritto che “La poesia vive quando è ricevuta da qualcuno” e adesso la mia poesia vive non solo nelle pagine di quel libro dalla copertina azzurra come il cielo e infinita come un nulla increspato, ma vive anche negli scritti di queste due poetesse-amiche che hanno voluto donarmi i loro scritti e in essi dare valore al mio creare, valore che aumenta nel tempo perché tali parole sono scaturite dal “privilegio della (loro) intelligenza che trova nei libri l’alimento primo dell’informazione e gli stimoli al confronto, alla critica e allo sviluppo” (T. De Mauro), privilegio che rafforza quelle corrispondenze che elevano lo spirito e donano serenità. “Amo soprattutto Stendhal perché solo in lui tensione morale individuale, tensione storica, slancio della vita sono una cosa sola.
Amo Pusckin perché limpidezza e serietá.
“Amo Stevenson perché pare che voli” afferma Italo Calvino per parlare dei suoi autori più amati, ed io negli scritti di Mary e di Sonja ritrovo tensione morale, limpidezza, serietà, tensione storica, slancio al donare, leggerezza e levità di un volare di anime.
Ed ancora parafrasando Calvino nella sua esposizione, voglio dire che “Amo Manzoni perché fino a poco fa l’odiavo.
Amo Gogol perché deforma con nettezza e cattiveria e misura.
Amo Radiquet perché la giovinezza non torna più.
Amo Svevo perché bisogna pur invecchiare” e invecchiare tenendosi per mano con gli amici più mi cari e in “questo universo/ d’incontri/ di fatti/ che noi vivi chiamiamo esistenza” ( Sonja) si sta sempre più consolidando “l’equilibrio dell’anima in quell’intrecciarsi di trascendente e contingente” (Mary) per ritrovare nell’immediato le impronte del passato e in esso la riconciliazione col presente. Mi piace la recensione di Mary perché in essa si ravvisa la chiarità del suo essere, la dolce signorilità del suo interagire, la sua giocosità nel sentire e trasmettere i disegni della fede, la fermezza nel portare avanti progetti di vita, uniti a progetti nell’ambito lavorativo e sociale. Mi piace la recensione di Sonja perché esamina la poesia con lo sguardo di chi al pensiero filosofico è abituato, pensiero che cela il desiderio di volare con battito di ali possenti al di là di schemi definiti e infiniti.
Personalità fascinose e pur così diverse quelle delle due poetesse-scrittrici, ma assai simili nel modo di percepire la cultura partecipata e condivisa e vederne la bellezza che ciascuno momento è in grado di offrire. E in questo scritto dedicato a queste amiche contemplo anche “A nuttata râ pujisia” realizzata dall’editore Urso per i poeti “Amanti del bello/(che)/ celebrano arte/rallegrante e rasserenante” e cantata anche nei versi di altri poeti. (S. Di Pietro e C. Bono)
Lucia Bonanni
POETA PRESENTA POETA
Lucia Bonanni
per
"RITORNO
AD ANCONA
ED ALTRE STORIE"
“Ritrovarsi così… semplicemente!/Unire gli orizzonti e le attese,/le voci e i respiri,/le partenze e i ritorni./Salutarsi così… semplicemente,/con la luce negli occhi e la speranza nel cuore.” (ndr).
E con Sandra Carresi, dopo la bella esperienza di Vigevano, nella tarda mattinata di domenica 25 marzo 2012 ci ritroviamo in Corso Garibaldi, 41 lì ad Avola, davanti alla Libreria Editrice Urso per la giornata conclusiva del Concorso “Libri di-versi”.
“Tieni, portati un po’ di peso” mi dice Sandra nel farmi dono della sua ultima pubblicazione “Ritorno ad Ancona ed altre storie”, redatta a quattro mani con Lorenzo Spurio, saggista, redattore ed autore di riviste e testi letterari.
La cosa buffa è che Sandra ed io per quel nostro abitare nei luoghi che un tempo furono oggetto delle mire espansionistiche della Repubblica Fiorentina e che oggi si rivelano come i territori più belli dei dintorni di Firenze, siamo quasi vicine di casa.
“Sono già due volte che ci incontriamo fuori provincia, la prossima sarà di certo il 23 maggio prossimo in quel di Villa Bandini a Firenze in occasione della presentazione del tuo libro”, dico a Sandra con quel piglio d’allegrezza che sempre mi deriva dallo stare con gli altri e da un qualcosa di piacevolmente inatteso quale è il dono di questo libro.
“Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere” afferma Daniel Pennac nell’opera “Come un romanzo” ed io cerco di dilatare il mio tempo con delle buone letture ove non mancano mai quelle degli amici.
Mi incuriosisce molto la dicitura “Ritorno ad Ancona…” così inizio a leggere proprio dal racconto che assegna il titolo all’intera silloge per passare di seguito a “Telefonate anonime” e “Un cammino difficile”. “Ho pensato che l’anima mantiene la sua freschezza e la penna altro non è il fiume che l’attraversa” dichiara l’autrice nell’introduzione al proprio lavoro. Quindi anche per lei la scrittura è un bisogno irrefrenabile, una necessità forse “venuta meno a qualche minestrone” (ibidem), un’espressione del proprio essere ed anelito verso la scoperta di se stessa in quei personaggi esteriori che di volta in volta la sua anima va svelando attraverso al penna.
“Per quanto mi riguarda, credo che riflettere sul senso delle proprie scelte sia sempre doveroso” si legge nella prefazione di Anna Maria Folchini Stabile, dovere che mi sento di dire non sempre ottemperato e onorato con buona disponibilità d’animo e saggia maturità.
Spesso è più facile stornare il viso, illudersi che col tempo qualcosa potrà mutare, cercare stratagemmi o alterative per eludere la pressione esercitata da certi contesti di vita, percepiti come una scatola in cui ci si sente rinchiusi e da cui non si riesce a trovare vie di fuga, tutto a discapito di un dialogo aperto, costruttivo e fondante.
Sono questi i concetti espressi nei tre racconti il cui filo conduttore altro non è che l’amore, l’amore nella più ampia accezione del termine e che qui trova forma sia nel rapporto di coppia, in quello parentale e non ultimo quello tra fratelli.
Un filo d’Arianna il sentimento enunciato che lega non solo l’intreccio e la fabula di ciascuna narrazione, ma fa anche da unione non detta, ma annunciata tra i diversi racconti. Scritture, queste, strutturate nella logica del contrasto, artificio letterario che li rende ancor più intriganti e cattura l’attenzione di chi legge. Il contrasto è qui descritto come quelle serie numeriche che possono essere presentate sia in senso ascendente che in quello discendente, rispettando sempre la posizione ed il valore delle cifre. Ecco allora che in questi racconti vediamo i sentimenti scemare verso l’annullamento più completo o assumere la direzione di un ampliamento più sistematico. E sempre protagoniste indiscusse sono le donne, le donne con la loro sensibilità e la loro forza interiore, la loro connaturata capacità di donarsi e dare amore, le donne con le loro fragilità e quel loro saper trovare soluzioni agli eventi avversi, le donne che ricordano e riescono a dimenticare anche in nome di un sentire profondo, le stesse donne che si prendono cura dei loro figli anche venendo meno alle loro aspirazioni e ai loro bisogni. Ed ecco che sulla scena di questo libro si stagliano le protagoniste di sofferenze e rinunce nonché oggetto di abbandoni insensati e comportamenti talvolta ostili: Giada, Rebecca, Eva, protagoniste indiscusse di quel “cammino difficile” a fronte di esperienze di vita tessute per lo più in negativo.
“Un compagno (è) una presenza costante, una persona con la quale si cresce e si condividono affetti e esperienze” (o. c.), e giusto per questo, d’altro canto a Ruggero, Vincenzo e Alberto non può essere conferito tale titolo, da un lato per quel loro aspetto comportamentale che lascia perplessi e dall’altro per non aver saputo o voluto cogliere l’attimo fuggente dell’idea che “l’amore è fatto di tante sfumature, aspetti e comportamenti” (ibidem) e che per essere vero e ben coeso necessita di tanta fede, speranza e carità; fede nelle proprie scelte, speranza di dare corpo ai progetti, specialmente a quelli di carattere affettivo, carità verso la persona che ci sta accanto nel saperne comprendere a pieno le essenzialità più nascoste. Ecco anche perché un amore inatteso, nato in un contesto idilliaco come può essere quello di un’isola mediterranea, si scioglie come neve e nel nulla si dissolve allorché il protagonista si trova a doversi confrontare con una realtà diversa anche da quella dove abitualmente vive ed è attore indiscusso.
Ed ecco ancora perché una giovane donna viene lasciata a se stessa all’annuncio di una maternità inattesa, maternità che nel corso del tempo le riempirà la vita e le farà fare acrobazie per allevare una figlia tanto amata; quella stessa figlia che in età adulta si troverà faccia a faccia con Jacopo, fratello da parte di quel padre scanzonato e irresponsabile che salderà il proprio conto morale con il lascito di una cospicua eredità per entrambi i figli. “sai sono fidanzato con Francesca… vorrei che la conoscessi e che… insomma, che ci frequentassimo”, “siamo ancora in tempo, s vogliamo” (ibidem) e in “forte abbraccio” le tante telefonate anonime ricevute da Giada trovano un volto, trovano le sembianze dell’amore fraterno che riesce ad elevarsi al di sopra delle miserie umane.
Ecco infine perché Eva viene lasciata sola a dover sbrogliare la difficile matassa dell’educazione dei figli , bimbi presi in adozione per quel bisogno ancestrale e mai sopito di maternità, insito nel cuore e nella mente di ciascuna donna. “Ora cruciale/d’altissimo travaglio,/ dolore e sofferenza:/cambiati in gioia,/nascendo una stupenda/e meravigliosa creatura… soffio divino” recitano con grande sensibilità i versi della lirica “Parto” dell’amico-poeta Corrado Bono, mentre colui, il compagno di Eva, che in un primo momento era apparso in piena sintonia con lei, la donna della sua vita, e con il suo modo di essere, delira dal solco segnato e dinanzi ad impegni inattesi ed altresì gravosi, si spaventa e l’unica soluzione possibile gli appare la fuga dalle proprie responsabilità di uomo e di padre.
Quel medesimo uomo e quel medesimo padre che la vita mettere poi a confronto con vicende personali assai penose, facendogli toccare con mano lo scotto dell’abbandono e la cupa malinconia che ne segue; la vita che lo rendere freddo e incapace di appoggiarsi all’amore che quei bimbi saprebbero dare e all’aiuto che Eva in un moto di spontanea generosità e speranza adesso gli offre; Eva che è ben consapevole del fatto che “anche i periodi molto oscuri sono capaci di vedere la luce” (ibidem) e riesce così a ripristinare il centro del proprio cerchio di vita e ad “accorgersi (anche) che qualcuno non aspettava altro di vedere apprezzamento per quell’invito a cena mai prima accettato” (ibidem).
Un libro di non facile lettura questo di Sandra e Lorenzo per le implicazioni a carattere psicologico e sociale che si dipanano nei periodi e riescono a meravigliare il lettore.
Un testo con belle e particolareggiate descrizioni degli ambienti e delle persone , una scrittura che deriva le caratteristiche affettive di ciascun personaggio non dalle peculiarità del loro carattere bensì dai tratteggi di un sorriso, di gesto, di una postura, compendio del loro modo di essere e di porsi in relazione con la vita e a quanto di bello e meno bello può offrire.
Un libro dal linguaggio accessibile e la struttura sintattica lineare ed agevole, ma di grande impatto emotivo anche per quel rammentare luoghi a me conosciuti e quella forma lessicale che nell’espressione parlata talvolta porta a fare un diminuitivo che, forse, i puristi della lingua possono anche non accettare, ma che io tanto riconosco e che tanto mi piace usare, espressine che risulta poter essere un vezzeggiativo per un lemma che in questi racconti rivela a posteriori un uomo che non cambia né il proprio modo di essere e neppure quello di agire con se stesso e con gli altri. Una lettura, questa di “Ritorno ad Ancona…”, che induce a porsi domande sui grandi tempi della vita e a cercarne risposte esaustive anche in relazione al vissuto di ciascuno di noi perché come insegna J. W. Goethe, “Ogni libro è un capitale che silenziosamente ci dorme accanto, ma che produce interessi incalcolabili”, un capitale che nel testo di Sandra e Lorenzo si esplica nella forte capacità di analisi e nella spiccata sensibilità dei due autori nel saper narrare accadimenti e nel saper descrivere personaggi, lasciando così trasparire anche la bellezza della loro anima.
Lucia Bonanni
Sandra Carresi e Lorenzo Spurio, Ritorno ad Ancona e altre storie, 2012, pp. 142, € 10,00
“Sempre caro mi fu quest’ermo colle,/e questa siepe che da tanta parte/dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”, ( G. Leopardi, “L’infinito”) e dietro a quella siepe che esclude lo sguardo, ma non l’immaginazione e la fluidità di scrittura, ci sono “Le nostre esistenze”, ravvisabili altresì in quella forza centrifuga e in quella centripeta che al contempo la mano esercita su certe acque lattescenti di uno stagno immaginario; legge fisica di cerchi concentrici che si staglia sulla prima di copertina e diviene così immagine di un canzoniere i cui componimenti si susseguono secondo precisi criteri e legati fra loro da un refrain che evoca assenze e lontananze ed “aria lontana di memorie”(op. cit.) insieme a quella nostalgia mai sublimata e quella tristezza mai disciolta “nel tempo fluente” (ibidem).
“A volte si è tristi, a volte… A volte si è paghi, a volte… per un senso non svelato …per un senso ritrovato” (ibidem) e “tra odore di resina e mirto” (ibidem) “ risponde/ al pianto il canto/(del silenzio)/ che il pianto australe/ non impaura”. ( G. D’annunzio, “La pioggia nel pineto”)
Nell’opera di quest’autrice al registro linguistico assai colloquiale e spesso narrativo fa riscontro una sintassi essenziale, scarna e lineare, una sintassi che mai si addentra nel labirinto di una paratassi articolata in concatenazioni e legami complessi. Un costrutto, questo, che permette a chi legge di poter carpire con facilità i messaggi segreti e quelli palesi che ciascun componimento va ad enunciare e caratteristica e stile di scrittura diviene l’uso di versi brevi, formati anche da un solo vocabolo, da un solo elemento grammaticale, versi che talvolta diventano versi lunghi quasi a voler porre una cesura alla climax dei pensieri come pure a quella accumulazione di parole, allineate ordinatamente per dare risalto all’espressione concettuale e a quella ritmica che talvolta si fa incalzante. Espressione che denota, sì, un impianto stilistico analogico e simbolista, con belle metafore e similitudini, ma che si assimila al primo periodo della poesia ermetica e che denota anche un impianto ritmico, punteggiato qua e là da rime irrelate e rime perfette, e che per questo è da ricondursi alla poesia ermetica di un Caproni, di un A. Gatto, di un Betocchi, di un Bigonciari, di un Sinisgalli, di un Luzi, e non ultime a quelle forme intimistiche e contenutistiche di pascoliana memoria.
Anche gli spazi bianchi, usati con maestria dall’autrice, e disposti tra un verso e l’altro ed una strofa e l’altra, non sono qui mero artificio di modernità o semplice artificio di scrittura, bensì risultano essere finalizzati ad una pausa più lunga per motivare l’attesa in chi legge e conferire una più costante riflessione. Così le parole indefinito, infranto, ricordi sbiaditi, identità, ombra… si fanno testimoni di quel “male di vivere” che la poetessa, trafitta da “un raggio accecante di sole” (ibidem) vorrebbe fugare prima che sia “subito sera”, quella stessa sera “laudata (per quel suo) viso di perla/ e (per i suoi) grandi umidi occhi ove si tace/l’acqua del cielo” (G. D’annunzio, “La sera fiesolana”).
Nei propri versi la poetessa vorrebbe poter afferrare quel tempo passato di cui solo ha ricordo di “suoni lontani” (ibidem) e trasportarlo nel presente in cui “una brezza leggera e danzante” (ibidem) possa di nuovo riempire la mente.
Di grande impatto e coinvolgimento emotivo le letture dei versi che l’autrice enuncia e propone anche per quel desiderio di pace mai svelato “per il comune senso del pudore”, ma che tra una sillaba e l’altra si affaccia in attesa di essere colto come esile fiore di campo, desiderio che si fa temerario quando vuol donare “cieli azzurri e orizzonti tersi” (ibidem) e si rammarica perché solo la vita a questa sua creatura ha “saputo dare” (ibidem).
Questa che l’autrice crea è poesia del cuore e “la poesia del cuore non è che illusione di speranze e di ricordi” (ibidem), lirica pura in cui il tratto che fa da collante all’intera silloge è l’amore, l’amore denso di malinconia e rimpianto, di desiderio di quiete e, forse, di un ovattato senso di rassegnazione, l’amore filiale e quello di donna e di madre, l’amore verso gli ambienti e gli aspetti della natura in cui sempre compare quel senso di fondo “sempre uguale nel tempo” (ibidem), l’amore che sempre conduce a far pace col dubbio e col più acuto dolore perché ne “Le nostre esistenze” “non varrà/domani/ ciò che stasera sarà”.
Lucia Bonanni San Piero a Sieve
7 aprile 2012
I «Libri di-versi in diversi libri»
in memoria di Carmela Monteleone
«Libri di-versi in diversi libri», in memoria di Carmela Monteleone è il titolo del Concorso Letterario Internazionale indetto dalla editrice Urso e riservato alla poesia in lingua italiana. Questo concorso, come il precedente «Inchiostro e Anima», è nato su facebook, utilizzando virtualmente e virtuosamente questo strumento per comunicare in tempo reale.
«Noi tutti - dice Urso - assieme a tanti altri, crediamo possibile una società di poeti e crediamo inoltre che la poesia sia fondamentale per pensare la vita e sognare un altro modo di vivere».
Ideatore e organizzatore del Concorso nell'edizione 2011/2012 è Francesco Urso. La Commissione giudicatrice, presieduta da Benito Marziano, è composta da: Liliana Calabrese, Mia Vinci, Salvatore Di Pietro, Antonino Causi, Nino Muccio, Corrado Bono, Elio Distefano, Maria Restuccia, Orazio Parisi, Giovanni Manna, Lilia e Marco Urso.
I premi consistono in libri.
Nell'intenzione di accogliere la poesia del maggior numero di concorrenti, l'editore, ha voluto a ciascuno autore selezionato dalla giuria, riservare il premio di una pubblicazione. Ogni pubblicazione avrà una differente copertina.
Nel contesto di questa logica esaltante, qual è la scrittura, l'editore ha voluto riservare ai primi tre poeti selezionati premi particolari (cento copie di un proprio libro al primo classificato e omaggi di libri della Libreria Editrice Urso al secondo e terzo classificato).
In questo concorso vengono banditi pergamene, coppe, medaglie e trofei vari, così come vengono rigorosamente esclusi finanziamenti pubblici.
«Un grazie sentito - conclude Urso - a quanti hanno con noi condiviso l'esperienza, giurati, poeti e chiunque faccia eco alla presente iniziativa». Il 25 marzo verrà bandito il regolamento del nuovo concorso letterario per il 2012/2013.
PER LA CULTURA IN UNA FAMIGLIA
ALLARGATA OLTRE LE MURA DI CASA
Riflessioni di Lucia Bonanni
(che il 10 dicembre 2011a Pisa - assieme a Marco Urso - ha rappresentato la Libreria Editrice Urso al premio "Thomas Dempster")
Il vostro amico è il vostro
bisogno saziato.
è il campo che seminate con amore e mietete con riconoscenza.
è la vostra mensa e il vostro focolare.
poiché, affamati, vi rifugiate in lui e lo ricercate per la vostra pace… KahlilGibran
I ricordi si affollano alla mente
mentre sono sul treno che mi porta verso Pisa. Quasi non la riconosco questa
città nella pioggia che sa di inverno. Sono abituata a vederla nello splendore
dei suoi alabastri, dei suoi marmi, dei suoi mosaici, dei suoi lungarni
multicolori, di quella sua torre sghemba, sorretta nelle foto dalla mano tesa
del turista. Non mi sono nuove le inflessioni dell’intercalare, né i gesti che
fanno eco alle parole. Mi sento in un tempo diacronico nel suo incessante
fluire, ma così tanto attuale nel dipanarsi delle emozioni. È la stessa sensazione
che provo quando mi ritrovo al n. 71 di quella via Mazzini dove è situato il
Memoriale omonimo che oggi ci ospita. La pioggia si fa insistente… guardo
spesso l’orologio… mi scopro preoccupata… anche per quel ragazzo che stamani è
arrivato dalla Sicilia.
Il sorriso del prof. Giovanni Ranieri Fascetti, però, è rassicurante e
la sua stretta di mano accogliente. “E ricordate che nazione e indipendenza
sono nomi vani e menzogna di vana gloria, se la nazione non è associazione di
liberi, se l’indipendenza non è incarnata in ogni cittadino, trasfusa in ogni
coscienza, immedesimata nel cittadino”, si legge in una scritta murale appena a
destra della porta d’ingresso.
Già… nazione, indipendenza,
associazione di liberi, coscienza, cittadino, non sono altro che gli ideali del
nostro Risorgimento oggi così tanto disattesi; ideali racchiusi in quella
moltitudine di pagine ben disposte sugli scaffali e altresì evidenziati in quel
susseguirsi di date e avvenimenti che a memoria storica ornano le pareti di
questa domus rinnovata. Il pubblico presente non è poi così numeroso, solo una compagine di
pochi eletti, di chi presta interesse a questo evento. L’attenzione discorsiva
del prof. Giovanni Ranieri Fascetti pone in evidenza la figura di Ippolito Rosellini,
suo eminente concittadino, come pure quella di Thomas Dempster a cui è intitolato il Premio, nonché l’iter dello stesso Gruppo Culturale ed il
suo personale a riguardo della pluriennale attività a salvaguardia e tutela del
patrimonio e dei vari interventi di restauro dei beni architettonici presenti sul
territorio.
Il discorso si fa ancor più incisivo allorché il prof. Giovanni Ranieri Fascetti
giunge a parlare dell’editore Urso e della sua Libreria; libreria, egli dice,
dove si può trovare di tutto, dove certi libri, per certi versi anche
introvabili, non vengono relegati in fondo a qualchemensola, come talvolta succede nella grande
distribuzione, ma fanno bella mostra di sé e si lasciano adocchiare anche da
chi è solo di passaggio. Una libreria, questa, dove il tempo scorre piacevolmente,
dove protagonista è sempre il libro, cuore e teatro perenne dell’Uomo. Il
testimone che mi passa il prof. Giovanni Ranieri Fascetti, e che di
buon grado accetto, è il testo a cura di G. Gabrielli “Ippolito Rosellini e il suo Giornale della
spedizione letteraria toscana in Egitto negli anni 1828-1829”.
Parlare degli amici non è facile
cosa e così, ripensando alle belle parole di Gibran,
mi sento di dire che ho avuto modo di conoscere l’editore Urso lo scorso anno
in occasione del Concorso Letterario “Inchiostro e anima”, Concorso da lui
ideato e curato tanto nella forma quanto nella dinamica esplicativa dei vari
passaggi anche per quanto concerne la pubblicazione di una raccolta antologica.
Duplice fu la motivazione che mi indusse a partecipare, l’una per la dedica ad
un amico, scrittore e poeta, attore e regista, da poco scomparso (Antonio Caldarella), l’altra perla donazione devoluta ad un Istituto di ricerca medica (AIRC).
Sempre in
cammino, mai pago di esperienze, sempre lungimirante e con lo sguardo rivolto
al futuro, l’editore Urso ha voluto di nuovo cimentarsi nel bando di un altro
Concorso, ideato quest’anno come Libreria Editrice Urso e recante un titolo che
è già di per sé tutto un programma. Così in quei “Libri di-versi in diversi
libri” si rinnova la dedica ad una persona che non c’è più, una poetessa di
spiccate e nobili qualità (Carmela Monteleone) e si
fa di nuovo donazione di proventi a sfondo benefico (Aned),
si continua a dar voce a ciò che dicono i poeti quando affermano che “la poesia
è l’anima dell’uomo fatta parola” e che “la poesia vive quando è ricevuta da
qualcuno”, e si mette in risalto quello che è l’obiettivo principe della
Libreria stessa.
Infatti è da quel lontano
dicembre del 1975 che al n. 41 nelcentralissimo Corso Garbaldi, lì, ad Avola, si
dà spazio alla cultura partecipata nei suoi molteplici aspetti, perno e
strumento di quella minuscola Libreria, “nata più per scommessa che con
intenzioni di lunga durata”. “Al cliente di turno mi capita spesso di ricordare
che non sono qui per dargli un paio di pantaloni, ma una fetta importante del
patrimonio dell’umanità” è quanto dichiara lo stesso editore e non è un caso se
il Concorso di quest’anno reca il titolo di “Libri di-versi in diversi libri”,
poiché il punto di forza di tale iniziativa si ritrova nella pubblicazione di un
libro “di-versi”, di propri versi, per ciascun partecipante selezionato a cui
si aggiunge un cospicuo numero di copie per il primo classificato. A tale
proposito è stata ideata anche una pagina web con lo stesso titolo al fine di
creare un’agorà condivisa e condivisibile in cui gli utenti possono ritrovarsi
e discutere in un confronto culturale franco e puntuale. Oltretutto la dicitura
“in diversi libri” sta ad indicare la diversità della realizzazione grafica di
ogni volume che sarà dato in omaggio ai poeti selezionati, a conclusione del
concorso.
Tra i testi dell’Editrice Urso, oltre ai vari autori, si collocano libri
specifici, riguardanti quelli che sono gli aspetti artistici e antropologici
della Sicilia sud-orientale, come pure la prima fatica editoriale edita nel
1981 con all’attivo più di duemila copie vendute e che l’editore ama definire
il suo best long-seller: “I fatti di Avola” di
Sebastiano Burgaretta.
Nella gamma delle collane edite
che pongono attenzione alle varie espressioni culturali, agli incontri e alle
manifestazioni organizzate a vario titolo e con logiche diverse e sempre nuove,
si annoverano tra le altre “Araba Fenice”, “Mneme”,
“Iconografia”, “I quaderni dell’Orso”, “Recuperata”, “La laurea in tasca” in
cui sono presenti i lavori di Lilia e Marco Urso,
“Opera prima”, “Cammini”, “Euterpe”, “AsSaggi”…
Ma l’attività della Libreria Urso
non si limita a quella “tana”, punto di ritrovo così caro ai bibliofili, bensì
spazia dai “Mercoledì letterari” di “Avola in laboratorio”, in cui di volta in
volta, l’ultimo mercoledì di ogni mese, dal 1994, si discute democraticamente
su qualsivoglia argomento, senza mai una relazione iniziale (qualche volta si
presentano anche libri e se ne fa un ampio dibattito); ai “Peripatetici di Eloro”, amici della Libreria che si ritrovano per la
Camminata filosofica tra le rovine della città corinzia di Eloro,
argomentando sui temi più disparati; al “Forum dei cammini europei del
pellegrino”, diretto in rete da Francesco Urso; a “Libr’Avola”;
a “Dalle otto alle otto” in occasione della festa annuale della poesia e che in
marzo prossimo andrà a combaciare con la serata conclusiva del Concorso
Letterario.
Già da anni addietro l’operato
dell’editore Urso viene reso noto dai quotidiani quali “Avvenire” nel 2008, “Il
Sole 24 ore” nel 2000, “Capital” nel 1984, “Il giornale di Sicilia” nel 1987,
tra le cui pagine si riportano interviste rilasciate dall’editore insieme agli
articoli redatti da persone che hanno voluto e saputo apprezzare le molteplici
valenze culturali e sociali della Libreria.
Ed è Massimo Castellani, che a
tal proposito scrive su “Avvenire”, che “Francesco Urso da quel dicembre caldo
non ha mai abbassato le barricate ed è l’ultimo avamposto di una resistenza
culturale ad Avola, dove si trova nella sua Libreria. Un’altana d’avvistamento
sul Mediterraneo, che si staglia in quel centro del quadrato iscritto nella
planimetria di quell’esagono”, ridisegnata dal gesuita Angelo Italia, ingegnoso
urbanista, a seguito del terremoto del 1693 che non pochi danni causò alla
città.
“Qui e ovunque è il libro che
sceglie il lettore e non viceversa… e forse (questa) è la libreria più a Sud
d’Italia a pochi km da Capo Passero.
Una libreria quasi di confine”
come fa notare il “Sole 24 ore” nell’ottobre del 2000 e come continua Francesco
Urso, affermando che “é dovuta diventare quasi una necessità, quasi una sorta
di ultimo baluardo di civiltà e di cultura (in cui) le regole commerciali
devono essere al minimo necessario e la creatività al massimo”.
Descrivere ciò che di “mitico”
continua a vivere intorno alla figura dell’editore Urso, non è cosa semplice in
quanto gli interessi si dispongono in un diagramma ad albero sempre più
articolato e ramificato e sempre più allargato a persone e a realtà anche
distanti dal territorio isolano. “Francesco Urso è un giovane appassionato che
dal Sessantotto ha saputo trarre insegnamento per quanto riguarda la
documentazione storico-antropologica”, riporta un articolo a riguardo
dell’editoria siciliana su “Il giornale di Sicilia”.
“Ma attenzione – avverte Francesco
Urso - io faccio il libraio per scelta, quando pubblico non ho una logica
commerciale. Per me l’editoria è un’attività collaterale, una maniera di fare
qualcosa di concreto per la mia terra, un hobby di prestigio…anche”. “Dai
banchi di scuola alla strada, a piazzare la merce più difficile da piazzare su
qualsiasi mercato”, i libri, ben consapevole del valore e del poter e della
parola scritta, valenze, queste, che gli hanno permesso di rimanere attaccato
alla sua terra, terra dalla rivolta “amara” del ‘68 e all’epoca ancora in parte
da alfabetizzare.
“Questo (la libreria) è il mio
posto segreto/un’oasi di passaggio/per uomini assetati/” (Arianna Rotondo, “Il
mio posto”, anno 1999) che “per 50 anni ancora/ e se il destino vorrà/giusto il
tempo/per crescere e imparare a capire/la storia […] mai perduta di quella
libreria/ e del suo filosofo” (Carmela Monteleone,
“Corso Garibaldi 41”, anno 1996) anche perché in questo viaggio della mente e
dello spirito Francesco non è mai solo… da sempre in questo cammino, come in
quello della loro esistenza, lo accompagna e lo segue Liliana Calabrese, anima
e animatrice, voce e canto, forza e diletto, punto di riferimento
ineguagliabile delle tante vicissitudini di vita e delle tante iniziative
legate a quell’angolo di cultura presente lì ad Avola.
“E sarà quest’angolo di vita e di
cultura a rappresentare nel terzo millennio che avanza , la storia e la civiltà
di un piccolo paese dal nome sdrucciolo, posto ai piedi degli Iblei, in terra di Sicilia, luogo di questo pianeta, afferma
Giovanni Stella in “Le Sirene e l’Isola” edito proprio da quella Libreria che
oggi siamo a festeggiare.
“Sono nato e cresciuto in quella
libreria, una libreria che sa di polvere e dove si sente il profumo antico dei
libri. Devo ringraziare mio padre che mi ha avvicinato alla lettura e mi ha
trasmesso l’amore del sapere. Quando mi capita di cercare una libreria, non
scelgo mai quelle grandi, illuminate a giorno, ingombre di pile di libri,
quelle commerciali, anonime, scelgo sempre quelle meno conosciute, quelle dove
puoi ancora frugare tra gli scaffali alla ricerca di chissà quale tesoro”.
Marco parla con pacatezza, espone i pensieri con serenità, apre il cuore e la
mente e chi ascolta e pone domande.
Il garbo del suo parlare riflette
tutta l’ammirazione che ha per il padre, in ogni sua parola, in ogni suo gesto
traspare tutta la sua bella sicilianità. Come già Francesco anni addietro, è un
“giovane appassionato” che degli insegnamenti ricevuti ha saputo fare tesoro,
convinto di poter fare qualcosa di utile per la sua terra, per la realtà che lo
circonda, seguendo orme indelebili nel cuore e nell’agire. “Enna è una
bomboniera ammaccata, e come questa città in Sicilia ci sono tanti altri luoghi
ricchi d’arte e di storia e che avrebbero necessità di interventi mirati e
attenti. E non sempre è agevole operare in una realtà cittadina dove gli stessi
abitanti non si prendono cura del proprio territorio, dove talvolta si nega la
presenza di isole culturali, dove l’indifferenza supera il buon senso. Ma noi
siamo convinti e ben consapevoli di ciò che via via andiamo facendo, del nostro operato e del nostro dire”.
Marco riesce ad esporre tutto
quanto c’è da mettere in risalto ed è assai emozionato quando riceve la
pergamenae la medaglia commemorativa
con l’effige di Ippolito Rosellini, coniata nel 1993
e disegnata per l’occasione dall’Artista A. Fascetti. Può succedere che i
familiari siano anche quelli elettivi, sono quelli che stanno nei tuoi pensieri
e nel tuo affetto e dai quali ti allontani con rammarico. Adesso che è lunedì
sera e fuori continua a piovere, nella mia penna c’è il sole e sono qui a
scrivere di un libraio folle di umanità e della sua bella famiglia, allargata
anche al di là delle mura di casa. E chissà mai perché mi viene da canticchiare
i versi di una ben nota canzone…
“Un vecchio e un bambino/si preser per mano e andarono insieme/ incontro alla sera; i
due camminavano/ il giorno cadeva/il vecchio seguiva il ricordo di miti
passati…/il bimbo ristette/ e poi disse al vecchio con voce sognante: “Mi piaccion le fiabe, raccontane altre”.
La poetessa Lucia Bonanni interviene a Pisa in occasione della consegna del Premio "Thomas Dempster" per il 2011 alla "famiglia" della Libreria Editrice Urso.
Lucia rappresenta in questo intervento la condivisione del cammino culturale con la famiglia allargata di poeti, scrittori, artisti e pellegrini che operano non solo in quell'angolo sudorientale della Sicilia, ma che, anche in ogni dove, in giro per il mondo, e che si tengono in contatto e collaborano con la Libreria Editrice.
L'intervento di Lucia Bonanni è espresso con le parole del cuore e dell'amicizia, e non poteva essere che così...
L'editore Francesco Urso ringrazia Lucia per tutta la saggezza e generosità del suo discorso e dichiara inoltre tutta la sua gratitudine a tutti i dirigenti e i soci del Gruppo Culturale "Ippolito Rosellini" di Pisa per il riconoscimento venuto "da lontano", dal Nord Italia, al suo ruolo di promozione culturale e di volontariato civile nel territorio, in senso lato.
Sembrerebbe poco questo riconoscimento, ma per chi come Francesco Urso si è sempre battuto per questo e anche altro, senza grandi relazioni col "potere" (?) locale, il fatto di averlo ottenuto nella forma com'è andata, con l'enfasi e l'autenticità delle cose fatte con onestà e autenticità, è già al di là di ogni sua aspettativa.
La ripresa video di parte dell'intervento di Lucia è di Marco Urso