Annina
Rizza Scifo |
Annina
Rizza Scifo, È sera, 2007, 8°, pp. 56, (Collana ARABA
FENICE n. 31), Euro 7,00 ![]()
ASCOLTA LE VOCI di Liliana Calabrese e di Annina Rizza Scifo (4,5 MG)
8 marzo 2002 Liliana Calabrese Urso, allora Presidente della Consulta Comunale Femminile di Avola
INTERVISTA Annina Rizza Scifo durante la presentazione del volume di poesia Terra
mia
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CARMEN ORVIETO |
![]() 13 GENNAIO 2008 alle 18,00 nella Sala consiliare del Comune di Avola presentazione del volume di poesie dal titolo E' SERA di Annina Rizza Scifo, pubblicato postumo dalla nostra Libreria Editrice Urso. Presenterà il prof. Sebastiano Burgaretta.Leggeranno le poesie Antonio Caldarella e Donata Munafò, con l'accompagnamento musicale di Milena Caruso. Gabriella Tiralongo coordinerà le testimonianze sulla figura dell'autrice. Manifestazione organizzata dalla Consulta comunale femminile di Avola sotto la presidenza di Nella Artale Corsico. |
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È sera
Libreria Editrice Urso, Avola 2007, pagg. 55, Euro 7,00
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Mi incuriosisce il tramonto che domina la copertina.
Sono molto legato ai tramonti (ne ho visti tanti, taluni descritti anche in versi), assai meno alle albe (ne ho viste pochissime e soltanto di due ho scritto: una a Malta l’altra a Granada).
La circostanza è legata molto al mio carattere, tendenzialmente votato al pessimismo sicché il crepuscolo, inevitabile per ciascuno, mi affascina più dell’alba, ché la prima ci appartenne, del secondo siamo in attesa.
Mi chiedo quale mano ha dipinto quel tramonto, che sembra uscito dalla mente di un poeta e affidato ai pastelli di un giovane talento.
E per soddisfare la mia curiosità apro il risvolto interno della copertina, dove si spiega che trattasi di Tramonto nel cammino di Santiago, foto di Ciccio Urso, 2005.
Ecco, penso, Ciccio, imprevedibile nelle sue estemporaneità, ha colpito ancora una volta. A modo suo.
È riuscito a fare parlare ancora una volta di lui anche se per poco. Un po’ come Alfred Hitchcock, che era solito durante ogni suo film fare una apparizione brevissima, un secondo o due. Una volta una ragazza in un biblioteca pubblica prese un libro che riproduceva in copertina il volto del grande regista, scosse la testa e rimise il volume al suo posto.
La foto, così com’è riportata, sembra un dipinto: non so, non sono un esperto, se perché di non perfetta realizzazione all’origine o perché così “manipolata” in sede di riproduzione sulla copertina del libro.
Fatto sta che la resa è ottima, almeno per uno come me che ama i tramonti e quello è un tramonto splendido, dove la terra è di un solo colore, quasi a voler indicare la uniforme mediocrità del vivere sul Pianeta, e all’orizzonte si scontra e anche si integra col rossore portato dal sole calante.
Debbo dire che penso la foto sia stata realizzata da Ciccio con mano tremante, frutto di impedimento dell’altra occupata dallo zaino e dalla stanchezza accumulata in ore e ore di giorni e giorni di cammino a piedi per raggiungere Santiago de Compostela, meta promessa del pellegrinaggio che con la moglie Liliana, con forte determinazione, hanno realizzato. Probabilmente il tremore ha reso questo effetto che a me ha dato a prima vista l’impressione del dipinto.
Sul pellegrinaggio a Santiago non azzardatevi ad aprire discorso con Ciccio, poiché vi inchioderà ai suoi ricordi verbali e fotografici, facendovi fare le ore piccole, per congedarvi con l’impegno di proseguire il dì seguente.
La narrazione quell’esperienza maturata merita uno scritto ad hoc.
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Il libro è una raccolta pubblicata postuma dal marito Vittorio Scifo, mio stimato e ammirato professore, scritta da Annina Rizza (Avola, 1926), venuta a mancare un anno fa.
Nella quarta di copertina è racchiusa la sintesi della vita di Annina, da sempre impegnata in politica, quando la politica era solo idea e ideale, e ancora negli avolesi dai capelli bianchi è vivo il ricordo de “L’ora del popolo”, satira politica trasmessa attraverso gli altoparlanti nella piazza principale, dove Annina era “Donna Peppina”, un ruolo che le è rimasto impresso addosso perché vissuto, non come “recita”, ma come rappresentazione di vita reale di quell’epoca (si era alla fine degli anni Cinquanta del Novecento).
“Bona e bon’è magari ventotto!”, sbottò nel corso di una telefonata con mia madre, entrambe preoccupate del ritardo dell’esito dell’esame che entrambi i figli stavano sostenendo all’Università nella facoltà di Medicina.
Abituata ai trenta o trenta e lode, la Signora Annina, stremata dal mancato esito auspicava anche un “ventotto”, pur di farla finita.
Donna d’altri tempi e d’altra tempra – e così il marito Vittorio – ha segnato un epoca, lasciando vivo il ricordo in chi l’ha conosciuta come insegnante, moglie, madre, soggetto di impegno politico e sociale. A sinistra, coerentemente, dalla nascita alla morte.
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È sera. È il titolo della raccolta di poesie – facente parte della felice collana editoriale “Araba Fenice”, giunta al 31° volume – di Annina Rizza Scifo. E già da quanto ho scritto all’inizio non può che essere, per me, come un canto di Sirena.
Gli sciocchi, i superficiali, mai pensano alla morte, considerandolo un evento che riguarda solo gli altri.
Da giovani un po’ tutti abbiamo avuto simili idee. Poi il tempo macina piano ma fino e lavorando di raspa e di lima elimina il superfluo e ci riporta all’essenziale.
E ci fa rendere conto che tutto ha un inizio e una fine. Tutto. E l’essere umano è racchiuso in questo “tutto”, e ad esso non sfugge.
E allora ciascuno di noi deve cominciare a prendere atto che prima o poi ha inizio il percorso del viale del tramonto, che conduce alla sera.
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Gabriella Tiralongo con una breve presentazione introduce ai versi di Annina.
Piluccando qua e là mi accorgo che la raccolta merita una lettura seria, coordinata, completa.
Ne “Le cose in penombra” c’è “soltanto una voce, la mia”.
Il verso richiama quello del poeta cantautore Georges Moustaki “No, non sono mai solo con la mia solitudine”, con cui apre la canzone “Ma solitude”.
In “Carezza” c’è una inversione della consuetudine. Stavolta è “Carezza di bimbo alla madre” a conferma che questo “è il gesto gentile dell’anima umana”, che qui promana dal bimbo, dalla dolcezza, dalla purezza assoluta.
Una riflessione acuta troviamo in “triste ricordo” laddove “E venne ancora la morte” … “Ma … il tempo… ne serberà il ricordo”. Ricordare per riessere, in vita.
Dopo sarà il tempo – e con esso gli affetti di quanti lo conobbero – a mantenere il ricordo. Anche se “Il ricordante e il ricordato hanno ambedue la memoria di un giorno” (Ronsand).
“È sera”, la poesia che da il titolo anche alla raccolta è un alternare di campane e “l’ombra” del padre che viene che parla. E qui la mente mi porta all’inesauribile “Museo d’ombre”, di Gesualdo Bufalino, destinazione finale di tutti. In fondo aggiungo, già ombre noi stessi.
In “Grido” …”c’è un grido disperato (dal mio abisso) ma il mondo è pietra”. Dura, immutabile, anonima, pietra: senz’anima, né cuore. Purtroppo.
“Fermati caro” è un invito all’uomo che conobbe quando aveva appena undici anni e sarà il suo unico amore, unico compagno di vita. “Fermati. Parliamo e ascoltiamoci prima d’iniziare il nostro viaggio”. Io credo, conoscendo bene il marito, che rileggendo questa poesia, non potrà fare a meno di rispondere con i versi di Eugenio Montale: “Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale / e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino …”.
Alla madre dedica un verso fulgurante “Mamma puoi dormire in pace la tua notte”. Una lunga, interminabile notte di quiete.
“Ombre sulla terra malata (Parvenze agitate sull’asfalto sporco di sangue dove i passi non hanno più echi) e le grida non hanno più voce”.
È “Terra malata” nella sua interezza qui riportata: interezza di versi brevi e penetranti, interezza di terra malata e martoriata da lungo tempo.
C’è in Annina Rizza la tendenza alle poesie brevi ed esaustive di concetti acuti, di sensazioni profonde.
“Il mio cuore è un nido vuoto”, cammina nei “miei aquiloni”.
“Non sei morta”, dice a se stessa, “se ti accorgi che la prima rondine è tornata (…che il sole ha un nuovo tepore) se …riesci ancora a custodire un sogno”.
Ma “A vent’anni …non sai che il mondo è una ruota che gira anche per te”.
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Il resto lo farà il lettore, gustando i versi sereni dell’autrice.
Si è discusso molto sul perché e sul valore della poesia nel tempo. Montale stesso nel riceversi il premio Nobel a Stoccolma il 14 dicembre 1975, pronunciò il celebre discorso “È ancora possibile la poesia?”, nel quale, fra l’altro, disse: “Io sono qui per avere scritto poesia, un prodotto assolutamente inutile, quasi mai nocivo”.
In una società in cui quasi tutto sta diventando nocivo, vuoi per la salute, vuoi per lo spirito, forse la poesia si ripropone come qualcosa di utile. Lo è senz’altro se riesce a stimolare emozioni e sensazioni dell’animo, vieppiù inaridito dell’uomo.
E Annina Rizza questo ha saputo fare.
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