Annina
Rizza Scifo
È sera
Libreria Editrice Urso,
Avola 2007, pagg. 55, € 7,00
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Mi incuriosisce
il tramonto che domina la copertina.
Sono molto legato
ai tramonti (ne ho visti tanti, taluni descritti anche in versi), assai meno
alle albe (ne ho viste pochissime e soltanto di due ho scritto: una a Malta
l’altra a Granada).
La
circostanza è legata molto al mio carattere, tendenzialmente votato
al pessimismo sicché il crepuscolo, inevitabile per ciascuno, mi affascina
più
dell’alba, ché la prima ci appartenne, del secondo siamo in attesa.
Mi
chiedo quale mano ha dipinto quel tramonto, che sembra uscito dalla mente di
un poeta e affidato ai pastelli di un giovane talento.
E
per soddisfare la mia curiosità apro il risvolto interno della copertina,
dove si spiega che trattasi di Tramonto nel cammino di Santiago, foto di Ciccio Urso, 2005.
Ecco, penso,
Ciccio, imprevedibile nelle sue estemporaneità, ha colpito ancora una
volta. A modo suo.
È riuscito a fare parlare ancora una volta
di lui anche se per poco. Un po’ come Alfred Hitchcock, che era solito
durante ogni suo film fare una apparizione brevissima, un secondo o due. Una
volta una ragazza in un biblioteca pubblica prese un libro che riproduceva
in copertina il volto del grande regista, scosse la testa e rimise il volume
al suo posto.
La foto, così
com’è riportata, sembra un dipinto: non so, non sono un esperto,
se perché di non perfetta realizzazione all’origine o perché così “manipolata” in
sede di riproduzione sulla copertina del libro.
Fatto sta che
la resa è ottima, almeno per uno come me che ama i tramonti e quello è un
tramonto splendido, dove la terra è di un solo colore, quasi a voler
indicare la uniforme mediocrità del vivere sul Pianeta, e all’orizzonte
si scontra e anche si integra col rossore portato dal sole calante.
Debbo dire che
penso la foto sia stata realizzata da Ciccio con mano tremante, frutto di impedimento
dell’altra occupata dallo zaino e dalla stanchezza accumulata in ore
e ore di giorni e giorni di cammino a piedi per raggiungere Santiago de Compostela,
meta promessa del pellegrinaggio che con la moglie Liliana, con forte determinazione,
hanno realizzato. Probabilmente il tremore ha reso questo effetto che a me
ha dato a prima vista l’impressione del dipinto.
Sul pellegrinaggio
a Santiago non azzardatevi ad aprire discorso con Ciccio, poiché vi
inchioderà
ai suoi ricordi verbali e fotografici, facendovi fare le ore piccole, per congedarvi
con l’impegno di proseguire il dì seguente.
La narrazione
quell’esperienza maturata merita uno scritto ad hoc.
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Il
libro è una raccolta pubblicata postuma dal marito Vittorio Scifo, mio
stimato e ammirato professore, scritta da Annina Rizza (Avola, 1926), venuta
a mancare un anno fa.
Nella
quarta di copertina è racchiusa la sintesi della vita di Annina, da
sempre impegnata in politica, quando la politica era solo idea e ideale, e
ancora negli avolesi dai capelli bianchi è vivo il ricordo de “L’ora
del popolo”, satira politica trasmessa attraverso gli altoparlanti nella
piazza principale, dove Annina era “Donna Peppina”, un ruolo che
le è rimasto impresso addosso perché vissuto, non come “recita”,
ma come rappresentazione di vita reale di quell’epoca (si era alla fine
degli anni Cinquanta del Novecento).
“Bona
e bon’è magari ventotto!”, sbottò nel corso di una
telefonata con mia madre, entrambe preoccupate del ritardo dell’esito
dell’esame che entrambi i figli stavano sostenendo all’Università nella
facoltà di Medicina.
Abituata
ai trenta o trenta e lode, la Signora Annina, stremata dal mancato esito auspicava
anche un “ventotto”, pur di farla finita.
Donna
d’altri tempi e d’altra tempra – e così il marito
Vittorio – ha segnato un epoca, lasciando vivo il ricordo in chi l’ha
conosciuta come insegnante, moglie, madre, soggetto di impegno politico e sociale.
A sinistra, coerentemente, dalla nascita alla morte.
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È
sera. È il titolo della raccolta
di poesie
– facente parte della felice collana editoriale “Araba Fenice”,
giunta al 31° volume – di Annina Rizza Scifo. E già da quanto
ho scritto all’inizio non può che essere, per me, come un canto
di Sirena.
Gli
sciocchi, i superficiali, mai pensano alla morte, considerandolo un evento
che riguarda solo gli altri.
Da
giovani un po’ tutti abbiamo avuto simili idee. Poi il tempo macina piano
ma fino e lavorando di raspa e di lima elimina il superfluo e ci riporta all’essenziale.
E ci fa rendere conto che tutto ha un
inizio e una fine. Tutto. E l’essere umano è racchiuso in questo “tutto”,
e ad esso non sfugge.
E allora ciascuno di noi deve cominciare
a prendere atto che prima o poi ha inizio il percorso del viale del tramonto,
che conduce alla sera.
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Gabriella
Tiralongo con una breve presentazione introduce ai versi di Annina.
Piluccando
qua e là mi accorgo che la raccolta merita una lettura seria, coordinata,
completa.
Ne
“Le cose in penombra” c’è “soltanto una voce,
la mia”.
Il
verso richiama quello del poeta cantautore Georges Moustaki “No, non
sono mai solo con la mia solitudine”, con cui apre la canzone “Ma
solitude”.
In
“Carezza” c’è una inversione della consuetudine. Stavolta è “Carezza
di bimbo alla madre” a conferma che questo “è il gesto gentile
dell’anima umana”, che qui promana dal bimbo, dalla dolcezza, dalla
purezza assoluta.
Una
riflessione acuta troviamo in “triste ricordo” laddove “E
venne ancora la morte” … “Ma … il tempo… ne
serberà il ricordo”. Ricordare per riessere, in vita.
Dopo
sarà il tempo – e con esso gli affetti di quanti lo conobbero – a
mantenere il ricordo. Anche se “Il ricordante e il ricordato hanno ambedue
la memoria di un giorno” (Ronsand).
“È
sera”, la poesia che da il titolo anche alla raccolta è un alternare
di campane e “l’ombra” del padre che viene che parla. E qui
la mente mi porta all’inesauribile “Museo d’ombre”,
di Gesualdo Bufalino, destinazione finale di tutti. In fondo aggiungo, già ombre
noi stessi.
In
“Grido” …”c’è un grido disperato (dal
mio abisso) ma il mondo è pietra”. Dura, immutabile, anonima,
pietra: senz’anima, né cuore. Purtroppo.
“Fermati
caro” è un invito all’uomo che conobbe quando aveva appena
undici anni e sarà
il suo unico amore, unico compagno di vita. “Fermati. Parliamo e ascoltiamoci
prima d’iniziare il nostro viaggio”. Io credo, conoscendo bene
il marito, che rileggendo questa poesia, non
potrà fare a meno di rispondere con i versi di Eugenio Montale: “Ho
sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale / e ora che non ci sei è il
vuoto ad ogni gradino …”.
Alla
madre dedica un verso fulgurante “Mamma puoi dormire in pace la tua notte”.
Una lunga, interminabile notte di quiete.
“Ombre
sulla terra malata (Parvenze agitate sull’asfalto sporco di sangue dove
i passi non hanno più echi) e le grida non hanno più voce”.
È “Terra malata” nella
sua interezza qui riportata: interezza di versi brevi e penetranti, interezza
di terra malata e martoriata da lungo tempo.
C’è
in Annina Rizza la tendenza alle poesie brevi ed esaustive di concetti acuti,
di sensazioni profonde.
“Il
mio cuore è un nido vuoto”, cammina nei “miei aquiloni”.
“Non
sei morta”, dice a se stessa, “se ti accorgi che la prima rondine è tornata
(…che il sole ha un nuovo tepore) se …riesci ancora a custodire
un sogno”.
Ma
“A vent’anni …non sai che il mondo è una ruota che
gira anche per te”.
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Il
resto lo farà il lettore, gustando i versi sereni dell’autrice.
Si
è discusso molto sul perché e sul valore della poesia nel tempo.
Montale stesso nel riceversi il premio Nobel a Stoccolma il 14 dicembre 1975,
pronunciò il celebre discorso “È ancora possibile la poesia?”,
nel quale, fra l’altro, disse: “Io sono qui per avere scritto poesia,
un prodotto assolutamente inutile, quasi mai nocivo”.
In
una società in cui quasi tutto sta diventando nocivo, vuoi per la salute,
vuoi per lo spirito, forse la poesia si ripropone come qualcosa di utile. Lo è
senz’altro se riesce a stimolare emozioni e sensazioni dell’animo,
vieppiù
inaridito dell’uomo.
E Annina Rizza
questo ha saputo fare.

Giovanni Stella
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