I fatti di Avolai fatti di Avola

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Copertina Fatti di Avola
Copertina

il più vendutoSebastiano Burgaretta, I fatti di Avola, 2008 (Terza edizione)
8°, pp. 142, Euro 15,00

EAN 978-88-96071-08-3acquista

Questo volume che ripropongo in nuova edizione fu il primo volume da me pubblicato e segnò nel 1981 la nascita della mia attività editoriale; il libro è contemporaneamente anche il primo libro pubblicato da Sebastiano Burgaretta e, sicuramente è il mio best e long-seller, con oltre duemila copie vendute.
È stato da me riedito nel 1998, dopo tante richieste di lettori, con un saggio di Giuseppe Astuto e un'intervista-novità all'avv. Fausto D'Agata (vicesindaco di Avola all'epoca dei fatti).
Il 2 dicembre di quel famoso 1968 ad Avola ebbe tragico epilogo uno sciopero di lavoratori dell'agricoltura che si protraeva da oltre dieci giorni per giuste rivendicazioni sindacali.
La polizia sparò e due di quei braccianti, Angelo Sigona e Giuseppe Scibilia, furono uccisi e altre decine di lavoratori feriti.
Ministro dell'interno dell'epoca era il democristiano Franco Restivo, siciliano.
Tutta l'Italia si sdegnò e un numero infinito di manifestazioni si svolsero ovunque.
A seguito dei Fatti di Avola l'allora ministro del lavoro, il socialista Giacomo Brodolini, venuto ad Avola il 4 gennaio 1969, qui promise una emanazione di norme a favore dei lavoratori, e così in effetti fece, con la legge 300 del 20 maggio 1970, conosciuta come lo Lo Statuto dei lavoratori.
L'intera storia di quegli eventi è documentata nel libro di Sebastiano Burgaretta dal titolo I fatti di Avola, adesso riproposto
dalla Libreria Editrice Urso nella sua terza edizione, per far conoscere ai giovani quella brutta storia e, ricordarla, a chi facilmente dimentica.

Francesco Urso

Sebastiano Burgaretta[...]Con questo lavoro, Burgaretta ci consegna una ricostruzione precisa e articolata sull’eccidio di Avola, e in generale sulle lotte operaie e bracciantili del biennio 1968-'69 avvenute in provincia di Siracusa. Certo a partire da quegli anni molti progressi sociali sono stati compiuti, molte libertà politiche sono state conquistate e poi difese, lo spazio della partecipazione popolare alla cosa pubblica è aumentato. Ma via via che questo processo duro e faticoso si apre la strada, pur fra lotte aspre e fra le insidie del ritorno al passato, è lecito interrogarsi sul significato di quelle battaglie, sugli obiettivi raggiunti e sui problemi indicati, ma che attendono una soluzione. E se è vero che la contraddizione dello sviluppo italiano degli anni Settanta e Ottanta consiste, ancora, nelle particolari condizioni del Mezzogiorno e nella forte disoccupazione, allora la riflessione su quegli eventi acquista ulteriore legittimità.
Il libro di Burgaretta risponde proprio a questa esigenza. L’autore, attraverso una ricerca scrupolosa e puntuale, ha ricostruito i drammatici giorni di Avola e il tragico epilogo. Per fare il punto sui fatti e per comprenderne la dinamica ha utilizzato tutte le fonti esistenti, dalla stampa dell’epoca agli atti parlamentari e alle interviste dei protagonisti. Burgaretta ci consegna «una memoria ordinata» (direbbe Giarrizzo) di quegli eventi, che servirà, come ha scritto l’autore, «a farli conoscere ai giovani che non sanno alcunché di quegli avvenimenti, a ricordarli a chi facilmente dimentica». E in una fase nella quale la domanda di conoscenze storiche va via via crescendo, gli studiosi dell’Italia repubblicana troveranno in questo volume elementi utili per approfondire questo periodo così difficile della nostra storia, contrassegnato da episodi drammatici come quello di Avola, ma anche carico di sollecitazioni e tensioni della società civile che chiedeva un profondo rinnovamento politico e sociale.
La ricostruzione degli avvenimenti, dall’inizio della lotta bracciantile fino al tragico epilogo, le reazioni nel paese dopo l’eccidio, l’atteggiamento del governo e della magistratura sono i punti fondamentali attorno ai quali si articola il lavoro di Burgaretta. Sulle reazioni nel paese si è accennato. Per quel che riguarda la dinamica degli avvenimenti, dalla esposizione dell’autore appare netto che l’intervento fu voluto e che in nessun modo si può parlare di legittima difesa da parte della polizia.
Come è noto, con la lotta che i braccianti iniziano nel novembre 1968 si rivendica la parificazione delle due zone salariali, in cui è divisa la provincia di Siracusa, miglioramenti economici e l’introduzione di una normativa volta a consentire nelle aziende il controllo delle applicazioni contrattuali. Mentre gli aspetti economici della vertenza non costituiscono un serio ostacolo al componimento della stessa; viceversa, si manifesta subito da parte degli agrari una ostilità preconcetta sulla parte normativa che le organizzazioni sindacali hanno concretizzato nella istituzione di commissioni comunali paritetiche e nel controllo sulla esecuzione dei contratti.
Olio su tela di C. FrateantonioDi fronte alle resistenze degli agrari a trattare su questi punti della vertenza, lo sciopero si protrae per alcuni giorni e fino a quando il prefetto di Siracusa, dietro le pressioni del movimento sindacale e di esponenti della classe dirigente siracusana più vicina ai lavoratori, convoca di nuovo le parti. Ma per ben due volte i rappresentanti degli agrari non si presentano alle trattative. In questo clima matura la decisione dello sciopero generale del 2 dicembre e poi lo scontro alle ore 14 sulla statale 115.
Gli aspetti più interessanti di questa parte del volume sono le interviste ai testimoni. Per capire l’atteggiamento e gli umori che serpeggiano negli ambienti dell’apparato statale è opportuno far riferimento alle dichiarazioni di alcuni protagonisti di quelle vicende. «Ad un determinato momento,— afferma l’on. D’Agata — mentre trattavamo in prefettura e si stava arrivando al dunque, il prefetto fu chiamato al telefono da Roma. Non parlò davanti a noi, si allontanò e si fece passare la comunicazione dall’altra parte. Poco dopo ritornò con atteggiamento cambiato di punto in bianco: mentre prima aveva una posizione mediatrice e tendeva a far raggiungere un accordo alle parti, dopo la telefonata diventò collaterale e di sostegno alle posizioni di intransigenza degli agrari. Non ricordo se in quella riunione o in quella successiva minacciò di far intervenire i militari, non più la polizia, i militari». Di carattere analogo è la dichiarazione del sindaco di Avola del tempo, on. Denaro, il quale era presente a quella seduta: «L’impressione che io ebbi, per quello che avvenne, fu a causa di una telefonata (al prefetto) venuta dall’alto, proprio forse dal ministro Restivo, in seguito alla quale il prefetto fece allontanare dal gabinetto il colonnello dei carabinieri e il questore, cambiando tattica».
BrodoliniL’atteggiamento ambiguo e ostile della prefettura e degli organismi statali verso i lavoratori verrà richiamato più volte anche nel corso del dibattito parlamentare. Il deputato comunista Antonino Piscitello, che era stato presente agli avvenimenti, nel suo intervento dirà che fin dall’1 dicembre era stata segnalata telegraficamente al ministro del Lavoro la drammatica situazione della zona e che egli «era riuscito ad avere assicurazione da parte del prefetto di Siracusa che la polizia non sarebbe intervenuta».
Giustamente Giarrizzo rileva che «la decisione politica di cui il prefetto di Siracusa fu strumento interpretò anticipandole scelte reazionarie quali erano maturate in settori decisivi dell’apparato statale e della classe politica italiana». E poi conclude domandandosi se la reazione di destra, e cioè le motivazioni e gli obiettivi della cosiddetta «strategia della tensione», non vadano ricercati nelle vicende di questi mesi e nella crisi politico-sociale in atto nel paese. «La prova generale, — continua Giarrizzo — come è noto, sarebbe stata ad un anno preciso da Avola la strage di Piazza Fontana: è arbitrario proporre che le radici di quel radicalismo di destra abbiano tratto succhi ed alimento da iniziative di repressione e di scontro, proposte all’opinione pubblica come ‘errori’?» (Giarrizzo, nota introduttiva).
Si tratta di suggerimenti e riflessioni, sui quali non si può non convenire. Ma chi voglia approfondire la storia del Mezzogiorno e della Sicilia, ed in particolare la storia delle campagne e del movimento contadino non può non interrogarsi sul significato e sull’importanza delle lotte bracciantili del 1968, di cui i fatti di Avola assumono ormai un carattere periodizzante. In che senso queste lotte innovano rispetto alla tradizione del movimento contadino siciliano e da quale contesto economico-sociale traggono alimento?

dal Saggio storico di Giuseppe Astuto
in I fatti di Avola, pag. 13

Burgaretta
Copertina Fatti di Avola
Avola 2 dicembre 1968
di Giorgio Morale

Da giorni ci domandavamo:
“Si sciopera o no?”.
AvolaIl 2 il dilemma fu sciolto dai braccianti. Accolti da grandi applausi, fecero uscire tutti (e noi, fra spintoni e urla, fummo velocissimi). Ricordo ancora come fu tirata giù la saracinesca. Uno schianto: la scuola chiusa. Come negozi e uffici. Chissà per quanto. Senonché si sentirono invocazioni d’aiuto: il bidello era rimasto dentro. La scuola fu riaperta per farlo uscire.

Orazio propose di andare al blocco sulla statale per vedere gli scioperanti. Andammo, per curiosità. Felici di occupare la strada nella sua larghezza e di celebrare ore di inaspettata libertà chiedendo sigarette a destra e a manca.

Man mano che ci avvicinavamo al blocco la folla s’infittiva, i discorsi si facevano più accesi. Circolava l’energia che si crea quando s’incontrano tante persone, tante volontà, tanti gesti. Alcuni scioperanti erano seduti in circolo, per terra; altri erano intenti a spiegare agli automobilisti le loro ragioni. Ai lati della strada, di qua e di là dei muri di sassi, languivano i resti di fuochi notturni. Il cielo era limpido, come a benedire la vacanza, ma l’aria fredda, come a sottolineare i disagi. Le facce stanche, le barbe lunghe. Io ero colpito della padronanza con cui i braccianti tenevano la strada. Tutto si svolgeva come obbedendo a un ordine naturale: questo era possibile, dunque, per difendere un diritto.

Giovani conosciuti in paese come comunisti sembravano nel loro elemento: parlavano con cognizione, formavano crocchi. Si muovevano nella ressa secondo necessità solo a loro evidenti. Si riconoscevano dall’aspetto: larghi maglioni, lunghe sciarpe, lo sguardo e la parola pronti per tutti. Il sindaco e le autorità parlamentavano, evidenziati da un vuoto attorno.

La polizia arrivò mezz’ora dopo che io e Orazio eravamo andati via. Fra gli ulivi si scatenò la battaglia. Il vento spinse i lacrimogeni contro gli stessi poliziotti, che persero la testa: si videro circondati da mille braccianti e aprirono il fuoco.

La notizia volò di bocca in bocca. Nel pomeriggio io e Orazio, increduli che tanto fosse successo dove noi eravamo stati, ci recammo alla sede del partito comunista. Ma non fu possibile entrare. Il dolore e la rabbia formavano un muro spesso di gente fin sulla porta. Sulla strada erano rimaste pallottole e pietre. Si erano contati due morti e due chili di piombo.

L’indomani gli agrari, che da giorni disertavano le riunioni, si presentarono alla firma del contratto. Il giorno dei funerali tutta Avola si vestì a lutto. Il corteo si svolse il 4, sotto la pioggia, fra una selva di ombrelli neri.

Io pensavo ai miei nella terra di nessuno dell’emigrazione, a tante case che si svuotavano per addii sommessi, al via vai nella strada Nord Sud, agli sguardi obliqui di chi restava, che percorrevano tutti i marciapiedi, fermi sulla soglia della disoccupazione.

Pensavo alla tessera della Dc di mio padre, riposta nel cassetto delle cose che non si usano, ma non si buttano.
“Se no, quando tu eri piccolo, non lo facevano lavorare” mi aveva spiegato mia madre.
Ricordai una sera che mio padre tardava più del solito: era stato pagato per affiggere manifesti della DC.
“Se lo incontrano i carabinieri, lo arrestano” diceva mia madre nell’attesa. “Se lo incontrano quelli di un altro partito, lo picchiano”.
Mio padre arrivò che io già dormivo: fui svegliato dalla sua voce. Mio padre raccontò che i manifesti erano tanti: i più li aveva portati a casa. Finirono nascosti nell’ultimo cassetto dell’armadio. Per tanto tempo avevo pensato ad essi con un senso di colpa. Ne guarii quel 2 dicembre.
“Tutta propaganda in meno per la DC” pensai con soddisfazione.

Chi si ricorda oggi dei fatti di Avola?
di Grazia Maria Schirinà

Era il 1977 e mi trovavo in treno, per tornare a casa per le vacanze, forse quelle pasquali; il treno era affollatissimo, ma io avevo trovato il posto e mi sentivo fortunata. Stavo comodamente seduta mentre tante persone, soprattutto del Sud, con una giornata intera di viaggio da fare, erano in piedi nel corridoio. All’epoca, viaggiare, soprattutto nel periodo delle vacanze, era un vero problema. Ci si avventurava, ma non sempre il viaggio era comodo: del resto anche ora, e per di più in aereo, non è che i problemi siano di meno. Ma non voglio divagare, altrimenti andrei troppo lontano e invece in questo momento voglio ricordare dei fatti ben precisi.

Eravamo dunque nel tratto di strada che porta da Milano a Bologna (io insegnavo al “Sarpi” di Bergamo) e mi sentivo, ed in effetti lo ero, fortunata, anche se la mia fortuna era frutto, almeno credo, di un lavoro intenso e appassionato di studi classici e letterari. Mi trovavo dunque in treno, intenta, come sempre quando i viaggi sono lunghi, alla lettura di un buon libro (ora non ricordo quale); ogni tanto scambiavo una battuta con mio marito, che spesso interferiva con le mie letture e mi invitava a parlare. Una signora, seduta davanti a me, dopo le prime nostre battute, cominciò a guardarci in maniera sempre più insistente. Non la conoscevamo, ma si capiva che voleva dirci qualcosa. Tra una battuta e l’altra, infatti, esordì col chiedere da dove venissimo. Senza esitazione rispondemmo che eravamo di Avola.
– Ah! Il paese dei famosi fatti! Avevo ben capito che eravate siciliani!
Non capii cosa volesse dire e che tipo di discussione volesse intavolare. Era una signora ben vestita, sui quarant’anni, una del Nord, una docente universitaria che si recava a Bologna a tenere una sua lezione. Questo ovviamente lo sapemmo dopo.
– Cosa ne pensate, voi giovani, dei fatti?

DisarmoEvidentemente non si era resa conto, forse dal nostro comportamento o forse dal nostro modo di essere, che poi tanto giovani non eravamo, dato che io ero docente e mio marito medico in un ospedale del Nord. Aveva un cipiglio strano, che non mi convinceva; la sua non era solo curiosità, l’espressione era troppo seria, arcigna quasi, che faceva contrasto con i suoi lineamenti e tutto il portamento. Noi parlammo dei braccianti e della loro condizione di vita, del fatto che ci volesse un’attenzione diversa ai problemi della gente, dei lavoratori nei campi in particolar modo, che, all’epoca, non erano garantiti e che lottavano per una giusta causa. Parlammo anche dei morti ammazzati e facemmo le nostre considerazioni sul fatto che i militari erano altri giovani del Sud che, per non avere trovato un posto di lavoro, si erano arruolati e si erano trovati di fronte i loro stessi fratelli. Due giovani erano caduti, Angelo Sigona e Giuseppe Scibilia, appena fuori della città, nel tafferuglio generale. Due che neanche c’entravano avevano perso la vita e avevano lasciato le loro famiglie in preda alla disperazione più nera. Noi, sia io che mio marito, al momento dei fatti, eravamo in terza liceo e, fino alla mattina del 2, quando ci fu riportata la notizia, vivevamo quegli avvenimenti con partecipazione sì, ma forse anche con goliardia: lo sciopero si sa, quando si è studenti, fa sempre un certo effetto. La notizia di quelle morti ci aveva fatti svegliare di botto, ci aveva resi partecipi di una realtà più grande di noi; la moglie di uno degli uccisi era una nostra coetanea, aveva appena diciannove anni; fu allora forse che cominciammo a vedere la protesta con occhi diversi.

Era il 1968 e tutti i giovani reclamavano qualcosa, chi consapevolmente chi inconsapevolmente. In Francia il movimento studentesco era in subbuglio, alla televisione ci facevano vedere cortei di giovani studenti manifestanti, giovani e operai insieme… era una protesta che noi, allora, accettavamo, condividevamo ma della cui portata non ci rendevamo tutti conto. Ci indispettì tuttavia la proiezione della nostra bella città che, durante TG7, venne proposta dalla televisione italiane. Tutte le donne erano velate, quasi con la cappa nera, e gli uomini sembrava quasi nascondessero sotto le giacche la lupara. Dove era andato a pescarle Sergio Zavoli quelle immagini? Non appartenevano alla nostra città, sicuramente non erano veritiere; dov’erano i giovani che scioperavano accanto agli operai?

Il viaggio in treno proseguiva con i nostri ricordi e, in verità, diventava anche meno stancante, noi rispondevamo alle domande sempre più incalzanti della nostra interlocutrice che voleva sapere e non capivamo cosa volesse farci dire. Per noi il ricordo era, se non fosse stato per quelle morti, anche piacevole (gli anni della scuola, col senno di poi, sono sempre i più belli). Eravamo stati anche soddisfatti che fosse stato sancito, proprio ad Avola, lo Statuto dei lavoratori, e, in quel momento, forse anche la curiosità della nostra interlocutrice ci rendeva un po’ orgogliosi per il suo interesse ai fatti. Non sapevamo dove volesse arrivare e non capivamo il suo cipiglio finché non sbottò: Ad Avola si è originato anche tanto altro danno. Nelle università non se ne può più. A Bologna gli studenti sono diventati insostenibili! Tutti pretendono, anche il diciotto politico, a tutti si deve tutto! Mettono sempre davanti le rivendicazioni degli operari, dei braccianti di Avola, come se fosse una cosa che appartenesse anche a loro.

Restammo sbalorditi, la sua era vera e propria rabbia nei confronti del cambiamento, che i giovani universitari volevano attuare negli atenei (il cambiamento ci fu ma i baroni c’erano allora e ci sono anche ora); forse non tutti eravamo preparati ad accettare quello che era successo, forse non tutti volevano ammettere che i tempi erano cambiati (così come oggi non tutti siamo disposti ad ammettere che qualcosa non ha funzionato). Noi non credevamo, allora, che la nostra interlocutrice potesse nutrire tanto rancore nei confronti dei giovani universitari, anche se ci avevano detto che a Bologna la situazione era stata molto calda e che al “Sarpi” stesso, dove io insegnavo le rimostranze degli alunni avevano indotto a prendere seri provvedimenti nei confronti di alcuni facinorosi che avevano malmenato dei docenti. A me sembrava pressoché impossibile una situazione del genere; a Catania ci eravamo riuniti con gli altri studenti, avevamo discusso e manifestato anche noi, ma forse come sempre, da noi, al Sud, la situazione è sempre molto più soft. Eppure c’erano stati i morti dei fatti di Avola e Avola, cittadina del profondo Sud, aveva dato prova ancora una volta di partecipazione sociale ai problemi della nazione, aveva fatto sventolare per prima, ancora una volta, la bandiera della libertà, come nei famosi moti del 1848, quando il tricolore sventolò dal balcone di una casa sita in quello che poi fu chiamato Corso Garibaldi. Negli occhi della nostra interlocutrice notai anche una punta di stizza nei nostri confronti che, gente del Sud, avevamo trovato un posto di prestigio al Nord: emigranti di livello diverso da quello del primo ‘900.

Si era arrivati intanto nei pressi di Bologna e, oserei dire fortunatamente, la prof.ssa scese; forse fui un poco sollevata, non mi piaceva più il tono di quella discussione; io non mi sentivo in colpa se gli studenti e i lavoratori avevano reclamato i loro diritti, anzi mi sentivo orgogliosa anche se avevo nel cuore, ancora di più, la rabbia per quelle morti ingiuste che tuttavia avevano attirato, col loro sangue, finalmente, un po’ di interesse.
Continuammo a parlare con mio marito, non ero più serena come prima, quel discorso mi aveva turbata e ancora ora, quando ci penso, mi sento ribollire il sangue. Solo molto dopo fui capace di prendere il mio libro per continuare la lettura, ma non fu più la stessa cosa.

da:
http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/12/02/2-dicembre/
http://rebstein.wordpress.com/2008/12/02/avola-2-dicembre-1968/

Foto tratte dall'archivio fotografico della Camera del lavoro CGIL di Siracusa

CHE FINE HANNO FATTO I BRACCIANTI?

Ormai a lavorare la terra sono rimasti in pochi e anziani

Domenica mattina. Fa freddo e piove. La piazza è deserta. Qui non piove mica spesso. Eppure piove oggi come pioveva il giorno dei funerali, trent'anni fa, e tutti ricordano il mare di ombrelli. Tra pochi giorni è il 2 dicembre: il sindaco diessino, dopo qualche tentennamento, celebrerà l'anniversario. Il professor Burgaretta e il suo amico editore Ciccio Urso - vero eroe che ha una libreria dove si fornisce tutta la provincia e che è l'ultima libreria d'Italia, perché sta più a sud di Tunisi - stanno aspettando dalla tipografia le bozze della nuova edizione del libro, e sembra che resistano in trincea come quel giapponese sull'isola tanti anni dopo la guerra. Vogliono tenere vivo il ricordo del 2 dicembre a tutti i costi, ma per i nobili di allora e di ora fu solo una cosa che mise in cattiva luce Avola. I ragazzini che sfrecciano sui motorini non ne sanno niente, né gliene frega. Si vedono tutti sul viale che porta al Lido, la sera sono così tanti che gli abitanti non riescono a entrare in casa. Protestano e sono stati anche minacciati. I ragazzi non stanno nella piazza, in nessuno dei quattro angoli, e chissà se quando saranno grandi riusciranno almeno a cacciare via questa tradizione. Di braccianti ce ne saranno sempre meno. Poco male: perché quei tanti che stavano sulla statale il 2 dicembre 1968 stavano lì perché non volevano più il caporalato e lottavano contro quella specie di gabbie salariali che facevano differenze tra la provincia di Siracusa del nord (dove si veniva pagati di più perché arrivavano le grandi industrie, e allora la campagna poteva svuotarsi) e quella del sud, dove ogni ora veniva pagata oltre trecento lire in meno. Ora a lavorare la terra sono rimasti in pochi, per lo più anziani: il caporalato è risorto (e non molto tempo dopo l'approvazione dello Statuto dei Lavoratori) ed è vivo, e dal decreto Berlusconi in poi anche legittimato; di gabbie salariali si torna a parlare e non sembrano affatto lontane; e finanche lo sciopero pare che debba essere autoregolamentato, perché così non va più bene. E che ce la ricordiamo a fare la tragedia di Avola?

Toto Roccuzzo

In Diario della settimana, Anno III numero 48 2 Dicembre 1998- I fatti di Avola 1968-1998 pag. 24, Euro 3,00acquista
LA TESTIMONIANZA SU "I FATTI DI AVOLA" DEL BRACCIANTE AVOLESE PAOLO DI MAURO

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