LAURA
SPAZZACAMPAGNA |
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Io lo so cosa vuol dire combattere in solitudine l'unica guerra che conta
che è quella contro l'aridità del cuore. Tenerlo vivo, cullarlo
quando ne ha bisogno,
contare sulla certezza che altri combattono allo stesso modo,
avere ancora e sempre la disponibilità di incontrare.
Innaffiare l'anima col Sutra del Fiore del Loto,
passeggiare nelle chiese deserte,
aprire il respiro comunque alla vita.
Non lasciarmi ingannare dalle apparenze
e dalle falsità umane, giocare, scommettere, valorizzare...
Laura è nata il 29 maggio 1964 a Roma dove vive e lavora come assistente sociale. Diplomata nel 1989 nel corso di laurea breve di Servizio Sociale, lavora nel settore delle aziende, dell'infanzia e, oggi, presso il Comune di Roma, nell'area "anziani". Parallelamente al contatto con le persone, sviluppa il lavoro di produzione documentaria nel settore di cui si interessa, curando dal 1990 al 1997 rubriche per la rivista Rassegna di Servizio Sociale, pubblicando articoli e recensioni e relazionando in convegni legati all'esperienza lavorativa. Dal febbraio 2000 è collaboratrice della Commissione Informazione e dal giugno all'ottobre 2001 vicepresidente dell'Ordine regionale degli assistenti sociali. Dedita anche alla formazione di varie figure di operatori sociali per circa quattro anni, resta alla costante ricerca di un connubio tra un'innata passione per l'arte e l'impegno sociale e politico. Non si considera un'artista, ma coltiva nel tempo libero lo studio della letteratura e la scrittura come spazio espressivo personale. Da dieci anni è innamorata della terra di Sicilia, vi trascorre fedelmente le sue vacanze. Il mare, le luci, gli odori, i sapori e le tensioni dell'isola sono divenuti parte integrante del suo bagaglio espressivo; materia che la "orienta" nell'ostica realtà di una grande metropoli.
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Non abbia più lacrime il tempo Sottratto alle mani Degli abili eroici guerrieri Ma posto Fra le dita di bambino Diventi gioco sollievo allegria Una goccia che si disfi A sera Sul rogo infuocato dei campi E ruoti nellaria Come sogno Di tiepida estate Non abbia più lacrime il tempo Né morte né rabbia né odio Ma tacita ombra distesa Non oblio non furto di memoria Ma improvvisa lucente grazia Che si posi sugli animi onesti Lanimosa passione del vivere Landato e quieto Rullio delle onde Di quando il mare ed il cielo Erano tuttuno E di natale splendeva Sogno immeritata speranza Non abbia più lacrime il tempo Si posi la pace che inquieta sorvola Che sapra Il palmo di mano E germogli fioriscano Ai lati delle strade Non abbia più lacrime il tuo volto Assorto bambino spodestato Da disumano vivere La ferita si rimargini Ci conduca altro amore Altri occhi ci guardino più benevoli Che perdonino
Nulla posso contro il sensato esodo dei gabbiani verso il Nord, dove la luce obliqua accarezza di suo argento le città animose.
Ma qui, dove svanisce la scogliera e il profumo del mare mi sovrasta, il ricordo inconsolabile di grida dei bambini delle strade m'impone il volgere all'amato e ferito Mezzogiorno.
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Ampio il gesto appena percepito Tu sogni e chiamandomi mi abbracci Dovè il tuo nome lì la sabbia lieve che mormora silenzi Onde morbide e fanali sulla riva cè un sogno che chiama e non raggiungi Resti nellaria immobile Nel rullio della deriva dolce a tratti tenero si fa il sapore e non muore mai promessa di grandine e granai a festa Corri avanti corri a giocare sulla curva che separa la luna e lorizzonte E naviga fino ad incontrarmi
Sogno Questa notte dormo Come un bambino chiuso Nel guscio lieve Della tua spalla china E guardo il mare E guardo il mare E guardo il mare
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