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IL CIELO E LA TERRA DI FRANCESCO

il cielo


Quando nacqui nell’Avola a metà degli anni Cinquanta, quel che è adesso un grosso villaggio era ancora una comunità agricola (si diceva di un centro così “ridente”…), e, invece, duro ma naturale era il rapporto con l’ambiente e con gli animali (cani, conigli, galline, muli, asini, cavalli, ecc.).
Era quella un’epoca, che veniva fuori dal dopoguerra, che si protendeva a sviluppare positivamente ogni cosa, fosse la casa, il destino personale o dei propri figli… Era quel periodo, forse il migliore che qui si abbia avuto, dove non era ancora arrivata la peggiore Democrazia Cristiana, le pensioni facili, le guardie forestali, gli impiegati al Comune, ecc.
Ci si arrangiava con la positiva iniziativa di ciascuna famiglia, e tutti eravamo proiettati verso quel benessere e la ricchezza condivisa, che poi arrivò tra gli anni Sessanta e Ottanta.
In quella Avola povera e dignitosa imparammo a costruirci i nostri giocattoli anche con le pale dei fichi d’India, non solo con le tavole. Giocavamo in mezzo a campi infiniti senza case, dal rapporto con cani che imparammo a usare come cavalli, fino a quando più grandi potemmo anche usare il cavallo del vicino di casa, per andare a spasso nella campagna di fronte casa (la cosiddetta “Chiusa del barone”, che era, al contrario, aperta a tutti i nostri spassi).
Noi del quartiere Sacro Cuore, come fortunatissimi ragazzi di una novella Via Pal, avevamo come un castello tutto nostro, il “Cantiere”…
Fu così, che in quella società, dove il rapporto con l’agricoltura aveva una sua gran parte economica, frequentai qualche terreno di amici vicini di casa (soprattutto del mio amico Pietro).
Da “grande”, per poter usufruire di prestiti bancari, dovetti acquisire una proprietà (a garanzia di quella obbligata scopertura bancaria dovuta ad acquisti continui di libri), e con un assegno postdatato mi comprai un appezzamento di terreno.
Fu il primo, e l’unico, di mia proprietà, ed è dove risiedo attualmente…
Fu come il completamento di un sogno… Anch’io avevo una terra, ed era mia!
Vivendoci, e passeggiando in quel lungo viale che collega il cancello alla casa, mi accadde di guardare il cielo sovrastante la terra, e lo immaginai mio, per naturale ed ovvia pertinenza.

Quel cielo non può non appartenermi...

Parlai di questo una volta alla mia amica artista olandese Ans Rademakers…
A lei parlai del mio cielo e della mia terra…
Lei capì così bene quello che le spiegai che mi rispose a suo modo, con un’opera d’arte… col mio cielo e la mia terra, a colori.



Francesco Urso
Avola 7 giugno 2013

 

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