Colpe
sociali
Sono di questi giorni le annose polemiche sui fidanzatini
Erika e Omar, di Novi Ligure, che qualche mese fa hanno commesso un efferato
crimine uccidendo la madre e il fratellino della giovanissima ragazza.
Molti si sono chiesti dellopportunità che i due vengano o
meno scarcerati e affidati alla cosiddetta società civile (?).
Pochi, invece, si sono interrogati sulle potenziali motivazioni che hanno
indotto i due giovani a commettere lefferato crimine.Hanno creduto
in un primo momento, ma solo per ragioni che attengono laccertamento
della verità nel relativo processo penale, che i due potessero
essere affetti da una qualche forma di vizio di mente, per cui avrebbero
così "meritato" la non punibilità. Ma le perizie
hanno scongiurato questa possibilità, e sicuramente i due giovani
saranno condannati perché colpevoli.
Cè da chiedersi se oltre ai due fidanzatini responsabili,
non vi siano altre responsabilità, ancorché oggettive, che
in qualche modo debbano rispondere del delitto. Quali? La società,
le istituzioni, noi tutti.
Guardiamoci attorno per un momento, cosa vediamo? Un mondo a misura duomo,
di adulto che i giovani, proprio come Erika e Omar, rifiutano e contestano.
Considerazioni di questo tipo pongono necessariamente laccento su
due pilastri della società: la famiglia e la scuola.
In un mondo sempre più improntato verso unaccezione economica
di tipo capitalista, dove per il desiderio di accumular denari si ricorre
allaffermazione di maggiori diritti alla persona, e nella fattispecie
alle donne, senza che tuttavia ciò avvenga di fatto, mi sembra
"normale" (paradossalmente) che simili fatti di cronaca interessino
la nostra società.
La donna, la madre, la moglie è il caposaldo della famiglia.
Non che io le voglia negare il diritto di lavoro, sto solo cercando di
esplicitare, secondo il mio punto di vista, quella che potrebbe essere
una delle cause del disfacimento della famiglia che non deve, si badi,
ricadere a titolo di colpa sullaffermazione del diritto al lavoro
della donna, ma sulleffetto di esso in una società ispirata
sempre più verso un modello capitalista. La Costituzione dice che
la
"famiglia è una società naturale fondata sul matrimonio".
Belle parole ma, a volte, svuotate di contenuto!
Nelle menti giovanissime manca, poi, una cultura della legalità.
Ma credo che anche qui, loro, non hanno colpe, anzi! Nel nostro sistema
scolastico manca la possibilità che in tali menti possa essere
inculcata (termine forse rozzo, ma serve per dare lidea di ciò
che penso) la cultura della legalità. I nostri insegnanti, ahimè,
sono troppo presi dai "normali" programmi scolastici e non hanno
tempo per queste stupidaggini (?). Concludo.
Ben vengano laffermazione dei vari diritti, lo studio di programmi
scolastici in linea con i modelli europei, che diano la possibilità
di una maggiore conoscenza soprattutto in campo economico (ciò
che maggiormente interessa), ma attenzione:
di fronte al verificarsi di crimini come quello in cui ha visto protagonisti
Erika e Omar, chiediamoci quantomeno il perché e se non vi siano
anche, se non soprattutto, nostre responsabilità.
Leonardo
Miucci
13 ottobre 2001
Ore 17,45 sabato
Eschilo
o Euripide? Un vero dilemma, forse
E segno che i tempi non cambiano gli uomini.
Le azioni degli uomini, soprattutto di quelli che del Kratos ne fanno
una ragione di vita, sono sempre state ingannevoli. Contemporaneità
della perenne fallacia della natura umana, purezza della più virulente
ipocrisia, oggi come allora.
Atene, là dove la civiltà ebbe nascita e per molti anni
vide la luce e lo splendore del suo evolversi, proprio grazie a quella
fallacia, ne subiva la rovina.
Nei panni di Dioniso, in questo marasma infernale, sarebbe veramente difficile
oggigiorno dover scegliere tra Eschilo ed Euripide. Lattuale cultura
non lo consente, è troppo fuorviante: nel dire una cosa, si vuole
in realtà significare unaltra; ciò che poco prima
si è affermato con squassata convinzione e disperante naturalezza,
subito dopo, traendo in inganno anche i più convinti, viene smentito,
quasi ridimensionato. Così ci si confonde le idee, certamente non
aiuta a capire questa cultura, questarte del modus vivendi.
Il
dover scegliere Eschilo verrebbe confuso con la propensione verso un idea
conservatrice, priva di spinte innovatrici e, pertanto, tendenzialmente
destinata a rimanere ai margini della cultura. Una scelta di arroccamento
allo scoglio degli ideali ancestrali.
Euripide, poi, non aiuterebbe affatto, anzi. Subirebbe maggiori biasimi,
ipocrisie di genuina maestranza, sagacia naturalezza nellaccattivarsi
il consenso del Teatro.
La scelta è tuttaltro che semplice, in entrambi i casi si
rischierebbe di sbagliare. E comunque si sbaglia. Che fare? Quale il consiglio?
Agli attuali poeti chiederei una maggiore chiarezza; ahimè, lignoranza
di non comprendere la loro difficile arte oratoria, io che di cultura
non mi intendo, ma che vorrei tanto intendere.
Chiederei anche una maggiore aderenza alle loro idee poetiche, alle loro
sensazioni artistiche che, nel momento della loro presentazione, ebbero
a magnificare al cospetto del pubblico richiedendone la auspicata affermazione.
Ma chiederei anche un maggiore rispetto per i più deboli di mente,
proprio quelli come me, che si aspettano, appunto, una più proficua
attenzione anche in modo da consolidare quellaffetto di per sé
già vacillante.
Mi aspetto soprattutto che i poeti facciano il bene comune della cultura
e del pubblico che intorno ad essa ruota e si sviluppa; che si ricordino
che il Teatro sceglie loro e non viceversa.
Leonardo Miucci
Venerdì 8 febbraio 2002
Avola,
«Inferno» di Dante
una pizza e una birra
E' possibile coniugare, mettere insieme in perfetta simbiosi
ed armonia la lettura di un canto della Divina Commedia con un boccale
di birra ed una pizza margherita? Ci hanno pensato gli amici di Avola
in laboratorio, valido incubatore di cultura avolese, che si sono dati
appuntamento l'altra sera in un pub alla periferia della città
e tra un sorso di birra ed un altro hanno letto e commentato il secondo
canto dell'Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri. E' il canto
in cui Dante esprime alla sua guida Virgilio la paura che egli ha di
fare il viaggio che il poeta latino gli propone.
"Una esperienza nuova- afferma Francesco Urso, titolare di una
libreria - nata per caso da una idea estemporanea di un iscritto all'associazione
AVOLA IN LABORATORIO. Questo ragazzo da alcuni giorni aveva ripreso
per conto proprio la lettura dell'opera dantesca ed ha chiesto ai soci
del laboratorio di ripercorrere il cammino del poeta fiorentino con
la lettura di alcuni canti, ancora oggi di grande attualità.
A guidare questo cammino non poteva certo mancare l'amico Sebastiano
Burgaretta , socio della nostra associazione, che ci ha fatto entrare
in un mondo vecchio che già conoscevamo dai tempi della scuola
superiore ma sempre nuovo ed attuale. Una esperienza unica nel suo genere,
un viaggio attraverso un mondo che fa riflettere ed accrescere le nostre
conoscenze, il nostro Io interiore".
Così circa trenta iscritti si sono dati appuntamento in un pub,
ed in una cornice suggestiva, fatta di luci soffuse e atmosfera silenziosa
Sebastiano Burgaretta, dopo avere opportunamente inquadrato la genesi
e il senso dell'opera dantesca, ha dato corso alla lettura del secondo
canto, raccogliendo l'attenzione e lo stupore dei presenti. "Dante
è quasi stato quasi sfrattato dalle scuole - afferma tra il serio
ed il faceto Burgaretta- abbiamo pensato così di accoglierlo
in pizzeria. Una lettura senza pretesa alcuna, dettata solo dalla voglia
di aggregarci, ritrovarci insieme alcuni amici e creare opportunità
nuove di incontro e di confronto, maturare attraverso la lettura di
un'opera che conserva intatta la sua attualità." Burgaretta
ha tracciato le linee generali dell'opera, con riferimenti all'umanità
del Poeta, al periodo in cui è stata scritta la Divina Commedia,
introducendo il primo canto e passando direttamente al secondo, dove
il poeta viene preso da un moto di scoraggiamento.
Il poeta è combattuto tra il suo desiderio di salvezza e la coscienza
della propria umana fragilità e della propria indegnità
di fronte al compito che gli viene proposto. Si evidenzia, infatti,
il rischio sempre vivo e presente nella possibile contraddizione tra
un senso di superbia personale collegata alla consapevolezza del proprio
genio poetico da una parte e l'umiltà derivante dalla coscienza
dei propri limiti umani dall'altra. E' venuta fuori una straordinaria
analogia tra i problemi sociali e politici del tempo di Dante e quelli
del nostro tempo, così come è stata rilevata l'analogia,
si direbbe quasi la stretta somiglianza, tra le esperienze vissute dall'Uomo
Dante e le esperienze che viviamo gli uomini di oggi, tanto sul piano
strettamente personale quanto nel rapporto con la società tutta.
E' emerso anche l'atteggiamento umile del poeta, che di fronte all'impossibilità
razionale di dominare la realtà, lascia aperto lo spiraglio,
nel suo animo, alla ricezione della rivelazione. Tutte queste problematiche
hanno coinvolto vivamente i partecipanti a questa specie di conviviale.
Sono infatti intervenuti frequentemente con osservazioni e approfondimenti
quasi tutti i presenti. "Seguiremo in questo viaggio - dice Burgaretta
- l'evoluzione dell'uomo Dante in un percorso che lo fa maturare, gli
fa incontrare personaggi importanti, vivere eventi che lo mettono in
discussione. Nella speranza che attraverso questo percorso anche noi
personalmente possiamo crescere un po' ". " Non è la
prima volta che leggo la Divina Commedia- afferma uno dei partecipanti-
ma rileggere adesso i versi del padre della lingua italiana da adulto
e non più da ragazzo mi ha dato la possibilità di guardare
il mondo che mi circonda in una nuova luce ed ottica. Una nuova visione
di insieme, che mi farà maturare ancora di più, perché
Dante è attuale nella sua visione sociale e politica".
Sebastiano Raeli
Il
diritto di cronaca,
la presunzione dinnocenza,
la ricerca della verità
Il delitto di Cogne, con i suoi preliminari esiti,
ha riesumato problemi che toccano quotidianamente la nostra vita, la
nostra società. Ci si chiede come mai questo delitto, che in
altri contesti avrebbe suscitato una normale reazione, abbia invece
generato un così forte scalpore in seno allopinione pubblica.
Le motivazioni possono essere molteplici, ma credo che tre sono le principali
cause a fondamento: la vittima è un bambino di tre anni, indifeso
e difesosi dallattacco solo con la sua manina nel vano tentativo
di parare quei maledetti colpi che gli venivano inferti dal suo omicida;
il luogo dellevento, caratterizzato da un contesto socio-culturale
basato su una comunità di poche migliaia di anime, dove mai,
o quasi, succede niente; infine, la certezza, almeno per gli inquirenti,
che il delitto si sia consumato nel contesto familiare. Questi gli elementi
che la stampa e i mass media in genere hanno messo in rilievo nel loro
modo di fare informazione; nel loro dovere-diritto di cronaca.
I processi e le condanne fatti nelle varie trasmissioni televisive non
hanno certamente giovato né alla ricerca della verità,
né allimmagine ed alla privacy della famiglia la quale,
oltre alla perdita del figlio, ha dovuto subire anche di queste violenze.
Ma il diritto di cronaca!!???...direte! Fa parte della nostra libertà
di opinione. Qui però non si discute di un principio democraticamente
acquisito, quanto piuttosto del rispetto delle altrui libertà
che costituisce forse lunico limite alla propria libertà:
la privacy, nel caso di specie.
Ma la stampa, col suo diritto-dovere di cronaca, ha violato un altro
principio che è alla base di ogni ordinamento giuridico che possa
dirsi democratico e di diritto: la presunzione dinnocenza, ossia
il fatto che nessuno può essere dichiarato colpevole prima che
sia intervenuta sentenza passata in giudicato. Mi sembra ovvio che questa
sia la violenza più grave poiché, oltre ad aver intentato
una sentenza di colpevolezza a carico di una mamma, ritenuta (prima
della condanna) rea di aver ucciso il proprio figlio, tenta, riuscendovi,
di diffondere attraverso i mass media lidea della sicura colpevolezza
al punto da farla sostenere plausibile dalla maggior parte dellopinione
pubblica.
Si crea così il colpevole, un colpevole a misura dellesigenza
giudiziaria.
Quasi un capro espiatorio che, nel caso in esame, non può non
essere identificato nella giovane madre dal momento che il delitto certamente
è maturato tra le mura domestiche, perché così
sono stati i precedenti, e così deve essere questo.
Gli inquirenti si determinano. Allincalzare delle sempre più
frequenti domande da parte della stampa, si arriva al punto in cui urge
dover dare una risposta; la risposta viene data con lemissione
dellordinanza di custodia cautelare in carcere, smarrendo, così,
il vero obiettivo della Giustizia: la ricerca della verità. Quella
verità a cui ogni giudice è chiamato, ma dalla quale,
spesso, vi rifugge perché accecato dal bagliore di una apparente
e similare verità. Così si rischia che ogni organo chiamato
a fare il proprio dovere, rispetto al verificarsi di un qualsiasi evento,
fa tutto tranne ciò: la stampa, nel fornire notizie e fare informazione
dovrebbe analizzare levento al massimo da un punto di vista sociale,
interrogandosi sul perché proprio questi eventi abbiano luogo,
finisce invece con lipotizzare responsabilità, giudicare
e condannare; gli inquirenti, che con le loro indagini dovrebbero rincorrere
laccertamento della verità e perseguire i reati, invece
abbozzano una serie di indizi che pongono a fondamento di un castello
accusatorio privo dei requisiti di legittimità come, per esempio,
il pericolo di fuga, la possibilità di reiterare il delitto e
linquinamento delle prove (quali?). Un provvedimento sofferto,
quindi, come lo stesso GIP lo ha definito; un provvedimento sul quale
pende la scure, forse, dellerrore giudiziario, come lo stesso
GIP si è preoccupato di affermare, quasi volesse già giustificarsi
delleventuale casualità.
Rimane così lagghiacciante verità della non verità,
ovvero della precaria verità, che dir si voglia. Rimane anche,
almeno per il momento, laver impresso in capo ad una mamma un
marchio indelebile e tra quelli infamanti sicuramente il più
infamante di tutti: laver ucciso il proprio figlio. Ma rimane
anche, e sempre per il momento, un omicidio da risolvere, una verità
da inseguire e da scoprire.
1 aprile 2002
Leonardo Miucci
Da: "Sara Marilena Monti" <momar2002@libero.it>
Data: Thu, 4 Apr 2002 11:54:53 +0300
A: <info@libreriaeditriceurso.com>
Oggetto: R: Una verità da inseguire e da scoprire,
di Leonardo Miucci
Condivido in pieno quanto afferma Miucci- Non è possibile che
scaicalli con denti insanguinati, dal video, (pungiglioni di "vespe"
e affini) vadano tanto superficialmente a condizionare l'opinione pubblica.
Io , e non ne faccio mistero, odio i giornalisti (con le dovute eccezioni....).penso
con angoscia a una madre che perde così atrocemente il suo cucciolo
e che per giunta viene accusata del delitto e chiusa in carcere... E
se fosse innocente (come io credo) chi, cosa potrebbe mai risarcirla
di tanta doppia violenza?
Marilena Monti
Cara Marilena Monti,
Non so se posso darti del tu, ma vorrei arrogarmi questa prerogativa perché
tale è per me.
Mi presento: mi chiamo Leonardo Miucci, da Avola (SR), iscritto, proprio
come te, alla mailing list delleditore Francesco Urso, Ciccio per
i soli Amici.
Ho seguito spesso, e con interesse direi, i tuoi tanti interventi e per
ultimo quella piccola, favorevole e oserei dire spigliata
considerazione in merito alla mia riflessione sul delitto di Cogne. La
tua seppur breve considerazione, infatti, nellaccennare al problema
del risarcimento (più morale per la verità) delle persone
intrappolate nelle maglie della Giustizia (Ingiustizia!!??),
ha posto in risalto ciò che forse non attiene prettamente al campo
del diritto quanto a quello dellintimo umano: la coscienza. Ciò
che viene richiesto a chi è chiamato a giudicare è di farlo
secondo coscienza. Sembra quasi un pensiero filosofico o profetico se
vogliamo, ma in realtà è ciò che serve nel dare condanna,
nel giudicare. Ultimamente, soprattutto con lavvento delle ultime
mode di costruire informazione, dove tutto è ammesso purché
ispirato ai dogmi dellaudience, si è smarrita questa filosofia
e si tende ad esprimere giudizi su chicchessia ed a volte anche in modo
spropositato, con gravissime conseguenze, soprattutto sul piano morale,
per la persona destinataria di siffatti giudizi.
Non esiste, quindi, la possibilità per la persona destinataria
di simili giustizie di venire risarcita del danno morale giacché
linterprete della legge, nellesprimere sentenza, emette giudizio
secondo coscienza. Nella realtà, tuttavia, ciò non avviene
o avviene raramente.
Ecco perché la giustizia non può appartenerci, non può
essere di questo mondo: chi è chiamato a giudicare non lo fa con
la profezia della coscienza, bensì con il sentimento dellincoscienza.
Molte grazie per la tua opinione e spero di sentirti ancora.
Leonardo Miucci
Un caso di Malasanità, su cui riflettere;
che si tratti del caso dell'Ospedale di Noto, o di un altro Ospedale lontanissimo,
cambia poco, se i problemi sono più o meno uguali. Qui non siamo
in Afghanistan o in Irak! Qui, pensate un po', siamo nell'ultima lingua
di terra d'Europa, nell'estremo Sud d'Italia, in quel territorio dell'ex
Val di Noto, conclamato di recente Patrimonio dell'Umanità.
Un disservizio sociale pagato a caro prezzo
Un prevalente pensiero in seno allopinione pubblica afferma che
lofferta di beni e servizi della Pubblica Amministrazione sia insufficiente
e scadente rispetto alla domanda dei cittadini, soprattutto in relazione
al gettito fiscale dei medesimi contribuenti.
Per onore di verità devo dire che ho motivo di condividere la tesi
sostenuta, purtroppo a causa di fatti vissuti presso lOspedale Civile
Raffaele Trigona di Noto, cittadina sì sede del Barocco siciliano,
di recente inserita nel patrimonio dellUNESCO, ma quanto a gestione
dellospedale civile non gode della medesima fama.
Lospedale in questione visto dallesterno non dà proprio
limpressione della cattiva gestione, anzi, chi vi giunge per la
prima volta ha anche la fortuna di trovare un comodo parcheggio per lauto.
Ma la sorpresa, come in ogni cosa, è sempre dentro. Così,
al primo piano, dove è situato il reparto di Ginecologia e Ostetricia,
reparto incriminato, il paziente si imbatte in un lungo corridoio arredato
da vetuste panche occupate da altri pazienti che attendono il loro turno
per entrare forse nellunico ambulatorio (sempre occupato da qualche
medico di turno) disponibile; le pareti si caratterizzano per la loro
particolare rovina, sporcizia e funeree nel loro apparire complessivo.
La sala operatoria del reparto in questione non è funzionante per
via di alcuni lavori di manutenzione (così è stato riferito)
e pertanto il personale fruisce di sale operatorie al secondo piano, del
reparto di chirurgia, dove le donne in stato di gravidanza che si apprestano
a subire lintervento da parto cesareo vengono invitate
a raggiungere a piedi, e senza lausilio di alcuno del personale
paramedico o infermieristico, la sala operatoria, transitando attraverso
un corridoio ove parenti, amici e affini di altri pazienti attendono,
tra una sigaretta e laltra, gli esiti operatori di altri interventi.
Il tutto nella più totale indifferenza del diritto alla privacy.
Ma credo che allospedale di Noto il diritto alla privacy sia un
optional.
Le stanze di degenza sono fatiscenti, le infrastrutture malfunzionanti
e vetuste. Durante le nottate di questo febbraio molti sono stati i pazienti
che hanno sofferto il freddo: i termosifoni venivano spenti ad una certa
ora della sera perché questa era la disposizione. E le richieste
di coperte dei pazienti, soprattutto di quelli che avevano subito poche
ore prima un intervento chirurgico, non potevano essere soddisfatte in
quanto a dire dal personale infermieristico le coperte erano contate.
Benché un avviso allingresso del reparto avverta degli orari
di visita, non esistono di fatto orari di entrata, limiti
di permanenza e orari di uscita per le visite ai familiari in degenza;
ed è anzi consuetudine portare nella stanza abbondanti colazioni
a base di squisiti manicaretti locali, consumate tra gli stessi familiari
fino a notte fonda, con caffè e consueta sigaretta finale. Il tutto
sotto locchio vigile del personale infermieristico che di tutto
si preoccupa tranne che di inibire tali comportamenti.
Alle lamentele dei pazienti, il personale invita a presentare denuncia
presso la Direzione sanitaria dellospedale. Come se la Direzione
sanitaria dellospedale avesse oltre che la competenza di gestire
lospedale (e che competenza, e che gestione!) anche quella di ricevere
le denunce relative al proprio disservizio. Dopo questa esperienza, uscito
dallospedale, più precisamente dal reparto di Ginecologia
e Ostetricia, mi è venuto il dubbio se fossi o meno uscito da un
osteria invece che da un ospedale. E volendo eguagliare liniziativa
dellUNESCO, mi sono anche chiesto se non sia il caso di inserire
la cittadina barocca anche nellelenco dellOrganizzazione internazionale
WHO (World Health Organization), Organizzazione Mondiale della Sanità
che ha anche compiti tra gli altri di assistenza in materia
sanitaria, a favore dei popoli bisognosi. Magari che non si risolvano
i problemi.
Mi sono detto infine che cè poco da scherzare: la Malasanità,
non solo quella propriamente concepita come fenomeno di corruttela, ma
anche quella in cui il servizio pubblico è concepito (purtroppo)
solo come una mera esecuzione di atti, è una problematica di rilievo
della società civile, e segnatamente di quella moderna dove tutto,
e quindi anche i malati e soprattutto il modo di curarli, acquista importanza
solo ed esclusivamente attraverso il mercato, lecito o illecito che sia.
Per non piangere, mi sono fatto una risata. Dopotutto è Carnevale!
Leonardo Miucci
4/3/2003 |