Tra lampo e tuono
Collana
''Araba
Fenice'' n. 23)
Libreria Editrice Urso, Avola settembre 2006,
pp. 64, Euro 6,00 
Il suo volto sereno e corrucciato,
sovrastato dal ciuffo a lunga piega orizzontale, concedeva un tenue
sorriso soltanto all’edicolante, dirimpettaio, quando gli porgeva
la rivista che aspettava, dal quale passava tutte le mattine prima
di sedere al solito tavolo del Caffè Greco in via Condotti,
a pochi passi, per la consueta colazione.
Non esitava a manifestare un senso di fastidio quando riconosciutolo
turisti e avventori dello storico locale tentavano un approccio puntualmente
rifiutato. Dopo di che ritornava a casa, in piazza di Spagna al secondo
piano del palazzo Borgognoni, a destra salendo dalla scalinata, ora
casa museo visitabile previo appuntamento telefonico, come scritto
a lato del citofono con segnalazione del numero da comporre. Non
ho avuto ancora purtroppo il tempo di prenotare la visita, ma ho
percepito tutti gli effetti che può dare all’ammiratore
la statua in bronzo di un guerriero greco che troneggia all’ingresso
a piano terra.
La visione di quell’opera di Giorgio De Chirico mi aveva procurato
una sorta di sindrome di Stoccolma, ripetuta alla seconda visita
in successiva epoca, tale da sconsigliarmi poi ad ogni passaggio
di piazza di Spagna di avvicinarmi a quella casa.
Quell’opera è il bello che acceca.
Il lettore che passerà davanti a quel portone varcando la
soglia di ingresso potrà constatarlo.
Me ne sono ricordato quando Ciccio Urso, il mio amico editore, mi
ha fatto dono, come di consueto, della sua ultima opera edita e con
mano malata mentre mi porgeva, stavo per dire rifilava, il libro
mi diceva: “E’ uscito ieri, so che ci scriverai due righe”.
L’ordine perentorio e ineludibile era arrivato a destinazione.
Dal modo di come ogni volta mi porge il libro e dalle poche parole
di accompagnamento so quel che lui desidera, anzi vuole: una semplice
e superficiale lettura, oppure una lettura più approfondita,
un giudizio sotto il profilo estetico editoriale e via dicendo, fino… alle
due righe, che sono – manco a dirsi – per lui una recensione
breve, contenuta, ovvero più lunga, che gli serve. Perché?
Innanzitutto e soprattutto per godere lui stesso e da solo, quindi
con la moglie Liliana e poi, ma poi, senza fretta, da distribuire
agli amici.
Ciccio è uomo fatto così. Più volte ho scritto
di lui e ogni volta sia nel bene che nel male lui ne gode.
E’ uomo cui materialmente non manca nulla, perché ha
quasi nulla: vive la sua vita nel modo più spartano e francescano.
Mai una lacrima, una arrabbiatura, uno screzio, sempre il sorriso
in volto.
Eppure è ricchissimo di valori, di sensibilità, di
amicizia, di amore che costantemente dispensa agli altri perché il
suo animo ne produce a ripetizione.
Perciò tenendo con i polpastrelli delle dita il volume percepisco
l’ordine e, curioso come sono, vado con gli occhi alla copertina.
Per poco non mi prende un colpo. A prima pagina c’è riprodotta,
un’opera che solo chi è digiuno totale d’arte
non può sapere o almeno capire essere un’opera di Giorgio
De Chirico: Melanconia, particolare, composta dal Maestro
negli anni 1912 – 1914.
L’opera è una tela che riporta come soggetto “ una
scultura di donna dormiente, tratta da un marmo romano dei
Musei Vaticani, copia di un originale ellenistico, e raffigura Arianna
tra l’abbandono di Teseo e l’arrivo di Dionisio che la
prende in sposa. E’ un motivo in cui rivive il profondo coinvolgimento
dell’artista con tutto il pensiero nietzschiano. Nel caso specifico,
una metaforica sovrapposizione tra la principessa cretese e l’agognata
Cosima – prima von Blow e poi Wagner – per la quale egli
si firmava Dionysus nei biglietti d’amore”.
“I temi del sonno, dell’abbandono, dell’enigma
e del labirinto, sono riuniti nello stato d’animo malinconico
che diventa la dimensione della memoria, ma anche della divinazione”.
Melanconia, malinconia, mal di vivere, ansia felice, mutamenti dell’amore,
alterazione dello stato psichico, depressione…
E’ un male, un brutto male, una cattiva bestia – il cane
nero – che dall’origine accompagna una percentuale di
esseri umani che nel tempo via via si è espansa, colpiti talvolta
fortunatamente temporaneamente, talaltra, ed è la più frequente,
ripetutamente e anche a cicli alterni, che toglie all’uomo,
nei momenti bui, la vita e gli fa condurre contro voglia (perché spesso
forte è il desiderio, se non il bisogno, del suicidio) una
non vita.
E il medico, lo psichiatra, se non ne ha mai sofferto può capire
il problema sotto il profilo scientifico, dall’esterno, dallo
studio sui testi e dall’esame dei pazienti.
Solo chi dell’argomento ne è vittima ne sa intensamente
e interiormente: e se é un artista sa rendere manifesto nell’opera
il suo dramma.
La letteratura è piena di soggetti che hanno vissuto e convissuto
col male ed esistono pagine di prosa e versi – soprattutto
questi ultimi – dedicati o conseguenti alla malattia. E purtuttavia
le parole, la musica, i quadri, le statue e quant’altro non
riescono giammai compiutamente a commentare il senso del dramma interiore
vissuto.
Ed ecco che la copertina del libro, è di questo dovevo scrivere…,
riporta anche il titolo Tra lampo e tuono e il nome dell’autore,
Enrico Camaggi, fiorentino, nato nel 1953, con altre sei opere edite
alle spalle.
Sfogliando velocemente vedo trattarsi di poesie, genere letterario
per a congeniale.
Una nota introduttiva di Fiorella Borin precede il lavoro dell’autore
che si apre e si chiude con una pagine iniziale e una finale di poesia
in forma di prosa. All’interno le pagine scritte riportano,
una ad una, le singole poesie.
In Mantide il cuore, il pensiero e l’anima vengono
rispettivamente “ingannati dalla bellezza di un plenilunio”, “percosso
dalla disperazione di un temporale”, “frantumata dalla
feroce dolcezza di una femmina”.
E’ la donna – il felino più pericoloso – che
nella “feroce-dolcezza” (felice ossimoro), domina i sentimenti
tutti dell’uomo.
In 28/6… “è un’innocente idiozia
/ricordare incurie che non riconosco/ carezzarle odorarle assaggiarle
/come se non sapesse/ che ormai te ne vergogni”.
Le “memorie”, centro nodale della poesia che ha per titolo
una data, sono disconosciute dall’autore e oggetto di vergogna
della persona cui il discorso è rivolto. Ma ogni “memoria” è un
fatto consacrato al passato, esistito, che nessuno può cancellare.
In Istantanea, l’autore chiede “al boia sulla
soglia ancora un giorno…” e il pensiero va ad Admeto
che chiede al Dio fuggente anni di giovinezza… mesi, giorni,
una notte soltanto, questa. Ma il Dio negava e allora Admeto gridò vari
richiami a lui, forte gridò come gridò sua madre al
nascimento (M. Rilke). L’assimilazione mi appare pertinente,
poiché anche qui Camaggi cerca il desiderio di avere “l’ombra
di ciò che non ebbi”.
Chi ha mai avuto veramente la giovinezza?
Tutti la rivediamo nella moviola della memoria, poiché in
presenza ce ne sfuggiva l’essenza.
Nel silenzio è un inno a questo, per concludere
col verso “silenzio che riempie silenzio”.
Molte persone – i grandi soprattutto – spero comunicano
col silenzio.
Si potrebbe, si dovrebbe continuare a parlare a lungo di questa raccolta
di poesie, ma lasciamo che sia il lettore a leggerla e rileggerla,
cogliendone gli stimoli e le emozioni più significative.
Il libro si chiude con una “lettera ad Amore”: una invocazione
all’”innegabile Dio clandestino…”, per “il
dovere della scena”.
La scena del mondo nell’imperscrutabile teatro della vita.
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