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Enrico Camaggi

copertina CamaggiEnrico Camaggi

Tra lampo e tuono

Collana ''Araba Fenice'' n. 23)

Libreria Editrice Urso, Avola settembre 2006, pp. 64, 6,00 compra

 

 

Il suo volto sereno e corrucciato, sovrastato dal ciuffo a lunga piega orizzontale, concedeva un tenue sorriso soltanto all’edicolante, dirimpettaio, quando gli porgeva la rivista che aspettava, dal quale passava tutte le mattine prima di sedere al solito tavolo del Caffè Greco in via Condotti, a pochi passi, per la consueta colazione.
Non esitava a manifestare un senso di fastidio quando riconosciutolo turisti e avventori dello storico locale tentavano un approccio puntualmente rifiutato. Dopo di che ritornava a casa, in piazza di Spagna al secondo piano del palazzo Borgognoni, a destra salendo dalla scalinata, ora casa museo visitabile previo appuntamento telefonico, come scritto a lato del citofono con segnalazione del numero da comporre. Non ho avuto ancora purtroppo il tempo di prenotare la visita, ma ho percepito tutti gli effetti che può dare all’ammiratore la statua in bronzo di un guerriero greco che troneggia all’ingresso a piano terra.
La visione di quell’opera di Giorgio De Chirico mi aveva procurato una sorta di sindrome di Stoccolma, ripetuta alla seconda visita in successiva epoca, tale da sconsigliarmi poi ad ogni passaggio di piazza di Spagna di avvicinarmi a quella casa.
Quell’opera è il bello che acceca.
Il lettore che passerà davanti a quel portone varcando la soglia di ingresso potrà constatarlo.
Me ne sono ricordato quando Ciccio Urso, il mio amico editore, mi ha fatto dono, come di consueto, della sua ultima opera edita e con mano malata mentre mi porgeva, stavo per dire rifilava, il libro mi diceva: “E’ uscito ieri, so che ci scriverai due righe”.
L’ordine perentorio e ineludibile era arrivato a destinazione.
Dal modo di come ogni volta mi porge il libro e dalle poche parole di accompagnamento so quel che lui desidera, anzi vuole: una semplice e superficiale lettura, oppure una lettura più approfondita, un giudizio sotto il profilo estetico editoriale e via dicendo, fino… alle due righe, che sono – manco a dirsi – per lui una recensione breve, contenuta, ovvero più lunga, che gli serve. Perché? Innanzitutto e soprattutto per godere lui stesso e da solo, quindi con la moglie Liliana e poi, ma poi, senza fretta, da distribuire agli amici.
Ciccio è uomo fatto così. Più volte ho scritto di lui e ogni volta sia nel bene che nel male lui ne gode.
E’ uomo cui materialmente non manca nulla, perché ha quasi nulla: vive la sua vita nel modo più spartano e francescano. Mai una lacrima, una arrabbiatura, uno screzio, sempre il sorriso in volto.
Eppure è ricchissimo di valori, di sensibilità, di amicizia, di amore che costantemente dispensa agli altri perché il suo animo ne produce a ripetizione.
Perciò tenendo con i polpastrelli delle dita il volume percepisco l’ordine e, curioso come sono, vado con gli occhi alla copertina. Per poco non mi prende un colpo. A prima pagina c’è riprodotta, un’opera che solo chi è digiuno totale d’arte non può sapere o almeno capire essere un’opera di Giorgio De Chirico: Melanconia, particolare, composta dal Maestro negli anni 1912 – 1914.
L’opera è una tela che riporta come soggetto “ una scultura di donna dormiente,  tratta da un marmo romano dei Musei Vaticani, copia di un originale ellenistico, e raffigura Arianna tra l’abbandono di Teseo e l’arrivo di Dionisio che la prende in sposa. E’ un motivo in cui rivive il profondo coinvolgimento dell’artista con tutto il pensiero nietzschiano. Nel caso specifico, una metaforica sovrapposizione tra la principessa cretese e l’agognata Cosima – prima von Blow e poi Wagner – per la quale egli si firmava Dionysus nei biglietti d’amore”.
“I temi del sonno, dell’abbandono, dell’enigma e del labirinto, sono riuniti nello stato d’animo malinconico che diventa la dimensione della memoria, ma anche della divinazione”.
Melanconia, malinconia, mal di vivere, ansia felice, mutamenti dell’amore, alterazione dello stato psichico, depressione…
E’ un male, un brutto male, una cattiva bestia – il cane nero – che dall’origine accompagna una percentuale di esseri umani che nel tempo via via si è espansa, colpiti talvolta fortunatamente temporaneamente, talaltra, ed è la più frequente, ripetutamente e anche a cicli alterni, che toglie all’uomo, nei momenti bui, la vita e gli fa condurre contro voglia (perché spesso forte è il desiderio, se non il bisogno, del suicidio) una non vita.
E il medico, lo psichiatra, se non ne ha mai sofferto può capire il problema sotto il profilo scientifico, dall’esterno, dallo studio sui testi e dall’esame dei pazienti.
Solo chi dell’argomento ne è vittima ne sa intensamente e interiormente: e se é un artista sa rendere manifesto nell’opera il suo dramma.
La letteratura è piena di soggetti che hanno vissuto e convissuto col male ed esistono pagine di prosa e versi – soprattutto questi ultimi – dedicati o conseguenti alla malattia. E purtuttavia le parole, la musica, i quadri, le statue e quant’altro non riescono giammai compiutamente a commentare il senso del dramma interiore vissuto.
Ed ecco che la copertina del libro, è di questo dovevo scrivere…, riporta anche il titolo Tra lampo e tuono e il nome dell’autore, Enrico Camaggi, fiorentino, nato nel 1953, con altre sei opere edite alle spalle.
Sfogliando velocemente vedo trattarsi di poesie, genere letterario per a congeniale.
Una nota introduttiva di Fiorella Borin precede il lavoro dell’autore che si apre e si chiude con una pagine iniziale e una finale di poesia in forma di prosa. All’interno le pagine scritte riportano, una ad una, le singole poesie.
In Mantide il cuore, il pensiero e l’anima vengono rispettivamente “ingannati dalla bellezza di un plenilunio”, “percosso dalla disperazione di un temporale”, “frantumata dalla feroce dolcezza di una femmina”.
E’ la donna – il felino più pericoloso – che nella “feroce-dolcezza” (felice ossimoro), domina i sentimenti tutti dell’uomo.
In 28/6… “è un’innocente idiozia /ricordare incurie che non riconosco/ carezzarle odorarle assaggiarle /come se non sapesse/ che ormai te ne vergogni”.
Le “memorie”, centro nodale della poesia che ha per titolo una data, sono disconosciute dall’autore e oggetto di vergogna della persona cui il discorso è rivolto. Ma ogni “memoria” è un fatto consacrato al passato, esistito, che nessuno può cancellare.
In Istantanea, l’autore chiede “al boia sulla soglia ancora un giorno…” e il pensiero va ad Admeto che chiede al Dio fuggente anni di giovinezza… mesi, giorni, una notte soltanto, questa. Ma il Dio negava e allora Admeto gridò vari richiami a lui, forte gridò come gridò sua madre al nascimento (M. Rilke). L’assimilazione mi appare pertinente, poiché anche qui Camaggi cerca il desiderio di avere “l’ombra di ciò che non ebbi”.
Chi ha mai avuto veramente la giovinezza?
Tutti la rivediamo nella moviola della memoria, poiché in presenza ce ne sfuggiva l’essenza.
Nel silenzio è un inno a questo, per concludere col verso “silenzio che riempie silenzio”.
Molte persone – i grandi soprattutto – spero comunicano col silenzio.
Si potrebbe, si dovrebbe continuare a parlare a lungo di questa raccolta di poesie, ma lasciamo che sia il lettore a leggerla e rileggerla, cogliendone gli stimoli e le emozioni più significative.
Il libro si chiude con una “lettera ad Amore”: una invocazione all’”innegabile Dio clandestino…”, per “il dovere della scena”.
La scena del mondo nell’imperscrutabile teatro della vita.

Tra lampo e tuono di E. Camaggi

Enrico CamaggiCome fossimo ormai / storie sognate”, leggiamo in Inamato amore, una delle poesie della silloge Tra lampo e tuono di Enrico Camaggi, opera appena pubblicata a cura della Libreria Editrice Urso di Avola. E ci sembra che in questi versi si possa racchiudere la cifra dell’intera silloge. Rivive una storia d’amore, Camaggi, ma come fosse stata soltanto sognata, perché di quell’amore gli sono rimasti solamente i ricordi e le lancinanti ferite “della feroce dolcezza di una femmina ” (Mantide). È il racconto di un unico lungo lamento d’amore, e la sua unitarietà ci sembra volutamente rafforzata dalla totale mancanza di punteggiatura e di maiuscole. È un ricordo-rimpianto, vogliamo qui far risaltare la fusione in uno dei due sentimenti, e con il trattino d’unione come piacerebbe al Nostro, che fa frequente uso di questo piacevole e originale espediente. Un ricordo-rimpianto, dicevamo, che qui ben rende il senso di un amore perduto che, pur nel dolore dell’ora, ora che è perduto, è perciò stesso bellissimo, perché proprio gli amori perduti sono  sempre i più belli.

E ci racconta, il poeta, situazioni e momenti di questo suo tormento, di “questa stanchezza / malata di miraggi infaticabili” (Nell’insonnia), con un linguaggio efficace, ricco di invenzioni linguistiche: dicevamo dell’uso frequente di parole legate dal trattino, ma anche di ancor maggiore originalità, ci sembrano, le fusioni di parole, come quella “carteparole semplici e crudeli” (Un altro giorno), che qui ci sembra studiata allo scopo di rallentare il ritmo del verso, a fare più “crudeli nel “gioco” le parole.

È una poesia, quella di Camaggi, che si legge d’un fiato, e si rilegge con grande interesse perché ci si sente coinvolti nella sua passione non estinta e nel ricordo piacevole e doloroso di essa.

MarzianoBenito Marziano
Noto, 8/9/2006

Enrico Camaggi, Tra lampo e tuono (Libreria Editrice Urso, Collana ''Araba Fenice'' n. 23), settembre 2006, 16°, pp. 64, € 6,00.

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