 Angelo Rullini
L'autra facci
2010, 8°, pp. 56, Euro 10,00
Collana ARABA FENICE n. 37
ISBN 978-88-96071-29-8
Dal 16 novembre 2010 in libreria
TISTAMENTU
Cc’agghiu campatu a ffari ni ‘stu munnu
se dopu ‘i mia nun vi lassu nenti
tra sintimenti bboni e llungu sonnu
chi llassu a la me' morti? Quasi nenti!
Agghiu campatu abbìa ri stenti
e agghiu tuccatu spissu ‘u funnu
cchi l’agghiu fattu a ffari porcu munnu
se chiddu cc’agghiu fattu è uguali a nnenti...

Nel dialetto è la storia del popolo che lo parla;
e dal dialetto siciliano,
così come dai parlari di esso,
è dato apprendere chi furono i padri nostri,
che cosa fecero, come e dove vissero,
con quali genti ebbero rapporti, vicinanza, comunione.
DALLA PREFAZIONE DI GRAZIA MARIA SCHIRINA'
Sintomatica la scelta del dialetto siciliano, e più propriamente avolese, per questo secondo volume di poesie di Angelo Rullini, “L’autra facci”, composto di 41 liriche di varia estensione a versi liberi, a ben quattro anni di distanza dal primo “Ai figli di Marte”. Il sistema di comunicazione non è abito soggetto alla moda, al fine, all’ambiente, è un sentire intimo che in questo caso si esprime, in modo personalissimo, con forme, immagini e spirito profondamente siciliani e non già con scialbe traduzioni, quali, a volte, possono divenire i pensieri che, nati nella madrelingua, in questo caso il siciliano, vengono poi tradotti in quella che è, di fatto, la lingua nazionale, ma che, in alcuni casi, non è atta a rendere le emozioni così come la prima. Chi parla un dialetto si auto-identifica col territorio, rafforzando così il legame culturale con la tradizione e creando maggiore complicità con gli interlocutori. Il dialetto aiuta a mantenere vive le tradizioni, che a loro volta costituiscono una guida per l’individuo durante l’intero corso della propria vita. Perdere le tradizioni equivale a rinunciare a radici e valori consolidati dal tempo. Di certo non si deve restare ancorati al passato, ma il passato deve essere analizzato, studiato, conosciuto, capito e anche criticato, ma non dimenticato. Il dialetto, in particolare il dialetto siciliano, cresciuto con l’apporto dei popoli diversi che hanno conquistato e abitato l’isola, lasciando la loro impronta culturale, è una lingua ricca e varia nella quale sono compresi grecismi, arabismi, normannismi, catalanismi, francesismi, spagnolismi, etc..., ed è, nello stesso tempo, libertà di espressione e di sentimento, partecipazione emotiva, capacità di dare voce ai moti dell’animo. Così hanno fatto anche i cantastorie che hanno reso grande e ricca la terra di Sicilia. In “Cantastori ‘mpruvvisatu” troviamo quasi un elenco degli autori che “cantunu l’amuri ppi nu dialettu ca si perdi e mori” e cioè troviamo citati Turiddu Bella e Raziu Stranu, ’Gnaziu Buttitta e Rosa Balistreri, Cicciu Busacca e altri ancora a cui l’autore chiede il permesso di continuare il loro stesso modo di cantare e di accoglierlo, nell’aldilà, quale “menzu cantastori ‘mpruvvisatu”; qui è anche considerato il valore del dialetto e il motivo per cui non deve morire. La terminologia adoperata e l’uso frequente di proverbi e modi di dire rendono queste liriche valide per tutti i tempi, ricche della saggezza popolare che solo il dialetto sa esprimere.
La pittura aggiunta alla scrittura fanno di Rullini, come egli stesso si definisce, un artista completo, capace di parlare al cuore anche attraverso la rappresentazione figurata che egli stesso descrive. Infatti, solo un pittore con i suoi colori e la capacità di riprodurli può assemblare così bene parole e natura, una natura dipinta coi colori del sole e del mare, della campagna e dei monti.
Nei suoi componimenti il poeta sembra rifugiarsi nella bellezza della propria terra e dei propri ricordi, da cui attinge linfa vitale come da acqua sorgiva o, meglio ancora, da acqua versata da una “quattaredda” per soddisfare la propria sete. La vita, infatti, è tutta in salita per l’uomo, ma può diventare sostenibile se l’acqua disseta e se accanto c’è la persona amata con cui condividere la propria arsura e a cui dedicare il proprio canto...
Grazia Maria Schirinà
“L’autra facci…” è una raccolta di versi
liberi in vernacolo di Angelo Rullini, autore di origini avolesi ma residente a
Cassibile, dove alterna l’attività di poeta con quella di pittore. In tutto,
quarantuno liriche, pubblicate nel dicembre del 2010, con la prefazione di G.
M. Schirinà, a quattro anni di distanza dall’opera prima “Ai figli di Marte”.
Nel dialetto, nelle figure di Rullini, il nostro territorio, le nostre radici,
un pezzo della comune identità mediterranea o avolesità che dir si voglia.
Diverse le composizioni dedicate al Natale, tra cui “Muriri a Betlemmi”, “Veni Natali”, “Natali”, “La notti di Santa Lucia”, “’Na luci”, a concentrare in un dettato fresco,
godibile, scevro di ogni posa intellettualistica, la potente carica evocativa
delle immagini e dei colori isolani, a guisa di un vero e proprio inno d’amore
per la terra d’origine.
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