Benvenuti sul sito della Libreria Editrice Urso, dal 1975 un angolo di cultura ad Avola. Novità del mese Offerte del mese Acquista per informazioni GIOVANNI FRONTE

Giovanni Fronte, poeta
***


L’escursione domenicale mi porta in tarda mattinata a Testa Dell’Acqua.
Il clima di primavera avanzata mi induce a inerpicarmi sugli Iblei a cielo aperto sulla Mg di colore verde inglese, come le foglie degli alberi che sfiora, il quadrante e il cinturino dell’orologio Chopard 1000 miglia al mio polso e il berretto, che indosso più per vezzo che per necessità.
Il verde intenso è da sempre il mio colore preferito e questo è un itinerario a me caro.
Passo da Serravento, dove un tempo ero solito far frequenti visite a Corrado Sofia e alla sua Fernanda.
Mi ricevevano nella villetta circondata da alberi secolari e piante d’ogni specie, curati dalle mani gentili di Corrado, uomo splendido.
L’ospitalità affettuosa, i dialoghi, i gelati gustati in piattini di fine limoges e con i cucchiaini in argento, sulla terrazza dalla quale con un’occhiata si abbraccia un ampio specchio di mare e un pezzo di Sicilia, sono tracce indelebili dei miei ricordi.
Ed essi riaffiorano puntualmente ad ogni mio passaggio in quella curva a gomito dove non posso più voltare a sinistra, per imboccare la “trazzera”, ma mi è d’obbligo proseguire nella strada provinciale.
Essa, in buona parte, è realizzata sul dorso alto del monte e fa dono al viandante – sia esso novello o abitudinario – di un paesaggio meraviglioso che è munifica gioia degli occhi.
A Testa Dell’Acqua arrivo mentre l’orologio della chiesetta nella piazza, quasi deserta, segna i rintocchi delle ore dodici.
Mi accingo a fare inversione di marcia per guadagnare la via del ritorno, ma un manifesto a lutto mi fa inchiodare lo spyder con una frenata brusca.
“Giovanni Fronte, poeta”. Strizzo gli occhi. Purtroppo ho letto bene. La foto piccola, in alto a destra sul manifesto, non mi lascia margini di speranza.
È lui.
La discesa dal monte stavolta è lenta, monotona, pensierosa.
Arrivato a casa chiamo al telefono Ciccio Urso.
Avevo conosciuto Fronte nella sua libreria. Ciccio mi dà conferma con voce rattristata, comunicandomi di avermi cercato in studio prima di andare al funerale, ma io mi trovavo fuori sede.
A portare l’estremo saluto a Giovanni Fronte, Ciccio aveva notato la presenza di vari giovani estrosi ma, non senza disappunto, non tanta gente quanta forse avrebbe meritato.
Ma Giovanni, pensavo fra me e me, mentre Ciccio si sfogava, se avesse potuto decidere da solo, credo proprio che avesse scelto “quei giovani” come compagni del suo ultimo viaggio.
La forma, la convenzione, la circostanza, non gli appartenevano.
Giovanni Fronte era un anticonformista puro, poeta spontaneo, non costruito, né artefatto, era uomo che viveva l’esperienza del transito nel pianeta sans-façon, e si faceva apprezzare, stimare, ammirare da chi aveva il piacere di incontrarlo sia pure – come me – per qualche minuto.
In quell’incontro in libreria Ciccio mi presentò Fronte in modo del tutto inusuale e originale.

CeronettiGuido Ceronetti,
La pazienza dell'arrostito,
1990, 8°, pp. 364,
Euro 16,00

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Aprì il volume di Guido Ceronetti, La pazienza dell’arrostito (Ed. Adelphi), a pag. 54, e mi disse “leggi qui”: <<...Però, lì abita un poeta... “Mostra permanente di Ferri Vecchi e composizioni in ferro di Giovanni Fronte”. Sulla porta è appeso un foglietto con una sua poesia, intitolata Attesa:
Col treno delle 12 e zero quattro

non è arrivata
Col treno delle 14 e cinque
non è arrivata
Dal treno delle 16 e 23
non è sceso nessuno
Col treno delle 18 e qualcosa
l’aspetto ancora
Sul treno della sera
tutti erano Lei e non lo erano
Il treno della notte
è passato fischiando
Per tutti i treni
c’è un occhio vigile
e una porta aperta,
sappilo!
Questi versi hanno un incanto. Succede proprio così. Ma se fosse scesa sarebbe rimasta. O ripartita. (Due sciagure). Lei, però, è su ogni treno...>>.
Quando dopo aver letto, divertito e sorridente, restituii il libro a Ciccio dicendogli “bello, veramente bello”, il mio vecchio amico mi disse: “Ecco, Giovanni Fronte è lui!”.
Quell’uomo che ci stava accanto, silenzioso e lievemente sorridente, con una folta capigliatura bianca, era rimasto colpito dal modo sui generis con cui era stato presentato da un comune amico ad una persona sconosciuta.
Bastarono pochi minuti tuttavia perché mi sentii dire da Giovanni affettuosamente: “Ma via, diamoci del tu, non vedi che siamo già diventati amici”.
Fronte aveva un modo tutto suo di approccio con gli uomini e anche con gli animali: o gli stimolavano tout court simpatia, e allora vi entrava subito in simbiosi, ovvero, se li vedeva presi da disinteresse, apatia o altergia, non esitava un solo istante a cambiare strada.
La sua immagine, per chi lo conosceva, era legata ai due lama, animali che dal Nord aveva portato seco qui e con i quali conviveva come fossero figli adottivi, ai quali prestava una cura costante e coi quali si accompagnava anche nei suoi spostamenti dalla dimora di Serravento.
***
Ho fra le mani alcune poesie che Giovanni aveva donato in copia a Ciccio.
Trovo che i versi di Fronte sono limpidi e cristallini come l’acqua che sgorga dalla roccia.
In Quel mattino l’autore si chiede “Cosa dirò al mio amore / quel mattino - il primo - / che si sveglierà al mio fianco? / Dirò soltanto: T’amo!
E poi si chiede “cosa dirò l’indomani / e poi l’indomani ancora / e per tutti i giorni a venire? / Dirò soltanto: t’amo.”
E il suo amore dopo il millesimo giorno “Dirà che sono matto ma certamente mi crederà”.
T’amo è sicuramente la parola più usata e “abusata” in amore, ma è la forza della spontaneità e dell’originalità del poeta a conferirle un senso di accattivante piacere, di stimolo e interesse nel lettore.
E Fronte crea una bella simbiosi di amore-pazzia (l’uno non è senza l’altra...) per poi concludere che il tutto si risolverà in un’altra simbiosi: credo-verità.
Versi semplici, leggeri, eppur germinati da profonda sensibilità interiore.
Come il tempo, affronta con semplicità il tema dello scorrere del tempo, che Fronte non esita a definire “ladro, che da anni mi ruba ore / giorni / mesi / anni /: un furto continuo da quando sono nato”.
Eppure “oggi” a quel ladro il poeta ha rubato “un minuto / ma che vale tutta una vita”.
Una fulgurazione, questa, che merita la più intensa considerazione del lettore attento.
Nei versi che hanno come titolo Nel caso tu ritornassi, il poeta lamenta la partenza della persona amata (o, forse, per metafora, della gioventù?) e in un monologo (che vorrebbe sortire l’effetto di un dialogo a distanza) le comunica che qui piove e fa freddo e “manca pure la legna / in casa non c’è più niente da bruciare / E’ da quando sei partita / che do fuoco ad ogni cosa / Ma che importa / via tu via tutto!”
Anche qui il pregio della sintesi emerge evidente nei versi di Fronte che con poche, giuste parole, riesce a comunicarci una sensazione di distacco dalla vita e dalle cose materiali, a cagione di una grande assenza che è stata presente in un momento di ciascuno di noi.
Poi per una sorta di speranza, mai abbandonata, comunica “che penso d’andare nel bosco / a fare della legna / perché tu possa scaldarti / nel caso ritornassi”.
Nessuno sa se la persona amata che va via ritorna. Tutti hanno il diritto di piangerne la dipartita, ma solo il poeta ha il dovere di sperare e auspicarne il ritorno.
Per avvertire quanta ricchezza interiore c’era in Fronte basta leggere l’incipit di Voglio vivere: Vorrei vivere / in un bel paese povero / Ricco soltanto di calore umano / Con case antiche e mura screpolate / tra gente che saluta anche all’estraneo”.
Parole di un uomo sensibile rivolte ai simili perché apprezzino che il vero valore della vita è in quel calore umano, ignoto ai superficiali, ma che è patrimonio intrinseco degli uomini veri.
A Quasimodo comunica che lui, suo vicino di casa, nuticianu, “scende laggiù /dove vive l’arancio/ dove muore l’arancio”.
È un richiamo delle radici.
Fronte che ha trascorso l’infanzia a Serravento in quel di Noto, dopo aver a lungo vagato, avverte il bisogno di ritornare nei luoghi primigenei e là fermarsi fino alla fine.
Un tema questo caro a molti, a tanti, allo stesso Quasimodo che quindici giorni prima di morire improvvisamente, sente il bisogno, quasi un presagio, di ritornare a visitare la sua casa natale a Modica.
Lo stesso era accaduto a Corrado Sofia, giornalista letterario e scrittore, che dopo aver vissuto per decenni a Roma e aver girato il mondo portandosi fino nei Balcani e financo in Cina negli anni Trenta, avverte alfine l’esigenza di tornare alla patria natia e con Fernanda torna a Serravento, nella stessa località di Fronte, là dove dimorerà gli ultimi anni di vita.
E Giovanni Fronte non poteva non dedicare a Corrado versi toccanti: “Sulla collina di Serravento / non c’è più Corrado Sofia”... “L’amico aspettava la Luna... e quando l’ha vista... l’ha chiamata per nome / l’ha presa sottobraccio / e sono fuggiti insieme / all’alba / come fanno spesso i poeti”.
Mi piace pensare che anche Giovanni abbia fatto così.
StellaGiovanni Stella

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