Giovanni Stella per ''Musica dell'anima'' di Mary Di Martino
Mary Di Martino, Musica dell'anima
Libreria editrice Urso, Avola 2011,
pp. 70, Euro 12,00
Secondo alcuni fu Giuseppe Ungaretti, secondo altri (fra questi Fabrizio De Andre', l'indimenticato poeta e cantore)
fu Benedetto Croce a dire che fino a diciotto anni tutti scrivono poesie. Dopo
lo fanno solo i poeti e i cretini.
Mary Di Martino fa parte della schiera dei poeti.
La sua silloge d'esordio, fattami dono della prima copia
dall'editore Ciccio Urso al momento dell'uscita del libro - circostanza
che evoca ne' piu' ne' meno la nascenza di una creatura - Musica dell'anima, ha come sottotitolo
''Luogo e scrigno dell'Umanita'''. |
Mary Di Martino
Musica dell'anima
Libreria editrice Urso, Avola 2011, pp. 70, Euro 12,00
Secondo alcuni fu Giuseppe Ungaretti, secondo altri (fra questi Fabrizio De Andre', l'indimenticato poeta e cantore) fu Benedetto Croce a dire che fino a diciotto anni tutti scrivono poesie. Dopo lo fanno solo i poeti e i cretini.
Mary Di Martino fa parte della schiera dei poeti.
La sua silloge d'esordio, fattami dono della prima copia dall'editore Ciccio Urso al momento dell'uscita del libro - circostanza che evoca ne' piu' ne' meno la nascenza di una creatura - Musica dell'anima, ha come sottotitolo "Luogo e scrigno dell'Umanita'".
Pretenziosa, in verita', la titolazione ma a ben leggere essa
deriva dalla forte carica emotiva che l'autrice ha riversato sulle pagine bianche
annerendole di versi, delicati e incisivi ad un tempo.
Mary Di Martino e' nata a Toronto (Canada), ma vive da illo-tempore, sposata con due figli, a
Pachino (Siracusa), Capo Sud d'Europa, terra famosa per il pomodoro ciliegino e
per i vini in purezza, ma anche stupendo angolo dove due mari, tempestosi come
innamorati, si incrociano. Terra che come porta chiude
e apre da e verso l'antico continente, oggi fatto oggetto di speranza di vita e di lavoro di gente che, disperata, fugge dal mondo
arabo (punta di un iceberg, portante l'intera Africa che bussa alle porte del Pianeta...).
Il luogo d'origine e quello di vita dell'autrice, cosi'
profondamente diversi, hanno probabilmente inciso nella sua formazione e
personalita'.
Appassionata da sempre di musica, arte nobile e leggera per
eccellenza, ora si e' scoperta anche votata alla poesia che del suono e' l'altra
faccia della medaglia, la parola scolpita.
E lo
spartito musicale sottostante il titolo che fa da
copertina al volume ne da contezza.
Le ventotto poesie di cui si compone la
silloge hanno, fra il titolo e il testo, una foto, ognuna delle quali
meritevole (come del resto ogni poesia) di una notazione che segue la gioia
degli occhi e ne permea la visione.
Dall'alta montagna innevata, baciata dal lago dove si specchia
la vetta imbiancata, ai secolari alberi spogli dal freddo d'inverno ricoperti
solo dal candore che soffice ammanta la via. Dall'orologio da taschino aperto
fra le nuvole a un ruscello che scivola fra fiori e piante naturali. Da petali
a uno spicchio di luna che fa luce nel buio della notte. Da uccelli che volano
all'alba su un mare fermo a un fiore aperto. Da una visione di natura dedicata
a papa' (alla cui memoria peraltro e' dedicato il libro) a fermagli di fiori in
primavera. Da un campanile circondato d'alberi, che maestoso s'erge
su una montagna, al tondo lunare che s'intravede fra oscure nuvole. Da una sfera di cristallo tenuta da mani delicate, a un cielo
stellato di mezzagosto.
Dal
pianeta terra cinturato di note a mani d'uomo che si tengono intrecciate. Da un arcobaleno simbolo di sereno in arrivo, a tre rose sbocciate,
cuore della madre. Da una foto di Tolstoj seduto, al terremoto che ha
devastato l'Aquila in Abruzzo.
Infine,
una lente d'ingrandimento, che a forma di cuore si specchia in uno spartito
musicale, precede una lettera ai figli - messaggio d'amore - , che conclude il libro unitamente a una canzone (su un
motivo di Bruno Lauzi) titolata "Per non dimenticare".
Ecco, anche se Ronsard aveva avvertito che "il ricordante e
il ricordato hanno ambedue la memoria di un giorno", qui l'autrice, urla un
messaggio forte che sfida il tempo e gli uomini perche' il sacrificio dei giusti
eroi, Falcone e Borsellino, "uomini veri e coraggiosi", resti
scolpito come sulla roccia a futura memoria.
Sono versi, quelli della Di Martino, che non soltanto
accarezzano l'anima, come la musica, ma la colpiscono profondamente come le
note quando penetrano a fondo e ne lasciano traccia sensibile.
Nell'Inno alla natura questa
e' "splendida .../figlia unigenita, /madre gloriosa e redentrice .../pace sognata /e
mai negata .../ promessa di una /quiete agognata". Qui la natura non e' soltanto
un dono prezioso ma anche un "inno d'Amore" per raggiungere la quiete,
desiderio e sogno di ogni essere umano.
Poi, come nelle favole, "C'era una volta ... e mai piu'" ... "il
mondo magico /giocoso" del "tempo di sogni e balocchi" che ciascuno di noi ha
vissuto e con nostalgia ricorda: L'innocenza
perduta.
"Principio senza fine, ora amico, /ora nemico, il tempo, ci
coglie /ci sorprende furtivo nel momento /presente, con lo struggente /ricordo
delle azioni passate, /dominate dall'ansia profonda /dei giorni a venire".
In questa folgorazione c'e' il viatico di ogni essere umano
che i versi de il Tempo scandiscono
come un orologio preciso.
Come non ricordare allora in proposito Eugenio Montale " ...
Cosi' il tempo inesorabile scorre /e improvviso d'un balzo s'arresta".
C'e' la Voce del
silenzio che e' "Amore senza fine". C'e' il Sogno d'infanzia, quando "... bambina stavo a /guardare dalla
finestra, tutta sola ...".
Notturno e' un "canto nostalgico/ soffusa e
seducente melodia". Alito di vita chiarisce che la "Vita .../ (e') perenne chiaroscuro,
/eterna e dominante /verita' ...". Al Papa' dice
che "sei stato, sei e sarai, /per sempre, perno e /forza insondabile /della mia
esistenza". Allo Zahir (pensiero
ricorrente, di derivazione araba), ad Amnesty
International e alla Madre sono
dedicati versi che non si possono non leggere e apprezzare.
Il resto lo diranno e lo penseranno i lettori ai quali si
suggerisce la lettura di queste poesie intrise di musica.
Giovanni Stella |
Lunedi' 9 maggio 2011 alle ore 17,30
A PACHINO AL III ISTITUTO COMPRENSIVO "G. VERGA"
Viale Aldo Moro n. 151
PRESENTAZIONE del libro della prof.ssa Mary Di Martino, "Musica dell'anima".
Intervento dirigente prof. Giuseppe Morana ...e altro - Intervento dell'editore Francesco Urso - Intervento del prof. Angelo Borg ...e altro

NOVITA' DI APRILE 2011
Mary Di Martino
Musica dell'anima
2011, formato ottavo, pp. 72
Euro 12,00
Collana Opera prima n. 27
ISBN 978-88-96071-44-1
Mary Di Martino nata a Toronto (Canada), coniugata con due figli, vive a Pachino (SR) dove insegna.
Dopo la maturita' scientifica consegue a Catania il Diploma accademico in Pianoforte (vecchio ordinamento). Nell'anno 1982/'83 partecipa al Concorso a cattedre a fini abilitanti per la scuola secondaria di primo grado e lo vince. Nell'anno successivo e' docente titolare presso il IV I. C. ''V. Brancati'' di Pachino e dal 2000 presta servizio presso il III I. C. ''G. Verga'', nella stessa sede di titolarita'.
Oltre alla musica - il suo primo amore - e' appassionata di letteratura classica e moderna, arti figurative, filosofia, discipline orientali ed argomenti correlati.
Fin da adolescente ha sempre nutrito interesse per l'arte poetica. Gia' dai tempi del liceo scriveva, ma in maniera discontinua, brevi componimenti che rispecchiavano i suoi sentimenti, la sua vita. Tra il 1995 e il 1997 ha ricominciato a scrivere qualche poesia. Poi, a partire dal 2002, la svolta; tra una parentesi e l'altra, fino ad oggi, ha scritto la sua prima raccolta di poesie, data alle stampe con la Libreria Editrice Urso.
Non ha mai partecipato a nessun concorso di poesia ed e' alla sua prima esperienza editoriale.
|
L’Anima è il luogo
dove possiamo trovare tutte le
risposte
per rinascere e ricreare
una vita autentica e dignitosa
È piacevole e confortante scoprire che, proprio a una
spanna da te, esiste uno spirito letterario, magari, senza averlo sospettato
per una serie di motivi plausibili, non ultimo la vita convulsa e frenetica dei
giorni nostri.
Per chi, come me, è appassionato di poesia e
letteratura, questa scoperta è una sorta di riconciliazione con
l’umanità, che sembra sprofondata, in questo scorcio di inizio
secolo, nell’effimero volgente alla stupidità diffusa.
Poetare è come uscire da un porto delle nebbie
dall’aria greve e asfittica per approdare in un’isola felice dove poter
respirare un’aria aprica…
Se la poesia è “bella”, dunque, nondimeno lo è la
scoperta di una sua neofita.
Nel caso in ispecie, ho scoperto una poetessa,
mimetizzata in un “sottobosco scolastico”, che è pieno oggigiorno di pruni e
rovi, dove spesso virtude e conoscenza latitano e cui nomi strani sono dovere, dottrina e sapere.
“Musica dell’anima ...luogo e
scrigno dell’Umanità” è un florilegio di 29 poesie (comprensive di lettera
e canzone), pervase da una freschezza espressiva che non fa venire meno la
percezione di una profondità di pensiero e di uno spessore culturale non
comune. Un’aggettivazione raffinata conferisce una certa classe artistica che
fa pendant con la classe femminile che le ha prodotte con la spontaneità di una
fonte rupestre. Sono 29 lampi del cuore e
dell’intelletto, che mostrano un’aria poetica corredata di un ritmo incalzante,
mai convulso; si bevono tutto d’un fiato, senza singhiozzi.
Il lettore assorbe il messaggio e lo fa suo. Non è la
poesia dell’autrice, non è la poesia assimilabile a questo o a quell’autore, ma
dell’umanità stessa, che si interroga per
giungere, in campo metafisico, ad una risposta soddisfacente ai mille perché
della vita, per trovare l’arcano principio di tutte le cose che quasi sempre,
lasciandoci confusi e disorientati, ci sfugge o svanisce.
Leggendo le liriche si respira un’aura volontaristica
di esistenza, d’affermazione quasi dispotica del vivere per la vita, non per la
farsa. Non una sdolcinatura, nessuna concessione alla sterile e vieta retorica, ma schioppettate di verità che bucano la bruma di
ipocrisia untuosa che caratterizza il mondo odierno. È un inno alla vita,
l’affermazione della superiore armonia morale e spirituale dell’uomo che vive
lottando, gioendo, piangendo, perdendo e vincendo. Si avverte, quasi scandita,
una tensione passionale, mai ferina, tanto meno stucchevole, dell’uomo che vive
tra gli uomini, dell’uomo che vive la sua vita nel suo
tempo, ma che crede nel suo passato e ha fiducia nel suo futuro.
La poesia non ha, infatti, una collocazione temporale, perché l’essenza di verità che emana abbraccia l’intera storia
dell’umanità. I versi trasmettono al fruitore una
musicalità dolce ed arcana, una flebile e subliminale melodia e lo conducono verso le terre
dell’ignoto e del mistero del mondo interiore, facendolo galleggiare smagato
in una nuova dimensione di lucida autocoscienza, intesa come attività
riflessiva del pensiero che consente di avviare, appunto, un processo di
introspezione rivolto alla conoscenza degli aspetti più profondi dell’essere.
“Il Tempo”, poesia veramente notevole,
rappresenta, in un certo senso, la summa della poetica dell’autrice, in quanto esprime la sua filosofia della vita: un mix ben
riuscito di corporeità (Esseri cosmici vaganti nello spazio dell’universo
infinito...) e spiritualità (L’anima, antenna invisibile,
veicolo sottile e immortale...).
“Inno alla Natura” è una preghiera alla Natura. Si intravede un paradigma di «panteismo trascendente», che tende a risolversi
nella concezione più generale, secondo cui Dio è immanente alla Natura e non
solo si disvela, ma si realizza anche nelle cose. A tal proposito, nel Vangelo
apocrifo di Tommaso si legge: Io sono la Luce: quella che sta
sopra ogni cosa; io sono il Tutto: il Tutto è uscito da me e il Tutto è
ritornato in me. Fendi il legno, e io sono là; solleva
la pietra e là mi troverai.
“Petali di Vita” tratta il tema dell’infinito. Camminare oltre i/
confini naturali/ del mondo, in un/ presente invisibile,/
senza tempo… sono cinque versi che esprimono chiaramente un
anelito al superamento delle categorie dello spazio e del tempo, quindi, dei
limiti della vita. La forza evocativa della immaginazione consente di spaziare
nell’eterno e di rifugiarsi nell’infinito per raggiungere l’immortalità
metafisica dell’anima. Leopardi c’è riuscito. Leopardi è il nostro Maestro.
Nella “Innocenza perduta” il divenire dell’esistenza
è vissuto come momento fuggevole che l’essere, perduto il candore
dell’innocenza, non potrà più recuperare. Serpeggia un sottile velo di
malinconia misto al pessimismo della ragione.
In “Alito di Vita” c’è la conferma: la Vita è
rappresentata come ..un perenne chiaroscuro, che non
dà scampo… ed è come ...un labirinto segnato dal fatale
destino… E, tuttavia, l’autrice ci indica l’Amore come via
d’uscita dal labirinto, una sorta di filo d’Arianna, che ci potrà salvare dal
nichilismo di un’esistenza a senso unico. Questo Amore, nell’accezione platonica, insieme alla ricerca incessante del bene e
della verità, è inteso come una panacea e come la luce di un faro che ci indica
l’imbocco di un porto.
“La Vanità delle sorti umane” è una lirica che tratta il tema delle illusioni. La
vita stessa dell’uomo… di invisibili
brandelli di Ego vestito… su per la via dell’inganno… è una
corsa disperata verso il nulla, un susseguirsi di atti sconnessi e senza valore… che termina con la vecchiaia e la morte. È, comunque,
un invito a vivere bene il tempo, a vivere con gioia il presente e a non
credere o sperare in cose che sono destinate, prima o poi,
a scomparire.
“Il Fiore della Vita” e “Ai cari estinti” trattano, con immagini
diverse ma identica emozione, il tema della fragilità umana e del transeunte
passaggio terreno.
Con “A una persona molto speciale” tocca con discrezione e
tenero pudore il tema dei sentimenti affettivi: è una lettera al padre defunto
rimata con commozione misurata perché mediata dalla consapevolezza
dell’ineluttabilità della morte che, come una spada di Damocle, ci accompagna
costantemente.
L’accorata lirica “I semi della Speranza” ha un taglio didascalico.
L’autrice leva alto e solenne il grido evangelico dell’Amore universale;
manifesta un pervicace ottimismo della volontà, che si sostanzia nella speranza
che la granitica roccia del disimpegno si frantumi e sparga il seme del bene e
della libertà in questo atomo del male.
L’“Arcobaleno degli oppressi” è una poesia di denuncia
di grande intensità; come un torrente in piena le immagini poetiche travolgono
il lettore con la loro forza evocativa e tracima la pacata indignazione dell’artista, che rifiuta lo sterile ruolo degli onesti con il
bavaglio. Il sentimento della solidarietà per l’uomo che soffre supera gli
angusti confini del proprio particulare nazionale per abbracciare
l’umanità intera e levare un grido di dolore anche quando il malanimo degli
oppressori colpisce in luoghi remoti non solo geograficamente, ma anche
culturalmente. L’alterna storia delle vicende umane ci pone spettatori passivi
delle tragedie di popoli che l’un contro l’altro
combattono un’assurda lotta per la sopraffazione dell’uomo sull’uomo, ma è qui
il discrimine tra l’impegno civile di un animo sensibile e sodale e la
superficialità di chi conduce una vita ad interim.
In un mondo dominato dalla ricerca continua del vacuo,
dell’effimero, di una penosa superficialità, di un doloso disimpegno, del
consumo scellerato, usata come narcotico per lenire l’insoddisfazione
strisciante che serpeggia nella vita dell’uomo e come viatico nella tragica
corsa verso il baratro del nulla, l’autrice ci suggerisce “Il Tesoro dentro di noi” per superare di slancio
quella che io chiamo la menata della vita
L’Anima è il luogo dove possiamo trovare tutte le
risposte per rinascere e ricreare una vita autentica e dignitosa. È la sua
ricetta poetica: sta a noi assorbirla o respingerla.
A. Borgh
Pachino,
novembre 2010 |
|
Fulvio Maiello, Il crepuscolo della nobiltà, Libreria Editrice Urso
Un’immagine… una sola.
Un balcone… non uno qualsiasi ma uno fra i più belli del mondo… antico, sontuoso, monumentale dalla ringhiera panciuta in ferro battuto, sorretto da un maestoso mensolone di pietra bianca calcarea abilmente scolpito e raffigurante sirene…
Ecco, su uno sfondo dall’intenso colore giallo oro, è questa l’immagine posta in primo piano alla copertina del bel libro di Fulvio Maiello “Il crepuscolo della nobiltà”, come simbolo di un passato glorioso…
Un’epifania… a rappresentare la ricchezza e lo sfarzo dell'epoca barocca in Sicilia e, al contempo, il desolante, triste declino di una elite tradizionale. Metafora di un universo destinato, come tutto e tutti, a perire nella polvere e nell’oblio... in quel nodo fra tradizione e velocità dei mutamenti.
In un trionfo di stile ricercato e di creatività fino al parossismo, dunque, un balcone, fra i tanti, di un fastoso palazzo storico nella sublime, sorprendente, stupefacente bellezza della Noto aristocratica ed elegante della prima metà degli anni Cinquanta, in una fase di preludio al cambiamento economico, che costituisce lo sfondo di questa fantasiosa storia, su cui si consuma il languido e struggente tramonto di un antico casato dell’elite tradizionale netina, quello della famiglia dei baroni Piazza d’Alveria … assieme al desiderio di tenere vivo il ricordo della sua magnificenza, dei vetusti splendori di quella che è stata… e ora non è più!
“Non ci sono più i balli e le feste di un tempo… quando la nobiltà era una cosa seria, una missione.... Era cominciato il declino dei nobili, chiusi nei loro riti… Erano le famiglie più fedeli al re al tempo della casa regnante dei Borboni e a corte avevano ricevuto i privilegi, i titoli nobiliari e vasti latifondi, ma ora erano ridotte a difendere con le unghie e i denti i loro possedimenti dalla nuova politica venuta in auge dopo l’unità d’Italia…”.
Sotto la luce rischiarante dell’inquadramento temporale, la lucida analisi di Maiello non fa che mettere in risalto la netta incompatibilità tra la nobiltà e la modernità, tra la nobiltà e la politica. E’ l’incolmabile fossato tra una nobiltà che spreca la sua agonia in uno sterile recupero degli antichi privilegi e una società che, nel corso della sua inarrestabile trasformazione, vive momenti di profonda crisi…
Ora “un vento nuovo soffiava sulla Sicilia e aveva l’odore del progresso e dei commerci… a Noto tutto stava cambiando velocemente… Le famiglie nobili…, per la prima volta nella storia, si scoprivano deboli e indifese e non riuscivano più a guidare gli avvenimenti…”.
In questo malinconico scenario, oscillante tra vecchio e nuovo, in cui tutto sembra sfuggire di mano e nulla può soddisfare il casuale succedersi di eventi, ciò che convince del racconto di Maiello è la sapiente costruzione di vicende che, intrecciandosi in una ghirlanda di spunti, di elementi inventati e reali allo stesso tempo, vanno a comporre un raffinato quadretto d’antan, una storia ben calibrata nell’impianto narrativo, sottile e precisa come un ricamo, che non sarebbe dispiaciuta a Tomasi di Lampedusa, l’autore del “Gattopardo”.
Le dinamiche politiche, sociali, economiche di quegli anni, insieme a quelle indicative di una buona conoscenza della storia dell’arte, sono tutte ben presenti all’autore, che, possedendone le chiavi interpretative, evita di darcene una traduzione didascalica e preferisce invece affidarle ai suoi personaggi, che le fanno scaturire direttamente dal vissuto quotidiano.
Nei colloqui, vivaci e frequenti, nelle puntuali descrizioni di quell’ambiente frivolo e leggero, nelle accurate e fantasiose ricostruzioni dei fatti, emerge una poliedricità di eventi storico-sociali reali, significativi degli anni Cinquanta (come le lotte per la riforma agraria e per l’occupazione, l’emigrazione, il “Miracolo economico), che segnano il trascorrere del tempo e illustrano efficacemente sia i sintomi del disfacimento nobiliare e della debilitazione personale sia le condizioni di vita e di lavoro delle classi sociali meno abbienti.
La lettura del romanzo, attraverso le digressioni sulle vite e vicende parallele e incrociate, coinvolge profondamente il lettore e gli restituisce il piacere di fare una speciale passeggiata a ritroso nel tempo per immergersi, con naturalezza, nel cuore antico di uno spazio circoscritto così pregnante di emozioni, capace di contenere una moltitudine di gesti e discorsi, di gioie e speranze.
Le sequenze, simili ad eleganti riquadri in miniatura, sono studiate non solo per tratteggiare personaggi a tutto tondo, ma anche per delineare accuratamente ambienti, situazioni con parole che, a volte, sfiorano la poesia, tramutandosi in versi...
I connotati fisici e geografici dei luoghi, puntualmente descritti con dovizia di particolari da Maiello, infatti, sanno restituirci con efficacia immaginativa un agglomerato sensibile di essenze naturali, quali il clima, i profumi, i colori e le luci, che si associano amabilmente ad antichi ritmi quasi alla ricerca di una ieraticità della terra, di quell’affascinante, infuocato, nobile lembo della Sicilia sud-orientale: Noto e dintorni… San Corrado, i paesaggi… in quel loro misto di terra e di mare, di vento e di afa, di sole e di ombra…
“Un paese calmo e composto”, un luogo… che, come ebbe a dire la stesso Gesualdo Bufalino, “se uno ci capita, resta ammaliato, intrappolato e felice”. “Il Giardino di pietra incantato, il giardino delle fate… che sembrava una cartolina turistica… con un susseguirsi straordinario di opere monumentali… dotata di un’anima che si manifestava con fremiti leggeri nel passaggio dalla luce delle facciate di pietra all’ombra delle vie”.
Reali, vivide immagini d’ambiente queste, sempre gradevolmente incastonate nel racconto e, così, abilmente fuse con le figure dei due baroni protagonisti, padre e figlio, che si snodano tra le pagine del romanzo in un itinerario fluido e costante, mescolandosi, sempre sul filo della fantasia, con la storia e la vita degli altri personaggi.
Senza enfasi e con la delicatezza del conoscitore profondo dell’animo umano, all’interno di una realtà soffocata dalle apparenze, il narratore mette in luce un caleidoscopio di umanità: i sentimenti, le espressioni, i conflitti interiori dei baroni, Lorenzo e Francesco Piazza d’Alveria. Ultimi rappresentanti di quella aristocrazia “avvinghiata all’imperativo di declinare sopravvivendo o sopravvivere declinando” (G. C. Jocteau) nel trapasso tra antico e moderno, nel momento storico di svolta tra un passato regime e un avvento borghese.
Il barone Lorenzo, anziano e infermo a causa di una paralisi alle gambe, fin dall’incipit, rivisitando la sua vita come sono solite fare le persone avanti con l’età, si presenta introspettivo… è “un sentimentale nostalgico che viveva di formalità e ricordi e non si accorgeva che i tempi cambiavano… si rivedeva giovane quando girava in lungo e in largo per le sue campagne con il calesse e i contadini si levavano la coppola al suo passaggio…”.
Il figlio Francesco, invece - come si legge nel romanzo – “sembrava non avere ereditato nulla dell’antica nobiltà del casato”. Presto, però, “cambia pelle e testa…”. Dietro le sollecitazioni del padre a curarsi delle vaste proprietà di famiglia, il giovane barone, infatti, passa da una gioventù godereccia a uno stile di vita più assennato.
Ritrova l’amore vero per una ragazza della buona borghesia netina e si impegna in un’attività imprenditoriale volta a un ammodernamento economico dei suoi vasti possedimenti. E’ ora un uomo sicuro di sé… seriamente proiettato verso “il giorno che verrà…” di una nuova alba!
Con un atteggiamento elegiaco e pensoso, l’autore delinea, scruta il percorso evolutivo del giovane barone, il quale, al di là della nobiltà di sangue, testimonia la vera nobiltà sfatando in tal modo il classico clichè di un’innata superiorità di questa rispetto alle classi sociali subalterne.
“La nobiltà - è lo stesso padre a ricredersi sulla sua funzione - non poteva costituire una differenza rispetto agli altri uomini perché tutti nascono allo stesso modo, nudi e indifesi, belli o brutti, sani o malati… Nobili si era nell’animo e la nobiltà era una categoria dello spirito non attribuita da una pergamena o da uno stemma, ma innata nel cuore e nella mente”.
Francesco, consapevole della progressiva parabola discendente del suo ceto e dell’economia agricola, su cui esso, per secoli, ha costruito le sue fortune, ora è pronto a “dare… a fare qualcosa che vada a beneficio dei concittadini per aiutarli nelle attività d’impresa…”. E, acutamente, intuisce che “esisteva un altro mondo al di fuori del suo… non più diviso in due categorie… che niente era più come prima… che i vecchi riti familiari non avevano più senso e la considerazione della gente non si basava più sul titolo ereditato dagli avi ma sulle qualità e l’intelligenza personale”.
Ora una luce improvvisa trapassa la mente del giovane barone e arriva al suo cuore come uno spiraglio nelle tenebre, che gli permette di uscire dal suo bozzolo dorato: è la spinta di un sentimento di riabilitazione, che rappresenta la storia della sua realizzazione personale, è la via per la rinascita, è la scoperta dell’Amore…, attraverso una nuova visione del mondo generata da forze centrifughe opposte sorprendentemente cariche di vitalismo, di azione e di speranza.
Nelle ultime pagine del romanzo l’epilogo, che rivela la coerenza e la tenuta dell’opera, vede l’anziano barone finalmente sereno e soddisfatto: l’attività imprenditoriale è ormai avviata e il sogno di vedere il figlio mettere su famiglia è realizzato. Ora vive con la garanzia di una continuità nella tradizione e nel ricordo, ma con lo sguardo avanti… di un futuro certo nella continuità del proprio casato.
E’sicuramente il modo più esclusivo di dare un senso alla propria vita, di salvarsi dall’abisso dell’incipiente dissoluzione, e di credere nei valori nobili e immutabili, attraverso la memoria.
Ed è anche un modo per ricordare ad ognuno di noi che, pur nella negatività del reale, c’è sempre posto per un orizzonte, al di là del quale possiamo guardare per andare verso un futuro che ci appare nuovo e meraviglioso…
“E’ la musica che nessuno ha scritto ma che tutti possono sentire, se solo lo vogliono”.
Mary Di Martino
FULVIO MAIELLO
Il crepuscolo della nobiltà
2010, 8°, pp. 128
Collana MNEME n. 29
Euro 13,00 
ISBN 978-88-96071-26-7
|

POETA PRESENTA POETA
Mary Di Martino
per
“Le nostre esistenze” di Sonja Alia
“Cerco l’infinito” di Lucia Bonanni
“Vibrazioni sconosciute” di Cettina Lascia Cirinnà
(Libreria Editrice Urso)
“La poesia è un vomere che ara
e rivolge il tempo,
portando alla superficie
i suoi strati più profondi e fertili;
la sua terra nera torna alla luce.”
(Mandel'ŝtam)
La loro fioritura - un candido sbocciare in filari che dipingono incantevoli vie di fuga verso il cielo, là dove le nuvole cambiano continuamente forme e direzione, come i pensieri, come le sensazioni - è uno dei più poetici annunci di primavera che la natura siciliana sappia regalare allo sguardo... Ebbene, è proprio pensando ad essi, ai mandorli della mia terra, che mi sovviene un paragone con la variegata “esplosione” di poesie fiorite, da nord a sud, di questa bellissima primavera letteraria avolese, di quel dì di marzo, all’interno della splendida cornice in cui si è attuata e conclusa l’edizione 2011/2012 del Concorso: “Libri di-versi in diversi libri”.
Nelle eleganti e policromatiche vesti grafiche della Libreria Editrice Urso, i numerosi libri di poesie presentati in concorso sono stati scelti e pensati come tanti diversi tasselli di un grande mosaico emozionale sapientemente confezionato, come una mappa esauriente, un sistema aperto in uno spazio in cui sono venute a convergere le specifiche individualità degli scrittori emergenti e di talento, ognuno con le loro interiorità ed esperienze di vita, con le loro virtuosità poetiche e scritture differenziate. Ma uniti tutti dall’affinità delle loro anime e dal comune amore per la Poesia, intesa, secondo la concezione di Paul Celan, e che io condivido, come “luogo utopico”, ma pur sempre realissimo, di un possibile incontro con l’altro. Luogo che il poeta rumeno identifica con il “meridiano” (titolo omonimo della sua nota opera), figura immaginaria, metaforica, geografica, segno convenzionale e criterio di orientamento nello spazio e nel tempo. Una linea immateriale, ma allo stesso tempo terrestre, reale che indica una direzione attraverso svariati territori biografici e concettuali, su cui ogni individuo, (ogni poeta), ha la possibilità di tracciare il proprio cammino verso l’altro o ciò che è “altro”, dilatare lo sguardo al di là dei confini nazionali, scorgere connessioni nuove, congiungendo voci associate e fuse, provenienti da spazi, tempi, e lingue diverse.
Un pensiero, questo, capace - come afferma Mandel’štam ne “La parola e la cultura” - di muovere e rivoltare le zolle della cultura, avvalendosi di un “vomere” altrui, la poesia, appunto. Tendenza, a me pare, riscontrabile anche in quella che è stata l’anima del Concorso letterario organizzato da Ciccio Urso, per quel gesto di “meridiano” scambio empatico tra un poeta e l’altro che ha caratterizzato l’intero evento letterario, per quel mettersi in comunicazione, in simbiosi con l’interlocutore che diventa elemento dell’Io, fino ad esserne parte costitutiva. E', infatti, nello scambio, nel continuo confronto con il mondo circostante, che l’anima umana prende anche coscienza della sua complessità e ricchezza.
Questa, si può dire, l’essenza che sostanzia tre silloges d’esordio, fattemi dono dalle stesse autrici mie amiche, che, grazie all’irripetibile individualità di ognuna, concorrono a formare una koinè tutta al femminile, creativa e coinvolgente insieme. Si tratta de “Le nostre esistenze”, “Cerco l’infinito”, “Vibrazioni sconosciute” (Libreria Editrice Urso), rispettivamente di Sonja Alia, Lucia Bonanni e Cettina Lascia Cirinnà, tre donne diverse per personalità, ma accomunate da un’intelligenza marcata mista ad una estrema sensibilità.
Leggere i loro versi è stato come trovarmi di fronte a un potente afrodisiaco per l’anima, a un caleidoscopio di indescrivibili emozioni! Mi sono entrati subito nel cuore perché parlano sommessamente e semplicemente di ciò che sentiamo…
Da essi emergono tutte le peculiarità artistiche e culturali di ognuna, sottolineate in tutto il loro incisivo spessore. In particolare, si percepisce un sottile filo di senso, quasi invisibile, che lega non solo ogni parola all’altra, ma un mondo interiore all’altro, quasi a tracciare, pur con le differenze significative delle espressioni poetiche e della metrica, uno stile compositivo che riesce, con effetti e declinazioni assai diversi e personale, a coinvolgere chi legge come trascinato da una scia di vento, che ti prende e poi ti lascia andare, in una sarabanda semantica di visioni oniriche e reali... “Offrire una poesia, e la propria apertura ad esplorarla insieme, è dichiarare la propria disponibilità ad accompagnare l'altro nel suo sentire nascosto e pudico.”
Far correre la mente sulle parole di queste poetesse è come passeggiare su un arcobaleno, volare tra le galassie, navigare tra le stelle, vivere per un po' abbracciati alle loro anime così calde e radiose, così pulite, sottili, palpitanti… e così morbidamente femminili! Questo è il sussulto inebriante che a me ha offerto la loro poesia: tutto il canto dell’universo dentro di me, per quel valore supremo dell’immaginazione che diventa conoscenza, grazie al lavoro dell’artista che la rende eterna, in quanto “quel che l’Immaginazione coglie come cosa bella, quella deve essere la Verità.” (J. Keats).
“Entrare" come per magia nelle intenzioni che hanno scaturito la nascita di quelle parole è come scoperchiare ciò che non è esplicito, estrarre dalla polvere che ha ricoperto le pagine ricordi, sensazioni, turbamenti… Mi è sembrato quasi di vivere la stessa emozione d'un archeologo che scava nella terra, nel passato, nell'oscurità del tempo, per riportare alla luce ciò che era sepolto, sedimentato, dimenticato, celato sotto un sottile velo di terra. Per tirar fuori anche un solo bagliore, dove non si credeva di poterlo trovare…, un bagliore che renda giustizia a emozioni taciute e, forse, mai condivise, affinché riconduca al messaggio autentico di amore per la vita e possa creare empatia. Sì, proprio quell’empatia, di cui ho fatto cenno sopra, grazie alla quale, proprio in virtù di quel vecchio principio ermetico che da sempre conferma che “siamo tutti costantemente in contatto”, un “io” insieme agli altri “io” sarà capace di tessere questo grande arazzo che è il mondo, pieno di strappi, sì, ma non ancora troppo tardi per immaginarlo come il migliore dei mondi possibili.
E queste poesie, oltretutto simili a pregevoli e precise miniature di Holbein, sono la dimostrazione di quanto ciò si possa realizzare, nel loro tentativo di valutare il senso della vita e di raggiungere, in un mondo caratterizzato da miseria e sofferenza, qualcosa di permanente da conservare nel tempo.
In questo processo di analisi e di immedesimazione, nel quale “ è me che vengo a cercare... perché è in te che sono.” (A. Anzellotti), le voci delle tre poetesse diventano un tutt’uno con la bellezza del pensiero e la forza magica e trasformativa della loro poesia. Forza incantatoria che, attraverso il gioco delle parole, muta con meraviglia e lirismo nascosto forma, colore, sostanza a seconda delle sfumature che vuole comunicare ed imprimere al messaggio. Non sono più il pensiero e l’emozione a venire trasmessi per mezzo del linguaggio, ma è il linguaggio stesso a generare un suggestivo spazio semiotico, in cui il lettore diventa interprete attivo e creatore di senso.
E su questa superficie di senso e di segni, così finemente increspata, s’innesta la silloge poetica “Le nostre esistenze” di Sonja Alia, una raccolta variegata di stati d’animo stilati con l’inchiostro dell’emozione sul cuscino di versi e strofe che incantano per la loro sottile e leggera eleganza architettonica, in cui l’uso degli spazi bianchi e l’assenza della punteggiatura vogliono esprimere la volontà di un monologo tutto interiore, pause di silenzio che sono propri dello spirito e della mente.
Quelli della Alia sono versi che, come quei candidi fiori di mandorlo o come i petali dei fiori di ciliegio, profumano di delicato sentimento d’amore, di speranza e attesa, di “… un’attesa / che muti il silenzio in concerto / di suoni e rumori / che / riempiano l’aria ed il cuore / di nuove / e / di antiche parole”. E si tramutano in un’elegia teneramente proustiana del tempo perduto, in quanto “corrono gli istanti della vita… trasformando i palpiti del cuore in schegge di ricordi da assemblare con stupore…”.
Sono parole - note su quel pentagramma che è il foglio di carta della nostra vita, su cui la nostra poetessa compone ed imprime pensieri ed immagini che si fondono in una sinfonia dolce e malinconica, dove indelebili ritagli di felicità e dolore, memoria affettiva, sussurri di ricordi e sensazioni sono gli arpeggi delicati di una partitura impaginata con il filo rosso dell’Amore. Attraverso questa silloge, che ha una propria luce, è possibile respirare il sentire sincero e introspettivo dell’autrice avolese, entrare con sorprendente naturalezza tra le righe dei suoi versi, ricavandone tenue sfumature e un universo di sentimenti condivisi.
In Sonja l’uso vibrante della parola, condensata in immagini e metafore, e avvitata alla forza interiore, si converte in densità di pensiero, in emozioni… quelle stesse emozioni che battono nel suo cuore. Un cuore che “… fa pace col dubbio e il dolore… ”, e nel quale “… si avverte / profondo / il mistero della vita che nasce / ma che niente conosce… “, un cuore, comunque, “… sempre assetato d’arsura d’amore”, e dove l’anima, l’intima vita dell’essere sensibile vissuta con coscienza vigile e attenta, si rivela in termini rari e profondi.
La sua poesia, misticamente bella come l’Ave Maria di Schubert, calibrata sugli affetti familiari, sui rapporti umani, ma anche volta alla sensibilità per l’aspetto metafisico della vita, è essenzialmente ricerca, meditazione nelle parti più fragili del nostro essere. Quasi viaggio in “questo universo / d’incontri / di fatti / che / ignari se realtà o parvenza / noi vivi chiamiamo esistenza”, e dove “siamo pugni di anime / proiettate nell’indefinito / come lo sono le stelle / nel buio infinito” e “le nostre esistenze / (sono) identità / che / scivolano / ogni giorno / fluttuanti e diverse…”.
La silloge “Cerco l’infinito”, di Lucia Bonanni, è la poesia stessa… Quella poesia che, secondo il parere dell’autrice, “fra tutte le arti è la più genuina, per quel suo sgorgare repentino dall’animo”, attraverso il “muto fragore” delle parole “che tra le righe / frantumano pensieri… le simmetrie / di luce che tra le sillabe / prendono colore… / e… che sulla pagina intonsa / un frusciare d’ali / lascia di seta…”.
Indizi, questi, di una poesia ialina che predispone l’animo al sublime, alla chiarità di montaliana memoria e, al contempo, manifesta una sua profonda autenticità, una labirintica forza dettata, come lei stessa nota, dal “desiderio sempre inquieto di concretizzare le idee... di condividere le pene di molti e dare poesia agli uomini… “Ehi, tu…, uomo / del terzo millennio, / imbevuto di bit, giga e ciberspazi / e da mille fronzoli / attratto, / che dinanzi alla mia penna / con fare allucinato / passi distratto… / allenta un momento il passo…”.
Tentativo il suo che si concretizza nella poesia, al fine di raggiungere qualcosa di permanente, non effimero, di recuperare i valori dell’esistenza contro la civiltà del rumore e del fatuo, attraverso il dono di “quel caleidoscopio di emozioni”, proprio perché di quel “soffio vitale e trasparente non si può fare a meno…” Verità riecheggiante “nella riposata stanza” (G. Pascoli) della Poesia, appunto, che consente di penetrare nella melodia segreta delle sfere celesti e di dare, secondo la convinzione di Wordsworth, “un’ancora di stabilità” alla vita, “essendo la sola possibilità di compensazione di un vuoto abissale.” (S. Raffo).
La poesia della Bonanni, pregna di un’innegabile fermezza morale, e insieme, fusa nelle passioni e nei sentimenti che ha come sottofondo il rumore della vita, viaggia nei versi come un fiume in piena… Avvolge e coinvolge per la forza icastica ed il mistero rivelatore della parola, in un cercarsi e un cercare continui, in un divenire cosmico, non rassegnato, dove si cercano le proprie radici e le proprie ragioni di vita. Da essa traspare un’anima profonda e sensibile: quella della persona che sa, conosce la fragilità della vita, le condizioni sociali, i disvalori e cerca, nell’inconscia speranza, di comunicare agli altri il proprio amore e trovare oltre la parola il centro, l’equilibrio dell’anima.
I versi di Lucia sono intessuti di corpose ghirlande di aggettivi, simboli, metafore, talora fuori dal tempo reale, che si incrociano, si rincorrono e rilanciano un linguaggio innovativo di forte impatto emotivo, grazie a quelle “intermittenze del cuore” – per dirla con Proust – che ci riportano alla memoria eventi o persone rimaste in ombra e che servono per ritrovare se stessi, o magari, per reintegrare “vuoti” del proprio vissuto.
E su questa superficie cromatica, nutrendosi di quella libertà sintattica che coincide con la libertà dello spirito, i suoi versi si pongono quasi come un “parlar cantando”, respirano un’aria nuova, riescono ad illustrare, evocare nel bianco di una pagina, nel mistero e nei riflessi intensi di poche parole, tutta un’umanità con i suoi stati d’animo e le sue emozioni più recondite: il mondo degli affetti, dei ricordi, quello dei bambini, degli umili e indifesi… “Quel globo… / quel pianeta / da dita sorretto di quanti / in misteri di cosmica affinità / un futuro migliore sperano ancora…”.
Non sono però quasi mai quadri reali, definiti nei suoi contorni, quelli che i suoi versi tratteggiano con tanto scrupolo. Caratterizzate da azzurrità e luce, le parole di Lucia Bonanni sembrano dissolversi e ricomporsi, quasi in una sorta di confusa dissonante orchestrina, per quell’intrecciarsi di trascendente e contingente, per quell’avanzare lentamente in un “altrove” più evanescente e sognato, dove c’è un’attenzione, una premura tipica di quell’ansia che consente alla poesia il “volo dell’albatro”, secondo la struggente immagine di Baudelaire. “Volo” che è anche tensione interiore che vibra con le correnti del nostro cuore, anelito, sete di ricerca di libertà e d’infinito che prende l’anima e la trascina in un viaggio affascinante, senza alcuna limitazione di tempo e di spazio, .
“Per andare dove amico?” – chiederebbe J. Kerouc, “On the road” – “Non lo so, ma dobbiamo andare e non fermarci mai, finché non arriviamo”. E per Lucia “quella dell’Infinito / è una sete che non si placa /e un vagabondare che non si arresta… desiderio di eternità… ombra che insegue (o) / tra dolci rime e colori sognanti…”, o “meta… nel sito sconfinato della (mia) memoria / così falsa e così vera”, che diventa “un ponte levatoio” tra “contrappunti di tinte e teorie di pensieri”, al confine tra sogno e realtà.
E in tali dimensioni e luoghi della mente, quando non si sa più dove finisce la realtà e comincia il sogno, tra l’interno e l’esterno, tra l’io e il mondo, tra i flussi inquieti e i riflussi arcani dell’anima si trova a cercare risposte anche Cettina Lascia Cirinnà, con la sua silloge poetica “Vibrazioni sconosciute”.
Vibrazioni, le sue, che si trasformano in versi intrisi di delicato sentimento, e questi in suoni, in cui la parola, come una corda di violino, non perde la sua essenza, ma viene investita di nuova energia. Sono parole che riescono a rubare l’impressione del momento, versi dallo slancio luminoso e fulmineo che si tramutano in schizzi colorati su una tela, la tela della vita. E come un “fascio di luce” illuminano i pensieri, “i petali puri e vergini di pensieri” che “affiorano dalla sabbia rovente / per dischiudersi / al chiarore della luna / e offrirsi così / senza reticenza alcuna / alle gioie dell’amore.”
Con accorata musicale limpidezza – quella stessa musicale limpidezza che connota gran parte delle malinconiche e struggenti melodie di Debussy – la poetessa scrive il suo sentimento scavando nell’alveo del tempo, “di un tempo presente / per sempre passato”, che delinea il carattere intenso e lacerante con cui affiorano “sopra un tavolino sgangherato / di memorie lontane…” affetti familiari, luoghi, persone e ricordi “stipati nella memoria / archiviati per stagione, per mesi, / per sospiri…”, in quella “scatola... colma di ninnoli e di foto / di un tempo / che non tornerà / mai più.”
I versi di Cettina si dispiegano come un vortice di sensazioni ed emozioni frammiste ai ricordi, come una spirale ascensionale che ci sorprende, ci fa gioire o soffrire, perdere la misura del tempo, ma senza mai farci perdere il filo della speranza! “Nel cerchio dell’esistenza / pareti bianche / si infrangono / ed io paziente / aspetto un fiore delicato / far capolino /da un terreno / avido /di speranze.”
Nella mente di Cettina rivivono situazioni e visioni trapuntate di nostalgica intimità, in un’evasione dell’Anima che “si dondola indifesa / tra i laghi e il mare / e raccoglie i cocci / di un cuore in eterno affanno.” E nel suo “acquario dell’Anima… / nuotano in ogni direzione (....) vestiti, oggetti regalati, fermacapelli, nastri colorati, bracciali, collanine…” che “in silenzio aspettano / di rivivere nei ricordi / di un passato recente…” Tutti tasselli colorati di un mosaico infinito nascosto “nei materassi della memoria”. In quella “memoria di corpi astratti” che “ riempie la mente,” e “svilita aspetta il domani /… diverso dall’oggi”, in un “divenire (che) si fa mistero e avvolge stanze vuote di vita.” Pensieri e vita, concetti e immagini si intrecciano, si accavallano come il susseguirsi delle onde marine! Le atmosfere sono allusive e sognanti, le rievocazioni, dai contorni indefiniti, sono rese con un commosso realismo descrittivo, dalle quali si possono scorgere lampi eterni con cui si “insaporiscono” i giorni della nostra vita.
Nella poesia della nostra autrice tutto può essere una “porta” che si apre; basta una lieve pressione e qualcosa può accadere! Può aprirsi “ uno spiraglio / di vita vissuta…”, attraverso cui “ombre e luci si rincorrono… / gioie e dolori si alternano…”; si possono aprire “orizzonti… sul mare infinito”, “strade senza margini / confini aperti all’infinito / senza steccati…” dove “i pensieri / corrono liberi / senza costrizioni.” E' l’afflato, la grazia spirituale che si manifesta, la porta dell’anima… la sola in grado di esplorare la vastità del cuore, poiché solo nell’immensità del cuore si trova l’accesso alla bellezza di tutte le cose, e la Poesia - come ce lo dimostrano Cettina, Lucia e Sonja - è la più bella risposta al richiamo dell’Anima… e alla sua eterna Bellezza.
Mary Di Martino
|
|
Collana OPERA PRIMA
C’è sempre un primo passo da
fare per realizzare un proprio sogno e questa collana si addice a chiunque abbia
un sogno nel cassetto, un desiderio da realizzare. Dare visibilità ad autori
inediti è spesso uno dei più entusiasmanti compiti di un editore.
- Venerando Argentino, Le mie poesie, 2004, 8°,
pp. 50, Euro 7,00

- Corrado Bono, Frammenti di luce, 2004, 8°, pp. 60, Euro 7,00

- Emanuele Tiralongo, La vita. Sogni ricordi e piccole riflessioni,
2004, 8°, pp. 52 – Esaurito

- Antonio Rametta, Vento, 2004, 8°, pp. 68, Euro 7,00

- Roberto Dorato, Un incontro a primavera, 2005, 8°, pp. 82 – Esaurito

- Enrico Alia, Poesii pi passatempu, 2005, 8°, pp. 80 – Esaurito

- Maria Giovanna Mirano, Uomini Liberi, 20064, 8°, pp. 282 – Esaurito

- Graziana Scaffidi, Momenti di poesia, 2005, 8°, pp. 48, Euro 7,00

- Linuccia Blanco, I sensi dell'anima, 2006, 8°, pp. 104 – Esaurito

- Giovanni Manna, Un “pianeta” da (ri)scoprire. Gela: la
mia, la tua, la nostra città, 2006, 8°, pp. 88, Euro 10,00

- Giuseppe Rosana, Finalmente mi sposo, 2007, 8°, pp. 88, Euro 10,00

- Emanuele Savasta, A una Venere appena sconosciuta, 2007, 4°, pp.
52, Euro 15,00

- Natalia Romano, I
colori del silenzio – Racconti, 2007, 8°,
pp. 88, Euro 10,00

- Tim Scrivello, Morire per la vita – Racconti, 2008, 8°, pp. 56, Euro 10,00 – ISBN 978-88-96071-04-5

- Salvatrice Pirreco, La nuvola che voleva andare sulla luna e altre fiabe, 2008, 8°, pp. 104, Euro 15,00 – ISBN 978-88-96071-06-9

- Paola Liotta, Del vento, e di dolci parole leggere..., 2009, 8°, pp. 88 – ISBN 978-88-96071-13-7– Esaurito

- Fabrizio Demaria, Pelle – Racconti, 2009, 16°, pp. 112, Euro 8,00 – ISBN 978-88-96071-14-4

- Emanuela Strano, Le mie sane paranoie, 2009,
8°, pp. 88, Euro 10,00 – ISBN 978-88-96071-11-3

- Emanuele Lombardo, L'eco del gusto, 2009, 8°, pp. 80, Euro 12,50 – ISBN 978-88-96071-12-0

- Mia, Io vampira, 2009, 8°, pp. 344, Euro 19,00 – ISBN 978-88-96071-22-9

- Giovanni Parentignoti, Homo minor mundis (Poesie e prose), 2009, 8°, pp. 56 – ISBN 978-88-96071-24-3 – Esaurito
- Mariano Grillo, Non dirmi... Ci vediamo domani, 2011, 8°, pp. 56 Euro – (in corso di stampa)
- Cettina Lascia Cirinnà, Poesie d'estate, 2011, 8°, pp. 96, Euro 12,00 – ISBN 978-88-96071-38-0

- Giulia Tiralongo, La corsa sul mare, 2011, 8°, pp. 240, Euro 15,00 – ISBN 978-88-96071-39-7

- Davide Scamporlino, Ciò che un cuore, in continuo andare, sente di dire, 2011, 8°, pp. 56, Euro 9,00 – ISBN 978-88-96071-41-0 – (in corso di stampa)
- Mariella Curcillo, Il trascorrere della vita, 2011, 8°, pp. 56, Euro 9,00 – ISBN 978-88-96071-43-4

- Salvatrice Catinello, Come potrò dire a mia madre che ho paura? (a cura di Roberta Malignaggi), 2011, 8°, pp. 120, Euro 14,00, ISBN 978-88-96071-48-9

- Mary Di Martino, Musica dell'anima, 2011, 8°, pp. 72, Euro 12,00 – ISBN 978-88-96071-44-1

- Sebastiano Sirugo, La mia vita in mare, 2011, 16°, pp. 56, ill., Euro 7,00 – ISBN 978-88-96071-54-0

|
|