Il Cammino
di Santiago de Compostela
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Benvenuti sul sito della Libreria Editrice Urso, dal 1975 un angolo di cultura ad Avola. Novità del mese Offerte del mese Acquista conten per informazioni
I libri in lingua italiana per il Cammino di Santiago
LIBRO ITALIANO
DEI PELLEGRINI DI SANTIAGO DE COMPOSTELA
Le tappe del Cammino francese
Inserisci le tue foto del cammino

cammino di Santiago

DEDICATA AL PELLEGRINO
© Francesco Urso

Donnalucata

 

foto

da http://www.caminosantiago.org/cpperegrino/cpalbergues/caminofrances.html
ALBERGUES DEL CAMINO FRANCES

da http://caminodesantiago.consumer.es/albergues/
ALBERGUES DEL CAMMINO FRANCESE

Con l'andare si fa la via...
SENTIERI PROPOSTI PER L'ANNO 2008
dalla Libreria Editrice Urso alla Mailing List
con I PERIPATETICI DI ELORO
e con AVOLA IN LABORATORIO
L'attività esterna alla Libreria Editrice Urso, a parte ordinarie presentazioni di autori e libri in libreria e in locali pubblici, si dispiega nelle iniziative culturali di AVOLA IN LABORATORIO, dei PERIPATETICI DI ELORO e nelle ESCURSIONI DELLA MAILING LIST verso l'estero, con preferenza negli ultimi cinque anni della Grecia e della Spagna. Senza un rapporto costante e intrecciato con la società e con gli uomini la nostra stessa esistenza sarebbe stata ancora più povera. Ci corre l'obbligo di ringraziare amici vicini e lontani, che condividendo il nostro cammino, ci arricchiscono con tutti i loro doni che solo in parte si evidenziano in questo nostro virtuoso e virtuale spazio.

Viandante, son le tue orme
la via, e nulla più;
viandante non c'è via,
la via si fa con l'andare.
Con l'andare si fa la via,
e nel voltare indietro la vista
si vede il sentiero che mai
si tornerà a calcare.
Viandante non c'è via,

ma scia sul mare.

Antonio Machado
(da Campos de Castilla in A. Machado, Opera poetica, Le Lettere, 1994)

LilianaCon l'andare si fa la via...
L'attività esterna alla Libreria Editrice Urso, a parte ordinarie presentazioni di autori e libri in libreria e in locali pubblici, si dispiega nelle iniziative culturali di AVOLA IN LABORATORIO, dei PERIPATETICI DI ELORO e nelle ESCURSIONI DELLA MAILING LIST verso l'estero, con preferenza negli ultimi cinque anni della Grecia e della Spagna.
Senza un rapporto costante e intrecciato con la società e con gli uomini la nostra stessa esistenza sarebbe stata ancora più povera. Ci corre l'obbligo di ringraziare amici vicini e lontani, che condividendo il nostro cammino, ci arricchiscono con tutti i loro doni che solo in parte si evidenziano in questo nostro virtuoso e virtuale spazio.


mercoledì 24 giugno 2009 alle 20,30 incontro di Avola in Laboratorio

giovedì 2 luglio 2009 - Tra sacro e profano da Avola ad Avola Antica
Partenza alle 18,00 da Piazza Crispi (vicino all'ex Ospedale di Avola) e ritorno intorno alle 23,00 verso Avola (con arrivo previsto intorno all'1,30). Otto chilometri in salita dolce, non difficile, con il superamento di una differenza altimetrica di circa 400 metri sul livello del mare, e altrettanti chilometri in discesa per la stessa strada, con pizza in prossimità del Santuario della Madonna delle Grazie. Portare zainetto con bevande e giubbotto catarifrangente.
Hanno già dato la loro adesione: Ciccio Urso, Liliana Calabrese, Lilia Urso, Nina Coletta, Maria Grazia Restuccia, Michele Urso, Sebastiano Basile, ecc.

primaveraDalle otto alle otto20/21 marzo 2010 sabato/domenica SETTIMA EDIZIONE DI DALLE OTTO ALLE OTTO SALUTO ALLA PRIMAVERA DEL 2009 per una primavera di pace nel mondo e dentro di noi. Su itinerario proposto già nel 2007 da Giuseppina Antonuccio Sessa, partenza da Piazzale della Pace, sul Viale Aldo Moro alle ore 22,00; prosecuzione verso contrada Mammanelli e sbocco al Km 3 della strada statale 115 Avola-Noto. Condivisione della cena intorno alle 24.OO in casa privata, in contrada Cicirata con svolgimento del tradizionale concorso e premiazione della "Poesia regina della primavera 2009" (ognuno dei partecipanti porta con sé, pena esclusione dalla manifestazione, una poesia a tema libero che, leggendola, sottopone al giudizio di tutti i partecipanti). Prosecuzione del cammino con arrivo alla contrada Mare Vecchio per l'attesa dell'alba in prossimità della tonnara di Avola, con la speranza, e, quasi, la certezza,
di una nuova magnifica primavera di pace e di serenità.
Portare poesia, giubbotto catarifrangente, cena, dolci e bevande...
ITINERIARIO IN VIA DI DEFINIZIONE
La manifestazione suddetta si svolge ogni anno in occasione della “Giornata mondiale della poesia”, indetta dall'UNESCO, che in tutto il mondo viene fatta il 21 marzo, mentre ad Avola si festeggia nella notte tra il sabato e la domenica prossimi a quella data.

Aderisci con una e-mail a dalleottoalleotto@libreriaeditriceurso.com

CamminoDA SAINT Jean Pied DE PORT, OPPURE DA SOMPORT, FINO A SANTIAGO DE COMPOSTELA IL PROGETTO CONTINUA (2004, 2005, ..., 2007, 2008, 2009...) Escursione mediante un cammino di circa 800 km a piedi, in bicicletta o a cavallo sino a Santiago de Compostela (Spagna). E' l'itinerario di un pellegrinaggio rimasto Ciccio e Lilianavivo per oltre 1.000 anni, nella Spagna romana (allora erano i Celti a percorrerlo), araba e cristiana. E' il Cammino di Santiago, "Il Cammino" per antonomasia, che dai vari paesi d'Europa conduce, attraversando il Nord della Spagna, a Santiago di Compostela e al mare. Percorrerlo è come rivivere più di mille anni di storia. Circa mille sono infatti gli anni del cammino cristiano, ma prima ancora era un cammino di iniziazione celtico... ADERISCI lasciando Libro italiano dei pellegrini di Santiagointerno al sito della Libreria Editrice Urso.

 

 

 

 

 

LibravolaCon la manifestazione LIBR'AVOLA si intendono realizzare camminate in lungo e in largo sui temi della letteratura della poesia, della narrativa, dell'arte, ecc., in una lunga serie di incontri realizzati intorno alla metà di ogni mese in locali pubblici e dedicati soprattutto alle opere e agli autori della Libreria Editrice Urso di Avola.

Date programmate nel 2009: 22 agosto


 

peripateticiPeripateticiGruppo dei PERIPATETICI DI ELORO Consueto appuntamento alle 9,30 della seconda domenica di ogni mese (ad eccezione di luglio, agosto e settembre) nella Piazza di Lido di Noto. Camminando e filosofeggiando, parlando di letteratiura, arte, musica, scienza e di ogni altra cosa possibile e immaginabile, si va attorno al teatro greco, all'agorà, al tempio di Demetra dell'antica colonia greca di Eloros, in un paesaggio unico...
Appuntamenti previsti nel 2009: 13 settembre, 11 ottobre, 8 novembre, 13 dicembre. IN luglio e agosto si fa pausa.
I temi trattati in ogni occasione vengono definiti di volta in volta dai partecipanti e comunicati nella pagina dei Peripateci di Eloro

 

 

Avola in laboratorioGruppo di AVOLA IN LABORATORIO Associazione di fatto di cittadini che vogliono promuovere uomini e cultura nel territorio, senza obblighi di tesseramento e versamento di quote sociali e senza organismi dirigenti; laboratorio originale di democrazia culturale con miniconferenze a tema imposto e libero allo stesso tempo, con appuntamenti fissi nell'ultimo mercoledì sera di ogni mese (ad eccezione di luglio, agosto e settembre), dalle 20,30 alle 23,30 in Ristoranti-pizzerie del territorio netino e avolese.
Appuntamenti previsti nel 2009: 28 ottobre, 25 novembre.

 

 

È necessario comunicare sempre ogni adesione
inviando una e-mail a escursioni@libreriaeditriceurso.com).
pace
Chiunque può partecipare

Queste iniziative non si assoggettano alla logica dei finanziamenti pubblici
e testimoniano la possibilità della libera aggregazione di persone

IN COLLABORAZIONE CON http://www.avolesi.it
(Incontro in pizzeria di tutti gli avolesi a metà agosto del 2008. Data e luogo in via di definizione)

Pippo Patti
Pippo Patti, priore della Confraternita del Trentino Alto Adige,
interviene in conclusione del Raduno di pellegrini di Avola
(organizzato l'11.12.2011 da Francesco Urso in nome del Forum dei cammini europei del pellegrino).
Il pellegrino Patti, hospitalero spesso nell'Hospital de San Nicolás de Puente Fitero
gestito dalla Confraternita di San Giacomo di Perugia, ha un punto d'osservazione privilegiato
per studiare cose muove in pellegrinaggio la gente di questo inizio di Terzo Millennio.
In questo filmato esprime le sue opinioni di fervido credente,
mentre presenta, fra l'altro, "Passi silenziosi... sul cammino di San Giacomo attraverso l'Alto Adige".
Riprese video del pellegrino Italo Benedetti.

 

DA DOVE PARTIRE PER IL CAMMINO DI SANTIAGO DE COMPOSTELA

direzioneSiamo dell'idea che non bisogna assolutamente perdere l'attraversamento dei Pirenei, quindi, se potete, incominciate a camminare, come indicato, dal versante francese (Saint Jean Pied de Port) e dormite la prima notte a Roncisvalle.

 

itinerarioMa come si arriva a Saint Jean Pied de Port?
Il percorso migliore è quello in treno: da Milano Centrale parte un Intercity alle 15.10 che arriva direttamente a LilianaNizza alle 19.58; da qui, c'è un treno per HendayeIrún (confine franco-spagnolo), con partenza alle 21.50, che vi porta direttamente fino a Bayonne. con arrivo alle 10.15 circa; da lì trovate un trenino locale che vi porta fino a Saint Jean(orari alla stazione di Bayonne; prima coincidenza alle 11.24 con arrivo alle 12.23). In ogni caso, da qualunque parte d'Italia proveniate, conviene raggiungere Ventimiglia; lì si troveranno diverse opportunità per arrivare fino a Nizza, da dove potrete prendere il treno di cui sopra (comunque sia, conviene sempre verificare prima di partire gli orari dei treni, perché possono variare a seconda delle stagioni o dell'anno).
La linea passa da Lourdes: alle 8 (o alle 9 dipende dalla stagione) arrivate sulle rive del Gave. Se volete, potete scendere senza cambiare biglietto e andare alla grotta (20 minuti a piedi lasciando lo zaino in stazione o al bar di fronte). Alle 12.05 (controllate!) si riparte per Bayonne con un altro treno. Se invece non fate tappa a Lourdes, avete tutto il tempo per visitare Bayonne che comunque merita (il trenino per Saint Jeannon è molto frequente e se perdete la coincidenza di cui sopra dovete aspettare alcune ore). Se non avete fatto il biglietto fino a Saint Jeandall'Italia (non tutte le stazioni Fs lo fanno), lo dovete acquistare a Bayonne.


a pag. 21 di
guida al cammino
Alfonso Curatolo
MiaGiovanzana

Guida al cammino
di Santiago de Compostela

Oltre 800 chilometri a piedi dai Pirenei a Finesterre

2010, 8°, pp. 176, ill.
€ 1
8,00
acquista

A piedi in trenta tappe dai Pirenei fino a Santiago, nel Nord della Spagna, partendo da Roncisvalle oppure dal più aspro e solitario passo del Somport. Trenta giorni "fuori dal mondo", o meglio fuori dai normali ritmi della vita quotidiana, dai boschi della Navarra passando per gli altopiani desertici delle Mesetas, fino al verde della Galizia. E ogni sera un rifugio attrezzato dove dormire e riassaporare l'ospitalità (spesso gratuita) dei pellegrini di un tempo. In questa guida: tutte le tappe, le distanze, i dislivelli, l'indirizzo dei rifugi, i periodi migliori per partire, che cosa mettere nello zaino, quanto si spende; e poi l'essenziale sull'arte e sui luoghi che si attraversano, perché il Cammino è anche un percorso nella storia e nell'arte dell'Europa: strade romane, ponti medievali, cattedrali gotiche, borghi fortificati, castelli, eremi, città bellissime, come Burgos e León...

Viaggio spirituale a Santiago
(dal quotidiano LA SICILIA di venerdì 30 gennaio 2004)
SantiagoIl cammino spirituale verso Santiago de Compostela nelle iniziative del gruppo culturale "Avola in laboratorio". Nell'ambito degli "Incontri in pizzeria", mercoledì, si è discusso del viaggio al quale parteciperanno alcuni iscritti alla "Mailing list" di una libreria avolese, da San Jean Pied le Port in Francia sino a Santiago de Compostela in Spagna.
Circa 800 chilometri segnano il percorso verso Santiago alla scoperta di luoghi e pensieri sconosciuti. La ricerca è spirituale ed è condotta da coloro che sentono l'esigenza di allargare le conoscenze culturali sfruttando la lentezza del passo e creando un solido legame con tutti i luoghi attraversati.
Un modo, insomma, di conoscere il mondo ad una velocità che possa consentire di recepire i messaggi dei sensi e soprattutto di elaborarli con ritmi che accrescono l'esperienza senza che questa diventi una pratica stressante. Gli input della quotidianità appaiono infatti violenti superando la capacità di elaborazione perché troppi e in poco tempo. Il viaggio, in pratica, aiuta a pensare, completando, quindi, il processo di maturazione della avvenuta conoscenza di un evento prima del successivo messaggio che rimane in attesa di valutazione.
Scoperta, solitudine, sofferenza, piacere di camminare ma anche incontri e relazioni casuali, caratterizzano il cammino, nel caso specifico verso un luogo che unisce la parte comune del misticismo, della religione e della filosofia.
Nel corso dell'incontro di mercoledì, Tino Franza, già conoscitore del viaggio, ha relazionato sugli aspetti più significativi del lungo cammino raccontando la sua personale esperienza di circa un anno fa. Prima di lui l'introduzione di Francesco Urso, organizzatore della serata insieme a Sebastiano Burgaretta e a seguire, tra una portata e l'altra, gli interventi dei partecipanti.
La valorizzazione delle associazioni culturali rientra nei fini dell'iniziativa. E' stato quindi invitato il maestro Sebastiano Bell'Arte, dell'associazione "Avola laboratorio musicale" che ha esemplificato e suonato l'antico strumento della cornamusa.
Un incontro conviviale, in conclusione, finalizzato, come voluto dagli organizzatori, ad un proficuo scambio di idee, opinioni ed esperienze su argomenti ogni volta diversi ed approfonditi l'ultimo mercoledì di ogni mese.
Giorgio Italia
Tino Franza e Ciccio UrsoSCHEMA DELLA RELAZIONE di Tino Franza
sul tema VERSO SANTIAGO

(per ''Gli incontri culturali in pizzeria'' dell'Assciazione ''Avola in laboratorio'', nell'incontro del 28 gennaio 2004 presso Ristorante-Pizzeria Al Carretto Contrada Laufi Noto Marina).

La relazione è stata sui seguenti aspetti:

1. La scoperta.
Vent’anni fa: la visione del film di Luis Bunuel, La via lattea, la lettura di un reportage sulla rivista Geodes, …e accade che quel nome, il suo suono, emanino una forza potente che suscita il desiderio di raggiungere il luogo evocato…
2. Perché, a Santiago, a piedi?
Per il fascino dell’avventura geografica, dei paesi lontani, delle città romanzesche… Per camminare lungo sentieri ricchi di storia, cercare nuovi paesaggi, fare esperienze, …ma anche per cercarsi, conoscersi meglio… Andare a piedi, per appagare l’irrequietezza, l’impulso a muoversi… Il piacere infantile d’avere sentieri da esplorare…
3. Solo o con altri?
Da solo. Un compagno ti obbliga al dovere di comunicare, può guastare la voglia di abbandono, d’intimità con la natura, può comportare l’addio a ciò di profondo e misterioso si trova nel camminare… Ma il peggio sono i rumori, le parole ciarliere che fatalmente allontanano dal percorso.
4. Le sofferenze.
Le vesciche ai piedi, le infiammazioni, lo zaino che pesa un quintale: perché tanto patire, che senso ha? …aver fame di motivazioni, risposte. E poi le intemperie, il caldo, il freddo…
5. Il piacere di camminare.
Leggero come il vento, camminare attraverso la campagna, affrancato dalle infinite preoccupazioni del lavoro, dei doveri, degli affetti; seguire strade sterrate che si perdono verso lontananze sconosciute…; nella carne del sentiero, provare un legame solidale coi viandanti che hanno calcato quel suolo…
6. Il corpo.
Sensi che diventano più acuiti, più consapevoli del corpo e del paesaggio… Accanto alla stanchezza del procedere, veder crescere un’effervescenza che si avvicina a una trance, a un oblio di te stesso. La durezza del percorso, come varco per riconciliarsi con il mondo, per dominare il tuo rapporto con esso, per realizzare il sogno d’un’eterna giovinezza, …per sottrarsi alla vecchiaia.
7. La natura.
Marciare o sostare nel cuore della notte o sotto la luce della luna. Il silenzio, ovvero il leggero pulsare della vita che anima lo spazio intorno. La bellezza nuda delle vaste distese, delle montagne, ma anche paesaggi tristi e monotoni, luoghi desolati, campagne dal verde cupo, solitudine, cupezza, puzzo di concime animale…
8. Incontri sulla via.
Il confronto ambivalente con gli altri pellegrini: sei un vero pellegrino o un semplice viaggiatore? Quel caloroso andirivieni di «Holà», «Buen Camino, companero». Il condividere, per alcune tappe, le gioie per le cose viste, le insidie della marcia, gli incoraggiamenti, il mangiare dallo stesso pane… Il nascere inaspettato di nuovi sentimenti…
9. Rifugio o albergo?
Il timore per le notti da trascorrere in camerate affollate e ronfanti, il sonno che non viene, le levatacce all’alba… Oppure, alla fine d’una lunga giornata, non aspettare altro che starsene in solitudine nella tranquillità d’una piccola camera, …tra lenzuole pulite…
10. La fine del viaggio.
L’incontro con la meta: “È meglio viaggiare pieni di speranza che arrivare.” Cosa hai ricavato da questo viaggio? La difficoltà di poter razionalizzare un’esperienza: camminare alimenta il divagare, non la riflessione razionale. Ma cosa ha rivelato di te stesso, infine, questo cammino? Sei cambiato in qualcosa? È più quieta la tua anima? …Poi, quella sensazione di aver colto qualcosa d’importante…

Verso Santiago di Compostela


Andavo. I pugni stretti nelle tasche sfondate. E anche il mio pastrano diventava ideale.
Andavo sotto il cielo, Musa! Ed ero il tuo fido...

Il cammino verso Santiago di Compostela sta nel mezzo, tra l'erranza rimbaudiana e il pellegrinaggio spirituale. Tra l'errare (e il cadere in errore) e il soffrire. O il voler soffrire; il cercare la sofferenza mentre non si soffre (non si soffre ancora o non si soffre più), per metterla sempre in conto, per tenerla presente a noi, come possibilità o come minaccia, come presagio e come uno scongiuro.
Il cammino dell'erranza suscita il fascino e la suggestione del perdersi, dello smarrire le proprie origini e dell'ignorare la meta. Dire "verso Santiago" è come dire "in nessun luogo", perché significa essenzialmente "vado a cercare qualcosa dentro di me e quindi vado altrove". Santiago è, dunque, un altrove, e altrove è in definitiva un luogo che non è in nessun luogo, che può essere sì, un luogo, come dire, diverso da dove sono ora io, ma proprio per questo è 'il luogo dove io non ci sono'; e quando ci sarò, non sarà più 'altrove'.
"Verso Santiago" non è, pertanto, il grido scanzonato di chi vuole andare incontro all'euforia dell'avventura, ma l'insicuro e sofferto incoraggiamento a peregrinare in cerca di noi stessi, sapendo che tutti siamo altrove.
Il pellegrino è, innanzitutto, straniero a se stesso. In cammino verso Santiago di Compostela, percorre i sentieri della sua ultra millenaria civiltà e tuttavia avverte la vertigine dello spaesamento; si sente ospite. Sa pure che l'ospite è sempre un hostes, un nemico, uno straniero. Diviene consapevole di vivere nel suo mondo come ospite. Non ama più analgesici acclimatanti. Vuole provare fino in fondo la terribile sensazione del transito, dell'esser di passaggio, del "non-esserci". Vuole squarciare il Velo di Maja della Civiltà, per fondersi con la Natura in cui, al rassicurante senso dell'origine, subentra il perturbante sentimento dell'originario.
Insomma: il pellegrino inizia il suo cammino al pari del malato che inizia la sua cura. E la sua cura è il sentimento, lo scavare al fondo delle sue sensazioni, il dissotterrare l'occhio magico della poesia, come ci ha insegnato Rimbaud:

          Nelle estive sere blu, tra i sentieri io andrò,

              pizzicato dal grano, a pestar l'erba minuta:

                   sognatore, sentirò il suo fresco ai miei piedi,

                      e lascerò che il vento bagni la mia testa nuda.

                           Io non parlerò, io non penserò a niente:

                               ma dentro me crescerà l'infinito amore,

                                  e andrò lontano, molto lontano, vagabondo,

                                          nella Natura, - fiorente come con una donna.

  Foto OrazioOrazio Parisi

Post scriptum a “Verso Santiago di Compostela”
Al mio ‘amico stellare’ Ciccio Urso,
perché quel che fa con la sua sensibilità
è di molto superiore a ogni parlare.

Per amor di serietà, rispondo a chi ha ravvisato nell’esperienza ‘non religiosa’ del cammino verso Santiago di Compostela (definito, tra l’altro ‘trito e ritrito’) una sorta di ‘non senso’. E, in particolare, rispondo all’obiezione che, io credo per un illuminante lapsus freudiano, ha riconosciuto nel ‘non senso’ di quell’esperienza il manifestarsi della vuotezza e della ‘leggerezza’ tipiche della nostra società consumistica. A tal punto – ha continuato il nostro interlocutore – che, sotto questo aspetto una meta vale l’altra.
Più che una risposta, la mia, è un chiarimento (se mai ce ne fosse stato bisogno) alle brevi considerazioni che ho già scritto in merito sotto il titolo “Verso Santiago di Compostela”. Comincio col dire che ‘Il cammino verso Santiago di Compostela’ è una poesia, e colui che lo compie un poeta, del nostro tempo e della nostra società attuali. E’, cioè, una forma di poesia (e l’autore, un tipo di poeta) che nasce dentro la nostra contemporaneità in cui certamente l’errare è, come ho già scritto, il ‘cadere in errore’, il vivere, cioè, la vuotezza della nostra società consumistica. Ecco perché questo errare non può essere un errare qualsiasi, ma deve dare a se stesso (e il nome ‘Santiago di Compostela’ è emblematico) un preciso significato di ‘fuga’. Al riguardo, consiglierei di leggere quel bellissimo saggio di Massimo Cacciari dal titolo “Arte e terrore”, pubblicato su Micro Mega n. 5/2003, che apre ad una lettura ‘originale’ del phobos aristotelico e della Poetica lessinghiana.
Dinanzi al Terrore che la società consumistica suscita nella sua coscienza, il poeta cerca una possibile via di fuga e, quindi, ‘volge lo sguardo’ altrove. Ma, non verso un altrove qualsiasi. Egli cerca un altrove ‘possibile’, e l’unica possibilità che gli resta è quella di ri-trovare le sue origini culturali e spirituali: “Ecco il thauma – esso viene dal profondo, dall’antico – rinvia all’Arché…” (Cacciari). Il poeta, infatti, è consapevole che anche la sua ‘cultura’ è come un Velo di Maja. Essa nasconde il terrore dell’oblio, dell’Arché appunto: nasconde, in definitiva, il ‘sentimento dell’originario’, cioè la Natura, che ci conduce nel luogo da dove siamo venuti, verso l’Oblio, verso la Morte. Verso l’Arché, ripeto, “alla quale manca sempre la parola.”, scrive Cacciari, “E la filosofia si impegna a criticarla, a superarla. Ma, alla fine, non può che dichiararne la differenza. Non sa venirne a capo. E ciò è ‘tremendo’, das Schreckliche. Il tremendo è ciò che non può essere accolto nella dimora, das Unheimliche. Averne ‘cura’, dunque, sarà come abbandonare la casa, farsi straniero. Il passo non si dirige più a quella forma ben definita e salda che era la casa, ma all’aperto, all’in-finito. E non appena l’anima si rammenta dell’Infinito immemorabile, ecco che ne ha paura. La poesia ha la forza di fingere (di produrre, di plasmare) nel pensiero stesso l’immagine dell’infinito, e questo pensiero fattosi viva immagine atterrisce il cuore. Leopardi docet”.
Ora appare lecito parlare del peregrinare verso Santiago di Compostela come di una ‘fuga’ – meglio, come di una ‘fobia’ – della e nella nostra società contemporanea. Ma, ho già detto che il peregrino è il poeta. Non a caso egli sente il bisogno di ‘raccontare’ la sua esperienza a tutti. Sì, a tutti; perché tutti siamo come lui, peregrini in questo mondo. Egli è, pertanto, a pieno titolo attore/autore dell’Arte Contemponarea – qualcuno, prima di parlare, dovrebbe approfondire meglio questo aspetto. Come ha fatto Cacciari, il quale, a un certo punto, scrive: “Se il terrore, il far-tremare, lo sconvolgere, l’espressione del pericolo sommo, che si esprime appunto nel venir meno della stessa via di fuga – se tutto questo appare come l’elemento in cui vive l’arte della Grande Città contemporanea, del Nervenleben metropolitano, esso va tuttavia interrogato secondo una direzione più essenziale. E la grandezza dell’arte contemporanea consiste forse proprio nel rivelarla. Nella rapidità delle sue metamorfosi, essa appare spesso come ‘moderna’, nel senso banale del ‘modo’, nel senso dell’attualità caduca, della ‘moda’. Mentre proprio il suo ‘modificarsi’ esprime la sua storia – la sua storia come destino. Di fronte all’espressione artistica qualsiasi ordine è per esser-trasgredito, qualsiasi legge sussite per essere ‘mossa’, nessuna terra è salda e ogni casa è un passaggio”.
Se il Senso del Tragico nella contemporaneità ha raggiunto l’irreversibile impossibilità di ‘fuga’, l’arte in definitiva non diviene che espressione assoluta del Patologico del mondo attuale. Essa assume gli aspetti della malattia, della fobia; percorre le vie estreme dell’autoannullamento, il borderline bianco dell’afasia e dell’afania. Ma proprio in questo ‘cammino’ aporetico che intraprende, s’incontra con quella ‘filosofia eclaté’, di cui parla anche Marramao, aprendo così uno spiraglio di ‘salvezza’ inaspettato in questo mondo, sia pure in una forma incerta e non immediata, ma comunque tale da lasciar intravedere quella ‘Porta stretta’, di cui parla il Vangelo, che ci immerge, sia pure per un attimo, nel senso dell’eterno.
Ci sono oggi solo due vie per affrontare la Malattia. Una è quella che, come la biopolitica di Foucault ha mostrato, e soprattutto come l’Immunitas di Roberto Esposito sta dimostrando, ci pone davanti a scenari inquietanti di autodistruzione e di morte. L’altra è quella dell’Arte, che vuole ‘sempre’ mettere in luce il ‘genio’ della sensibilità di ognuno di noi, come avrebbe detto Baudelaire. Quella sensibilità che porta alla ‘com-passione’ dell’altro e con l’altro, sapendo che tutti siamo Altrove. Entrambe queste vie sono possibili, oggi. E tale incertezza non ci deve solo spaventare, terrorizzare, annichilire. Ci deve, invece, mettere davanti a una sfida. E la sfida è la seguente: è possibile l’arte, oggi?
Direi, allora, per finire al nostro interlocutore: se un ‘cammino verso Santiago di Compostela’ (la cui ‘in-utilità’ provoca la passione di tanti pellegrini che per esso – attraverso di esso – arrivano a ferire se stessi) suscita l’arte, la poesia, il ‘confidare’ agli altri le proprie passioni, i propri tormenti, ma anche i propri sensi di vuoto, d’inutilità, di superfluità… come dare ad esso, specie in questo mondo ‘calcolante’, poca importanza!?
Orazio ParisiOrazio Parisi

Piccola riflessione sulla serata del 28.01.2004
Il tema della conviviale è stato il Viaggio. O la Fuga?
Recita il vocabolario, fuga: il distaccarsi, l’estraniarsi da qualcosa.
Si va dalla fuga del ciclista, alla fuga di gas, di capitali, di J.S.Bach, fino alla più famosa fuga in Egitto.
Chi dei presenti a quella serata può giurare che quel viaggio, vesciche comprese, non sia in realtà una fuga?
Una fuga dal lavoro, dal o dalla partner, dai figli, dai genitori, dai suoceri, dai colleghi di lavoro, dall’€ , dalla politica o anche più semplicemente dalla routine quotidiana?
Da Solo. E’ proprio quello che la maggior parte di noi vorrebbe fare: rimanere finalmente da solo. E quaranta giorni mi sembrano anche pochi.
Le sofferenze.E alzarsi tutte le mattine e andare al lavoro, e “cummattiri” con gli altri? I colleghi, le altre persone? In confronto non solo le vesciche ai piedi, il caldo e il freddo, ma anche le piaghe d’Egitto possono essere quisquilie.
La natura. Qualunque paesaggio è certamente piu gradevole delle quattro mura del proprio ufficio.
Incontri sulla via. Condividere con gli altri. Appunto, condividere. E’ un vocabolo completamente sconosciuto ai più. Tutti quelli (o quasi tutti quelli) che incontriamo vogliono qualcosa: dal politico il favore, dall’impiegato accelerare la pratica, dal medico (per strada) la consulenza.
Rifugio o albergo? Le levatacce all’alba? E il pendolare che per lavoro o per studio si alza alle cinque ogni mattina? O chi fa i turni e alle cinque del mattino può finalmente andare a letto?
La fine del viaggio. Già finito? Peccato, dovrò tornare a casa e ricominciare la mia vita assieme agli altri.
N.B. Sapevate che le malattie più diffuse nel cosiddetto mondo civile sono le nevrosi, le malattie psico-somatiche, le vesciche? Ma non le vesciche nei piedi, ma nell’anima.



Carmela Cutrufo
Noto 29.01.2004

SANTIAGO DI COMPOSTELA
San GiacomoNell’immaginario collettivo, i luoghi di culto rappresentano invariabilmente qualcosa a cui si va o ci si rivolge per risolvere, in qualche modo o maniera i problemi che ci affliggono o ci circondano, con questo non si vuole togliere nulla alla misticità e all’importanza che essi rivestono, ma il tutto si deve guardare con la giusta obiettività e senza generalizzare in quanto, generalizzando, perdono la loro individualità, riducendo il tutto a una mera turistica giusto che va bene, perché tirano.
Un cammino spirituale che si voglia fare, lo si può fare in qualunque modo e momento nella vita di ciascuno di noi perché ognuno di noi segue individualmente un iter diverso dall’altro per motivi ognuno diversi l’uno dall’altro: la molla che fa scattare un iter religioso può essere la ricerca di se stessi, una crisi esistenziale, un dubbio religioso, o un dubbio di vita, l’elaborazione di un lutto e la gamma dei motivi potrebbe variare all’infinito e tutti motivi validi e degni di essere presi in considerazione. E di questo, se vogliamo scendere in dettaglio e senza andare troppo lontano, il secolo scorso ci offre esempi di vita trasformati da un percorso che parte dalla quotidianità fino ad arrivare a vivere il cammino o la scelta di vita sempre come questioni di principio dilatata nella vita di ogni giorno fino alla fine e senza ostentazioni alcuna.
Un esempio può essere Pier Giorgio Frassati (Torino 1901-1925), appartenente alla Torino Bene degli anni venti, operava nei sottofondi, fra gli ultimi, i più poveri, il tutto in silenzio e in aperta contrarietà con la famiglia, è stato proclamato BEATO negli anni Novanta.
Si può aggiungere GIORGIO LA PIRA, il Sindaco Santo di Firenze, di cui ricorre il Centenario della Nascita, per spaziare a Gianna Beretta Molla medico di Magenta che non ricorse all’aborto, per problemi di salute, perché portava il quarto figlio in grembo, quindi una vita per la vita; è stata proclamata Santa; per arrivare a Edilth Stein (Suor Teresa della Croce) che da ebrea, passando per una fase di ateismo, arrivò al cristianesimo dopo aver letto una biografia di Teresa D’Avila e dopo aver fatto parte della corrente filosofica della fenomenologia, quindi entrò nelle Carmelitane Scalze e morendo in un campo di concentramento è stata nominata compatrona d’Europa.
Fu contemporanea di Massimiliano Kolbe, altro silenzioso e luminoso esempio di viaggio spirituale portato fino alle fine.
Questi sono solo alcuni esempi di viaggio spirituale operato ognuno secondo i propri ritmi, i propri tempi e un contesto che può essere quello di ognuno di noi; ciò non toglie che non tutti possiamo essere Santi o vivere qualcosa di così eclatante, ma rimane pur vero alla luce di esempi di vita così illustri che ognuno di noi può fare il proprio cammino di fede o come lo si voglia definire nella quotidianità senza per questo essere meno a tutti questi piccoli grandi eroi che ci hanno aperto la strada con il loro esempio, ma soprattutto con la generosità di gesti.


Gabriella Andolina

Sui mille e un modo di peregrinare, …a Santiago
«Dagli amici mi guardi Dio perché dai nemici mi guardo io!» Così mi sono detto con sorridente irritazione alla fine della serata di mercoledì 28 gennaio, dedicata al Cammino di Santiago. Il proverbio mi è tornato alla mente proprio pensando a quelle interpretazioni, a mio parere, arbitrarie, date al mio intervento dall’amichevole compagnia di astanti che hanno - meritoriamente - svolto il dibattito. Un sorridente richiamo, beninteso, lo merito anch’io, considerato che, per un eccesso di rispetto ai tempi di un programma - ahimè, dalle misure fin troppo abbondanti! - mi sono proibito di replicare alle osservazioni sollevate dalla mia relazione. Forse, anche, per un moto di disorientamento suscitato, non certo dagli assolutamente legittimi punti di vista diversi, ma da quelli appunto che - in buona fede, sicuramente - attribuivano al mio racconto - o ad altri racconti posti come impliciti? - contenuti del tutto assenti. Almeno credo. Tranne che, dal mio dire, non trapelassero “risvolti” di cui ero inconsapevole! Ad ogni modo, …valga la buona fede e la licenza ermeneutica.
Ciò che mi preme, dunque, adesso, è di riprendere proprio lo zoccolo duro della questione che è stata sollevata in quell’incontro e che mi auguro prosegua sul forum di Ciccio Urso, in modo più meditato:
Si può essere ugualmente pellegrini in modo laico e non religioso? Può concepirsi un pellegrinaggio sentimentale, oppure semplicemente esistenziale, motivato dal tentativo di scoprirsi, interpretarsi, identificarsi? Il viaggio, dunque, come “passaggio”, iniziazione e trasformazione in itinere, conversione esistenziale…? In breve, quello di Santiago deve necessariamente porsi come Cammino “religioso”? E infine - ci si dovrebbe chiedere - cosa intendiamo oggi per “religioso”?
Per cominciare, mi si consenta di ricordarlo: non ero il pellegrino della tradizione. Il mio viaggio non è stato un atto di penitenza o di ringraziamento, o un’invocazione di grazia. Non ero un uomo del Medioevo, mosso da intenti edificanti o speranze salvifiche. Né poi credo che, se uno cerca Dio, debba spingersi così tanto lontano. Forse, non esistono luoghi speciali sulla terra dove trovarlo, …neanche sulla Via di Santiago! Chissà, probabilmente, Dio è là dove ci si trova, anzi, là dove noi lo facciamo entrare, svolgendo fedelmente il nostro compito, vivendo le relazioni con gli altri uomini, le cose, il creato intero.
Tanto meno, sono partito per sfuggire alla routine o per il bisogno di cambiare. E poi cambiare cosa? La casa dove abito? I vicini che incontro la mattina? La fidanzata? L’ambiente? La mia città? No, almeno credo. Anche se un naturale elemento di rottura con le pastoie della stanzialità c’è sempre in ogni viaggio, …quello di fede compreso.
Volevo solo avere, davanti a me, una strada lunghissima, e camminare lungo uno dei più vecchi percorsi del mondo, zaino in spalla, come un mulo, finché le forze me lo avrebbero permesso. Avevo fame di lentezza e di silenzi. Desiderio di fermarmi a osservare pianure assolate avvolte nel silenzio, paesaggi che mutano da regione a regione e la bellezza semplice di una chiesa romanica, di un ponte medievale o …di uno sguardo femminile. Desiderio di ritrovare, più della meta, la solitudine e la serenità di antichi monasteri, di mangiare un pezzo di pane e formaggio disteso sull’erba, gli occhi all’insù. Desiderio di ripercorrere le orme lasciate dalle fiumane di autentici “camminatori di Dio” che mi hanno preceduto. Ma anche, perché no, voglia di una verifica, di fare il punto con me stesso e il mondo. E per fare tutto ciò, che cosa c’era di meglio che andare a piedi? E quale percorso è più ispirato, ardente, gravido di Storia e di storie del Cammino di Santiago?
Erano queste, grosso modo, le motivazioni che mi avevano spinto a scegliere quella meta e non un’altra. Le ricordo a chi faceva osservare che dietro al mio viaggio, proprio a Santiago e non altrove, mancassero delle chiare e precise ragioni! Saranno state magari troppe, ma vaghe no!
E, ancora: sì, una ricerca del genere non ha nulla di religioso. Eppure, non nasconde forse un valore lo stesso sacro - o post-religioso, nel senso che ne da Bonhoeffer - l’esperienza di quanti tentano di realizzare la propria umanità, non nella trascendenza metafisica a cui siamo assuefatti, né in quella immaginativa, che è tipica delle religioni orientali, ma in quella etica, che consiste (oltre che nell’esistere per gli altri) nello sperimentare una liberazione da sé e nell’apertura al mondo (e pertanto a Dio)? E a cos’altro assomiglia, se non a questo nuovo tipo di trascendenza, anche lo stesso viaggio di conoscenza e di scoperta, che oggi muove in tanti sulla via di Santiago, a patto che quel percorso sia concepito con “ragionevoli intenti”, “con tanta abilitade per comprendere lo mundo e le genti” e scoprire le umane debolezze e “le magnifitudini dei popoli, che è già grande patrimonio di intelletto”, come scriveva nei primi anni del 1200 l’autore del Liber Sancti Jacobi?
Se tutto ciò non bastasse a legittimare il viaggio “non religioso” a Santiago, in base alla principio che il senso del Cammino in altro non possa consistere che nell’esclusivo pellegrinaggio devozionale, mi permetto di ricordare - ma, attenzione, non per giustificare tutto, financo le ragioni più scriteriate - che, storicamente, nel caso di Compostella, non sempre prevalevano le sole istanze religiose. Numerose sono le fonti medievali che informano dell’esistenza di individui che trasformavano il pellegrinaggio in un viaggio di piacere e d’avventura. Come il caso, all’incirca otto secoli fa, del poeta Guido Cavalcanti, anch’egli in cammino per Santiago, il quale, ostacolato nella sua peregrinazione, oltreché dalle esitazioni spirituali, dalle terrene apparenze, goliardo dunque più che pellegrino, si fermò a metà strada nella fiorente e galante città di Tolosa, innamoratosi d’una giovane donna che egli chiamò Anetta o Amandetta, apparsagli nella chiesa della Daurade in riva alla Garonna, «tutta accordellata istretta», dove Guido sospinse anche la sua musa: “Vanne a Tolosa, ballatetta mia ed entra quietamente alla Dorata”. Ma, questo, è solo uno dei tanti esempi dell’impossibilità di separare due modi di viaggiare con tanti tratti in comune. E, ancora, molte altre prove dimostrano che, accanto a coloro che intraprendevano il viaggio spinti dalla fede e dalla speranza di vantaggi spirituali, esistevano pure quelli che lo facevano per semplice curiosità, desiderosi di conoscere nuove terre e nuovi orizzonti, oppure tutte e due le cose insieme. Che dire, per esempi,o della moda dei viaggi di formazione, diffusasi a partire dal XVI secolo fra nobili e borghesia soprattutto negli ambienti protestanti? Questi viaggi avevano molti tratti in comune con i pellegrinaggi; ne erano spesso la prosecuzione, seppure con un diverso scopo. Si continuava a recarsi a Roma, ma una volta sul posto ci si interessava anzitutto e soprattutto ai luoghi dell’antica grandezza di Roma, senza escludere naturalmente una visita alle tombe degli apostoli. Fra i tratti in comune che esistevano nei veri pellegrini e in quanti viaggiavano per motivi di formazione, c’era poi una certa propensione alla razionalizzazione: entrambi disdegnavano il vagabondare senza meta; pianificavano diligentemente il loro viaggio e lo realizzavano con grande cura. Tutto sommato, sia i pellegrini che quanti viaggiavano per motivi di formazione, volevano ottenere dal loro viaggio il maggior numero possibile di benefici. Gli uni volevano approfondire la loro fede, gli altri la loro conoscenza. Ai pellegrini importava la salvezza eterna, mentre a quanti viaggiavano per motivi di formazione la conoscenza di questo mondo.
«Buen Camino!», …dunque.
Tino Franza
Sui mille modi
Caro Franza, le risposte che qui dai alle 'arbitrarie interpretazioni ' di quella serata - che io, premetto, condivido in pieno - hanno tuttavia bisogno di qualche precisazione ulteriore. Perché, in effetti, se a quelle obiezioni, che ritengo molto più 'subdole' di quanto non possano apparire di primo acchito, si dovesse dare solo una risposta, diciamo così, 'di merito', rischieremmo di non cogliere pienamente la reale portata della posta in gioco, cadendo pure noi in banalizzazioni psicologistiche e sociologico-esistenziali. Quelle obiezioni, infatti, più che mettere in discussione la 'legittimità' delle diverse esperienze di quel viaggio o cammino, 'pretendono' di stabilire una scala di valori, culturali e sociali, fra esperienze 'importanti' ed esperienze che, come la nostra/vostra, non lo sarebbero, in quanto mosse da stimoli 'non universalistici' di individui divenuti 'oggi' epigoni insulsi di una Grande Tradizione.
Ho cercato di dimostrare nella mia risposta, che spero tu abbia letto, come sia palesemente 'ERRATO' anche questo aspetto 'profondo' di quella obiezione.
Un saluto.
Orazio Parisi

Da "Il Manifesto" del 3/9/2003
Pellegrini per caso

Il cammino di Santiago di Compostela, in Galizia, era rimasto abbandonato. Ora folle di pellegrini ricominciano a marciare per i 1.600 chilometri della «via podiense» che traversano Francia, Pirenei, Navarra e Leon. Il pellegrinaggio, l'enigma di una pratica comune a quasi tutte le religioni umane (tranne una: la Riforma)

MARCO D'ERAMO

Liliana Urso a San Jan Pied Le portGuidando sulle strade dei Pirenei, di Navarra e dei Paesi Baschi s'incrocia spesso un segnale triangolare, bordato di rosso, simili a quelli che portano disegnata la silhouette di un cervo o di un cinghiale, per avvertire che questi animali possono traversare all'improvviso la strada. Solo che qui l'ombra cinese è quella di un viandante con un cappello a tesa larga, un fardello sulle spalle, una mantella, un bastone alto e dall'impugnatura ricurva. Sotto il segnale stradale, la scritta: «Peligro. Peregrinos andando». Dal di fuori può sembrare balzano che un pio pellegrino venga paragonato a cervidi o suini, ma non qui dove l'ombra di San Giacomo domina il paesaggio per centinaia di chilometri. Perché nel terzo millennio, nell'era del computer e della New Economy, ancora oggi quest'area nel nord della Spagna è letteralmente cosparsa di varianti del «Cammino di Santiago di Compostela», il più famoso luogo di pellegrinaggio europeo fuori dall'Italia (Santiago in spagnolo vuol dire appunto San Giacomo). Un pellegrinaggio che nel `900 era andato progressivamente spegnendosi: era celebrato solo dal generalissimo Francisco Franco che capeggiava i pellegrini davanti alla Cattedrale di San Giacomo per presentare l'offrenda nacional, particolarmente negli anni giubilari del santuario (che cadono ogni sette anni), soprattutto nell'anno Santo del 1965, quando la rivista dell'Archicofradía, Compostela, contò 109.000 pellegrini. Il fondo fu toccato negli anni `70, quando solo una manciata di persone intraprese il cammino: nell'introduzione a The Pilgrimage to Santiago De Compostela in Middle Ages, Maryanne Dunn e Linda Davidson, le maggiori specialiste nel campo, dicono che nel 1979 i pellegrini furono in tutto e per tutto circa 70. Ma dagli anni `80, questo rito antico sta invece risorgendo dalle sue ceneri, soprattutto dopo le Giornate mondiali della Gioventù del 1989 che il pontefice Karol Wojtyla celebrò proprio a Compostela. Secondo Dunn e Davidson, nel 1993 i pellegrini furono di nuovo 99.000, e il loro numero sta crescendo, almeno a stare alle cifre fornite dal quotidiano francese Le Monde che ha mandato un inviato a Le Puy-en-Velay (Alta Loira), il punto di partenza della più famosa delle quattro vie che portano a Compostela, la via podiensis (le altre tre vie partono da Parigi, Arles e Vézeley), che comporta 1.600 km da percorrere in 50-60 giorni di marcia a seconda del passo. A Puy-en Velay i pellegrini partecipano a una messa e poi in sacrestia si fanno timbrare un libretto color pergamena che costituisce una sorta di lasciapassare del pellegrino, ma anche l'attestato che ha percorso tutte le tappe. Ora, i timbri erano 2.532 nel 1999, sono diventati 5.725 nel 2002 e quest'anno dovrebbero raggiungere i 6.500, tanto che il quotidiano El Pais ha lanciato l'allarme, dicendo che il Cammino di Compostela sta andando in crisi per l'eccessivo afflusso di pellegrini.

Il pellegrinaggio di Compostela è ormai unico al mondo, perché nell'era del trasporto veloce - auto, jet, treno, corriera - è l'unico fedele all'idea originale. Vi sono altre mete certo più frequentate: basti pensare ai milioni di persone che ogni anno nell'Islam compiono l'hagi, il pellegrinaggio alla Mecca, o ai milioni di «pellegrini» giunti a Roma per l'anno santo, o i 6-7 milioni di persone che ogni anno si recano a San Giovanni Rotondo nel Gargano a venerare Francesco Forgione, detto Padre Pio. Ma tutti costoro si fanno portare nel «luogo santo». Il pellegrinaggio perde così la sua prima ragione di essere, che era quella di un'espiazione e di un'intercessione grazie allo sforzo dell'andare. Peregrinus in latino vuol dire «lo straniero» (proprio nel senso di Albert Camus), colui che non appartiene al luogo in cui transita. Nel pellegrinaggio, l'andare è molto più importante della meta verso cui si dirige: hagi significa anche «dirigersi verso» la casa di dio in terra, mentre il termine indiano tirtha trae origine dal «guado» e dal bagno purificatore, e il giapponese henro è «camminamento» (notizie tratte dalla lunga voce «Pèlerinages et lieux sacrés» dell'Encyclopaedia Universalis).

Ciccio UrsoNel Medioevo il pellegrinaggio era comminato come punizione di qualche peccato, e più grave era il peccato, più lontana era la meta. Il pellegrino alla Mecca si guadagnava il titolo di hagi, di «santo» grazie ai disagi affrontati per raggiungere la Kaaba dall'Atlantico e dal Pacifico. I ricchi notabili medievali pagavano qualcuno che pellegrinasse al posto loro, un po' come nell'800 i giovani abbienti si facevano sostituire - pagando un sostituto - nel servizio di leva obbligatorio. Il perdono o l'intercessione divina sono «pagati» dallo sforzo, dai disagi, dai pericoli corsi dai pellegrini.

San GiacomoÈ incredibile come questa pratica sia diffusa in quasi tutte le religioni del mondo (con una sola, notevole eccezione). Gli antichi greci si recavano a Delfi; gli ebrei vanno al muro del Pianto; gli hindu si affollano innumerevoli santuari, oltre che naturalmente Varanasi (Benares) sul Gange; a Ceylon le folle si dirigono verso il Tempio del Dente a Kandy, e in Birmania vanno alla Pagoda Shwe Dagon di Rangoon; i buddisti giapponesi vanno a Kamamura e Nara; quelli cinesi a Mont Omei in Szechan ad adorare di Bodhisattva Samantabhadra. Personalmente ricordo il tempio Famen ricostruito nel 1982, nello Shaanxi, a 115 km a ovest di Xi'an, l'antica capitale imperiale. Durante gli scavi per la ricostruzione, da una sottostante cripta di epoca Tang sono riemersi più di 1.000 oggetti sacrificali compresi manufatti d'argento e tavolette di pietra con scritture buddiste, 27.000 monete e, audite, audite, ben quattro sacre falangi (note come sarira) del Buddha che anch'io intravisto nella calca dei fedeli. Come davanti a Loreto e a Fatima, il pellegrinaggio produce a Famen la sua industria, fa aprire ristoranti, bancarelle di souvenir, di santini e di bibite le cui lattine vuote cospargono l'asfalto.

Liliana a SantiagoMa certo è che nessuna religione ha prodotto pellegrinaggi quanto il cattolicesimo. Alla rinfusa, e solo tra i più frequentati «luoghi sacri»: in Italia il Volto santo a Lucca; S. Francesco e la Porzinucola ad Assisi; Sant'Antonio a Padova, la Casa Santa a Loreto, oltre naturalmente Roma e, di recente, San Giovanni Rotondo; in Portogallo Fatima; in Francia la tomba di San Martino a Tours, il Monte Saint Michel, il tempio di Maria a Le Puy, dopo il 1200 la testa di Giovanni Battista ad Amiens, nei tempi moderni Lourdes e Lisieux (Santa Teresa); in Belgio la fiala del Sacro Sangue a Bruges; in Germania la «vera» tomba di San Bonifacio a Fulda; le reliquie della sacra veste a Treviri e quelle dei re magi a Colonia; in Inghilterra le reliquie di San Cuthbert a Durham e la tomba di Tommaso Becket a Canterbury; in Irlanda la tomba di San Patrizio; in Polonia l'icona della Vergine di Czestochowa (dopo il 1.200); e troppo lungo sarebbe enumerare i luoghi di pellegrinaggio in America Latina.

a SantiagoCome si vede la terra è costellata di punti in cui il divino è più vicino all'umano, un po' come per i greci c'erano sorgenti sacre, sacre querce, monti sacri. Ricordo il primo impatto di Bali, quando, appena arrivato, il tassista si fermò per fare un'offerta a un albero, e pregarlo. Si capisce perché per la riforma protestante i pellegrinaggi siano stati uno dei tratti che accomunavano il papismo all'idolatria pagana, con questo culto delle unghie del santo, dei calli della beata, questa convinzione delle doti salvifiche del capello di un apostolo. Così già nella Confessione di Augusta, redatta da Melantone, approvata da Martin Lutero e presentata nella dieta del 1501, il pellegrinaggio è annoverato tra «le azioni inutili e infantili»: in fondo, il mercato delle indulgenze - la scintilla che scatenò la Riforma - non faceva altro che chiedere soldi in cambio di pellegrinaggi. Il protestantesimo è perciò forse l'unica religione al mondo che non contempli luoghi sacri particolari (l'altare di dio è nell'anima di ciascuno di noi) da raggiungere con sudore, fatica e dispendio.

SantiagoE certo è che tra tutti i pellegrinaggi, Santiago de Compostela è quello che più offre il fianco alle critiche di Melantone. In fondo i pellegrini che andavano a Gerusalemme si recavano sul colle dove Gesù aveva subito la crocifissione, i romei andavano a venerare gli apostoli Pietro e Paolo, martirizzati a Roma. Ma perché Compostela, in un angolo sperduto del nord della Spagna? L'apostolo San Giacomo Maggiore (San Giacomo minore sarebbe il fratello di Gesù) era stato decapitato a Gerusalemme qualche anno dopo la crocifissione (Atti degli apostoli, 12, 2): perché venerarlo all'altro capo del Mediterraneo? Il perché sta in una prodigiosa «invenzione della tradizione» nell'alto Medioevo. Fino al VI secolo, San Giacomo maggiore resta bello tranquillo sepolto a Gerusalemme. Nel VII secolo comincia invece a diffondersi la voce che la sua salma fosse stato portato in Spagna che egli avrebbe in precedenza evangelizzato (?). Finché fu solo tra l'VIII e il IX secolo che la tomba di San Giacomo è scoperta a Compostela.

Queste date vanno accostate con il sorgere e l'espandersi dell'Islam: è nel VII secolo, quando compare la leggenda del corpo traslato in Spagna, che nasce l'Islam, con l'egira che inizia nel 622. Nel 636 cade Gerusalemme, il grande luogo sacro della cristianità. Nell'VIII secolo la Spagna è ormai quasi tutta in mano musulmana, tranne un piccolo lembo di terra al Nord, vicino alla costa galiziana dell'Atlantico, appunto il regno delle Asturie (dove si trova Compostela). Ed è il re Alfonso II (791-842) che costruisce la prima basilica in terra sulla «tomba dell'apostolo»: Alfonso III (866-910) la sostituirà con una basilica in pietra.

Ciccio UrsoLa diffusione del pellegrinaggio continuerà a intrecciarsi con il confronto tra cristianità e Islam. La basilica è distrutta nel 997 dal condottiero al Mansur, comandante del califfato di Cordova, che porta via le campane di Santiago, le fa fondere perché diventino i lumi a olio della grande moschea di Cordoba. E la costruzione dell'edificio attuale comincia nel 1078, quando sta iniziando appunto la reconquista (e nel 1099 Gerusalemme cade in mano ai guerrieri della prima crociata): per nemesi storica, quando nel 1236 Ferdinando III di Castiglia riconquisterà Cordoba, farà fondere le lampade della moschea e con questo bronzo rifabbricherà le campane a Santiago. Ma, tornando all'XI secolo, la basilica di Compostela riceve enorme impulso dalla riforma cluniacense e i benedettini vi fondano monasteri e case di accoglienza. È allora che il pellegrinaggio si diffonde. E, fatto straordinario, nel XII secolo il pellegrinaggio genera la prima guida turistica - in senso proprio - del mondo, La guida del pellegrino di San Giacomo di Compostela che descrive percorsi, tappe, ostelli, passaggi difficili (come le lande della Guascogna, deserto di uomini e terra che risucchia i passanti), sparla dei paesi baschi e della Navarra, ma fornisce un vocabolario elementare basco di «frasi utili». L'autore ha un'esperienza personale del viaggio: «Mentre procedevamo verso Santiago, trovammo due navarresi seduti sulle rive del rio Salado che stavano affilando i loro coltelli... Alle nostre domande risposero con una bugia dicendo che certo l'acqua era potabile ... Perciò noi abbeverammo i cavalli nella corrente e subito due di loro morirono» (cap. VI: è disponibile una traduzione inglese del 1993).

Pellegrini vengono da tutta Europa: in Scandinavia vengono trovate molte tombe con incise il simbolo del santo, una capesanta (la conchiglia che è anche l'icona della Shell, e che in francese si chiama, appunto, coquille saint-jacques): nel '400 sono pubblicate molte memorie di pellegrini veneziani, francesi che raccontano le peripezie, gli incontri con briganti, i pericoli, i passi pirenaici.

Così oggi il moderno camino di Satiago è rimasto l'unico pellegrinaggio antico al mondo, in cui l'andare conta più dell'arrivo. In parte si è trasformato: è una via di mezzo tra trekking e turismo d'arte. C'è perfino chi lo fa a rate: 15 tappe un anno, 15 il successivo, e così via. Ma la rinascita di Compostela dice anche qualcosa di più profondo e (dal mio punto di vista) più preoccupante, ovvero che assistiamo a una controffensiva dell'«idolatria cattolica» (i retablos delle chiese spagnole evocano irresistibilmente i templi hindu), rispetto all'austerità del divino nella religione riformata. È in questo senso, e non solo dal punto di vista degli incidenti stradali, che ha un significato il motto del cartello stradale: «Pericolo: pellegrini in cammino».

Resoconto Escursione 2003
della
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CI SIAMO INCONTRATI
IN GRECIA
DAL 23 LUGLIO
AL 5 AGOSTO DEL 2003


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