CONTE GIUSEPPESPAZIO A CURA DELLA LIBRERIA EDITRICE URSO e-mail info@libreriaeditriceurso.com vedi Catalogo Libreria Editrice Urso scarica IN PDF - scarica IN WORD |
Giuseppe M. Conte, La melagrana ossia la disegualità [...] Che dirò ancora de “La melagrana”? La parte più esposta al rischio di un generico rifiuto è forse quella che riunisce versi in lingua dialettale, una sorta di poemetto o – più precisamente – un’antologia di sparsi componimenti in vernacolo mottese, con spunti assai vicini allo spirito e ai modelli della tradizione poetica siciliana. E il rischio consiste nella specificità di quel linguaggio. Come nacque l’idea di questa raccolta ? E dove e perché si concepì un tale disegno? E da chi si volle proporre una così discutibile letteratura? Accadde in Sicilia,
nell’estate del ’79. E fu il risultato di una mia partecipazione a uno
specialissimo concorso. Meglio si definirebbe partecipazione a un “certamen”, a una di quelle gare
poetiche che mai si concludevano con un trionfo finale ossia con l’assegnazione
di una vittoria garantita da una riconosciuta autorità. Nelle intenzioni e nei
procedimenti quel cimento fu operazione assai simile a quelle disfide popolari
che una volta – tra Ottocento e Novecento – avevano caratterizzato
il costume della periferia catanese, quelle gare che si generavano tra
improvvisati poeti nelle piazze dei paesi e nelle taverne del suburbio, per
assicurarsi il premio di un bicchiere di vino e con un pubblico vociante e
istigatore. Quando ciò avveniva, attorno ai “maestri” duellanti si adunavano
uditori curiosi e giovani “allievi” amanti della poesia. Quando poi a sera il
conflitto cessava, di quell’evento e dei protagonisti che l’avevano sostenuto
sopravvivevano l’enfasi della lode e la speranza della pubblica memoria.
Ora, certamente in condizioni
storiche totalmente diverse ma con non dissimile impegno delle parti, questo
accadde ad alcuni di noi – a me e ad alcuni miei amici – che, già
cultori esploratori di “intelligenze” municipali e consapevoli della novità cui
andavamo incontro, trovammo interessante produrci in una sequenza di
improvvisazioni, di schermaglie in versi e libere fantasie e ghirigori e
movenze della parola e drappeggi baroccheggianti del pensiero in erratico
inarrestabile svolgimento. Tutto, allora, nel volgere di alcuni mesi si
tradusse in una sorta di gioco, quasi una trama musicale di variazioni sul
tema, un duello alle lame affilate dei suoni, della voce e dell’immaginazione.
E fu il “divertissement” di un ristretto numero di persone, legate tra loro da
vincoli di benevolenza e di reciproca stima. Così io oggi credo che si possa
spiegare la genesi del libro.
*
Oggi quell’esperimento, che
fu pur piccolo e provinciale e di breve durata, potrebbe fornire elementi di
giudizio per una questione parallela a quella letteraria. Fu, infatti,
l’espressione di un modello di società che, fatta inquieta dalle turbolenze del
tempo e dalla tragica congiuntura di eventi criminosi (dall’uccisione del
commissario Calabresi all’assassinio di Aldo Moro), andava ricercando un
rifugio ideale e tentava alcune vie di uscita che fossero più confortanti e
rassicuranti. Fu, quella, una stagione di rapidi quanto profondi cambiamenti
nel costume, nei linguaggi pubblici e privati, nella qualità dei rapporti
generazionali tra i ragazzi e i loro padri “matusa”. Fu l’età del Jesus
Christ Superstar e del Gesù di Nazareth di Franco Zeffirelli,
documenti spettacolari che facevano capo a una diffusa esigenza di revisionismo
della cultura. Ma fu anche l’epoca nella quale l’uomo comune si vide d’un colpo
privato di tutte le sue certezze, si vide nudo davanti alla storia e si rese
conto di essere impotente a reggere il flusso continuo delle innovazioni. Ciò
apparve palese nel rapido svezzamento di mode assai passeggere e nell’esercizio
della più fluida inventiva; ma in tono più celato si rivelò anche nel bisogno
di affetti autentici, nel ritorno al culto della campagna, nella creazione di
cenacoli e sodalizi chiusi e riservati. Perciò, mentre da un lato si
prospettavano gigantesche messianiche attese negli sviluppi della storia,
dall’altra all’interno della coscienza individuale venivano affiorando diverse
e concrete urgenze di pacificazione.
In ultima analisi, se lo si
considera in tale prospettiva, questo libretto potrebbe essere considerato una
piccola testimonianza e – perché no? – proporsi al giovane lettore
di oggi come pagina documentaria degli svariati e certamente discutibili
interessi di un’epoca.
* Amico mio! Se, un giorno,
questo libretto ti accadrà di vederlo esposto nelle vetrina di un libraio o di
vederlo ciondolare tra le mani di un tuo conoscente, non darti fretta, fermati
un po’, chiedi notizia e mostrati interessato. Per ciò che ti ho detto non
potresti più far finta di niente, come colui che passa e non sa. Tu invece, ora
sai di che materia è fatto e di quali aromi e di quali sapori si impregna il
nostro vino. Perché, dunque, volertene privare? Perché non accostarti con
curiosità al nostro calice? Scriveva un antico saggio: E Diodoro addormentò
quel Satiro, ma non volle scolpirlo. Se tu ora lo tocchi, tintinna e si
sveglia. Il suo sonno è d’argento. Così parlava Platone.
Perciò, usa pazienza. Non
fare come il pollastro di letteraria memoria che, ruspando per la via, cercava
affannosamente il becchime, quell’unica cosa, la sola cosa che giovava al suo
stile di vita, e scartava le perle brillanti che non gli servivano affatto.
Se cerchi unicamente cose che
ti siano utili e per tua entropia rifuggi da quelle che nulla ti danno, io
stesso ti dirò: passa più oltre e prova a raggiungere il mercato più grosso.
Intendo il mercato di frutta e verdure e di carne e di altre cose pastose,
gustose e consimili. Sicuramente ti piaceranno, ti gioveranno, te ne sazierai e
sicuramente ne uscirai più forte e
rubizzo. Il resto non conta.
Dici che la testa non conta?
Vorresti dire che la testa non conta?
La testa??? Meno che mai.
Giuseppe Conte (Marius è l’eteronimo) nasce nel 1936 a Motta S. Anastasia nella provincia di Catania. Si laurea in lettere classiche con una tesi sui saggi londinesi di Ugo Foscolo e, per numerosi anni insegna Lingua e Letteratura italiana e latina nei licei milanesi. Collabora alternativamente con l’Università Cattolica di Milano nel Dipartimento di Scienze politiche. Dopo i primi esperimenti giovanili tra la saggistica (Lettera a Caino, 1956) e il teatro (I figli della terra, dramma in tre atti, 1957), nel 1979 pubblica Mocta Sanctae Anastasiae (cronache di un villaggio nei secoli XIV e XV). Seguono Oltre le colline dei Sieli (racconti, 1984), Epigrafia inedita (1989), La fine di una baronia (1990), In vita e in morte di una patrizia romana (1991), I garofani in collina (2000), Marbrées (2001, raccolta di poesie in quattro sezioni). |
Spettacolo di Alessandro Conte, in cantiere per Milano, Legnano e Monza |
LE FIGLIE DEL SELLAIO Spettacolo di Alessandro Conte, in cantiere per Milano, Legnano e Monza L’operazione drammaturgica che Alessandro Conte propone al pubblico è un percorso innovativo dell’opera originaria, una “contaminazione” teatrale che ci restituisce il clima di un’epoca, il sapore di una civiltà e un’accattivante quanto conturbante concezione della vita e della morte che caratterizza tanta parte della letteratura siciliana. Nel riprendere l’opera del padre, ne rielabora una poetica sintesi, ne ridisegna la scrittura e - con un proprio taglio interpretativo - illumina le storie e le passioni dei protagonisti, la loro soggettività e la loro coralità. Risultato è un nuovo documento dove il microcosmo della “piccola comune” può essere percepito come più dilatata metafora del mondo. Don Mario, il vecchio novellatore che ci insegna il piacere di attendere e di raccontare; compare Alfio, il sellaio, schiacciato dagli eventi della sua famiglia e tuttavia guidato da un suo sotterraneo bisogno di riscatto e di redenzione; Nastàsi, il giovane che nella sua esistenziale negatività mette in discussione gli antichi dilemmi del vivere; Nunzia che con la sua proposta di coraggiosa maternità è ambasciatrice di nuovi destini per il mondo. Drammaturgia e interpretazione: Alessandro Conte “Le figlie del sellaio” nasce dal profondo desiderio di scrutare e approfondire, attraverso la mia immaginazione, un microcosmo siciliano a me non del tutto ignoto. Quel microcosmo che mio padre ha offerto inconsapevolmente alla crescita, alla sensibilità e all’attenzione di un figlio che ancora non aveva dieci anni.
ALESSANDRO CONTE Diplomato all’Accademia dei Filodrammatici di Milano. Dal 1994 inizia il suo percorso artistico come interprete: Risveglio di primavera di F. Wedekind e I ritorni dalle tragedie di Euripide (regia di Guido de Monticelli); Gli indifferenti di A. Moravia (diretto da Claudio Beccari), Romeo e Giulietta e Antonio e Cleopatra di W. Shakespeare per la regia di Lamberto Puggelli. Letture di brani dell’Iliade per conto della facoltà di lettere dell’Università Statale di Milano. Interpreta I demoni e Delitto e castigo di F. Dostoevskij, La cosmetica di Amelie di A. Nothomb per la regia di Corrado Accordino. Realizza in monologo L’ultimo giorno di un condannato a morte di Victor Hugo. Partecipa a programmi televisivi e svolge attività di doppiaggio per la radio e il cinema.
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Mneme, Mnemòsine (… diva del cor maestra e della mente // e del caro pensiero custode e madre. Monti, Musogonia, 25 e segg.), la ricordanza, la memoria in lotta perenne nel nostro tempo, tra il dimenticare
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