DALLA PARTE DEI PICCOLI e MEDI
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Parva,
sed
apta mihi, sed nulli obnoxia, sed non sordida:
parta meo sed tamen aere domus.
![]() La nostra Libreria Editrice Urso con la Gepas di Avola e altri quaranta editori hanno contribuito alla riuscita della Fiera del libro di Messina DAL 4 AL 6 NOVEMBRE 2005 Nella foto Liliana Calabrese Urso e Rosella Grande Parisi all'interno dello stand riservato alla Gepas e alla Libreria Editrice Urso. |
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Istat:
l'editoria italiana nel 2004 da
letteralmente.com 18/10/2005 I primi risultati provvisori delle indagini Istat sull'editoria italiana nel 2004 evidenziano una diminuzione del 2,3% degli operatori del settore editoriale, passati dai 3.310 editori registrati in Italia nel 2003 ai 3.235 nel 2004, e una produzione editoriale pari al 90,9% di quella rilevata nel 2003.I dati, basati sulle risposte fornite dal 72,1% degli editori censiti, rivelano che il 3,3% degli editori ha dichiarato di avere cessato l'attività libraria nel corso dell'anno, mentre il 19,9% del totale non ha pubblicato alcuna opera nello stesso periodo. Di contro si segnala una crescita della produzione libraria con un incremento del 9,5% di titoli pubblicati e del 10% della tiratura complessiva, con 49.333 opere pubblicate nel 2004 (45.034 nel 2003) e la stampa di 228 milioni e 743 mila copie librarie (207 milioni e 93 mila nel 2003). La tiratura media si attesta su circa 4.600 copie per opera. Rispetto al genere editoriale, si registra un decremento delle opere per ragazzi (-1,0 punti percentuali) e della rispettiva tiratura (-2,6 punti percentuali), e una crescita del settore scolastico, con un incremento pari rispettivamente a 0,3% e 1,5 punti percentuali. Di questi, la maggior parte sono opere di filologia e linguistica (635 titoli), mentre le maggiori tirature riguardano i libri di testo per le scuole primarie pari al 26,5% del totale. Quasi la totalità della produzione editoriale è realizzata ovviamente nelle regioni del Centro e Nord Italia, dove si trova ben l'89% degli editori, che pubblicano il 93,1% delle opere e il 97,0% delle copie stampate. Tra tutte le regioni la Lombardia pubblica il 43,3% di opere e stampa il 57,7% delle copie librarie prodotte a livello nazionale. Il Piemonte è infine la regione più produttiva per l'editoria scolastica con il 30,2% delle opere scolastiche e il 50,8% delle copie di libri stampati a livello nazionale. |
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Fiera del Libro e dell'Editoria
Locale -
Lentini 24/31 Dicembre 2000 29-12-2000
Presentazione delle Edizioni
GEPAS,
a cura di Enrico SestoLa
collana "Blocco notes d'artista" delle Edizioni GEPAS di Avola (SR) si presenta
con una veste editoriale agile nel formato e nella stutturazione grafica, quasi
che non volesse esssere un libro, ma proprio un blocco notes, un quaderno di
note che cerca di cogliere l'opera di scrittura artistica, nel suo esito definitivo,
ma nel suo farsi, nella forma dell'appunto, dello schizzo preparatorio o del
disegno, un quaderno di viaggio che serve per raccogliere tracce di cose viste
o pensate. Questo spunto del quaderno di viaggio e del tema del viaggio conoscitivo,
viene confermato poi dalla trovata originale delle cartoline d'artista, quasi
che il viaggio stesso implichi, poi, l'idea di corrispondenza, come testimonianza
di un percorso personale che si partecipa anche ad altri. Nel nostro caso specifico,
presentando qui, questa sera, i blocchi notes di Ans Rademakers, giovane artista
olandese, e di Delfo Tinnirello, artista siciliano, possiamo dire che questi
due artisti sono accomunati dalla pensosità del loro percorso operativo
e il blocco notes è il luogo dove ancora l'arte viene pensata e fissata
proprio nei suoi aspetti germinativi, come luogo della riflessione iniziale.
Alle cartoline, che testimoniano disegni di loro opere, si accompagnano, infatti
brevi scritti di meditazione sul percorso stesso, come tentativo di ricostruire
una sorta di autobiografia fantastica a sfondo figurativo che, nel confronto
con l'opera, trova la sua possibilità speculativa di rispecchiamento,
perché solo il rispecchiamento ci può dare la possibilità
di conoscere il percorso stesso, di poterlo e poterci pensare. Il blocco notes
serve per fermare quei pensieri e raccogliere tracce figurative, quasi come
un bastone di viaggio, sull'asse che poggia il pensiero sulla terra. Il blocco
notes serve, quindi, a localizzare il pensiero e la visione, a piantare la visione
in un luogo e fare nascere il pensiero. In entrambi gli artisti, infatti, vi
è attenzione per la località dell'operazione artistica, il viaggio
stesso vuol essere riflessione dei luoghi e sui luoghi.
Così le Edizioni GEPAS intendono, forse, contribuire all'idea di un'editoria
locale, arricchendola con la pubblicazione di libri che vogliono essere il riflesso
stesso del luogo. Il tema del riflesso e della riflessione, come metafora visiva
del processo di conoscenza, torna infatti anche nei titoli delle opere che qui,
stasera, presentiamo: "Idea sul mondo" di A.R. e "Cercando l'oro" di D.T.; titoli
emblematici, per molti versi, di due percorsi artistici che, pur avendo in comune
molti temi, si svolgono poi diversamente nelle soluzioni poetiche, proprio perché
il viaggio parte da punti cardinali opposti, dal nord al sud per A.R., dal sud
al nord per D.T.. "Idea sul mondo" infatti presuppone, metaforicamente, l'immagine
di un occhio che dall'alto guarda il mondo, che ne viene illuminato e il pensiero
è il percorso della luce della coscienza che cade dall'alto sulla materia
meridionale, mentre, invece, "Cercando l'oro", con la sua metafora mineraria,
presuppone la lampada del minatore che, con questo terzo occhio, lavora nelle
viscere oscure della materia e vi cerca l'oro, la luce infera. Per cui, per
A. R., il viaggio al sud è motivato dalla ricerca del sole fisico, mentre
per D.T. il viaggio al nord, all'emersione estatica, è motivato dalla
ricerca del sole spirituale. In ogni caso, per entrambi, tutto si svolge sull'asse
conoscitivo dei solstizi, solstizio d'inverno al massimo sud del ciclo discendente,
solstizio d'estate per il massimo nord del ciclo ascendente. Ad entrambi gli
artisti, infatti, è caro il tema che l'umiltà del ciclo naturale
sia la manifestazione di una superiorità immanente del pensiero cosmico,
che si incarna ed esprime nella materia stessa. La luce e la materia, dunque,
come tematica artistica solstiziale che si gioca tutta sulla verticale dal nord
al sud, dal sud al nord. Un quaderno di viaggio serve anche a questo, a fissare
e ricordare l'orientamento cosmico del percorso. E l'idea di cosmo come circolarità
e circolazione torna spesso nei disegni di A.R., sia come costante presenza
del cerchio figurativo, come emblema di luogo chiuso, sia nella composizione,
dove la circolarità ritorna come ricerca del flusso armonico che fa girare
le rotelle simultanee del pensiero e del corpo, ovvero del pensiero localizzato
in un vaso, in una maschera, in un bacino antico, nel segno femminile dell'interesse
per le forme che danno adito alle cavità della pienezza formale dei contenitori.
La sua stessa idea di composizione spaziale sembra contenere simultaneamente
diverse cose, ruote, vasi, elementi naturalistici a sfondo simbolico, aperture
architettoniche, pavimenti, oggetti, tutti elementi che insistono in una trama
femminile tenue ma tesa e minuta, che si accompagna, a volte, a quell'altra
trama grafica e scritturale che testimonia una sorta di ronzio continuo del
dialogo interiore, incessante, mentre si compie l'opera. Quel pensare continuo
e semiscosciente, nella sua omogeneità sommessa, che accompagna certi
lavori femminili dell'intramare, del mettere assieme, simbolicamente, il piccolo
e il grande, la superficie bidimensionale e la profondità oscura. Quasi
che i disegni di A.R. fossero la resultante di una sorta di artigianalità
del pensiero, dell'ideazione artigianale del mondo, ispirata dall'etica della
responsabilità personale nella manifattura del mondo stesso, secondo
l'idea che, dall'alto, manipola il sud materiale. Il sud fisico è, quindi,
la vita stessa dell'idea formale che si localizza nei manufatti, molto spesso
del manufatto archeologico, del manufatto antico, per cui il disegno è
anche viaggio alle origini simboliche della forma e della composizione, secondo
gli assoluti del bianco e del nero. A questo punto, però, è meglio,
forse, per l'ulteriore comprensione del registro geopsichico della nostra metafora
orientativa, esplicitare alcuni principi di riferimento cosmico di quella che
possiamo chiamare 'geografia imaginale', come viaggio nei luoghi psichici. Il
nord materiale è povero di luce fisica e, proprio per questo, sul piano
imaginale, sviluppa una mitologia di dei uranici. di dei luminosi che guardano
il mondo dall'alto. Al sud, invece, all'intensa luce fisica, corrisponde, sul
piano imaginale, la tenebra spirituale, la nube della non conoscenza, perché
al sud il pensiero si svolge sempre dentro l'inconscio e viviamo, perciò,
immersi nell'ignoto, per cui la cerca dell'oro è scavo della luce nel
mistero, secondo un'archeologia iniziatica che serve all'estrazione di materiali
preziosi per la metallurgia gnostica della trasformazione esistenziale. La luce
e la materia, quindi, come tema dominante del percorso, per cui i luoghi non
hanno solo radici ma anche ali. Entrambi gli artisti, infatti, sono sensibili
all'immaginario materico e alla matericità dell'immaginario, nella dialettica
di radicamento necessario e di fuga desiderante, di fissazione del limite e
di evasione dello stesso, temi propri di ogni problematicità del viaggio
esistenziale. Dal nord al sud, dal sud al nord, dalla luce alla materia, dalla
materia alla luce, per cui per A.R. la luce cade sulla materia, per D.T. la
materia sgrava la luce. Tutta la sua opera, infatti, si esplicita, essenzialmente,
su questo tema matemo dei travagli e dei dolori del parto del bambino di luce.
Per lui, la luce spirituale nasce nell'inverno fisico, la magnificenza superiore
del solstizio d'estate ha origine nella bassezza umile del solstizio d'invemo.
E' il tema mediterraneo del Natale che, dalle sue origini pagàne, torna
poi a fecondare anche la rappresentazione del presepe cristiano, come nascita
notturna della luce in una stalla, secondo un'antica suggestione ermetica che
suggerisce di cercare l'oro nelle stalle, la sapienza nell'ignoranza. Così
possiamo dire che, per D.T., il tema della genesi della luce dalla materia è
come la cometa che guida il suo percorso artistico, nella volontà pellegrina
di andare a contemplare ed adorare il bambino di luce che nasce dalla notte.
La visione di A.R. rimane, essenzialmente, diurna, perché aspira alla
materia ideale, alla idealizzazione della materia. quella di D.T. una visione
notturna, un'idea dal mondo, un'idea materiale che viene fuori dalla lacerazione
esistenziale, dalla ferita della creazione, che presuppone un dio che è
creativo per gli uomini solo quando si uccide donandoci il sacro, per cui la
genesi artistica si connota come tragico sacrale e misterico, dolore del parto
divino. Per l'uomo che nasce al sacro c'è sempre un dio che al sacro
muore.
Tutta
l'opera di D.T., nelle sue costanti, si mobilita, perciò, attorno a questo
tema fisso della drammaturgia della luce e della materia, dal punto di vista
del sud. L'assunzione di questo punto di vista ne connota l'identità
tragica, il natale della luce è collocato sempre nella fine del tempo,
il bambino è, sempre, il figlio del vecchio. E vecchi sono i materiali
che lui usa, cose secche, rami, semi, carte, spaghi, manufatti contadini sfasciati,
il natale della luce si congegna sempre con le robe del vecchio, per questo
le sue opere sono opache e stinte e il colore della vita vi è sempre
come trattenuto e rappreso dal nero, che lo veicola come magma interno incandescente
del cromatismo occulto, come venatura della luce passionale che anima la materia
scura nella visione notturna del sole nero, nella visione aurorale del sud ignoto.
D.T. è, infatti, un artista del sud ignoto, A.R. del sud conosciuto,
per questo il loro viaggio è simile ma assai diverso, i luoghi sono gli
stessi, ma il primo li guarda di notte, la seconda, di giorno, dove, ancora,
la luce della buona volontà ordina la materia nella forma e la rende
utile per la conoscenza. D.T., invece, parte sempre dalla disgregazione della
forma, dagli scarti del ciclo, dalla consapevolezza che il lavoro della morte
rende tutto inutile per la conoscenza e il lavoro artistico è perciò
inteso come dedizione al tempo inutile, per cui il culto genetico dell'opera
è, al tempo stesso, culto dei morti. Per D.T. la genesi della luce, la
stessa possibilità di volo estatico, ha, perciò, fondamento tragico,
per cui la cerca dell'oro comporta un lavoro oscuro, un lavoro al nero, che,
infatti, rimane la dominante monocromatica di tutta la sua opera, a testimonianza
che il sud ignoto è tragico in sé e il percorso della conoscenza
comporta il pianto. La sua arte vuol essere, infatti, un 'saper piangere', perché
il parto comporta la ferita. La sua opera non tace il pianto, non si vergogna
della morte, non si vergogna di averne fatto conoscenza, d'esserne stato toccato,
crepato. Così come crepate e ruvide sono le sue superfici, qualcosa di
non accogliente, da cui emana il silenzio. L'opera di D.T., infatti, è
silenziosa, sia dal punto di vista esistenziale che artistico, quasi che l'urlo
del travaglio cosmico venisse colto sempre nella sordina di una intimità
materica e regressiva al mondo delle madri, nel mondo dei morti e degli spiriti
di luce, che, come archetipi orientativi, guidano il suo percorso. Torna la
metafora del presepe e del Natale mediterraneo.
Se ci fate caso, l'ambientazione del presepe è sempre notturna e il percorso
è guidato da una stella, eppure vi ferve tutto un repertorio di arti
e mestieri, come se fossimo in pieno giorno, come se la nascita notturna mettesse
in attività tutte le figure archetipiche ed intenso vi fremesse l'artigianato
psichico. Quello stesso attivismo, notturno e segreto, che comporta la costruzione
delle opere di D.T., che ha, perciò, una forte componente artiginale,
di sapienza artigianale, di pensiero artigianale, che ricorda ancora azioni
della memoria materica come appiccicare, coprire, legare, impastare, tutte attività
simboliche per cucire la lacerazione in un rinato orizzonte culturale. Da qui
la luce secca delle sue opere, a ricordo della Sicilia lapidea della necropoli
sapienziale, laconica e dura, da qui quel loro silenzio genetico ed arcano,
perché la luce nasce dalla materia che muore, dalla pulsione della materia
alla morte come ricerca del divino, dalla sua volontà istintiva di distruggersi
nella luce, di figliare l'oro, la materia nobile della sovranità esistenziale,
la sovranità tragica. L'opera di D.T., ricordando la Sicilia ignota la
Sicilia segreta, si ricorda, perciò, della tradizione tragica che da
sempre l'attraversa con la sua 'arte del pianto', nella quale, tradizionalmente,
confluivano umori religiosi, filosofici e poetici. L'opera di D.T. denuncia,
perciò, con il suo silenzio triste, la vocazione del sud ignoto al lamento,
come travaglio del cordoglio genetico e lavoro culturale per la rinascita del
senso della vita, del suo luccicante valore, dal funerario materico, consapevole
che chi cerca l'oro trova la morte e chi cerca la morte trova l'oro, il tesoro
nascosto, l'oro dei morti, quasi ad inseguire la leggenda di una favolosa ed
utopica 'truvatura' artistica. L'opera di D.T. sembra additarci, perciò,
che l'unica vera ricchezza della Sicilia fisica è il suo sepolto, l'oro,
infatti, viene dall'archeologia, secondo una dominante del pensiero tragico,
che, nell'ossessione dello scavo, soddisfa la sua mania furente alla profondità,
sembra ricordarci che l'oro a noi doveva venire proprio dallo scavo delle nostre
immense rovine. Egli, infatti, l'oro lo cerca nelle tombe e non al mercato,
dove tutta l'isola è schiacciata dalla colpa di essere antica, per l'ossessione
moderna, e tutta superficiale, dello sviluppo del futuro radioso e progressivo.
La sua opera sembra ricordarci che se avessimo saputo piangere non sarebbe finita
così, se invece di vergognarci del lamento antico avessimo onorato i
nostri morti, avremmo ancora nell'isola il primato del tragico e non il primato
di questa Sicilia che, senza più memoria localizzata, è solo un'enorme
disgrazia. La nostra assenza contemporanea di grazia nasce, appunto, dalla vergogna
della nostra tragica bellezza, per cui il pianto taciuto è pudica e moderna
copertura della nuda verità del tragico antico, del piacere aureo della
morte negli amplessi gnostici di luce e materia. Ci siamo vergognati del nostro
modo di conoscere, del nostro modo di amare, del nostro eros gnostico, da cui
poi genera il bambino di luce, la materia nobile della nostra poesia, per cui
la morte simbolica è iniziatica ad ogni genesi artistica del sud ignoto,
dove lutto, lusso e lussuria coincidono nell'estasi catartica e comunitaria
del teatro di memoria, che permette la riemersione del rimosso e il suo riscatto
utopico.
La teologia tragica, infatti, attraverso la gnosi visiva, redime il male originario
e lo sacralizza nel paganesimo geniale del vecchio che muore e del dio giovane
che nasce. Poiché il seme sempre germoglia nell'inverno della terra oscura,
per cui il culto del seme morto è, al tempo stesso, culto della rigenerazione
ciclica delle bionde messi. E l'opera di D.T. ricorda sempre un che di agricolo,
il suo operare assomiglia alle cure dell'agricoltore occulto che travaglia la
terra per il pane e per le rose, per le radici e per le ali. Così egli,
sempre fissato nella sua terra, tenta il volo radicale, il luccichio aureo della
visione dei semi originali e l'estasi del raccolto nel massimo della perdita.
Così egli coltiva l'oro locale, piantando semi nelle tombe del rimosso,
per la rinascita mitica della luce nella notte più lunga del solstizio
d'inverno. La conoscenza è. allora, passione alata della perdita radicale,
rigenerazione del trapassato. Il tema dell'antico e del mito non vi torna, infatti,
come mimesi iconografica, come invece, a volte, avviene in A.R., ma come travaglio
della materia morta, per una possibile rigenerazione culturale della profondità
psichica del sud misterioso, dove l'oro artistico della conoscenza visionaria
nasce dal non sapere misterico, dalla ferita del dio che si nega aprendo la
conoscenza, dall'identità misterica che annulla il soggetto chiaro della
conoscenza immergendolo nel suo segreto, nella sua identità negata, laddove
si conosce il sacro. Il drappo nero copre sempre il volto dell'identità
artistica di D.T., il volto nero del minatore che cerca l'oro segreto lungo
i filoni ermetici della conoscenza che scava nel non sapere, nel culto impolitico
dei morti, su cui poi si giustifica ogni legame politico della comunità
cultuale, che fonda la città come parto della necropoli. Dal sacro morto
si apre la 'culturalità' del mondo, la sua possibilità di essere
letto all'interno di un orizzonte di senso, perché solo i morti ci danno
intelligenza e fondamento per la vita. Per D.T. l'identità locale si
fonda proprio sulla sua identità misterica, come se l'arte fosse un modo
per ridare la vista al cieco, come se solo l'arte fosse capace di ridare visione
alla cecità del sud ignoto, come sua possibile strategia conoscitiva,
efficace per estrarre la luce dalla materia scura della nostra inconscietà
meridionale, che qualcuno scambia per irresponsabilità storica, eppure
è vero. Avevamo noi, una volta, un modo di essere responsabili pur dentro
l'inconscio: il mito. Il mito sapeva parlare con e per noi, per questo tutte
le politiche illuministe dello sviluppo del sud sono miseramente fallite, anche
se il loro passaggio ha lasciato profondi segni nella nostra cultura ed ha provocato
una vera e propria catastrofe antropologica. che sta alla base della decadenza
della nostra intelligenza identitaria, perché abbiamo dimenticato i segreti
della nostra storia, abbiamo dimenticato i nostri miti, che sono la memoria
stessa dei segreti originali dei diversi tempi, delle diverse storie. Abbiamo
dimenticato, o, forse, abbiamo pensato che, per conoscere il sud ignoto, non
avevamo più bisogno dei segreti, così dal sacro ignoto siamo diventati
profani ignoranti ed abbiamo smesso la cultura tragica a favore del positivismo
modernista. Allo stato presente, la politica illuminista non è riuscita
ancora a confrontarsi con la nostra radicale negatività, con la nostra
passione per lo sfascio e la distruzione, la passione sacra per l'inutile che,
senza più cultura tragica, è solo un enorme smarrimento, una mostruosità
profana d ogni cosa. Proprio perché ci siamo vergognati della nostra
mostruosità divina siamo caduti in servitù, perdendo la sovranità
sacra del nostro territorio, che è in mano di nessuno, perché
nessuno vi sa parlare, sa svegliare i suoi morti, i segreti geni del luogo morto.
Forse cogliendo questo disagio, le edizioni GEPAS vogliono rinnovare l'antico
culto ed editare nella convinzione di lavorare sul territorio per estrarre il
genio locale, perché il territorio senza genio è perso alla sua
distruzione mercificata.
Enrico Sesto
Verso
la costituzione
dell'Associazione dei piccoli editori siciliani
Primo incontro: Catania, 24 gennaio l999
presso la Libreria Prampolini.
La 2a Rassegna della Piccola Editoria Siciliana, che si è svolta ad Avola dal 26 dicembre 1998 al 3 gennaio 1999, chiude con un bilancio positivo, in termini di presenze (28 case editrici presenti nel salone espositivo e 15 conferenze in 7 giorni) e rispetto agli obiettivi, che s'erano già delineati sin dalla sua prima edizione del dicembre 1996, miranti alla costituzione di una associazione siciliana di piccoli editori.
Gaetano Gangi, Orazio Parisi, Giovanni Stella, Francesco Urso e Benito Marziano
in una fase dei lavori della Seconda Rassegna.
Riguardo a quest'ultimo aspetto, infatti, gli
editori partecipanti, in quella sede stessa, avevano messo in agenda, un primo
incontro operativo da effettuarsi a Catania il 24 gennaio 1999, presso la Libreria
Prampolini di Via Vittorio Emanuele; incontro che si è puntualmente svolto
e che ha regolarmente adempito all'impegno di far nascere l'anzidetta associazione
di editori siciliani. Gli editori che hanno dato l'adesione sono: la Gepas di
Avola, la Libreria Editrice Urso di Avola, la Boemi Prampolini di Catania, l'Editrice
La Cantinella di Catania, Motta di Catania, la C.U.E.C.M. di Catania, la Emarom
di Siracusa, Angelo Mazzotta di Castelvetrano (TP), Angelo Scandurra di Valverde,
Armando Siciliano di Messina, Prova d'Autore di Catania, la Multigraph di Messina,
Studio Focus di Siracusa, Sicula Editrice Netum di Noto, Maura Morrone di Siracusa,
Istina di Siracusa.
Significativi gli argomenti, oggetto di un dibattito vivace e articolato, scaturito
dalla relazione introduttiva di Orazio Parisi della Gepas di Avola.
Parisi nel suo intervento, ha detto in premessa, che là realtà editoriale siciliana è tuttora sconfortante. Il forte individualismo e l'aria di sufficienza che caratterizzano l'editore siciliano, lo rendono non solo poco capace a comprendere l'importanza del dialogo e della collaborazione fra editori, ma anche fortemente contraddittorio rispetto ai suoi stessi fini, perché questa sua azione "isolata" gli fa percepire attorno a sé un vuoto, di presenza, di programmazione, di spazi idonei, ecc., tale, da vanificare in larga parte il suo impegno, sia economico, sia culturale, e comunque tale, da non farlo divenire competitivo nel quadro editoriale a livello nazionale, come si può benissimo evincere dai dati ISTAT degli ultimi anni, a partire da quelli sulla produzione libraria nel 1995, pubblicati su "Informazioni - n. 19" di settembre 1996.
E tuttavia, ha proseguito Parisi, proprio il prendere coscienza di una simile contraddizione può aprire importanti spiragli verso un concreto avvio di una nuova politica editoriale siciliana, che ampli le vedute e metta i suoi protagonisti al passo coi tempi. Ma non si può più perdere tempo, perché i nodi da sciogliere sono molti oltre che antichi, se si pensa che già il 2° Salone dell'Editoria Regionale Siciliana di Pozzallo, del lontano 1984, ne aveva individuati alcuni, macroscopici, tuttora irrisolti.
Uno di essi è la necessità di passare da una produzione libraria di tipo "artigianale" a una, più moderna, di tipo industriale, capace di attingere cospicue risorse finanziarie per una politica a lungo periodo. E, per far questo, a parte il discorso sulla risaputa "povertà" che contraddistingue tutti gli editori siciliani (quelli minori e quelli maggiori, indifferentemente) occorre, imprescindibilmente, una capacità e una predisposizione a cooperare, a cominciare proprio dall'aggregazione associativa. Sapendo, tuttavia, che cooperare, non significa darsi soltanto regole e fini, ma attuare quel "principio di effettività" che impone a tutti i soci di farsi attivi per il raggiungimento degli scopi comuni.
Questa sorta di "conversione" industriale ha, però, delle condizioni forti, che attengono alla qualità della scelta editoriale. Senza sottovalutare le regole di marketing, e soprattutto quelle pubblicitarie, occorre operare diversamente da come operano le grandi case editrici: non abbassando, cioè il prodotto libro al livello del generico prodotto-merce-consumo da ipermercato.
Un secondo nodo, ha proseguito Parisi, riguarda il rapporto fra editoria, mass media e distribuzione. Non è più tollerabile l'atteggiamento di mass media (giornali, radio, TV) che fa pesare sul libro condizioni di marketing e pubblicitarie troppo esose che, come giustamente scriveva Mario Sipala nel Catalogo di Pozzallo del 1984, "somigliano ai meccanismi delle tangenti" Occorre dunque spingere con forza a che la stampa dedichi più spazio alla divulgazione del libro. Sul versante della distribuzione, poi, considerato, come si è detto, che il libro è un "prodotto" atipico, è necessario ritornare ad una valorizzazione delle librerie, intese come strutture, non solo specializzate in senso professionale, ma anche (e perché) culturalmente idonee ad un corretto inserimento del libro nel mercato. La loro valorizzazione passa attraverso la qualificazione dei librai (per esempio, con adeguati corsi di aggiornamento) ed una più razionale e capillare distribuzione delle librerie stesse in tutto il territorio regionale. Non va sottovalutato, inoltre, il potenziamento delle biblioteche, pubbliche e private, spingendo anche verso l'apertura di nuove biblioteche.
I1 terzo nodo, ha concluso Parisi, riguarda il sostegno all'editoria da parte delle Istituzioni (Regione, Province, Comuni). Se, da un lato, l'editore deve impegnarsi nella produzione di libri di cultura di incontestabile valore, il sostegno all'editoria, dall'altro lato, non può essere né occasionale né del tutto discrezionale, come avviene oggi.
Va spinta, pertanto, la Regione innanzitutto, a promulgare una legge di sostegno all'editoria, che disciplini in maniera organica la materia in tutti i suoi aspetti anzidetti. Ed in secondo luogo, bisogna impegnare i Comuni e le Province a dedicare maggiore attenzione ai problemi della Cultura e del libro in particolare. Cosa tutt'altro che difficile, se si guarda all'esperienza fatta in questa direzione dal Coordinamento delle Piccole Città, promosso dall'Assessore alla Cultura di Scordia, Salvo Basso, a cui questa neonata associazione si rapporta con attenzione e interesse.
Angelo Boemi, della Boemi Prampolini, pur condividendo la relazione di Parisi, ha sottolineato l'aspetto più strettamente "sindacalistico" dell'Associazione, ponendo l'accento sull'impegno alla difesa degli editori come categoria ben definita di operatori culturali, pur nella consapevolezza del permanere di una certa "ambiguità" nella figura dell'editore siciliano.
Francesco Urso, della Libreria Editrice Urso, ha precisato che questa Associazione è necessaria per uscire fuori dall'isolamento, per qualificare la professionalità e per responsabilizzare gli editori aderenti. Bisogna, pertanto, porre subito mano allo Statuto, definendo bene scopi e competenze. Successivamente, occorre affrontare i due problemi prioritari dell'editoria in Sicilia, quello della distribuzione e quello della cooperazione fra editori, attraverso, per esempio, la produzione di un catalogo degli editori associati, l'organizzazione di loro incontri attraverso riunioni-convegni, fissando, di volta in volta, i temi più scottanti della produzione e fruizione culturale, appoggiando queste iniziative librarie preventivamente.
Subito dopo, ha preso la parola Armando Siciliano, dell'editrice omonima, il quale ha ribadito il concetto di editore come professione, l'importanza della cooperazione e la necessità di una legge regionale organica, dichiarandosi disponibile alla costruzione dell'Associazione.
Aldo Palazzolo, di Studio Focus, ha invece mostrato delle forti perplessità, se non si operano a monte delle rigorose selezioni, escludendo quegli editori che non hanno né qualità né professionalità.
Obiezione giusta, ha replicato Boemi; ma, la soluzione può essere solo quella di stabilire precise regole (una sorta di codice da seguire) che pongano in essere delle "griglie" in grado di filtrare le varie realtà editoriali in forma neutra ed automatica.
La signorina Roccasalva, della Editrice Istina di Don Giuseppe Lombardo, si è ritenuta disponibile alla costituzione dell'Associazione, ponendo l'accento sulla compilazione di una scheda degli editori partecipanti e sull'importanza di rendere la Rassegna dell'editoria itinerante, ricercando le possibilità di farla circuitare in altri luoghi.
D'accordo con Roccasalva, Carlo Morrone della Maura Morrone, ha sottolineato l'importanza della rassegna itinerante e della distribuzione, con i suoi grossi problemi economici, punti prioritari della costituenda associazione di editori.
È seguito l'intervento di Salvo Basso, assessore alla Cultura del Comune di Scordia e responsabile del Coordinamento regionale delle Piccole Città, il quale ha informato i presenti dell'incontro di Roma del 23 gennaio 1999, al quale ha partecipato, che ha sancito la nascita a livello nazionale del Coordinamento libera informazione. In quella sede sono stati affrontati, tra l'altro, anche i temi più strettamente culturali, riguardanti il rafforzamento dei saperi locali (Federalismo culturale). I1 futuro, ha detto Basso, si gioca sulla rinascita dei "localismi", inseriti, però, in un contesto più ampio che preveda, come presenza istituzionale, un costante raccordo di varie realtà istituzionali. In questo contesto, vanno rivisti alcuni aspetti che attengono ad una maggiore modernità ed efficienza dell'informazione, come, ad esempio, Internet. Bisogna prendere atto, ha proseguito Basso, che il quotidiano non è più "attuale" e che la televisione ha un'informazione vistosamente manipolata. Da qui, l'importanza dell'associazione di editori in Sicilia che funzioni e sviluppi varie attività, come la Rassegna di Avola. Al riguardo, Basso, accogliendo le proposte precedenti, si è reso disponibile a far partire una "Carovana del libro", cominciando proprio da Scordia, in cui porre le basi per alcuni punti fermi, quali: la distinzione degli editori dai tipografi; il raccordo con le librerie come luoghi in cui il libro, oltre ad essere venduto, va presentato; il raccordo permanente con l'ambiente creativo (scrittori, artisti, intellettuali). Ha, infine, notificato l'adesione all'associazione di Angelo Scandurra, della Editrice Il Girasole di Valverde.
Anche Rosario Baieli, della Multigraf, ha annunciato la sua adesione all'associazione, rimarcando, nel contempo, il ruolo dell'editoria che si occupa di grafica, settore particolare e in ascesa. Ha fatto presente, inoltre, l'importanza di agire eticamente, contro il malaffare, le scorrettezze professionali e la inefficienza di istituzioni pubbliche, come la Camera di Commercio di Messina, la quale pubblica un libro sulla raccolta provinciale degli usi e, anziché mettere gli usi messinesi, inserisce paradossalmente quelli di città del nord Italia, assecondando "interessi" dell'editore Magno.
È seguito un breve intervento di Alessandro De Felice, curatore della collana storico-politica della Boemi Prampolini, nel quale lo storico ha sottolineato l'importanza della divulgazione, anche con incentivi, delle edizioni di editori locali, istituendo una sorta di calendario di sconti fra i vari editori aderenti.
Su tale proposta, è intervenuto ancora Salvo Basso, citando, a mo' di esempio, l'iniziativa napoletana denominata "La montagna del libro", che ha riscosso un notevolissimo successo.
Intervento conclusivo, quello di Biagio Iacono, della Sicilia Netum, in cui l'editore netino ha posto l'accento sul concetto di profit no profit della legge sull'associazionismo, rimarcando l'importanza di rimuoverne le ambiguità le quali spesso intralciano il lavoro dell'editore.
L'Assemblea ha infine dato incarico a Orazio Parisi e Francesco Urso di redarre in bozza lo Statuto dell'Associazione, provvedendo nel contempo al collegamento fra editori.
Nota
conclusiva
della Prima Rassegna
della
"Piccola" Editoria Siciliana
Dal 21 al 29 dicembre 1996 ad Avola
con SPAZI ESPOSITIVI al Foyer del
Teatro Comunale
Conferenze e presentazioni nel Salone Comunale.
Noi siamo i nostri cammini
e non solo i nostri luoghi
di Francesco Urso
Sappiamo che l'editoria attraversa in realtà una fase ancora molto incerta e confusa. Le case editrici dopo due-tre anni finanziariamente molto pesanti stanno faticosamente uscendo dal guado - più nel senso, tuttavia, di aver dimezzato le perdite che non nel senso di aver recuperato una significativa redditività- (Giuliano Vigini, Rapporto 1996 sullo stato dell'editoria).
Abbiamo anche detto che affrontare la grave crisi del libro in Sicilia partendo da pure operazioni di marketing, significa non saper leggere tra le righe inequivocabili dei dati lstat relativi alla produzione libraria nel 1995.
Su oltre tremila editori in Italia che complessivamente producono oltre cinquantamila titoli l'anno siamo riusciti a censire oltre centosettanta editori siciliani che sostanzialmente hanno prodotto nel 1995:
37 libri scolastici
1 libro per ragazzi
599 libri di altro genere
Questi dati sono sicuramente sconfortanti, se si pensa poi al basso consumo e alla disattenzione delle istituzioni pubbliche e dei privati verso l'editoria siciliana in genere.
É allora ancora praticabile il marketing senza progetto? Può un editore rinunciare a mettere tutto quanto in discussione e a riformulare i termini una presenza nel territorio? Queste per noi sono chiaramente domande retoriche, ed ecco spiegato il perché, dal sud del sud, abbiamo voluto lanciar dei segnali forti.
Sono chiaramente finiti i tempi delle vecchie logiche mercantili e non può più interessare quanto si paghi a metri quadrati (o lineari) a Medilibro Palermo o a Il libro di Messina.
Vogliamo riconoscerci in eventi di più vasta portata culturale (che crediamo di saper sviluppare), e nel cammino che intendiamo condividere.
Noi siamo i nostri cammini e non solo i nostri luoghi!
Abbiamo per questo motivo iniziato un discorso nuovo verso alcune direzioni finora inesplorate.
Le problematiche della piccola editoria siciliana sono state fino affrontate solo in alcune tesi di laurea, ed è invece nostro interesse contribuire ad un loro approfondimento.
Il grande ruolo della libreria-editrice (per l'immediatezza del contatto tra produttore-autore e consumatore-lettore), il contributo insostituibile dell'associazionismo culturale allo sviluppo delle idee, poesia e scuola (e altre tematiche affrontate alla nostra Rassegna) hanno fatto capire, anche a chi ha seguito i nostri numerosi comunicati, che non ci interessava solo l'aspetto commerciale della manifestazione.
Abbiamo offerto gratuitamente agli editori e agli autori tutti gli spazi, abbiamo comunicato con gli addetti ai lavori in diverse occasioni e, non è poco, abbiamo diffuso fiducia e correttezza nel territorio.
Contiamo nel futuro di coinvolgere di più autori, editori, lettori, tipografi, distributori e biblioteche con lo stesso spirito di oggi.
D'altra parte ci sembra necessaria una verifica, che consenta di riconoscere chi è realmente interessato alla realizzazione di un progetto culturale fuori degli schemi e chi invece, partecipa a tali manifestazioni solo per sfruttare una bancarella in più. (Sicilia Libertaria, Febbraio 1997).
Se da una parte ci rendiamo conto di lavorare verso frontiere dell'ignoto, ci sembra d'altra parte che non siamo più all'anno zero.
Sapevamo di distributori, librai e lettori che non conoscevano editori.
In questa circostanza abbiamo anche visto editori che non conoscevano altri editori siciliani (che poi sono anche tanti: 59 a Palermo, 39 a Catania, 22 a Siracusa, ecc.).
Insomma conoscersi è diventato importante e anche possibile.
Al Foyer del Teatro comunale di Avola, in nove giorni, circa tremila persone hanno apprezzato i libri di quaranta editori: alcuni di raffinata cultura (Il Girasole, L'Epos, Boemi-Prampolini), di sorprendente specificità (Neopoiesis per la musica, Nova Ipsa per le pratiche mediche e filosofiche alternative, Edizioni Della Battaglia per l'impegno socio-politico), di ottima saggistica storica (Cuecm, Cavallotto, Sicilia Punto L, La Fiaccola, Emarom), di valida letteratura (Prova D'autore, Il Lunario), di splendida fotografia geografica, storica e d'autore (Studio Focus, L'Ulivo saraceno, Mediterraneum, Maimone, Sellerio), di letteratura religiosa (Istina, Teotokos), ecc..
Mancava nel contesto la logica del bestseller o del tascabile (e questo oltre che un limite potrebbe essere forse interpretato come un bene, perché i praticare questa strada ha portato gli editori del nord al "carosello dei fuochi d'artificio" che con elettroshock permanenti ha ridotto il potenziale lettore all'indecisione e alla confusione). Mancano del tutto i "nostri classici", da Pitré a Mongitore, da Fazello ad Amari, da Meli a Piccolo, da Amico a Giarrizzo ecc.
La presenza di alcuni "Libri-Bambola" (come li definisce Carlo Ruta) fa capire che non è finita ancor la speranza, in alcuni, di un ritorno all'intreccio con l'ente pubblico.. Nell'assenza di una legge di tutela è urgente correre ai ripari in difesa della cultura siciliana.
E la non sufficiente presenza di volumi di poesia e narrativa è sintomo di poca consistenza di quell'editoria -come dice Mario Grasso- che rischi qualche milione (povera gente, nauseante per gli scrittoroni siciliani di Milano pubblicando senza pretendere o chiedere alcun contributo...
E possibile una nuova formula che dobbiamo tutti quanti inventare a favore dello scrittore esordiente (antologie, coedizioni ).
Infine, come dice ancora Mario Grasso, abbiamo
voluto realizzare una sassaiola esemplare nello stagno della Sicilia degli
editori...
Canalizziamo insieme la palude al deflusso. Dateci una mano.
Francesco Urso
Avola, 12/02/1997
LE CASE EDITRICI CHE HANNO VENDUTO DI PIU (in percentuale)
alla prima edizione della Rassegna:
1) CUECM di Catania
2) EMAROM di Siracusa
3) IL LUNARIO di Enna
4) PUNGITOPO di Marina di Patti
5) L'EPOS di Palermo
6) BOEMI PRAMPOLINI di Catania
7) LA FIACCOLA di Noto
8) NEOPOESIS di Palermo
9) L GIRASOLE di Valverde
10) SICILIA PUNTO L di Ragusa
I PRIMI DECI LIBRI più
venduti alla Rassegna
1) Simon N., Viaggio Umoristico attraverso i dogmi, La Fiaccola
2) Sambataro A., Federico II e lo studium di Napoli. Cuecm
3) Florio P., Avola immagini di ieri, Florio
4) Lombardo P., Ginfa e ancora GiuRa, Il Lunario
5) Benedetti M., Primavera con un angolo rotto, Neopoiesis
6) Anonimo ragusano, A truvatura, Sicilia Punto L
7) AA.W. Un racconto per un segnalibro, Gepas-Urso
8) Kropotkin, L'anarchia e la sua filosofia, La Fiaccola
9) Marazzani P., Calendario di effemeridi anticlericali, La Fiaccola
10) Di Grado A., Leonardo Sciascia, Pungitopo.
L'autunno dell'editoria siciliana
di Carlo Ruta
Un discorso che voglia dirsi obiettivo e non retorico sull'editoria siciliana odierna non può esulare dal dato complessivo. Quello cioè del degrado civile di quest'isola: teatro di delitti continuati, di gattopardi irredenti e di mafie. Né può, un ragionare che voglia dirsi credibile esulare dalle responsabilità e le colpe che alla cultura di fatto appartengono. Dalle colpe, in particolare, di quegli intellettuali -e sono certamente i più- che non adempiono fino in fondo il loro dovere di critica verso i poteri e che non reclamano una presenza forte e autonoma nella società civile.
Senza infingimenti, occorre prendere atto che sono due le opzioni più praticate nell'isola. C'è chi si adatta a recitare il ruolo di guitto o di questuante, alla corte di Tizio o di Caio, ricambiato per i servizi resi con compensi e gratificazioni di vario genere, per lo più residuali: C'è poi chi - per indolenza congenita o acquisita - si chiama fuori tout court. Una posizione altrettanto comoda, a ben vedere, perfettamente inserita in certe logiche, e acconcia a perpetuare i bubboni mortiferi di questa terra. Certo, c'è pure una terza opzione. A opera di chi pensa di fare gioco a sé, con le migliori motivazioni civili. Ma si tratta d'una realtà minoritaria, che riesce magari a lanciare le sue sfide e i suoi messaggi "in bottiglia" - e il mare può chiamarsi pure Italia o Europa -, che tuttavia non può andare al di là di questo, e che non riesce, in definitiva, a fare testo. Ecco allora consumarsi la tragicommedia di certa cultura siciliana, largamente maggioritaria. Che per sopravvivere deve paradossalmente negarsi. Che anziché comunicare - nell'accezione più congrua - deve abituarsi al simulare e al tacere. Che anziché porsi come ispiratrice delle politiche, finisce per esserne la serva più fedele e nel contempo la più maltrattata. E al capolinea di un simile teatro del grottesco chi troviamo?
Manco a dirlo, l'editoria regionale, sempre più pervasa da erosioni intime, largamente rinunciataria, indolente per definizione, indisponibile ai cambiamenti di sostanza. Il prodotto è poi quello che è: scontato, intriso di provincialismo, vocato alla giaculatoria e al celebrativo. Quanto basta, in definitiva, per rovinare una tradizione - che pure ha fatto la storia nobile della Sicilia - e per impedire comunque che le culture e l'intelligenza in quest'isola escano dalla condizione di minorità in cui versano da vari decenni.
Niente di tutto questo, ovviamente, è fortuito. Tutto è funzionale, infatti, ad una precisa strategia di patteggiamento del silenzio, ad opera dei poteri che in Sicilia più contano: in testa le due maggiori banche siciliane (finanziatrici di una cospicua quantità di opere "di pregio"), che sempre più ritroviamo oggi nelle cronache italiane per i loro supposti nessi con i corleonesi di Riina, la banda della Magliana e altre mafie.
Uno sconcio, insomma, che alla lunga non paga. Come dimostrano peraltro talune cose d'oggi, e in particolare la crisi che attanaglia gli editori siciliani che hanno perduto negli ultimi anni le tradizionali prebende.
Nulla di cui gioire, beninteso. Meglio un editore che cambia rotta, piuttosto che un editore che chiude i battenti. Sarebbe tempo allora che l'editoria siciliana rivedesse le proprie cose e riprendesse le misure. Distanziandosi anzitutto dai comitati che hanno retto l'isola nei decenni scorsi, facendo del prepotere una "scienza esatta", tanto da riuscire ad irradiarne il concetto in tutto il pianeta.
Certo, non è facile che questo accada in Sicilia. Nella terra del paradosso per definizione. Ove da un lato vengono finanziati i libri strenna su Noto, mentre dall'altro si fa sì che i monumenti della città barocca rovinino al suolo. Credo tuttavia che occorra far presto. Prima che all'autunno attuale segua un irreversibile gelo.
E ora che si riannodino, insomma, i fili di una certa tradizione, oggi pressoché conclusa. Quella di Salvatore Sciascia di Caltanissetta, per intenderci, che negli anni '50 -'60 seppe edificare un catalogo che entrò a pieno titolo nella grande letteratura italiana, pubblicando e lanciando giovani autori come Pier Paolo Pasolini, Roberto Roversi, Leonardo Sciascia, Alessio Di Giovanni, Bruno Caruso, Mariella Bettarini, Franco Fortini, Vanni Ronsisvalle, Gianni Toti, Renzo Paris, oltre che i premi Nobel Vicente Alexandre e lo iugoslavo Ivo Andric, parecchi anni prima che ricevessero l'ambito riconoscimento mondiale. Tutto questo mentre scoccava nell'isola l'ultimo atto del banditismo e salivano in scena i Liggio, i Gioia, i Volpe, i Lima, i Bernardo Mattarella e, dulcis in fundo, il cardinale Ernesto Ruffini: il quale soleva ripetere che Il Gattopardo di Lampedusa era una delle cause che maggiormente avevano contribuito a disonorare la Sicilia.
Se vogliamo andare un po' indietro, pensiamo infine a Niccolò Giannotta di Catania, che nella seconda metà dell'Ottocento giunse a competere alla pari con i Treves di Milano, i Zanichelli di Bologna e i Le Monnier di Firenze. Forte di uno stabilimento tipografico di oltre cento operai, all'avanguardia per tecnologie, e d'una batteria di scrittori in cui figuravano fra gli altri -sovente con più opereGiovanni Verga, Luigi Capuana, Edmondo De Amicis, Luigi Pirandello, Giorgio Arcoleo, Matilde
Serao, Federico De Roberto, Ferdinando Martini' Giuseppe Pitré, Paolo Mantegazza, Mario Rapisardi, Virgilio Brocci. Alcuni dei quali al battesimo letterario. Un risultato che per decenni rimase i nell'isola unico e insuperato. Sicuramente fino ai primi del Novecento, quando s'imposero i Sandron a Palermo e D'Anna a Messina. In un quadro nazionale e tecnologico assai mutato. La tradizione non manca, dunque. È il presente che delude.
Carlo Ruta, in Sinai, Editoria & Arte, Benevento 6-15 settembre 1996, pagg.15, 16, 17
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